L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Saggio di Giorgio Rochat sulla Divisione Acqui

  Acqui Terme. Come detto nel precedente numero del giornale, è nostra intenzione passare in rassegna alcuni dei più recenti contributi dedicati al "problema" dell'interpretazione dei fatti di Cefalonia. Proviamo questa settimana a sunteggiare il contributo di Giorgio Rochat (che riassume, a sua volta, gli interventi, in conferenza, da lui tenuti a Roma, Bergamo e Genova nell'arco del 2005) che i lettori potranno ritrovare nella sua forma completa sul web all'indirizzo http://users.libero.it/isrecbg/rivista.htm.
Si tratta di "Ancora su Cefalonia, settembre 1943", edito nella sua versione cartacea su "Studi e ricerche di storia contemporanea - 65" (Istituto per la Storia della Resistenza di Bergamo), che per i suoi caratteri di sintesi (molto chiara, e soprattutto asciutta) può avere un valore didattico alto, condensando in dodici cartelle, di facile lettura, le risposte dello storico a dieci punti chiave della vicenda.

Ancora tra storia e miti

Si comincia da Cefalonia dimenticata?, ovvero dalla valutazione di un mito.
Lontani sono i tempi in cui giovani (e improvvidi) studenti rispondevano che Cefalonia equivaleva ad una "mattanza di pesci" (sondaggio voluto dall'ex sindaco acquese Bernardino Bosio): e nonostante certe vicende (El Alamein o la ritirata degli alpini dalla Russia) possano godere di una notorietà molto maggiore, la vicenda della nostra Divisione nelle isole Jonie (Cefalonia, Corfù, Santa Maura) appartiene agli eventi storici che hanno fruito di un ricordo privilegiato (come si leggerà qua a fianco, non tutti sono dello stesso parere: le iniziative parmensi cominciano da un opposto assunto).
Ma per Rochat - grazie ai suoi contributi e a quelli di Schreiber (fonti tedesche), Montanari (fonti italiane), Rusconi (sintesi storica), Venturi (sintesi romanzesca), grazie all'attenzione di alcuni Presidenti della Repubblica (Pertini e Ciampi; ma anche il ministro Spadolini fu sensibilissimo alla vicenda), al Premio "Acqui Storia", ad una tempestiva azione dell'esercito dopo la guerra (missione del 1948 e rimpatrio delle salme del 1953), e poi al vivace dibattito innescato sui giornali (vicenda gloriosa; o pagina nera, come vorrebbe Sergio Romano) - il ricordo è stato tramandato.
(Alzi la mano chi conosce l'eccidio di un centinaio di ufficiali nell'isola di Coos nel Dodecaneso: lì manca addirittura la lapide).
Resta, invece, per Cefalonia, il problema della sua sicura collocazione: insomma tutti sanno la storia del Generale Gandin e della sua truppa, ma difficile, anche per gli storici, dire "cosa è stato".
Infatti - e veniamo al paragrafo successivo, che ha titolo Il successo mediatico e i suoi prezzi, la recente fiction televisiva e le pellicole (a cominciare da quella di John Madden, con Penelope Cruz) non hanno portato chiarezza alle interpretazioni. Viziate anche dalla aspra lotta politica degli ultimi anni che ha suggerito l'idea (errata, dice Rochat) di una contrapposizione tra Cefalonia e Resistenza partigiana. Un altro mito, da mettere insieme con quello che accusa la Sinistra di aver impedito gli studi sulla Repubblica di Salò. Considerata l'insufficienza delle fonti, per Rochat la ricostruzione nei particolari, con precisione, di quanto avvenne nel settembre '43, è impossibile.
Ma, a proposito di Cosa successe a Cefalonia, le ipotesi dello storico portano a scagionare pienamente il generale comandante dalle accuse di tradimento (o di incapacità) che a lui sono state rivolte da una frangia della storiografia (il particolare è questa la tesi di Paolo Paoletti)
Ecco allora "Cefalonia come una gabbia senza vie d'uscita" (combattere o cedere le armi?), con una sorte ampiamente segnata sin dall'inizio della vicenda, e con caratteristiche di eccezionalità che sembrano poter ampiamente giustificare le anomalie registrate (la tolleranza degli atti di indisciplina; il cosiddetto "referendum", da intendere come consultazione informale con cui i comandanti chiesero agli uomini inquadrati di pronunciarsi riguardo alle due opzioni in gioco).
Ripercorse le modalità de I combattimenti, un paragrafo tra i più interessanti è quello che cerca di spiegare il perché de La ferocia tedesca. La pratica di ammazzare sul posto i soldati che si arrendevano (il che successe a Cefalonia) ha precedenti nelle repressioni antipartigiane e fu utilizzata anche dagli italiani in Jugoslavia.
Questi atti e le successive fucilazioni si inquadrano, poi, in un ordine giunto da Hitler, ricevuto dal comando tedesco il 18 settembre.
Non poteva poi mancare l'attenzione a Il calcolo delle perdite, con Rochat che corregge, al ribasso, le sue stime del 1993. 3800 - 4000 dovrebbero essere i caduti in combattimento (e fucilati) di Cefalonia - contro i 1700 di Massimo Filippini: cfr. "L'Ancora" del 27 agosto - risultato di una operazione che porta a sottrarre agli 11.500 effettivi i 6418 deportati verso il continente (di cui 1360 periti nell'affondamento delle navi sulle mine) e i 1300 / 1400 rimasti sull'isola.
Al mancato intervento degli anglo americani è dedicato il penultimo ultimo paragrafo, in cui con fredda lucidità si ripercorre un pensiero che mostra l'aridità e la disumanità della guerra. Quanto alla chiusa (Cefalonia di ricordare) non troviamo migliore scelta che riproporla nella sue ultime frasi.
"Nel suo momento più nero, il disastro dell'8 settembre, l'esercito italiano trovò a Cefalonia una pagina di onore, che non possono intaccare le polemiche astiose o farneticanti. Gandin non è un eroe senza difetti, è un comandante che agisce secondo responsabilità e coscienza in una situazione eccezionale senza via di uscita; può avere commesso errori minori (l'insufficienza delle fonti lascia un margine di dubbio su tutti gli aspetti della vicenda), ma non sbagliò le scelte fondamentali del 9 [non cedere le armi - ndr.] e del 14 settembre [decisione di combattere- ndr.]. Gli uomini della Acqui non erano eroi, né martiri, soltanto soldati che, per riprendere una frase tradizionale, fecero il loro dovere in parte con convinzione, tutti con obbedienza. La ferocia di una guerra senza quartiere, la volontà tedesca di vendetta e gli ordini di Hitler portarono a un massacro terribile e ingiusto".

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 3 settembre 2006

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]