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La Cefalonia di Sakkatos e la Divisione Acqui

 

Gemellaggio della memoria

La presentazione del libro di Vanghelis Sakkatos Cefalonia 1943. L'eccidio della Divisione Acqui e la Resistenza greca nei ricordi di un ragazzo edito per i tipi delle Impressioni Grafiche, e la concomitante presenza di una delegazione della Città di Argostoli si propone di gemellare la memoria intorno ad uno degli avvenimenti più controversi e sanguinosi della seconda guerra mondiale.
Già nel 1999 il nostro giornale aveva potuto anticipare - grazie alla cortesia e alla sensibilità dell'amico Massimo Rapetti, che all'epoca aveva ultimato la primissima traduzione dal neogreco - una delle pagine più toccanti del racconto di Sakkatos. Il titolo della riduzione, inedita per l'Italia, era Testimonianza greca su Cefalonia, e si componeva di una scelta di passi del romanzo (già nel 1993 pubblicato ad Atene, da Hestia) cui l'autore aveva dato titolo MEPAPXIA AKOYI, ovvero La Divisione Acqui.
A distanza di cinque anni da quella anticipazione nuovamente abbiamo chiesto al prof. Rapetti un intervento, questa volta critico, attraverso il quale l'isola di Cefalonia - luogo letterario e storico insieme - pensiamo possa convenientemente diventare familiare ai lettori acquesi.
(G.Sa)

Cefalonia nel racconto di un ragazzo

Tranquilla terra di contadini e pescatori, aspra e montuosa l'isola si erge dalla smeraldina trasparenza di un mare senza tempo, che vide Ulisse ramingo, dopo aver distrutto la sacra rocca di Troia.
A scuoterla dal secolare torpore, fu ancora la guerra, che - come spesso in passato - ne fece terra di invasione e conquista. Qui, dal maggio '41 si insediarono i soldati italiani della divisione Acqui. E l'esasperata e cieca follia del conflitto fece di quel silente angolo di mondo uno degli scenari più mostruosi e terrificanti, in cui fu consumata con orrenda determinazione una carneficina senza pari.
In seguito, nell'Atene degli anni Cinquanta ancora profondamente segnata dalle conseguenze dell'occupazione, Milio, il giovane protagonista, si concede un momento di risposo nei pressi dell'Acropoli. È l'occasione per rievocare i tremendi anni passati e le drammatiche vicende di cui è stato involontario spettatore.

Eppure in Cefalonia 1943, insieme a Milio, c'è un protagonista corale, impercettibile eppure presente e attivo: Cefalonia, intesa nella sua interezza.
L'isola, in prima istanza, è lo scenario naturale dell'infanzia del protagonista e poi della tragedia. Il primo capitolo, interamente dedicato ad una periegesi storico-geografica, si configura quasi come "una rapida visita guidata da sud a nord". In questo percorso non poteva mancare un accenno a Cefalo, mitologico eroe eponimo dell'isola, da cui la leggenda faceva discendere pure l'Ulisse omerico e i fondatori delle quattro più importanti città antiche, ricordate da Tucidide.
Si tratta di una terra in parte brulla e arida, fatta di montagne anche elevate, canaloni, vallate, dirupi e sentieri, ma pure di boschi, campi, vigneti da cui con grande sforzo gli abitanti riescono a procurarsi di che vivere.
Il mare poi, onnipresente, è osservato dall'alto: "Il paese [...] era nascosto lassù, sulla pendice ombreggiata del colle vicino alla valle dagli alti cipressi, perché in passato non lo avvistassero i pirati algerini che l'avrebbero saccheggiato. Tuttavia godeva di una splendida vista sul mare, le isole vicine, l'intera Itaca, Leucade e gli isolotti [...] fino ai monti della Grecia continentale", ma è anche visto dal basso. In particolare, lo stretto che separa Cefalonia da Itaca è percepito come qualcosa di molto familiare: "Milio non ne aveva affatto paura, lo sentiva come qualcosa di suo, considerava il canale come una parte di sé,[...] e poi avvertiva se stesso come un elemento del canale".
Eppure quello marino è anche l'ambiente dove si verificano inseguimenti, perquisizioni, scontri e stragi: "Però appena si accinsero a spingere la barca in acqua, il canale fu falciato da raffiche di mitragliatrice. Alcune motovedette tedesche insieme ai battelli delle squadre di polizia stavano inseguendo dei pescherecci e sparavano loro delle sventagliate intimidatorie perché si fermassero e si sottoponessero al controllo. [...] Tuttavia i tedeschi e le squadre di sicurezza colarono a picco il battello al largo di Lessìni e si registrarono anche delle vittime".
La Cefalonia di Sakkatos, anche quella prebellica, non si colora mai delle tinte del luogo mitico o ameno, non costituisce una sorta di paradiso perduto legato alle memorie d'infanzia.
Piuttosto è un luogo di valori positivi (la famiglia, il lavoro, la casa, la "roba") in contrapposizione all'altra realtà, quella della violenza, della guerra e della morte.
Il vero elemento estraneo è la guerra e chi l'ha voluta. Anche i nostri militari, che pure - non dobbiamo dimenticarlo - erano invasori, esercito di occupazione, dissentono da quello stesso conflitto in cui il regime li ha trascinati: "Mancava solo l'elemento principale: il morale dei militari e l'adesione alla guerra da parte del popolo e dell'esercito italiano. [...] I coscritti e i riservisti erano ben consapevoli che quella non era la loro guerra e che veniva combattuta nonostante la loro avversione".
Quando poi scocca l'ora dell'immane tragedia della Acqui, la popolazione dell'isola (il dato è confermato da numerosi sopravvissuti) si dispone al fianco dei nostri militari: "Si erano formati due fronti, uno italo-greco e uno italo-tedesco. Nel primo si schierarono gli italiani antifascisti, le organizzazioni della resistenza greca e la popolazione di Cefalonia. Nel secondo le forze tedesche dislocate nell'isola e i fascisti italiani che sicuramente si sarebbero uniti a loro, se non l'avevano già fatto".
E anche dopo l'eccidio, un senso di umana pietà induce i cefaloniti a contravvenire agli ordini germanici che imponevano di lasciare insepolti i cadaveri: "Gli abitanti di Cefalonia dimostrarono un elevato senso di solidarietà umana seppellendo i morti; nascosero, assistettero e favorirono la fuga sulla terraferma dei fanti italiani superstiti, che furono poi accolti nelle formazioni della Resistenza greca. Tutto questo malgrado i draconiani provvedimenti del conquistatore, il quale, quando veniva a conoscenza di qualche fatto simile (cioè che qualcuno nascondeva un italiano) applicava pene terribili: non solo chi proteggeva i rifugiati, ma anche i membri della sua famiglia venivano passati per le armi e la casa data alle fiamme".
La caratterizzazione locale poggia pure su di un ponderoso apparato di nomi di persona, soprannomi, toponimi e parentele che per il lettore italiano può risultare un dilatorio appesantimento del discorso narrativo e produrre un effetto straniante. Tuttavia è evidente che questa sia stata comunque una scelta finalizzata a istituire un profondo carattere di verità, un'ulteriore modalità per avallare la narrazione. Con la citazione di fatti, personaggi e documenti si chiama a deporre non solo l'Autore, ma anche la memoria dell'intera collettività, o meglio di coloro che - come Sakkatos - possono ancora fornire il proprio contributo di testimonianza.

Per lui, come per molti altri, le aspettative sul dopoguerra, i "cucchiai d'oro" - metafora dell'abbondanza con cui, secondo la propaganda bellicista, avrebbero mangiato i sopravvissuti - non sono mai divenuti realtà. Anzi gli anni dell'infanzia, pur tra ristrettezze e stenti, erano certamente preferibili. In fondo il racconto non è scritto soltanto per rievocare la guerra nella sua più crudele brutalità, ma per comprovare quali raccapriccianti aberrazioni produca ogni conflitto.
C'è, in ultima analisi, la volontà di comunicare, di raccontare un'esperienza, di cooperare, con il proprio contributo, ad una ricostruzione storica che non può non tenere conto anche di contesti marginali e di ruoli secondari rispetto al più ampio scacchiere dei grandi avvenimenti internazionali.
Rimane il fatto che nella memoria collettiva degli Italiani la Cefalonia del settembre 1943 sia stata uno dei più orrendi e raccapriccianti gironi dell'inferno del XX secolo.

(Massimo Rapetti)

Pubblicata su L'Ancora del 10 ottobre 2004

 

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