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Il diario del reduce Eneo Sambraello

 

Sono le memorie e i diari, le testimonianze dirette, quelle cui affidare, senza mediazioni, il compito del ricordo.
Attingiamo al "Notiziario n. 13" dell'Associazione Nazionale Divisione "Acqui" (www.associazione-cefalonia.org) serie web n.4, luglio 2003 per proporre ai lettori del giornale un'ulteriore testimonianza dei giorni di quel settembre 1943. Un ringraziamento al direttore Donatello Viglongo per la disponibilità alla edizione di questo testo (di cui solo i titoletti in neretto non sono d'autore). (G.Sa)

L'incompiuta

"A dare questo nome a quanto scrivevo e stracciavo ad ogni cambio di campo di concentramento e ad ogni ispezione, fu l'amico Andriulli di Potenza; ed a pensarci bene, anche quanto deciso nei miei confronti, sia dalla Divisione Alpina tedesca sbarcata a Cefalonia sia dalla Gestapo di Patrasso, non ebbe l'esito predestinato. Perché poi il Destino volle che io continuassi a vivere mentre decine di colleghi, con moglie e figli, venivano uccisi, nessuno potrà mai capirlo; forse, come diceva mia madre, perché soltanto i buoni muoiono".

Eneo Sambraello

Chiamato alle armi il 28 febbraio anno 1941, seguiti i corsi della Scuola Allievi Ufficiali di Rieti, dal marzo 1942 il Sottotenente Sambraello prese servizio nella Divisione Re tra Gorizia e Ljubljana. Quindi, sostenuto a Roma un esame di greco, per un posto da interprete, il 22 settembre ricevette l'ordine di trasferimento a Cefalonia.

Vita militare sull'isola

Il 3 novembre 1942, dopo alcuni giorni di sosta a Preveza e Corfù, sbarcai ad Argostoli. Assegnato al Comando, dato che ogni giorno dovevo recarmi all'Ufficio Censura Affari Civili, andai ad abitare insieme ai Sottotenenti Gardoni, D'Amore e Petruccelli in una casa nei pressi della caserma.
Alla sera facevamo la solita passeggiata su e giù per la piazza, e come hobby ricavavamo dal vino che la mensa ci passava in abbondanza una grappa affatto disprezzata dagli artiglieri che avevano alzato le tende in un campo vicino. In aprile venni assegnato alla 7ª compagnia del Cap. Balbi ed il 24 maggio sarei dovuto restare a Travliatata, ma venni invitato a partecipare ad una partita di calcio fra fanteria e trasporti, e data la mia passione per il pallone non seppi resistere. Mi piovve quindi sul collo una denuncia al Tribunale Militare di Corfù per abbandono del posto e disobbedienza: follie di gioventù.
Per pochi giorni fui assegnato alla 10ª Compagnia (Cap. Bianchi), ed infine alla 6ª (Cap. Cerrito), presso la quale rimasi in forza fino all'8 settembre 1943 con il Ten. Chiolo e il Sottotenente La Sala.
La maggior parte del mio plotone era composta da ragazzi del Veneto e del Trentino ed eravamo accampati a Travliatata, non lontani da Argostoli, dove mi recavo quasi ogni giorno.

L'armistizio a Cefalonia

Il giorno 5 settembre 1943 (ricordo che era una domenica), passeggiavo in piazza ad Argostoli con il Sottotenente Gardoni dell'autoparco, quando, circa alle 18 venni avvicinato da un anziano signore greco che, avuta conferma della mia amicizia con il signor Kefalà, podestà di Lixouri, mi informò che l'Italia aveva firmato l'armistizio con gli alleati; pertanto la guerra era finita e il signor Kefalà mi consigliava di mettermi al più presto in borghese e di raggiungere con qualsiasi mezzo la terraferma.
Non potendo raggiungere Lixouri per avere notizie più dettagliate, andai al Comando e riferii quanto saputo al Comandante dei Carabinieri, Cap. Gasco; lo stesso recatosi dal Gen. Gandin mi riferì che il Generale attribuì la notizia a fonti di propaganda greca.
E venne l'8 settembre con la notizia ufficiale trasmessa alla radio ed ancora oggi non so capacitarmi della gioia e l'esultanza con cui fu accolta dalla maggior parte dei soldati e degli ufficiali; soltanto verso le 22 mi fu possibile radunare gli uomini del plotone e parlare loro con calma.
La unanime domanda era: cosa succederà adesso?, ed io non ero in grado di dare loro una risposta perché il nostro futuro dipendeva da quello che avrebbero fatto i tedeschi, gli inglesi, i greci e, soprattutto, le Divisioni Italiane di stanza in Grecia e nei Balcani.
Il 9 settembre ci fu l'adunata di battaglione ed il Maggiore Altavilla ci comunicò che si era "in attesa di ordini", che si sperava in un aiuto britannico, con mezzi navali e forze aeree, e che non si riteneva probabile un atteggiamento ostile da parte tedesca viste le forze in campo (circa 12000 italiani contro 2000 tedeschi).
Il giorno 10, di sera, insieme al Cap. Gasco mi recai in una osteria di Peratata, in qualità di interprete, per tentare di prendere accordi con alcuni rappresentanti dei partigiani greci in merito ad una eventuale azione comune contro i tedeschi; purtroppo a loro interessavano soprattutto le nostre armi e le munizioni, mentre a noi sarebbe stata utile una loro azione dove i tedeschi avevano gran parte dei loro uomini, dalla parte di Lixouri. Dopo tre ore, l'animata discussione terminò con un nulla di fatto.
Il 12 settembre ci spostammo sulla direttrice Spilla-S.Teodoro-Alture di Argostoli e, mentre noi si restava sempre "in attesa di ordini", realizzammo che i tedeschi stavano esponendo su palazzi e case da loro occupate, grandi bandiere ed altri segni convenzionali, ovviamente per non farsi bombardare dalla loro stessa aviazione di cui però, fino a quel momento noi non avevamo avuto notizia.
Il mattino del 13 settembre il Cap. Cerrito mi diede l'ordine di spostare una squadra, al comando del Serg. Magg. Pellegrini presso la Caserma "Principe di Piemonte" per evitare che italiani o greci facessero incetta di quanto si trovava nel magazzino attiguo alla caserma stessa. Il Cap. aggiunse anche precise istruzioni di non sparare, dato che a 20 metri dall'ingresso della caserma c'erano, allineati perfettamente, sei carri tedeschi.
Accompagnai la squadra fino al magazzino, pieno di tutto ciò che un militare poteva desiderare: viveri, sigarette, vestiario nuovo, vino, olio; all'interno trovai un collega trentino della Compagnia Sanità ubriaco fradicio dalle 10 del mattino che mi disse: "per dimenticare il "tradimento".
Più tardi, con pochi uomini fra cui il mio attendente Orsi, andai in città presso lo stabile per gli "affari civili" e notai che i tedeschi occupavano la strada principale sino alla piazza, ma non incontrammo difficoltà. Radio fante parlava di un accordo raggiunto, in base al quale saremmo rientrati in Italia da Sami, di una ritirata generale tedesca dai Balcani sotto la spinta dei partigiani greci e jugoslavi e di altro ancora.

Dopo l'otto settembre, tra le truppe italiane regna la più grande incertezza sul da farsi.

Prime azioni belliche

In realtà, sempre il giorno 13, due grosse motozattere tedesche cariche di uomini e mezzi, cercarono di approdare ad Argostoli, provenendo da Lixouri, ma le batterie della nostra artiglieria che avevano cambiato posizione, dato che quella precedente era ben nota ai tedeschi, con alcuni colpi precisi le affondarono.
Il giorno successivo mi recai nuovamente in città con sei uomini, ed al ritorno ci fermammo a riempire le borracce presso due famiglie greche che abitavano lungo la strada. Continuavano a circolare le notizie più disparate: che il Gen. Gandin volesse arrendersi e che fosse stato preso prigioniero da nostri ufficiali inferiori, che gli inglesi stavano per arrivare con navi ed aerei, che a Corfù si combatteva, che la Grecia era stata liberata, etc. etc.
Verso le ore 14 del 15 settembre, proprio mentre insieme al Cap. Cerrito ero in cammino verso la Caserma, un centinaio di metri oltre le nostre postazioni, iniziarono i combattimenti. Mentre l'aviazione tedesca attaccava con gli Stukas, mitragliando e bombardando le nostre truppe, la fanteria avanzava su due file sparando all'impazzata. Io e il Cap. Cerrito potemmo trovare riparo dietro le rocce di cui era piena tutta la collina, ma restando fermi avremmo avuto solo due alternative: arrenderci alle truppe che avanzavano o farci ammazzare sul posto; io, avvisato Cerrito, scelsi un'altra soluzione e, toltomi l'elmetto, che scintillando rilevava la mia posizione, spostandomi velocemente da un masso all'altro riuscii a rientrare nelle nostre linee. Il Cap. Cerrito era rimasto fermo sul posto ed era stato fatto prigioniero, ma questo lo seppi il giorno dopo.
Dove erano state le posizioni della 6ª compagnia vidi soltanto grosse buche e qualche zaino e fucili abbandonati, la 5ª compagnia aveva avuto ordine di spostarsi, ma trovai invece perfettamente al suo posto il Maggiore Altavilla, Com.te di Battaglione e la 7ª compagnia del Cap. Balbi che, in piedi, incurante degli Stukas che continuavano a mitragliare, fumava tranquillamente la sua sigaretta. Mi fermai a parlare con Balbi per una mezz'ora e dovetti anch'io stare in piedi come lui; per paura, sempre seguendo con la coda dell'occhio gli aeroplani tedeschi che continuavano a volteggiare sopra di noi, fumai anch'io una sigaretta (non ne avevo l'abitudine).
Da Balbi seppi che il Gen. Gandin era stato molto perplesso sul da farsi (arrendersi o combattere) e che soltanto l'azione decisa di alcuni ufficiali e l'atteggiamento della truppa verso alcuni ufficiali superiori lo avevano convinto a non cedere le armi […]. Lasciai Balbi verso le 17, incontrai a poca distanza sotto una tenda il Cap. Bianchi che in quei giorni aveva il comando sia della 10ª compagnia sia del 3º Battaglione del 17º fanteria.
Parlammo di tante cose, del presente, del futuro e stavo per andarmene quando gli venne recapitato un ordine finalmente chiaro: "attaccare e cercare di vincere entro l'alba" a firma del Col. Cessari, com.te del Reggimento.

L'offensiva italiana

Poiché ero sul posto chiesi ed ottenni dal Cap. Bianchi il comando di un suo plotone, il 3º del Serg. Magg. Cacciatore, e verso le 18 iniziammo l'attacco. Si attaccava con mortai e mitragliatrici; il Cap. Bianchi e il Ten. Benedetti, della 10ª Compagnia erano sempre 20 metri avanti a tutti. I tedeschi nel ritirarsi, privi come erano, data l'oscurità, del decisivo apporto dell'aviazione, lasciavano ogni 15 m. un uomo con due mitragliatrici, con il compito di ritardare la nostra avanzata.
Alle tre del mattino del 16 settembre in quel settore era tutto finito; avevamo raggiunto gli obiettivi stabiliti dal Comando, nonostante la resistenza e le asperità del terreno. Ci trovavamo sulla punta di Argostoli, di fronte a Lixouri, San Teodoro, con parecchi prigionieri tedeschi, molti di origine austriaca, ed una non indifferente mole di armi e munizioni catturate.
Nei pressi dell'ospedale salutai Bianchi e Benedetti e mi incamminai verso Travliatata; era giorno fatto e gli Stukas avevano ricominciato la loro opera demolitrice. La zona del faro e tutta la città di Argostoli erano nelle nostre mani; i prigionieri tedeschi radunati provvisoriamente presso il Comando di Divisione, facevano pena e non offrivano certo lo spettacolo del giorno prima, quando Cerrito ed io li avevamo visti avanzare, naturalmente con la copertura degli Stukas. Avevano paura di chissà quali maltrattamenti; vennero invece trasferiti nella zona di S. Costantino, a pochi chilometri dalla città. I mitragliamenti degli Stukas non finivano e così, bevuto un caffè presso una famiglia greca, rientrai all'accampamento con un camion.
Qui trovai sia il Cap. Cerrito, sia la squadra lasciata a guardia della caserma; erano stati trattati ottimamente e non avevano da lamentarsi della breve prigionia. Unitamente a loro erano stati fatti prigionieri alcuni uomini della Compagnia Sanità, il Ten Cavazzini dell'ottava e, cosa che mi sorprese, la squadra esploratori con il Sottotenente Lanzaro.
Il primo dei nostri ufficiali ucciso dal fuoco degli aerei fu il Tenente Verroca che a Lakitra era a guardia di alcuni prigionieri.
Il giorno 17 settembre il Tenente Marrichi della 5ª Compagnia venne mandato a rastrellare la zona dove si era combattuto e noi della 6ª passammo una giornata relativamente calma; a pomeriggio inoltrato del giorno dopo toccò a me, con una decina di soldati, lo stesso compito.
Eravamo circa a metà percorso quando sentimmo pianti e deboli grida di aiuto: era un sergente tedesco, Robert Klodt (il nome lo seppi il giorno dopo), praticamente nudo e con la gamba maciullata da un nostro proiettile di mortaio. Era stato ferito la sera del 15 ed era allo stremo delle forze per il dolore e la sete. Mandai subito due uomini all'ospedale e tornarono pochi minuti dopo con un medico tedesco; improvvisammo una barella ed in quattro lo accompagnarono all'ospedale: la cosa più singolare era che ero certo di aver visto quel ferito durante l'avanzata, steso per terra accanto ad un albero; sembrava morto.
Verso le due di notte, mentre raccoglievamo le armi, partì accidentalmente un colpo di pistola che ferì di striscio ad una spalla il nostro autista; lo portarono al più vicino ospedale da campo, affidandolo alle suore, e riprendemmo la via del ritorno, non prima di aver portato ai prigionieri tedeschi libri e giornali nella loro lingua, che avevamo ricuperato nella zona dove si era combattuto.

Dopo la riuscita della prima offensiva (15-16 settembre), le truppe italiane, devono subire la supremazia aerea degli avversari (che colpiranno duramente - senza motivo -semidistruggendola, la città di Argostoli, ormai abbandonata dai soldati del Regio Esercito), quindi sono costrette alla resa dall'intervento della fanteria da montagna tedesca.
È in questo momento che comincia l'operazione di sterminio condotta dall'esercito nazista contro gli italiani, accusati di tradimento.
Il protagonista della vicenda non può che descrivere le tristi scene che altri sopravvissuti hanno riportato dalle isole greche di Cefalonia e Corfù.
Per un quadro d'insieme, che permetta di collegare la testimonianza personale dei reduci (Sambraello, Barletta, Pampaloni, Bronzini…) con l'evolversi generale della situazione militare nei giorni 8-24 settembre 1943, si consiglia un confronto con Gabrio Lombardi, L'8 settembre fuori d'Italia, Milano, Mursia, 1966, che ricostruisce al cap.IV (pp. 119-223) gli eventi di Cefalonia, e al cap V (pp.225-262) quelli di Corfù.

Verso la resa

Il 19 andai al comando di battaglione a fare rapporto e ad informare il Maggiore Altavilla su quanto avvenuto. Rientrato all'accampamento, salutai il Cap. Balbi che con la 7ª compagnia andava, unitamente alla 10ª di Bianchi e Benedetti, nella zona di Skala (Capo Munta). Per quanto mi riguarda fui destinato con il Tenente Chiolo ed il Cap. Ciaiolo della 5ª, a raggiungere la zona di Sami-S.Eufemia. Gli uomini erano tutti della 5ª (perché due ufficiali della 6ª?); pertanto rimasero sul posto sia il mio attendente Orsi, sia gli altri miei uomini. Nella mia tenda abbandonai biancheria, scarpe, vestiti con la certezza di rientrarne in possesso dopo qualche giorno.
Arrivati nella zona di Sami assistemmo ad uno spettacolo davvero poco edificante: soldati del 317º che scappavano da tutte le parti, terrorizzati, urlando che arrivavano i tedeschi, dei quali invece fortunatamente in quel momento non c'erano notizie.
Nei pressi di S. Eufemia ci fermammo durante la notte; nelle vicinanze c'era la Compagnia Sanità del Cap. Veneziani. Al mattino del giorno 20 raggiungemmo le colline presso Divarata, quale compagnia di riserva del 1º(?) Battaglione del 317º fanteria.
Eravamo disposti con il Cap. Ciaiolo in basso, il Ten. Chiolo alla sua destra ed io con i miei uomini all'estremità dello schieramento.
Verso le 11 vidi il Gen. Gandin a colloquio con il Cap. Ciaiolo, mentre uno Stukas solitario cercava di mitragliare la zona, tenuto però a bada dalla conformazione del terreno e dal fuoco delle nostre tre mitragliatrici.
Anche quel giorno, come nei giorni precedenti, i tedeschi avevano inondato le nostre linee con volantini multicolori che promettevano il rientro in Italia per chi avesse deposto le armi, e la morte per chi avesse continuato a combattere. La maggior parte degli ufficiali e dei soldati non diede peso a quanto scritto; per quanto mi riguarda, avvisai tutti i miei uomini sulla serietà della situazione; conoscendo la mentalità tedesca, e nonostante ciò soltanto due [uomini], un sergente ed un soldato, mi chiesero di rientrare al Comando perché non se la sentivano di continuare a combattere.
Verso le 15 andai a trovare il Cap. Ciaiolo; era sistemato in un cunicolo che attraversava la collina. Non vidi il Ten. Chiolo che mi dissero rientrato in sede per dei problemi di vista; giunse così la sera del giorno 20 settembre, in una calma quasi irreale, non si vedevano più neanche gli Stukas.
Seduto per terra, appoggiato ad una roccia, dormii profondamente, svegliandomi all'alba e trovandomi accanto il Sottotenente Montanari che era venuto a sostituire il Ten. Chiolo. Appresi da Montanari che il Cap. Ciaiolo, colpito da una scheggia di roccia alla fronte, assieme all'attendente, aveva abbandonato il posto per recarsi al Comando di Battaglione, senza avvertirmi: quindi la Compagnia era rimasta al mio comando.
Verso le 7, con nostra grande sorpresa (dove era il Battaglione del 317º di cui eravamo la riserva?), ci rendemmo conto di essere completamente circondati da truppe tedesche: si scatenò l'inferno.
Gli uomini, nonostante le circostanze sfavorevoli, si comportavano egregiamente; sparavano senza sosta con tutte le armi a disposizione e sicuramente ci furono perdite pesanti su ambedue gli schieramenti, ma alle 8,15 la situazione mi parve davvero insostenibile e diedi l'ordine di cessare il fuoco e di arrendersi, non prima di avere nascosto fra le rocce un mitra Steyr di cui mi ero impadronito il giorno 15 e con il quale avevo combattuto.

Bandiera bianca a Cefalonia
Le esecuzioni

Ricordo, nei pochi attimi che passarono fra la nostra resa e l'arrivo dei tedeschi, la domanda fattami da un ragazzo sardo: "Tenente, crede che mi lasceranno questo temperino, regalo della mia fidanzata?" Credo avergli risposto sì, ma fui smentito poco dopo, dato che i tedeschi, oltre alle armi ci tolsero anche orologi, medagliette, catenine, penne, etc.etc.
Ci caricarono dei loro zaini ed iniziò la lunga marcia verso Kardakata e Frankata; lungo il cammino vidi, seduti per terra, sul ciglio della strada, il Ten. Col. Fiandini ed il Cap. Verro, dell'artiglieria (li conoscevo di vista). Ad un certo punto alcuni soldati assieme al Sottotenente Montanari, furono fatti deviare dalla strada principale e non ebbi più occasione di vederli. Verso le 14 i tedeschi si fermarono per mangiare, ed io, unico ufficiale, ero a circa 20 metri dal punto dove stavano seduti per terra i soldati della 5ª che erano rimasti con me. Dopo mezz'ora si sentirono sulla destra mitragliatrici in azione in diversi punti della spianata; non potevo assolutamente immaginare che cosa stesse succedendo finché non fui invitato in malo modo, ma in un italiano perfetto, da uno dei numerosi altoatesini componenti la divisione da montagna che ci aveva fatti prigionieri, "ad alzarmi e raggiungere gli altri traditori per la fucilazione".
Cosa provai? Nulla. Dentro di me qualcosa mi diceva che io me la sarei cavata. Chiesi di potermi aggiustare le fasce ed allacciare le scarpe, cercai di guadagnare qualche metro e di scatto, presa la rincorsa, saltai cadendo fortunatamente in piedi, nella strada sottostante piena di prigionieri italiani scortati dai tedeschi, riuscendo momentaneamente a confondermi nella massa.
Quando cominciai a correre, i più vicini a me erano due soldati di origine austriaca che spararono subito due colpi senza però, secondo me, avere la intenzione di colpirmi. Cercai di restare indietro nella massa dei prigionieri, con la speranza di attraversare gli avvallamenti che mi separavano da Peratata e Travliata; ad un certo punto rimasi tra gli ultimi della fila ma quando pensavo ormai ad essere riuscito a sganciarmi, da un viottolo sbucarono altri tedeschi con altri prigionieri e fui costretto a rimanere in colonna e a raggiungere il grosso nei pressi di Kuruclata.
Verso le 21 era buio pesto, la gran massa di prigionieri seduta per terra o su pietre e tedeschi tutto attorno: arrivarono degli autocarri, una campagnola ed alcune moto con carrozzino.
Un ufficiale tedesco, in perfetto italiano, esortò tutti gli ufficiali italiani presenti in mezzo alla truppa a presentarsi, promettendo un trattamento di riguardo, degno del loro grado. Alcuni soldati che mi conoscevano, mi incitavano ad aderire alla richiesta, ma quanto era successo nel pomeriggio mi impediva qualunque movimento; rimasi fermo dove ero, senza poter intervenire e mettere in guardia quella decina di ufficiali che presentatisi, furono caricati su un camion e portati chissà dove.
Era il 21 settembre 1943. Avevo 21 anni e 10 mesi.

Eneo Sambraello

Publicato su L'Ancora del 7, 14 e 21 settembre 2003

 

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