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Parma e la memoria della Divisione Acqui
2 e 3 marzo 2007

  Parma. Il due e il tre marzo, a Parma (purtroppo concomitante con il convegno organizzato in città sulla figura del sindaco e senatore Giuseppe Saracco), si è svolta una due giorni di studio - che godeva dell'alto patronato del Presidente della Repubblica (di cui era prevista anche in un primo tempo la partecipazione) e il patrocinio dell'ambasciata di Grecia in Italia - per approfondire i fatti di Cefalonia e della Divisione "Acqui".
Al convegno Cefalonia, 1943: lo sterminio della Divisione "Acqui" una pagina di Storia da raccontare hanno preso parte, tra gli altri, come già anticipato da queste colonne, docenti degli atenei italiani, ricercatori, studenti e insegnanti (tra cui anche una rappresentanza acquese delle superiori, che hanno lavorato assiduamente a circa cento quaranta questionari/intervista compilati dai reduci dall'isola: le sintesi in un Cd rom/DVD di straordinaria valenza scientifica) e una nutrita delegazione greca.
Per il Comune di Acqui è stato delegato il Presidente del Consiglio Comunale M° Enrico Pesce.
Al convegno hanno preso parte tra gli altri Nicola Labanca (Università degli Studi di Siena), Vito Gallotta (Bari), Gian Enrico Rusconi, (Torino editorialista de "La Stampa), Giuseppe Papagno, (Parma), il maggiore Giardini (Capo Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito Italiano), Paolo Paoletti (ricercatore archivi militari italiani ed esteri), Vanghelis Sakkatos (autore di Cefalonia, 1943, libro tradotto dall'acquese prof. Massimo Rapetti e pubblicato per i tipi de Impressioni Grafiche), Antonio Sanseverino (presidente dell' Associazione Nazionale Divisione "Acqui"), Don Alessandro Negroni (dell' ordinariato militare in Italia), Giorgos Tsilimidos, (sindaco di Argostoli - Cefalonia), Dionissios Georgatos (prefetto di Cefalonia ed Itaca), Elvio Ubaldi (sindaco di Parma), Vincenzo Bernazzoli (Presidente della Provincia di Parma).
Ma non è questa la sola notizia che è maturata nell'ultima settimana.

Italiani traditori, o no?

Un'altra notizia (poi rilanciata anche nelle pagine culturali del "Corriere della Sera" del 27 febbraio e poi del primo marzo) l'abbiamo ricevuta direttamente da Marcella De Negri, figlia di Francesco, un ufficiale fucilato a Cefalonia, il 24 settembre 1943, unica parte civile nel processo di Monaco di Baviera per la strage degli ufficiali alla Casetta rossa (137 le vittime, a cominciare dal comandante Antonio Gandin).
Dopo l'ordinanza di archiviazione del PM di Monaco August Stern, il ricorso contro quel testo che definiva i soldati italiani "traditori" - e quindi passibili di fucilazione poiché paragonabili a disertori tedeschi - è stato respinto.
Il Procuratore Generale della Baviera Musiol ha avocato a sè il procedimento ed ha deciso di confermare l'ordine di archiviazione, tolti i suoi insulti, "per cui Stern non si scusa, perché la scusa implica la colpa - chiosa Marcella De Negri - ma si dispiace, nel caso che la parola "traditori" (che era tra virgolette e questo a parer suo la rendeva innocua) abbia potuto offendere gli italiani".
Tanta la delusione, l'amarezza ma non la sorpresa. "La magistratura tedesca - continua il testo di Marcella De Negri - non ha mai condannato un suo concittadino per i crimini commessi in Italia o su italiani all'estero, come nel caso di Cefalonia.
La magistratura bavarese poi ha un occhio di speciale riguardo rispetto ai suoi Gebirgsjager, Cacciatori di montagna, che ogni anno fanno, a Pentecoste, a Mittenwald la loro parata.
La magistratura di Monaco tiene evidentemente al fatto che i criminali nazisti non solo possano morire tranquilli, come hanno vissuto, nei loro letti, ma lo facciano, soprattutto, col loro onore intatto.
Un ufficiale della Wehrmacht non può rinunciare all'onore.
Ho già dato mandato al mio avvocato tedesco, di fare ricorso, senza molte speranze per la verità, alla Corte d'Appello della Baviera.
Cercherò, se sarà possibile, di far aprire un procedimento presso la Procura Militare della Repubblica di Roma.
Resistere, resistere, resistere.
Ho bisogno di molto sostegno morale, non lasciatemi sola".
firmato: Marcella de Negri.

Altre letture su Cefalonia

Disponibile, invece in contemporanea rispetto al Convegno parmigiano, sul portale http://www.newsitaliapress.it/default.asp, una lunga intervista a quello che si può considerare un grande assente dalle giornate di studio.
È Massimo Filippini, orfano del Maggiore Federico, al quale più volte abbiamo dato spazio su queste colonne, e al quale - al di là di modi forse un po' rudi e accesi - va riconosciuta fortissima tensione nella ricerca della verità, molto scomoda, su Cefalonia.
E le cifre da Filippini rivedute riguardo le vittime (che non furono assolutamente 9000) hanno ricevuto un (parziale, ma significativo) avvallo dallo storico Giorgio Rochat.
Il testo è assai interessante, in particolare per quanto concerne le ragioni e le responsabilità di quella visuale distorta che sembra sin dalle origini - dal comunicato del governo Parri, del giugno 45 - accompagnare la vicenda di Cefalonia.

Ragazzi e soldati testimoni del tempo

Per un acquese andare a Parma è come tornare, di nuovo, nella sua città.
Come non muoversi.
Sentirsi a casa.
Qui studiarono, in conservatorio, anzi presso la Scuola o Ospizio delle arti, presso l'ex convento del Carmine, una nidiata di musicisti acquesi, tra cui - ovviamente - il Maestro Franco Ghione. Il più noto.
Così diceva Arnaldo Furlotti, in una monografia dedicata a Il Regio Conservatorio di Parma, del 1942, edita da Le Monnier: "Il maestro Ghione, compositore e violinista, dotato di eccellenti qualità, ha diretto nei migliori teatri nostri e in quelli degli Stati Uniti".

Una città amica

Parma: nel nome della musica una "corrispondenza" con la città della Bollente, forse anche nel ricordo di Paganini, che nella città ducale fu membro, tra 1835 e 1840, della commissione teatrale e si lasciò sfuggire che proprio l'orchestra, sebbene incompleta, era a quell'ora "la migliore d'Italia".
Da Parma giunse ad Acqui anche Tullo Battioni, diploma in contrabbasso, maestro e caposcuola del periodo forse più florido della nostra scuola di musica municipale, e non a caso primo insegnante di Franco Ghione.
Sarà un caso, ma con un coro di voci bianche il convegno sulla Divisione "Acqui" si è aperto, e poi nella musica è proseguito con gli inni nazionali (tedesco, greco, italiano, con il Va' pensiero verdiano) e poi con l'Inno (ritrovato) a Cefalonia, che è saltato fuori dalle carte di Padre Gherardini, uno dei cappellani della "Acqui".
Sarà perché la cattedrale è dedicata, come da noi, alla Vergine Assunta.
Sarà per i vini rossi e bianchi che allietano la tavola; sarà per quegli affettati che ricordano il nostro filetto baciato, sarà per quelle prelibatezze che chiamano a festevole convito; sarà per quel contesto a misura d'uomo, in fondo da paesopoli, che contraddistingue tutto il centro, con la gente che vive la città tra Prato della Pace, cattedrale e battistero e le vie vicine, su un pavè assai più sconnesso del nostro, tra botteghe che trasudano storia.
Se proprio un convegno sulla "Divisione Acqui" non può svolgersi da noi, Parma è il posto migliore.

Una generazione intera che studia Cefalonia

Anche perché, dopo tante promesse (il gemellaggio con Argostoli doveva essere portatore di una cascata di idee delle quali nessuna o quasi si è realizzata), la credibilità di Acqui si è "opacizzata".
Vero che ad Acqui c'era il convegno dedicato al Senatore Giuseppe Saracco (possibile, poi, che dovesse cadere in piena coincidenza, quando la data parmense era fissata da mesi e mesi?) ma, presenti il Prefetto di Itaca, il Console di Milano, il Sindaco di Cefalonia, un assessore di Corfù, il Sindaco di Parma e il presidente della Provincia, proprio il nostro primo cittadino brillava per la sua assenza.
Ci voleva una presenza istituzionale forte. (Per fortuna, con il M° Enrico Pesce, rappresentante del Comune, c'erano i nostri ragazzi. E gli insegnanti).
Ci voleva una presenza istituzionale forte.
Non perché quella fosse una "vetrina" di prestigio. No, non per questo. Perché la proposta più interessante meritava una risposta che doveva essere immediata.
Nel nome di Cefalonia dovrebbe nascere (ma la volontà è stata espressa, chiaramente e forte) una Fondazione Europea, in grado di coordinare i progetti della memoria.
Quella che per "farsi" ha bisogno del "passaggio" di un patrimonio dai testimoni di ieri ai giovani, che si faranno carico di trasmettere ai loro figli gli eventi del settembre 1943.
A Parma le due componenti erano presenti: 31 classi, più di ottocento ragazzi, hanno partecipato ad un concorso scolastico che ha coinvolto i reduci; e tanti ex combattenti si sono ritrovati - con le loro medaglie, con le loro coccarde gialle e nere, ma anche con il loro bastoni da passeggio - nella grande sala della Camera di Commercio che ha ospitato i lavori.
Insomma: un altro treno è partito, ma Acqui rischia di non salirci. Il dispiacere non nasce da ragioni d'opportunità. Ma perché, almeno in questo caso, il ricordo è un dovere.
E dire che gli studenti acquesi si sono resi protagonisti di un'opera di contenuto alto e scientifico - che come spesso succede da noi - non è stata valorizzata come si doveva: quella del DVD Cefalonia 1943- L'archivio della Memoria, un progetto che ha coinvolto i due istituti cittadini "Torre" e "Parodi" - cinque nostre classi, coordinate da Giorgio Botto - e la parola di 139 reduci, invitati a "ricordare" (sull'ultimo numero di ITER, l'ottavo, ancora in edicola, un piccolo ma significativo estratto del lavoro svolto).
L'impressione è che Acqui sia ancora molto in debito con la Divisione.
Forse, anche nel Premio "Acqui Storia", è il momento di scelte meno spettacolari, ma più profonde.
Diventa imbarazzante mettere sullo stesso piano Marcello Lippi, i pedatori mondiali e i sopravvissuti della Divisione "Acqui". Certo tutti - o buona parte - sono reduci dalla Germania. Ma da luoghi diversi. Molto diversi.
Il convincimento è che i secondi - e non i primi - siano i veri "Testimoni del Tempo". E allora forse ha ragione la preside Luisa Rapetti ad insistere affinché nella prossima edizione dell'Acqui Storia i "Testimoni del Tempo", per una volta, non siano nomi altisonanti.
Non Pippo Baudo.
Non la Hunziker.
Ma gli ultimi soldati di Cefalonia.
E i ragazzi di Parma e di Acqui che li hanno interrogati.

L'eccidio raccontato da chi c'era

La testimonianza di un soldato

Non tutti gli interventi del convegno di Parma dedicato alla Divisione "Acqui" hanno potuto essere presentati. E allora alcune testimonianze, anche di rilievo, sono "saltate". Tra queste una breve comunicazione di Mario Pasquali, presidente della sez. parmense dell'Ass. Divisione "Acqui", non ha trovato il modo di essere presentata: è per questo che qui, di seguito, la ospitiamo.
Quella guerra così diversa
Sono Mario Pasquali [317º Reggimento Fanteria, Compagnia Cannoni 47/32, allora militare di truppa] e sono stato invitato [al Convegno] in qualità di superstite e presidente della sezione di Parma dell'Associazione nazionale Divisione "Acqui" ad esprimere qualche breve considerazione in merito a quanto accadde a Cefalonia nei giorni successivi all'8 settembre 1943.
È imbarazzante parlare di guerra quando ormai la gente è abituata a vedere questa nostra lontana tragedia così come ce la fanno vedere in televisione e al cinema, con deformazioni e falsificazioni che fanno sdegnare noi superstiti che la guerra l'abbiamo vissuta in prima persona.
Come sempre, quando devo parlare della Divisione "Acqui" mi prende una grande commozione che spesso non riesco a mascherare, ripensando ai tanti compagni trucidati a Cefalonia.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre, quando pensavamo che la guerra fosse finita e si prospettava per noi il ritorno in Patria, ebbero inizio le ostilità. L'esercito tedesco, da un giorno all'altro, da alleato venne nemico e intimò la resa delle armi alla nostra Divisione.
Ufficiali e soldati non accettarono le condizioni e decisero di combattere contro i tedeschi.
Furono giorni di dura battaglia dove gli Stukas tedeschi scendevano come avvoltoi e percorrevano le vallate in ogni direzione, bombardando e mitragliando senza posa in volo radente.
Dopo otto giorni l'esercito tedesco, ebbe la meglio sulla Divisione "Acqui" e il generale Gandin fece issare la bandiera bianca in segno di resa. Era il 22 settembre.
Negli stessi luoghi di battaglia ebbe inizio il nostro olocausto.
I soldati della Divisione "Acqui" non furono considerati prigionieri di guerra, ma banditi e traditori e per questo non avevano diritto di vivere.

"A noi prescrisse il fato
illacrimata sepoltura"

L'isola si trasformò in una fossa immensa per migliaia di uomini, la maggior parte di loro non cadde in combattimento, ma venne trucidata dopo la resa.
Io sono scampato alla fucilazione per volere del destino [l'arma automatica dei tedeschi si era inceppata: il drappello di uomini tra cui anche Mario Pasquali era stato sorpreso dopo aver passato due giorni in una cava di gesso abbandonata] e il triste compito che mi venne affidato fu quello di accatastare i miseri resti dei compagni uccisi per darli alle fiamme.
Da questo momento iniziò la mia prigionia e lungo calvario in vari campi di concentramento [Salonicco, Lituania, Russia Bianca (Minsk), Tambov nell'inverno 1944-45 a meno quaranta gradi, Uzbekistan, a più 35 gradi, e a raccogliere il cotone sotto i russi; solo il 5 dicembre l'arrivo a casa a Pescantina, dopo un mese e mezzo di avventuroso viaggio] che durò più di 2 anni.
Per non dimenticare l'eccidio della Divisione "Acqui" e i suoi diecimila caduti, la nostra associazione ha assunto l'impegno di far conoscere ai giovani il sacrificio di tante vite.
I morti di Cefalonia meritano di non essere dimenticati !
Per questo motivo ci siamo attivati nelle scuole portando la nostra testimonianza, perché vogliamo che i giovani mantengono vive le nostre voci.
In occasione delle nostre visite alle scuole, i Presidi e vari professori, dopo averci accolto con benevolenza, hanno espresso il desiderio di realizzare incontri con gli studenti, affinché ascoltassero direttamente dalla voce dei superstiti, quelli che erano stati i tragici fatti avvenuti nelle isole Ionie.
Penso che questi incontri siano stati positivi per tutti: per noi, che alla nostra età ci siamo trovati a dialogare con i giovani e abbiamo avuto modo di far conoscere i fatti così come sono realmente accaduti storia, e per gli studenti, che per una volta hanno ascoltato una pagina di storia direttamente da chi l'ha vissuta.
II nostro impegno é quello di continuare in questo cammino di dialogo con i giovani e di proseguire finché le forze ce lo consentiranno, perché i superstiti di Parma hanno deciso che non vogliono dimenticare i compagni caduti a Cefalonia e Corfù.
In questi ultimi tempi sono corse voci che a Cefalonia nulla è successo o è successo ben poco.
È con senso di profondo amarezza e dolore che grido con forza che con i miei occhi ho visto morire tanti compagni e con queste mani ho raccolto i loro miseri resti.
Sui monti di Cefalonia non ci sono cimiteri, perché per i nostri soldati non c'è stato sepoltura: al fine di cancellare le tracce dei massacri i corpi dei nostri compagni sono stati bruciati. gettati in cisterne, in fosse e in mare.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora dell'11 marzo e 15 aprile 2007

 

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