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Lettera per Cefalonia

E se a tradire fosse stato Gandini?

  Acqui Terme. Ecco la lettera del dott. Silvio Lenza, nipote di un Ufficiale italiano (così nella missiva) "denunciato al nemico come ammutinato dal proprio generale Comandante e fucilato a Cefalonia dalla Wehrmacht".
Come sarà evidente dalla lettura, l'autore - come Paolo Paoletti (si veda il recentissimo Cefalonia 1943. Una verità inimmaginabile, edito da Franco Angeli, euro 32) non ha dubbi nello stigmatizzare la condotta del Generale Comandante, per una parte della storiografia l'imputato numero uno dell'eccidio, che una sorprendente "vulgata", sin'ora un hapax legòmenon [cioè l'espressione in unico] raccolta al convegno di Parma dice non morto fucilato, ma abbattuto dalla contraerea italiana quando a bordo di un velivolo tentava di mettersi in salvo dalla furia tedesca, diretto verso la nascente Salò.

Sui numeri di Cefalonia
(ma non solo)

Scrivo in merito all'articolo apparso "Divisione Acqui - "Resistete" - Un documento storico", a firma di Giulio Sardi. Sono il nipote del tenente Silvio Liotti, del 110º btg. Mitraglieri di C. d' A., aggregato alla Divisione Acqui, fucilato dai tedeschi della Wehrmacht il 24 settembre 1943 ad Argostòli (Cefalonia), nei pressi della "Casetta Rossa".
Per fortuna il numero delle vittime della rappresaglia tedesca perpetrata ai danni dei soldati della Divisione Acqui a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole greche dello Jonio, a seguito di studi recenti più approfonditi, sembra debba essere ridimensionato, ma ritengo che i numeri pubblicati dall'amico Massimo Filippini non siano quelli più vicini alla realtà.
Non mi sembra affatto convincente quanto sostenuto da Filippini e cioè che tutti i 1.325 soldati, sottufficiali e ufficiali ritenuti caduti in combattimento, in parte non abbiano subito la rappresaglia tedesca, iniziata a Cefalonia già prima della resa del 22 settembre 1943, come è più probabile che sia avvenuto e numerose sono le testimonianze dei superstiti che suffragano questa tesi.
Inoltre, le fonti tedesche riportano in riferimento al numero dei militari italiani della divisione Acqui caduti prigionieri (sempre a Cefalonia) dopo la fine della battaglia (22 settembre) la cifra di 5.030 uomini, rinchiusi nella caserma Mussolini.
Lo studioso tedesco Gerhard Schreiber, citando il Diario di guerra dell'OKW, scrive: "A Cefalonia il comandante italiano e 4.000 uomini furono trattati [...] in modo conforme all'ordine del Fuhrer poiché avevano opposto resistenza". Nel Diario di guerra del Comando supremo del gruppo di armate E, citato sempre da Schreiber, nelle annotazioni del 23 e del 24 settembre 1943, il numero dei prigionieri italiani sarebbe addirittura di solo 4.000 unità: "...A parte 4.000 uomini, che cedettero le armi a tempo debito, la massa della divisione ribelle fu distrutta in combattimento, assieme al suo stato maggiore". Nella conclusione della "Relazione sui fatti di Cefalonia" che il Console fascista Vittorio Seganti scrisse ed inviò il 10 gennaio 1944 - a poco più di tre mesi dai fatti - al Segretario Generale del Ministero degli Esteri di Salò, Serafino Mazzolini si legge:"...Fu così che interi reparti vennero mitragliati e venne anche ordinata la fucilazione di tutto il comando della divisione. Solo una quarantina di Ufficiali, su oltre 500, sono scampati all'eccidio, qualche altro, forse, vive tuttora alla macchia o confuso fra i soldati nei campi di concentramento. Ad aggravare tale dolorosa situazione, vi sono stati parecchi battelli che sono saltati in aria sulle mine durante il trasporto dei prigionieri in terra ferma, tanto che si possono valutare a circa 6.000 i morti italiani in Cefalonia...".
Ho citato il Console Seganti perché, tra i numerosi testimoni oculari della tragica vicenda della Divisione Acqui (e mi limito ai fatti di Cefalonia), è quello che per le sue convinzioni politiche apertamente filo-naziste, avrebbe potuto negare l'entità dell'eccidio perpetrato dalla Wehrmach o, quanto meno, minimizzarne la portata.
Del resto ancora oggi diversi epigoni nazi-fascisti negano addirittura l'esistenza dei campi di sterminio ed il conseguente genocidio di oltre 6 milioni di ebrei.
È poi unanimemente riconosciuto da tutti gli storici e studiosi che a Cefalonia, nei pressi della "Casetta Rossa", furono fucilati soltanto 129 ufficiali italiani. Il resto degli ufficiali, dei soldati e graduati furono trucidati durante i combattimenti, non appena fatti prigionieri.
Filippini non può smentire né la consultazione ordinata dal gen. Gandin (il cosiddetto "referendum") nella notte tra il 13 e il 14 settembre [confermato anche dai reduci a Parma, nd.r.] perché realmente avvenuta e il risultato scaturito e cioè la quasi unanime decisione dei reparti consultati (non tutti) di non cedere le armi ai tedeschi, né può affermare che la presunta insubordinazione di pochi (sic!) ufficiali (in realtà alcune decine) abbia provocato la "rottura delle trattative con i tedeschi", in quanto le trattative proseguirono fino alle 23,30 del 14 settembre 1943.
Infatti alle 22 del 14 settembre 1943 il tenente Thun aveva comunicato al comandante del XXII corpo d'armata a Ioannina, gen. Lanz: "Trattative ancora in corso. Il Comandante (del presidio tedesco ten.col. Barge, nda) è ancora presso il gen. Gandin. Attacco preparato in collegamento con l'ufficiale responsabile degli Stukas".

I nodi della storia

Filippini, inoltre, fa finta di ignorare almeno tre punti essenziali della tragica vicenda della Divisione Acqui a Cefalonia.
Primo: il gen. Gandin, unico generale italiano dopo l'8 settembre ad essersi comportato in questo modo, non obbedisce all'ordine del 9 settembre 1943 del suo superiore gen. Vecchierelli di arrendersi ai tedeschi; secondo: non obbedisce agli ordini del Comando Supremo di "considerare le truppe tedesche nemiche" e di "resistere con le armi all'intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole", pervenuti a Cefalonia tra l'11 e il 12 settembre, ma intavola con i tedeschi trattative allo scopo di passare con una parte della Divisione nel campo nemico, e questo spiegherebbe anche la conta fatta attraverso il cosiddetto "referendum"; terzo: il gen. Gandin il 14 settembre comunicava alla truppa che erano "in corso trattative per ottenere che alla divisione siano lasciate le armi e le relative munizioni... in attesa di imbarcarsi per l'Italia" (ma quale Italia? Certamente quella occupata dai tedeschi!) e alle ore 12,00 dello stesso giorno inviava al ten. col. Barge una lettera in cui dichiarava in sostanza che la divisione Acqui si era ammutinata: "La divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull'isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione.
La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità - come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta - che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell'imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui gen. Gandin".
Non ci sono precedenti in tutta la storia militare mondiale di un Generale Comandante che comunica (peraltro mentendo!) al nemico che la propria Divisione si è ammutinata!!! Filippini ritiene che i tedeschi abbiano eseguito la rappresaglia in quanto considerarono gli italiani "traditori". La rappresaglia indiscriminata contro ufficiali, graduati e soldati, operata dai tedeschi solo nei confronti della Divisione Acqui, potrebbe invece essere stata scatenata dalla sconcertante dichiarazione al nemico del gen. Gandin di ammutinamento della propria divisione.
Con buona pace di Filippini, che siano stati sei mila o due mila i Caduti, il numero conta relativamente, i Militari del Regio Esercito Italiano della Divisione Acqui, piaccia o non piaccia, nella loro stragrande maggioranza rappresentano Soldati che hanno obbedito ad un ordine del legittimo Governo (anche se in quel momento chi rappresentava la Patria e il Governo erano i tristi personaggi scappati vergognosamente a Brindisi) e che sono stati tra i primi ad opporsi in armi (quindi a resistere) ai tedeschi.
Il loro sacrificio sarà stato anche inutile, come taluni ingenerosamente sostengono, ma è innegabile che essi sono stati Uomini fedeli alla Patria e, a buon diritto, tra i fondatori dell'Italia libera e democratica di oggi. Altro che fine di un mito!

Introduzione, riduzione e titoletti a cura di Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 15 aprile 2007

 

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