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Cefalonia: una nuova istruttoria contro due ex militari tedeschi

 

Acqui Terme. Nuova istruttoria della procura Militare di Roma contro due ex militari tedeschi 86enni per l’omicidio di nostri militari a Cefalonia: questa la notizia rilanciata dai media in questa terza settimana dell’anno.

Per le fucilazioni della “Acqui” nessun colpevole

Davvero strana la storia.
Particolarissima quella di Cefalonia e delle responsabilità che riguardano i soldati tedeschi esecutori materiali delle fucilazioni di massa che chiusero il breve conflitto tra ex alleati nell’isola dello Jonio.
Il rimando è ai fatti, tristemente noti, che si svolsero dopo il 22 settembre.
Una vicenda, quella della Divisione “Acqui”, che si può riassumere nel segno di una giustizia negata.
Dal momento che gli ordini che arrivavano da Berlino (gli italiani traditori dovevano pagare con la morte; Hitler li considerava truppe ammutinate dopo l’armistizio sottoscritto – e mal gestito – dal generale Badoglio) trovarono la sponda in volenterosi carnefici.
Impuniti.
Mite la pena comminata al generale Lanz a Norimberga.
E poco effetto ebbero le inchieste della magistratura militare italiana, che nel 1957 e nel 1960 emise due sentenze istruttorie nei confronti di 30 militari tedeschi accusati di «violenza con omicidio continuato, commessa da militari nemici in danno di militari italiani prigionieri di guerra».
Andando a vagliare anche la posizione di quegli ufficiali italiani (Pampaloni e Apollonio, in primis) che assunsero rispetto al Comandate in capo generale Gandin un atteggiamento autonomo e indipendente (tanto che nei loro confronti qualcuno ipotizzò - e continua a ipotizzare - un comportamento di vera e propria insubordinazione).
Sempre nessun colpevole.
Nonostante le indagini tedesche, promosse dalla procura di Dortmund (già nel 1965 e 1966; tutto si concluse con l’archiviazione da parte del dott. Nachtweh; e del dott. Maas che riaprì la questione nel 2001), e poi da quella successiva di Monaco di Baviera (stesso esito nel settembre 2006; qui il magistrato era il dott. Stern). A queste istruttorie collaborò anche Marcello Venturi.
Negli ultimi 12 mesi alla ribalta il nome di Otmar Muhlhauser, che quasi novantenne, è deceduto nel luglio scorso in Baviera.
E così, il 5 novembre 2009, il Gup del Tribunale Militare di Roma, dr. Antonio Lepore, ha emesso sentenza di non doversi procedere per sopraggiunta morte nei confronti di questo ex sottotenente della Wehrmacht,  imputato di concorso nel reato di  ‘violenza con omicidio’ nei confronti dei militari italiani a Cefalonia.
Esattamente 6 mesi prima il procedimento nei suoi confronti si era aperto a Roma, ma già in quell’occasione le parole del difensore avv. Musto avevano fatto presagire la probabile “non conclusione” di un processo che soprattutto Marcella De Negri voleva assolutamente celebrato, al pari della Procura (l’avvocato Filippini, - anch’egli costituitosi in passato parte civile - ci ha confermato come i tempi lunghi siano da imputare all’assunzione di prove e indizi accumulati in ben 17 faldoni stracolmi di carte).

La nuova indagine

Quando tutti ormai escludevano che la vicenda di Cefalonia potesse passare attraverso un tribunale, ecco il colpo di scena di pochi giorni fa: lunedì 11 gennaio prima l’Ansa, quindi tutti i principali quotidiani italiani, rilanciando la notizia sulla carta e sul web, hanno annunciato che la procura militare di Roma ha riaperto l’inchiesta.
Sulla base della relazione Ghilardini (uno dei cappellani della “Acqui”), che è parte della documentazione conservata presso l’Ufficio Storico dell’Esercito, le indagini riguardano due ex soldati della Wehrmacht, oggi di 86 anni,
Si tratta di Gregor Steffens e Peter Werner, membri della Prima Divisione Alpenjäger (da montagna), rispettivamente della prima compagnia del 910º battaglione granatieri da fortezza, e della prima compagnia del 909º battaglione.
Rintracciati attraverso l’opera congiunta di carabinieri e polizia tedesca, essi - come ha riferito il dott. Antonino Intelisano (capo procuratore) - sono già stati sottoposti ad interrogatorio in presenza dei loro avvocati. Dalle risultanze agli atti, essi avrebbero manifestato una completa estraneità.
Viceversa, il cappellano Ghirardini, nella memoria presentata al Servizio Informazioni Militari – la data: il 5 gennaio 1945, circa cinquanta giorni dopo il rientro con altri superstiti a Taranto - scrive ben altre parole. Assai pesanti rispetto ai due militari.
Di cui doveva avere conoscenza diretta, in quanto fatti prigionieri dalle truppe di Gandin nella prima fase del conflitto italo tedesco, favorevole ai nostri colori.
“Essi si vantavano di aver ucciso, tramite fucilazione, lungo la strada tra Lakhitra e Faraò, 170 soldati disarmati che si erano arresi”.
L’inchiesta è aperta. Ma pare oggettivamente difficile trovare prove concrete di supporto a distanza di 67 anni (è la difficoltà riscontrata anche dalle ultime indagini tedesche).
Per cui una ulteriore archiviazione pare l’esito più probabile.

Giulio Sardi

Cefalonia e le vittime: legenda e storia

L’avvocato Massimo Filippini ha reso pubblica, tempo fa, una lettera al responsabile capo della Procura Militare di Roma dr. Antonino Intelisano.
Riteniamo utile pubblicarne una parte.

Quando i numeri sono importanti

“La questione [relativa alla promozione di iniziative legali riguardanti i fatti di Cefalonia, nonché all’evoluzione delle stesse] - ha scritto Massimo Filippini - è ben lungi dall’essere stata definita, poiché un altro suo aspetto va finalmente chiarito, non solo ai fini di una sua retta comprensione dal punto di vista ‘storico’, ma soprattutto per avere ben chiaro l’oggetto di un’eventuale nuova indagine istruttoria.
Essa sarebbe caratterizzata, oggi come ieri, dall’assoluta mancanza di un valido ‘habeas corpus’, essendo stati i dati numerici dei Caduti nei combattimenti e, soprattutto, dei fucilati dopo la resa di gran lunga inferiori alle migliaia e migliaia di morti di cui, con superficialità, spesso voluta, si è parlato in passato, e si continua tuttora a fare, stavolta però in completa malafede.
Infatti i miei studi e le mie ricerche sono in proposito eloquenti: le cifre dei Caduti o uccisi anche in modi violenti - ma pur sempre durante i combattimenti - ammontarono (e ciò è pacifico) a circa 1300 militari per i quali il decesso, avvenuto nella fase della battaglia (15-22 settembre), non è suscettibile ovviamente di dar luogo ad iniziative giudiziarie; possibili solo in caso di rappresaglie o di eccidi indiscriminati compiuti dai tedeschi su nostri militari fatti prigionieri dopo la resa della Divisione avvenuta il giorno 24 settembre.
Di questi ultimi, infatti, non ne furono uccisi 5, 6 mila o più - addirittura in un solo giorno (!) - come si tramanda da decenni - ma a cadere furono principalmente gli Ufficiali contro i quali si indirizzò la rappresaglia tedesca che, ovviamente, coinvolse anche altri militari ma, nel complesso, i fucilati dopo la resa non furono più di 350 - 400, in gran parte, come detto, Ufficiali (137 solo alla Casa Rossa), come è comprovato dai Documenti esistenti nell’Ufficio Storico dell’Esercito da me analizzati e riscontrati - con certosina pazienza- con molti altri già esistenti.
A scanso di equivoci  ritengo doveroso aggiungere che da tale computo sono esclusi - perché non furono Vittime dei tedeschi - i circa 1300 prigionieri affogati in mare durante il trasporto in Grecia e coloro (circa un migliaio) che successivamente morirono in prigionia, essendo il luttuoso evento avvenuto fuori di Cefalonia.
E’ questo, a mio parere, il punto fondamentale che necessita di un approfondimento in un’eventuale nuova indagine, in quanto costituirebbe un non-senso giuridico, oltre che un errore suscettibile di portare disdoro all’inquirente, indagare su un fatto (l’eccidio di migliaia e migliaia di militari) non avvenuto nelle proporzioni - artatamente o meno volute -, ma enormemente più limitato e relativo principalmente agli ufficiali.
Detto questo, nel mentre rilevo che a Monaco l’inchiesta ha correttamente  avuto ad oggetto un fatto accertato cioè la Fucilazione degli Ufficiali, altrettanto non può dirsi per l’istruttoria di Dortmund e per tutte le altre precedenti - sia tedesche che italiane - che, basandosi su dati enormemente superiori a quelli reali, si riferirono ad un ‘eccidio di massa’ assolutamente inesistente”. 

Pubblicato su l'Ancora del 17 gennaio 2010

 

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