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Cefalonia "resistente
una questione controversa"

  Acqui Terme. È vivissimo il dibattito sui fatti di Cefalonia. E, per singolare coincidenza, le osservazioni recentemente riportate dai quotidiani nazionali paiono confermare quanto diceva Norberto Bobbio sulla necessità di comprendere certi eventi "nella loro grandezza e nelle loro miserie, nelle loro verità e nei loro errori". Un assunto di non facile realizzazione. Se da un lato è normale e giustificato che, complici le "qualità personali", reduci e congiunti di coloro che morirono a Cefalonia trattino l'argomento "come cosa loro", occorre anche riscontrare, in alcuni storici di professione, un percorso di interpretazione - di per sè complesso e aggrovigliato per i fatti dello Jonio - che urta contro letture rigide e funzionali ad un'idea preconcetta.
"Grandezze e miserie" - diceva Bobbio - "errori da riconoscere": ma fondamentale è tendere alla verità.

Fedeli al giuramento?

Il primo contributo viene da un serrato confronto che è andato in onda, qualche giorno fa, alla radio tedesca. In occasione del Sessantesimo della fine della guerra, una trasmissione è stata dedicata alla resistenza italiana.
Al dibattito hanno partecipato Sergio Romano, Gian Enrico Rusconi, Giorgio Bocca, Lutz Klinkhammer (ricercatore dell'Istituto Storico Tedesco di Roma), e Mario Pirani. Successivamente, il 23 maggio proprio Pirani, cui si deve l'innegabile merito di aver contribuito a riscoprire la memoria della Divisione "Acqui" negli anni Novanta, ha puntualizzato su "Repubblica" i termini della sua interpretazione. Che, pur condivisa dal Presidente Ciampi ("Decisero di non cedere le armi; preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento" - uno stralcio da un celebre discorso del 2001) sembra oggi più difficile da condividere. E specie dopo gli ultimi studi di Rusconi (Cefalonia. Quando gli italiani si battono, Torino, Einaudi, 2004).
"La resistenza? Se resistenza significa lotta contro i tedeschi, allora [quella di Cefalonia] era resistenza, ma gli italiani avrebbero combattuto anche contro i russi se essi li avessero voluti disarmare". Questa, in sintesi la lettura di Rusconi, che anche Romano e Klinkhammer hanno mostrato di condividere, non esitando a citare una "storiografia del Quirinale" e un "mito" [di Cefalonia] di nuova creazione.
Di parere diametralmente opposto la tesi Pirani, il quale ricorda che un vero e proprio eccidio allora si verificò nei dintorni di Argostoli, e che 4 reggimenti e 17 caduti furono poi insigniti di medaglia d'oro alla memoria. Ma questo, crediamo, non può essere utile per "impugnare" la lettura di segno contrario. Vero che Sergio Romano utilizza (deliberatamente, crediamo) una "parola politica" - che viene percepita come inquinante, che può suonare come faziosa - quando cita lo sviluppo di "disordini di tipo sovietico" per alludere ai consigli militari "autonomi" che sconfessarono gli ordini del generale comandante Antonio Gandin: meglio sarebbe stato utilizzare un più neutro insubordinazione - ma, nella sostanza, è difficile dargli torto. E se Pirani ricorda l'esempio della Divisione Italia che combattè contro i tedeschi in Jugoslavia dopo l'8 settembre, i rilievi offerti ad Acqui (Giornata di studi sulla Divisione Acqui, 6 maggio) invitano ad una decisa cautela, poiché "quella storia" sembra davvero tutta da scrivere (così Elena Aga Rossi).
Dunque la resistenza dei militari successiva all'8 settembre 1943 è qualcosa di diverso dalla resistenza partigiana del biennio 1944/45. Anche se non si può negare che la seconda manifesti legami forti, motivazioni, tratti di condivisione con la prima. Ma il processo complessivo è diacronico, non sincronico.
È altamente improbabile pensare ad un antifascismo maturo nei giorni dell'armistizio, e alle suggestioni di una "fedeltà ad un giuramento".
Davvero è possibile - e qui citiamo alcune parole di Massimo Filippini - che i componenti della Acqui fossero tanti kamikaze ansiosi di morire? C'era davvero la consapevolezza di una fede da tenere, e nei confronti di chi? O le dinamiche vanno cercate altrove?

Tempo di giudizi

Una prima requisitoria (ma forse sarebbe più corretto dire l'ennesima) è stata condotta, nel convegno acquese, dal gen. Oreste Bovio (Ufficio Storico dell'Esercito) nei confronti del gen. Antonio Gandin.
Con sorpresa, molti dei presenti avevano appreso della chiarezza del Messaggio Badoglio che annunciava l'armistizio (e, per singolare scherzo del destino, Klarheit, cioè chiarezza, si chiama l'operazione di disarmo che scatta in tutta Italia il 9 settembre) e questo, senza nulla togliere alle evidenze dei fatti (ad Acqui, come sappiamo, la Caserma fece resistenza, subendo e infliggendo perdite), sembrerebbe avvalorare la tesi di chi riconosce qualche manifesta forzatura nel vagliare, oggi, il ruolo dell'esercito regolare nella resistenza.
Gandin, dunque, croce di ferro (un filotedesco? Sul significato assai relativo dell'onorificenza si è arrivati ad unanime giudizio), ma poco lungimirante, avrebbe - per Bovio - tergiversato, non eseguendo "gli ordini".
(Ammettendo ben poca originalità, non siamo però così convinti della linearità con cui l'alta diplomazia italiana gestì la crisi: al contrario ...).
Un secondo processo, invece, sarà istruito dalla procura bavarese di Monaco nei confronti di due persone al momento di ignota identità, due sottufficiali a Cefalonia responsabili l'uno del comando di un plotone di esecuzione, l'altro di aver trasferito l'ordine di morte.
Dopo 62 anni è la prima volta che, dopo tanti "non luogo a procedere", si dà corso ad una incriminazione vera e propria.
I giudici istruttori tedeschi hanno da poco concluso una trasferta romana che li ha visti collaborare con la magistratura militare e con il procuratore Antonino Intelisano.
Acquisisti documenti conservati presso l'Ufficio Storico delle Forze Armate e presso l'Archivio Vaticano.

Giulio Sardi

Pubblicato su l'Ancora del 25 settembre 2005

 

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