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I soldati, il cinema e le guerre difficili

 

Uomini persi

Circa tre minuti dura nel film di Salizzato il libero monologo del generale Gandin, uno dei momenti più interessanti dell'opera.
Queste le parole di cui si fa interprete Ricky Tognazzi, convincente in questo ruolo drammatico.

"Sull'arma si cade, non si cede". Questo ci hanno insegnato alla Divisione Acqui; questo è stato sempre il nostro motto. La furia dei nostri fanti che si lanciavano contro le trincee austriache nella Grande Guerra.
Io non so più quello che è giusto e quello che non lo è, ora. Ho fatto di tutto per evitare lo scontro. Io sono un generale. Il loro generale. Il loro comandante. Il loro padre. E quale padre vorrebbe la rovina dei propri figli?
Un giorno mi giudicheranno per questo. Diranno che ho voluto mettermi d'accordo con i tedeschi. Io svendere la patria, il nostro valore, i nostri valori per aver in cambio la vita. I tedeschi, che fino a qualche giorno fa erano i nostri migliori amici, i nostri più fidati compagni d'armi…
È che la verità non è mai una sola: non siamo eroi adesso che combattiamo, come non saremmo stati traditori se ci fossimo arresi. Siamo soltanto uomini persi in una bufera senza senso. Senza direzione. Senza speranza. Gli inglesi non ci aiuteranno. Hanno bloccato le nostre navi a Taranto. Ci hanno condannato a morte.
Io ho tentato di salvare la mia Divisione. Che Dio mi perdoni. Non ci sono riuscito."

Tre registi per Cefalonia: Madden, Cabras e Salizzato

I quotidiani italiani - a seguito della recente decisione, presa dal Parlamento, di intervenire militarmente nel conflitto contro il terrorismo internazionale - oltre a riassumere le articolate posizioni del dibattito, hanno anche vagliato la "predisposizione bellica" nazionale.
L'inchiesta Arrivano i nostri di Filippo Ceccarelli ("La Stampa", 6 novembre), pur fornendo dati contraddittori, finiva per suggerire una lettura prevalente. Già diceva Erasmo che il colmo dell'assurdo è l'italiano bellicoso.
Lasciamo al lettore il compito di giudicare se ciò sia da interpretare come difetto o virtù.
Ma la sorpresa è scoprire che le guerre "difficili" degli italiani sembrano essere tali anche sullo schermo.
In alcuni casi è stata la retorica, dapprima di eredità risorgimentale, poi fascista, ad "inquinare" la ricostruzione.
Si pensi ai fatti del 1915-1918: occorre arrivare al 1959 con La Grande Guerra, il capolavoro di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Silvano Mangano per giungere ad una raffigurazione realistica, non ufficiale (che però non piacque al severo recensore Carlo Emilio Gadda) degli anni delle trincee e delle decimazioni, di Caporetto e degli assalti alla baionetta.
Né va meglio per la seconda guerra mondiale, con una difficoltà evidente nel ritrarre gli italiani in guerra al fianco dei tedeschi e contro gli americani. Il conflitto pare sempre iniziare dopo l'8 settembre: dall'antiepico Partigiano Johnny di Guido Chiesa possiamo così risalire sino al Tutti a casa di Luigi Comencini, e a quella folgorante battuta (recitata da Alberto Sordi, ancora una volta lui), da cui il film prende avvio. In quelle parole, che commentano l'assalto della Wehrmacht alle caserme italiane, una carica di ironia che sembra non appartenere al costume italico. "È successa una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!"
Comprensibile che i primi tre anni di lotta non ci piacciano; meno giustificabile, a prima vista (ma la generosità trova una sua ragione tanto nelle dinamiche politiche della Guerra Fredda, quanto in quelle del mercato) che anche l'America inquadri assai di rado combattimenti tra le sue truppe e il nostro esercito.
Tanto che, anche da noi, dire "arrivano i nostri" significa parteggiare per la bandiera stelle e strisce.

Ancora sul Mandolino: le scuse di John Madden

Una conferma anche nelle ultime settimane, più che mai quelle de Il Mandolino del capitano Corelli, il film di John Madden. La pellicola, ambientata nel 1943 a Cefalonia, illustra una storia d'amore avvalendosi di uno scenario storico che accoglie - ma nel ruolo di "comparse", e nulla più - i militi della Divisione Acqui.
Il film, recensito su queste colonne dopo la proiezione in anteprima del 19 ottobre, al Teatro Ariston, dalla scorsa settimana è, infatti, in programmazione nelle sale italiane, accompagnato da un consistente battage pubblicitario. A promuovere l'opera, prodotta dagli studi di Hollywood e distribuita dalla Miramax, anche il regista John Madden (sette oscar con Shakespeare in love).
Molti quotidiani, in particolare, hanno riportato le sue parole di scusa - nei confronti dei reduci (a cominciare da Amos Pampaloni) e dell'Italia tutta - per le immagini false e stereotipate offerte dal Mandolino.
Essendo l'opera tratta dal best-seller di De Bernieres, Madden ha giustificato le sue scelte come suggerite dalla volontà di restar fedele al romanzo: come a dire che la responsabilità dell' accentuazione coloristica (i soldati cantano in coro l'opera, suonano, sono protagonisti di avventure galanti) va semmai condivisa con "l'invenzione" dello scrittore.
Che, a suo tempo, aveva spiegato come l'icona del mandolino fosse stata comunque tratta da "fonti" storiche: le vignette dei giornali greci, che nel 1940, fallita l'invasione italiana nei Balcani ("Spezzeremo le reni alla Grecia", aveva detto Mussolini) ritraevano i combattenti elleni con lo tsarouchis, lo scarpone degli euzones, e gli italiani proprio con il mandolino.
Il problema è che il romanzo, nato a seguito di un soggiorno, nel 1990, dell'autore inglese - anche se dal cognome non sembra - sull'isola, scontenta anche i greci, dipinti come uomini spietati e rozzi, un'immagine cui anche Madden si uniforma, descrivendo con modalità affini il pescatore e partigiano (Christian Bale) fidanzato con Pelagia (Penelope Cruz).
Ma torniamo all'intervista: "Noi inglesi, così repressi e attenti al rispetto delle regole - ha detto Madden - saremmo ben felici di possedere almeno un po' della vostra sensibilità", e ha aggiunto che "la scarsa propensione alle armi" dimostrata dalla truppa italiana assume un valore positivo. E questo - ribadisce Madden - anche dopo i fatti dell'11 settembre.
Resta il fatto che la storia dell'eccidio pare avere un ruolo di irrisoria importanza rispetto al turbine sentimentale che avvolge Nicolas Cage (nel ruolo di Corelli) e Penelope Cruz: e lo stesso Madden sembra confermare questa lettura prendendosi la responsabilità dell'esclusione, nel montaggio finale, di quelle scene che potevano contribuire ad una più fedele ricostruzione storica.
Per onestà occorre dire che il film di Madden - sia per vicenda, sia per ambientazione storico geografica - propone più di una affinità con Mediterraneo di Gabriele Salvatores (vincitore di un Oscar). Là, solo, mancava il finale tragico, ma le immagini erano sempre da cartolina (o da "vignetta"): soldati turisti, un'isola incantata, i bagni, le bellezze locali…
Proprio come nel Mandolino:
"Un italiano coraggioso? È uno scherzo di natura" dice una fanciulla greca; il capitano Corelli condivide: "Siamo italiani, famosi per mangiare, cantare e fare l'amore".

Italian soldiers

Non è questo, però, il solo film recentemente prodotto sulla strage di Cefalonia, sempre più episodio storico in cerca di una fedele ricostruzione cinematografica.
Del cast del Capitano facevano parte, infatti, anche 13 attori italiani, tra cui Francesco Cabras. È lui il regista di Italian Soldiers, una sorta di film nel film, girato in parallelo alla produzione americana, che prende parte in questi giorni al Torino Film Festival.
Nata per raccogliere le testimonianze greche sull'eccidio, la pellicola "ha virato" nella direzione del presente e di una irreprimibile "mediterraneità" capace di contagiare tutto il cast.

I giorni dell'amore e dell'odio

Il film di Madden rivaluta, per certi aspetti, una produzione del 2000 che non ha potuto godere - poiché italiana - delle attenzioni che accompagnano i film d'oltreoceano.
I giorni dell'amore e dell'odio, scritto e diretto da Claver Salizzato per la Casa Metropolis - con, tra gli altri, Ricky Tognazzi nella parte del generale Gandin e Ugo Pagliai nelle vesti del Colonnello Barge - non può certo dirsi un capolavoro, ma pur proponendo una vicenda complementare non priva di punti deboli (l'odio tra due fratelli, Wolfgang e Erbert Nones, ovvero Sturm und Drang, fulmine e tuono) non trascura i principali snodi storici: l'incertezza dell'otto settembre, l'inusuale (ma democratica) prassi della consultazione dei soldati, le battaglie del Monte Telegrafo (con gli italiani stretti intorno al tricolore un po' come i marines, in Giappone, sul monte Suribachi) e di Kardakata, le esecuzioni.
Da un lato il nome della Acqui (inspiegabilmente obliato da Madden) più volte viene scritto e pronunciato; dall'altro si rimarca la provenienza sud tirolese di molti combattenti tedeschi. Questo spiega la scelta di cominciare la narrazione dal luglio 1939, quando Italia e Germania, riguardo al problema Alto Adige, concludono l'accordo secondo cui la popolazione che lo desideri può trasferirsi (tempo tre anni) nelle terre tedesche.
Ecco la ragione dell'antagonismo dei due fratelli (l'identità patria risiede nella terra calpestata, concreta, o nell'astratto della nazione?), che sfocia poi in un duello finale che vorrebbe caricarsi di valenze simboliche, ma che risulta deludente.
Si ha la sensazione, talora, che Salizzato non riesca a tener dietro alle nobili intenzioni: certi flash back appesantiscono l'intreccio, così come l'insistenza sulla triade fulmine-tuono-tempesta. Ma altrove le scene acquistano profondità, ad esempio quando il Generale Gandin confessa, ancor prima allo spettatore che al suo cappellano, i propri dubbi (il monologo è trascritto a fianco).
Anche Olinto Perosa, uno dei superstiti della Divisione, ha dato il suo contributo al film, che si chiude nel nome dei caduti "che hanno combattuto senza speranza e sono stati massacrati per la dignità del loro paese". (Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 18 novembre 2001

 

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