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Pareri contrastanti dopo la sentenza Stern

  Acqui Terme. Grazie alla cortesia del prof. Massimo Rapetti, che come spesso è capitato su queste colonne, mette a disposizione dei nostri lettori le proprie capacità di valente traduttore, siamo in grado di offrire una pagina inviataci dalla Grecia. È quella di Vanghelis Sakkatos, autore di cui l'editrice Impressioni Grafiche di Acqui ha stampato il racconto Cefalonia 1943. L'eccidio della Divisione Acqui e la Resistenza greca nei ricordi di un ragazzo. Da lui un ricordo per la scomparsa di Amos Pampaloni. Lo si legge in altro articolo.

Reazioni dopo la sentenza del PM Stern

Non è l'unico testo giunto alla redazione nelle ultime settimane, animate dalla sentenza tedesca del PM Stern che, in molti hanno inteso come sprezzante diniego di quella magistratura nel riconoscere i delitti della Wehrmacht a Cefalonia.
Tra le varie lettere inviateci, molte da parte dell'avv. Filippini, di cui abbiamo pubblicato un testo significativo nello scorso numero de "L'Ancora".
Una posizione "fredda" la sua, pari a quella della giustizia tedesca?
Non lo crediamo.
Anche l'equilibrato saggio di Gian Enrico Rusconi (cfr. Cefalonia. Quando i soldati si battono, 2004, in particolare si veda il capitolo quinto, La battaglia e la vendetta tedesca, pp. 51-64) chiariva bene quali erano i rischi dell'atteggiamento italiano, letto come tradimento dai tedeschi e passibile di legge marziale.
Ma, emotivamente comprensibile, può essere tanto lo sfogo di Marcello Venturi e del sindaco di Acqui Danilo Rapetti, di numerosi altri lettori, quanto il testo di una missiva elettronica inviataci da Roberto Bergo che, dopo aver seguito la viva testimonianza di un reduce a Fiumicino, giunge a questa posizione.
"Se - [dopo la sentenza tedesca] tutto sta fermo ed è lasciato fermo per il quieto vivere, significa che milioni di vittime dell'ultima guerra, le stragi naziste e la pazzia del Fuhrer sono ancora vivi. Vivi non come monito alle stragi del passato, ma solo e semplicemente un ricordo di una guerra in cui la violenza, il gas, le stragi, per i Tedeschi erano lecite perché comandate dal Fuhrer". Di qui l'appello e l'auspicio "per un intervento del Presidente della Repubblica e del Governo Italiano per rigettare quella sentenza di un Pretore che giudica la strage di milioni di persone atto dovuto in tempo di guerra".
Il problema, crediamo, non sia di schieramento (di qua i buoni, di là i cattivi, semplicemente), ma di una guerra che ottenebra le menti da una parte e dall'altra.
I lager, gli atti criminali, le esecuzioni sommarie, le torture stanno da una parte e dall'altra, e basterebbe soffermarsi con più pazienza sulle vicende militari della contemporaneità per comprenderlo a pieno.
Non esistono guerre giuste.
Non esistono guerre sante.
Ogni guerra, nata anche per i più sani ideali, si guasta per la strada.
Così come va riconosciuto che l'assioma "Italiani, brava gente", in guerra, ha la validità del mito.

Quale significato per Cefalonia

Ammettere la legittimità della sentenza tedesca non vuole dire l'automatica catalogazione dei nostri soldati tra i "traditori".
La vicenda di Cefalonia è ingarbugliata dal pasticcio dell'armistizio dell'otto settembre, e senza partire da questo presupposto è difficile comprenderla a pieno.
L'episodio di Cefalonia, forse, perde allora l'alone di circonfusa gloria, di mito, e ritorna sulla terra (un bene), ma - non per questo - smarrisce le sue esemplarità.
Cefalonia ribadisce che l'uomo è sconfitto, sempre, quando si fa sopraffare dalla violenza. Sconfitti sul campo sono stati gli italiani. Sconfitti i tedeschi comandati a fucilare, che nella testimonianza di Reinhold Klebe (uno degli esecutori materiali, cfr. "Die Gebirgstruppe", n. 1 1988) "hanno sofferto per tutta la vita di tristi ricordi, provano disgusto per Cefalonia... ma il soldato non aveva la scelta tra il bene e il male, bensì per lo più tra due mali, un ordine criminale e la corte marziale".

Onore ai caduti

Dunque, cosa fare di Cefalonia? Il ricordo è doveroso per le vittime dei tedeschi, ma soprattutto per la realtà della guerra.
Doveroso anche cercare di far luce sulla verità.
Come fece Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco, da Montaldeo, uno dei fucilati di Cefalonia, che si era costituita parte civile in tribunale, a Monaco di Baviera, quando lo Stato Italiano ritenne di non farlo. (Tra la l'altro ella - che ricorrerà comunque in appello - informa di una manifestazione di protesta di storici tedeschi che ha avuto svolgimento venerdì 6 ottobre a Monaco, davanti al palazzo della procura, di cui è promotore il dottor Klein, dell'Università di Dortmund).
Doveroso anche il ricordo.
Ad Acqui, a fine ottobre, con il Premio "Acqui Storia".
Ma anche nei paesi.
E allora tra meno di un mese, il 5 novembre, a Montaldeo, in occasione dell'inaugurazione del viale della Rimembranza, ci sarà l'occasione per ricordare proprio il tenente Francesco De Negri, classe 1891, ufficiale dell' artiglieria divisionale, fucilato a Cefalonia, il 24 settembre 1943.
Un padre di famiglia che lasciò cinque figli.
Vittima dei tedeschi, certo.
Ma, soprattutto, della guerra e della sua cieca violenza.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 15 ottobre 2006

 

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