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L'ulivo di Argostoli, lettere di un marinaio di collina

  Acqui Terme. Una rubrica post concorso. Verrebbe da chiamarla "Dopo l'Acqui Storia", corrispettiva dell'ormai tradizionale "Aspettando".
La densità dei contenuti dell'edizione 2003 del Premio, tra gli appuntamenti collaterali e le premiazioni dell'atto finale, avrebbero potuto costringere "L'Ancora" ad un numero speciale. Con il rischio, però, di concentrare oltremodo gli argomenti. Ecco, allora, la scelta opposta: quella di diluire gli apporti che, oltretutto, richiedono "meditazione" tanto all'estensore, quanto ai lettori.
Inutile negare l'evidenza: la pagina richiede sempre un "tempo lungo".
Veniamo, dunque, a prendere in esame, in questo numero del giornale, L'ulivo di Argostoli di Carlo Cerrato (Genova, De Ferrari, 2003, in libreria al prezzo di 12 euro), la cui presentazione si svolse giovedì 22 ottobre, a Palazzo Robellini (in una sala che accoglieva anche una folta rappresentanza dell'Associazione Marinai d'Italia, sez. di Acqui Terme).
Non meritava, certo, questa "piccola" testimonianza, ricca di emotiva partecipazione, di restare "oscurata" dai grossi calibri (tomi, autori, personaggi) della riuscitissima cerimonia finale del Teatro Ariston.
Da una pagina Dell'ulivo: notizie dell'attacco alla rada di Palermo (i cui ingenti danni, sugli organi di informazione, furono minimizzati dalla censura), humour (nonostante tutto) e voglia di Grecia.

Napoli, 5 marzo 1942

Caro Giulio
[…] Ormai non c'è più bisogno di balle d'inchiostro. Siamo veramente a Napoli, per un venti-venticinque giorni di lavori, conciati di barba e capelli dagli inglesi.
Morti e feriti a bordo, avaria grave in macchina, artiglierie inefficienti, una buco a poppa grosso come una vasca da bagno (particolare: al momento del fattaccio io dormivo nel camerino vicino, esattamente a tre metri da dove passò lo scheggione. Son cose che ti metton veramente di buon umore, perché pensi che contro certi "mazzi" non c'è nulla da fare"). […] Avrai capito che parlo dell'ultimo attacco contro Palermo. La cosa più disastrosa per noi fu però lo scoppio del mercantile citato nel bollettino, che era proprio vicino a noi, carico di munizioni ed esplosivi.
Comunque tutto è bene quel che finisce bene.
[…] Niente licenze o permessi in questi giorni: se il movimento arriva ora cercherò però di fregare qualcosa, ma non ci conto troppo.
Sento però ronzarmi alle orecchie un linguaggio ellenico che consola!
Bisogna proprio mi decida a fare il paracadutista per stare un po' tranquillo e da papa. Affettuosi saluti.

Gino

Lettere dalla guerra

Gino Pozzi. Un cognome comune tra le colline del Monferrato. Meno comune il destino che fa di lui un marinaio. Anzi di più. Un capitano commissario. Che la motivazione della medaglia d'argento - alla memoria, sul campo - racconta prima strenue combattente (all'armamento di un carro cingolato), quindi prigioniero giustiziato. La data è quella del 22 settembre 1943. L'isola è Cefalonia, quella della "Divisione Acqui".
Ma il libro, paradossalmente, non è questa storia a raccontare. Il non comune destino, che fa di Luigi Pozzi un marinaio, in una terra che sforna tanti bravi alpini, consegna ai posteri una valigia di cartone piena di scritti.
Da quelli, dalle corrispondenze che Gino (ma anche il fratello Giulio) scambiano con la famiglia, dai tempi del collegio di Milano alla data del settembre 1943, nasce la ricostruzione di Carlo Cerrato. Il giornalista astigiano, dopo aver letto Marcello Venturi e Bandiera Bianca a Cefalonia, per circa dieci anni ha lavorato a questa storia che, un po' come negli ultimi due libri di Giampaolo Pansa, continua nel tempo (lungo, lunghissimo) di un "dopo armistizio" attingendo ad ulteriori lettere. Quelle che la famiglia invia per avere notizie del disperso ora alla Croce Rossa Internazionale, ora al cappellano Romualdo Formato (tra i pochi superstiti dell'eccidio), e poi - quando ormai appare chiara la sorte del congiunto - per cercare almeno di recuperarne il corpo.
Per tutte queste ragioni la guerra e Cefalonia stanno sullo sfondo (anche se i nomi delle navi regie Giulio Cesare, Trento, Trieste, Aosta e le azioni in mare richiamano per affinità le corrispondenze di guerra di Dino Buzzati).

Polenta e barbera: un eroe normale

In primo piano stanno le colline e il paese. Che è Portacomaro d'Asti. Ma potrebbe essere benissimo uno dei nostri. Vigne e colline (i Pozzi sono "cummerciant da ven"). L' "orbi" e le bestie nella stalla. E le preoccupazioni di sempre: "È venuta buona la barbera in bottiglie? - chiede Luigi. Qui [a Livorno, è il 3 dicembre 1938] non si beve vino, se non ogni tanto quello stupidissimo champagne, che mi vien voglia di polenta e barbera". Pensieri di campagna.
Poi ecco la parrocchia di Don Mario Cortese (altra voce del testo), l'osteria, l'asilo infantile con le suore, l'opera nazionale dopolavoro, il tamburello o il pallone elastico sul "gioco" tra olmi, bagolari e gaggie. Le bocce (quelle di legno, d'osteria, aromatizzate al sapor di cantina). E qui veniva a passare i suoi pomeriggi sereni, dalla vicina Grazzano, anche Pietro Badoglio, quel "Pitrin" in cui, dopo il 25 luglio '43, Luigi Pozzi ripone tanta fiducia. Chi ha letto Catterina di Laurana Lajolo, o certe pagine di Pavese dedicate a Santo Stefano, o Fenoglio (Gino come Johnny: due eroi normali) non faticherà a riconoscere quel piccolo mondo che sino a 40 anni fa si conservava intatto nei paesi. E questa declinazione locale del romanzo coinvolge pure Acqui (dove mamma Pozzi veniva per le cure termali) e "L'Ancora" che - si veda il numero del 18 gennaio 1946 - è tra le prime testate a divulgare la dura memoria di Cefalonia (prima in assoluto la rivista "Oggi", che con il suo direttore Edilio Rusconi alza la nebbia citando, sul primo numero, quei "morti insonni", disperati dalla supposizione di essere morti inutilmente".
Lettere, ritagli di giornale, fotografie, qualche testo con ambizione di poesia. Valore etico e pregi narrativi si combinano nel volumetto che - proprio in virtù delle sue molteplici relazioni e dell'intensità del messaggio - diviene assai più lungo delle sue 120 pagine.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 9 novembre 2003

 

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