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Le fonti, l'archivio vescovile
e la conquista del passato

 

Acqui Terme. L'archivio. Verrebbe forse da immaginarselo popolato da prevosti decrepiti, simbolo della memoria del passato. In tutto simili agli uomini della Custom House di Salem ne La lettera scarlatta di Hawthorne, custodi di quanto già è stato.
Certo che - lo sanno i ricercatori - le ombre continuano a scivolare da piccoli e grandi pacchi di documenti, da faldoni e pergamene. Da fogli macchiati, o addirittura corrosi dagli inchiostri troppo ricchi di vetriolo e acido gallico (capita spesso nelle carte del XVI e XVII secolo).
Nonostante tali avversità, le tracce di lontane esistenze, quasi per miracolo, si riannodano.
Discendenze trovano conferma; frammenti di vita civile e religiosa, anche artistica o politica si vengono a confondere, prendendo ora figura di vero e proprio "ritratto" - profondo: di secolo in secolo, di generazione in generazione - di una collettività.
Della Storia l'archivio, dunque è la casa, la sede principe.
Per questo la notizia della conclusione dei lavori di riordino dell'Archivio Storico Vescovile, e della conseguente informatizzazione dei dati, è sicuramente da salutare come "buona novella".
È questa un'opera che ha visto impegnati dal 1999 - con i conservatori Don Pompeo Ravera e Don Angelo Siri - personale specializzato e volontari (più avanti avremo modo di citare tutti dettagliatamente). Gli esiti dell'impresa sono di fondamentale interesse per la Diocesi e per la sua Comunità: sia per la testimonianza della Fede cattolica nell'ambito della tradizione, sia per gli aspetti laici ad essa connessi.
Proprio per tal motivo all'archivio e alle sue storie dedichiamo un consistente spazio del giornale. Cominciando, con questa prima puntata, dalle vicende più remote, dalle sue prime notizie.

Appunti sparsi per una storia dell'Archivio

Prima della guerra del Monferrato

Non è possibile immaginare un potere, laico o ecclesiastico, incapace di tutela nei confronti di quei documenti che sono atti a giustificarne le prerogative. Non a caso l'etimo di archivio rimanda a vocaboli greci e latini che implicano "potere", o designano la "residenza dei magistrati". E, anzi, come la Storia insegna, la mancanza di carte e pergamene "del potere" è stata, talora, in certo modo "superata" dalla loro costruzione "a posteriori" (basti qui ricordare l'esempio della ben nota Donazione di Costantino, che l'umanista Lorenzo Valla restituì all'insieme degli apocrifi).
Anche Vescovo e collegio degli alti prelati della Cattedrale rappresentarono sempre - in ambito locale - indiscusse autorità.
Riferendoci alle raccolte sedimentatesi intorno a queste podestà, un conto è parlare degli atti più antichi conservati (del sec. X), un altro individuare il momento in cui si ha certa citazione di un ordine attribuito ai fondi, conservati in adeguati spazi (un armadio, una camera, varie sale…).
La prima menzione dell'archivio (o meglio degli archivi: quello del Capitolo della Cattedrale, che sino al 1970 ha gestito la Chiesa madre, e quello Vescovile) ci riconduce alla seconda metà del XVI secolo, all'episcopato di Pietro Fauno di Costacciara (pastore in Acqui dal 1559 al 1585) cui si devono interventi sostanziali nella ristrutturazione della Diocesi.
Sono i tempi del Concilio Tridentino che, ricordiamo, elaborò - perfezionato da Carlo Borromeo - un regolamento per la conservazione dei libri parrocchiali (per battesimi e matrimoni si può risalire, infatti, ad epoca anteriore; in modo analogo per lo Stato delle anime, sorta di censimento religioso che si effettuava in ogni parrocchia a Pasqua, in occasione della benedizione delle case), ma anche il corrispettivo della moderna "modulistica", cioè un questionario standard, per la preparazione delle visite pastorali.
Ad Acqui Pietro Fauno, fondatore del Seminario (1566), capace di applicarsi con zelo nelle visite alle parrocchie (le più antiche relazioni conservate attualmente sono proprio quelle del 1574, a Olmo e Vesime; e del 1576 a Cassine) approssimandosi a lasciare la cattedra di S. Guido per quella di Vigevano, fece stendere un primo catalogo per il suo successore, Francesco Sangiorgio (1585-1596, cui si devono - tra l'altro - radicali lavori di restauro e ampliamento per il Palazzo Vescovile).
Doveva trattarsi (poiché già Romeo Pavoni ne denunciò nel 1977 la scomparsa; cfr. Le carte medioevali della Chiesa d'Acqui, Genova, Istituto Internazionale di Studi Liguri, 1977) di un codice cartaceo che aveva titolo Inventario de le scritture pertinenti il vescovato di Acqui date da mons. r.mo vescovo Costaciaro al prior di Nizza per consegnarle a mons. r.mo vescovo San Giorgio, che ancora Luigi Schiaparelli (uno dei massimi studiosi di paleografia e codicologia del nostro secolo) ebbe modo di citare nel 1906, nel volume dedicato ai Diplomi di Guido e di Lamberto, ma che già nel 1914 risultava perduto.
Ma torniamo ai vescovi Costacciara e Sangiorgio, e ai loro tempi.
Proprio di quest'ultimo pastore l'Archivio conserva le più antiche relazioni "ad limina", ovvero i rapporti periodici sullo stato della Diocesi trasmessi al Pontefice.
Questa rinnovata, moderna e controriformistica attenzione ecclesiastica alle fonti non poté non contagiare anche il secolo: tanto che nel 1578 (come riferisce il Biorci, Antichità e prerogative d'Acqui Statiella, Tortona, Rossi, 1819, vol.II, p.156) la Città ottenne che il vescovo Pietro Fauno scomunicasse "chi ritenesse [con sottrazione indebita] le carte cittadine". Del 1592 la concessione di un Archivio "per custodirvi le scritture e pubblici documenti" da parte del Duca Vincenzo Gonzaga.
Ma le successive guerre e le pestilenze del XVII secolo non aiutarono certo le conservazioni, in un'epoca in cui il fuoco sembrava il rimedio più efficace alla diffusione di qualsiasi morbo.

Luci (e ombre) del Settecento. Originali, copie, e dispersioni

Vincenzo Malacarne
Vincenzo Malacarne

Con un salto di un secolo e mezzo arriviamo al 1729: di quell'anno la notizia della collocazione dell'Archivio presso il primo piano del Palazzo Episcopale; di sette anni più tardi quella di un Inventario di tutti li mazzi di scritture esistenti nell'archivio domestico di questo vescovato fatto a spese di Sua Eminenza Reverendissima Mons. Rovera [o Roero, o Rovero] vescovo [d'Acqui dal 1727 al 1744].
Vengono poi i tempi, dell'archivio frequentato dagli eruditi: gli ecclesiastici Francesco Torre e Giovanni Battista Moriondo, cui si deve aggiungere il medico saluzzese Vincenzo Malacarne.
Per ognuno di questi, l'archivio vescovile costituì una miniera inesauribile di informazioni, anche se i "costumi" disinvolti dell'epoca causarono nuove gravi dispersioni.
Essendo diffusa la pratica del prestito (con blande o nulle pretese di restituzione) possiamo reperire memoria di un Inventario de' libri e carte rimessi al sig. Abbé Torre alla sera dei tre luglio 1781.
Tale documentazione, presumibilmente, potè servire - ma i dubbi sono d'obbligo - all'erudito per la compilazione di quelle Memorie della città d'Acqui (ms. 358 della Biblioteca Reale di Torino, Storia Patria) che con altri due testimoni (il codice 567 della Reale, in tutto simile al precedente, ma attribuito a certo Giuseppe Gatti, professore acquese di Umane Lettere, e un altro perduto nell'incendio del 1904 della Nazionale di Torino) doveva costituire la bozza di un'opera a stampa mai realizzata. L'Abate Torre, infatti, morì due anni più tardi, giovanissimo (poco più che cinquantenne) nel 1753 e ciò gli impedì di contribuire con un nuovo articolato saggio alla storia acquese.
E sempre il Pavoni suggerisce (leggendo il Moriondo, infra) l'esistenza di un Codex Turrianus, ovvero di un codice - oggi smarrito - che raccoglieva, in copia d'autore, i più importanti documenti acquesi.
Manoscritti e pergamene dell'archivio vescovile furono poi studiati (e in parte dispersi) proprio dal torinese Giambattista Moriondo, che per una decina d'anni fu nella nostra città al seguito del Vescovo Giuseppe Corte (1773-1783).
È nota l'opera di trascrizione di questo sacerdote, che si concretizzò nei due volumi dei Monumenta Aquensia (Taurini, ex Typographia Regia, 1789-1790), il cui progetto complessivo, anche in questo caso, non poté concludersi causa la dipartita dello storico (1794).
Paradigmatiche le vicende che seguirono: le carte che il Moriondo aveva trattenuto per studio, passate in eredità, non fecero più ritorno ad Acqui. Ma il Caso, che con la Storia stava infliggendo ingenti danni all'Archivio Vescovile (la Rivoluzione, prima, e la Restaurazione, poi, non potevano certo favorire la cura delle fonti, ritenute "scomode": tanto il popolo che l'aristocrazia, anche ecclesiastica, si applicarono alla loro distruzione) volle parzialmente riparare.
Parte dei documenti acquesi vennero, infatti, acquisiti, a Londra, nel secondo Ottocento, dal ministro Quintino Sella e, nel 1930, donati alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Roma dai suoi eredi.
Essi andarono a comporre il Codice Vaticano Latino 13488, studiato negli anni Sessanta da Geo Pistarino e R. Volpini, e poi segnalato da Romeo Pavoni (op. cit.).
Sicura la provenienza delle 198 carte numerate dall'archivio capitolare acquese, a suo tempo consultate dallo storico Giovanni Battista Moriondo, e che P.F. Kehr - cui si deve la monumentale opera berlinese dei Regesta pontificum Romanorum. Italia Pontificia, in 8 volumi: nel sesto, edito nel 1914, Acqui è menzionata - non ritrovò nel nostro archivio.
Da ricordare, infine, l'assidua frequenza che all'archivio fece Vincenzo Malacarne (nel 1775 professore di chirurgia presso l'ospedale acquese). Ciò non solo gli permise di pubblicare le Lezioni accademiche Della città e degli antichi abitatori d'Acqui (Torino, 1787) ma di progettare "a miglior tempo" anche un catalogo delle fonti in aperta concorrenza con il Moriondo (che di uno sconosciuto "competitore" si lamentò proprio nella prefazione dei Monumenta).
E forse (ma il condizionale è più che d'obbligo) di mano di uno di questi eruditi potrebbe essere quel Chartularium Aquense, un codice settecentesco di 206 pagine che trascrive antiche fonti del nostro archivio, che sempre il Pavoni indica conservato presso la Biblioteca Civica di Torino (Raccolta Bosio).
Parruccose querelle tra eruditi - dunque - chiudono il secolo. Ma esse, tutto sommato incruente, lasceranno, da lì a poco, spazio a ben altre battaglie. Non rimane, infatti, che attendere l'arrivo dei francesi e di un generale che seppe farsi imperatore. Il governo di quest'ultimo non poco inciderà - come vedremo - sui destini delle carte acquesi.

I documenti dell'età della dominazione francese

"Di balza in balza, angel di guerra, vola / La marsigliese. Svegliansi al galoppo / de' cavalieri d'Augerau gli ossami / liguri e celti".
"Di greppo in greppo su 'l cavallo bianco / saetta il Còrso…/ Accenna. E come fulmine Massena / urta e inonda".
Nel segno della silloge "Rime e ritmi" di Giosue Carducci - i versi sono quelli dell'ode alla Bicocca di S. Giacomo, presso il Castello di Cosseria, luogo d'armi nell'aprile 1796 - riprendiamo il discorso interrotto nello scorso numero de "L'Ancora" cercando di approfondire, monograficamente, la storia dell'Archivio nel periodo della cosiddetta "Età napoleonica".
E proprio dall'Archivio Vescovile (e dalla Biblioteca del Seminario) era iniziata nell'estate del 2001 una piccola inchiesta (La Diocesi di Acqui tra Pio VII e Napoleone, numeri del 29 luglio e del 9 settembre) che troverà, nelle righe che seguono, una ulteriore appendice.

Archivi e documenti ai tempi di Napoleone

Nella primavera 1796 la discesa di Napoleone in Valle Bormida, e l'inizio dell'occupazione.
Il 19 frimaio dell'anno VII (9 dicembre 1798) la rinuncia all'esercizio del potere da parte di Carlo Emanuele IV di Savoia.
Il 24 piovoso anno VII (2 febbraio 1799) le deliberazioni del Governo Provvisorio in favore della annessione alla "Gran Nazione" francese. Di lì a poco la rivolta delle "insorgenze" di Strevi, presto repressa, ma capace di agitare tutte le terre acquesi… E poi, come chiosa il Lavezzari (Storia d'Acqui, 1878), una "città corsa e ricorsa da Francesi, Austriaci e Russi" (almeno sino al giugno di Marengo).
I repentini passaggi di potere mal si conciliano con la conservazione. Le carte sono testimoni di simpatie, di credi politici, di compromessi che si sono dovuti accettare per il quieto vivere, o per ascendere i gradini del potere.
Le carte attestano, ora, semplicemente, l'esistenza degli uomini cui si devono far abbracciare le armi (solo il nostro circondario fornì a Napoleone, dal 1805 a 1813, quasi dieci mila uomini). O da cui si attendono le indispensabili contribuzioni.
Di qui la comprensibile preoccupazione per gli archivi durante l'età napoleonica. Prima dei Canonici, che non solo dovettero convivere con l'albero della libertà eretto (era il 19 dicembre 1798) a mo' di spregio, innanzi il Duomo di San Guido. Come riferisce Gabriele Chiabrera nella sua Cronaca 1796-1800, i francesi cercarono, infatti, di incendiare il Seminario; le truppe di Joubert (la notizia dal Biorci) diedero il sacco alla casa episcopale (agosto 1799) e poi, nell'autunno, la requisirono destinandola a dimora "di un generale", come informa una corrispondenza (conservata dall'Archivio Vescovile) al Vescovo Giacinto della Torre del 28 novembre. Ma lo scrivente Girolamo Gattiassicura, altresì, che a parte la razzia di grano, "di legumi, di meliga e mobili si ritrova ancora il tutto intatto". Dunque l'Archivio pare salvo.
Di qui le analoghe cure che seguirono negli anni della gestione francese (e poi, dopo, ai tempi della Restaurazione), deboli argini agli oltraggi che interessarono le raccolte documentarie e la loro sopravvivenza. Per gli archivi dei religiosi un doppio, opposto, destino: oblio e facili dispersioni per gli ordini soppressi; ma anche insospettate attenzioni. Il tutto in nome della legge del pragmatismo.
È ben nota l'influenza che esercitò Napoleone non solo in campo laico (le imprese militari, l'opera legislativa e di governo, il controllo sui media, il mecenatismo…) ma anche in quello religioso. Tanto da essere indicato - nei componimenti encomiastici - quale "novello Davide", "nuovo Salomone", "pacificatore del mondo" [sic], "braccio destro di Dio". La volontà organizzativa dell'Imperatore non può esimersi da un capillare intervento.
Si passa, così, dal Concordato del luglio 1801 (già modificato due anni più tardi e sottoscritto dal Card. Caprara), alla deportazione di Pio VII e del clero a lui fedele (1808), a rivelare l'ennesimo tradimento di una personalità che mostra di aver ben appreso la lezione di Machiavelli.
L'attenzione maggiore, però, sembra rivolta da Napoleone non tanto alle alte sfere, quanto ai singoli pastori, "apostoli di Stato", "prefetti in viola", anello di congiunzione con parrocchie e paesi che dovevano prestarsi di buon grado non solo all'obbedienza, ma ai tributi di denaro, e di uomini attraverso la coscrizione.
Di qui la necessità di una investitura diretta (con stipendio di 15.000 franchi per gli Arcivescovi, insigniti del titolo di Conti; e compenso di 10.000 franchi, per i Vescovi, eletti al rango di Baroni dell'Impero), delle dettagliate istruzioni impartite di continuo da Parigi o dai campi imperiali, e delle tempestive misure disciplinari prese nei confronti di chi era restio a inchinarsi alla suprema volontà.
Una prima prova viene dal Catechismo esteso al Piemonte nel 1808 (applicato ad esempio a Torino, con circolare del 7 aprile, dal Vescovo Giacinto della Torre, che già aveva occupato ad Acqui, sino al 1805, il seggio di San Guido, e aveva dovuto districarsi nel ginepraio delle già ricordate insorgenze). Esso significativamente, raccomanda non solo "amore, rispetto, obbedienza e fedeltà" verso Napoleone, ma anche "il servizio militare e i tributi imposti" per la conservazione del trono da Dio stesso assegnato al Sovrano "protettore del culto pubblico della religione dei nostri padri".
Anche la materia archivistica è oggetto di sistematizzazione (e di avida brama, quando le raccolte manifestano inestimabile valore storico artistico: l'intero Archivio Vaticano venne trasportato a Parigi nel 1810, da cui fece ritorno a Roma solo cinque anni più tardi).
E una mentalità ordinatoria, in certo qual senso "archivistica", rivela il Censimento del 16 nevoso anno XII (7 gennaio 1804) che attribuisce 87.586 anime all'Arrondissement (circondario) di Acqui, sede (con 6.600 abitanti) di una sottoprefettura dipendente da Asti, capoluogo del Dipartimento del Tanaro.
Dall'anno seguente, invece, Acqui e i suoi territori saranno attribuiti al Departement de Montenotte, e analoghi radicali riflessi geopolitici si avvertiranno sui nuovi confini della diocesi, esplicitati da Giacinto della Torre nella sua Lettera Pastorale del 20 maggio 1805.
Anche la Liguria è, in quell'anno, annessa alla nazione francese: di qui la necessità di rompere le vecchie identità politiche, cercando - nel contempo - di formare una macroarea economica tra costa e interno.

Una singolare campagna... "combattere" per le carte

Un documento dell'Archivio Storico Vescovile, in particolare, ha valore riguardo il culto della memoria.
Si tratta del testo di un Editto, di mano del Vicario Generale Canonico Toppia, che lo emise il 1 marzo (ragionevole pensare 1807, poiché le istruzioni si riferisco all'anno successivo) a nome del Vescovo Maurizio De Broglie, trattenuto a Parigi.
Cercheremo di non stancare il lettore con la trascrizione integrale, ma siamo obbligati in questo caso a lasciare la parola alla fonte. Che, come si vedrà, ha il pregio di indicare in modo assai chiaro doveri e prerogative dell'Archivio nell'ambito della Diocesi, e soprattutto di stabilire i rapporti tra sede centrale (Acqui) e le stazioni periferiche (le comunità del territorio gestite da parroci, al tempo non a caso meritoriamente suddivisi in tre classi, e dallo Stato, in ragione diversa, retribuiti).
Dopo una necessaria premessa che fotografa la situazione che si intende sanare ("Avendo una funesta esperienza dimostrato che talvolta, per la disgrazia d'un incendio, o per militare invasione in tempo di guerra, e spesse fiate [volte] nella morte dei parrochi [sic] per fatto de' loro parenti ed eredi, alcune parrocchie rimangono prive totalmente dei libri di cattolicità, denominati parrocchiali, de' Battesimi cioè [e inoltre di] Matrimoni, Cresime e Sepolture, cosicché non si possono se non con difficoltà somma verificare l'età, nomi e qualità de' Parrocchiani, li sacramenti ricevuti e li canonici impedimenti dalla chiesa stabiliti"), richiamata la normativa di riferimento ("le tracce seguendo del glorioso S.Carlo Borromeo (Acta Mediolanensis Ecclesiae; partes 1ª, 4ª, 6ª) e il regolamento approvato con Imperiale Decreto 3 frimaio anno 12 [25 novembre 1803: si noti però che al tempo Napoleone era "solo" console], individuati i destinatari ("tutti, e ciascuno de' signori parrochi, vicecuratti e capellani di questa nostra diocesi"), la circolare precisa, in quattro punti, le seguenti istruzioni che rivelano ("abbiamo ordinato e ordiniamo") spiccate caratteristiche di cogenza.
La prima norma esige l'obbligo di tenere, in Parrocchia, un duplice registro per gli atti di Battesimo, Cresima, Matrimonio e per le Sepolture, prescrivendo l'invio di una copia di tale libro alla Cancelleria Vescovile "perentoriamente" entro il febbraio di ogni anno "sotto le pene benevise [ben previste d]a Mons.Vescovo".
La seconda spiega, come il registro, smembrato nelle sue quattro sezioni, andrà a formare, "li rispettivi volumi" (quindi, poniamo, il fascicolo dei battezzati di Roccaveranno dell'anno 1808, sarà unito a quello dei battezzati dell'anno successivo e così via); la terza precisa le dimensioni del supporto cartaceo ("carta detta da protocollo, nella larghezza simile al presente nostro editto"), che in difetto sarà restituito ai parroci per una nuova compilazione. La quarta e ultima regola indica il primo periodo da considerare (dal 1 gennaio al 31 dicembre 1808) non mancando di raccomandare la pulizia [ordine e intelligibilità] della scrittura.
Da aggiungere, poi, che, sui temi delle carte delle fabbriche parrocchiali (conti, registri di deliberazione, inventari), e sulla loro conservazione interverrà il Decreto Imperiale emanato dalle Tuileries il 30 dicembre 1809. E proprio questa normativa, in traduzione italiana, verrà allegata in una successiva circolare a stampa, impressa da Gian Francesco Arcasio, del 30 giugno 1811 (sempre sottoscritta dal Vicario Toppia, anch'essa reperita presso l'Archivio, La diocesi sotto Napoleone) in cui si precisa che "la chiesa deve avere una credenza, o cassa, o altro sito munito di tre diverse chiavi (art.li 34, 50-56) per la conservazione di tutte le carte (in particolare dei conti finanziari) che "devono restar chiuse con le altre Scritture".
E sempre da un vescovo francese, anzi còrso e pure imparentato con l'Imperatore, Luigi Arrighi, viene quella calorosa raccomandazione (leggiamo da I vescovi della Chiesa d'Acqui, la monografia promossa dall'Archivio nel 1997 che si deve alle fatiche di Don Pompeo Ravera) a prestare massima cura per salvaguardare gli Archivi da saccheggi e manomissioni.
Viene confermato quell'aspetto (Napoleone bibliofilo, costruttore di biblioteche, libraio mancato, editore, redattore, aggiungiamo noi archivista) che non sfugge a Ernesto Ferrero, nelle sue recenti Lezioni napoleoniche (Mondadori). E, in esergo a questa propensione, non resta che citare una ben nota frase imperiale: "I libri dei popoli [la letteratura, ma anche quelli d'archivio] sono i loro testamenti, le loro conversazioni, i loro sogni. Illuminati, grandi e magnanimi quando un popolo è grande; viziosi, frivoli o stolti quando i popolo è rozzo e corrotto".

L'Archivio tra Otto e Novecento

L'itinerario, che tenta di proporre in certo modo abbinati gli eventi che toccarono in sorte a "grande" e "piccola patria", lasciati gli orizzonti della Restaurazione, prenderà in conto le problematiche post unitarie per giungere ai tempi del regime e della guerra civile.
Gli ultimi paragrafi saranno, invece, dedicati alle iniziative più recenti, i cui esiti hanno condotto al prezioso risultato del riordino, ma anche a nuovi eventi traumatici di fresca memoria (il furto compiuto nell'Archivio nella primavera scorsa) che ricordano come il tema della conservazione e della tutela sia tra i più delicati.
Una pagina "d'archivio" - l'ultima - terrà, però, compagnia ai lettori de "L'Ancora" nel prossimo numero.
Ricostruito il passato delle fonti, cercheremo - guidati dal conservatore Don Angelo Siri - di far comprendere, con esempi concreti, in cosa consista il pregio di queste raccolte, e quali siano i progetti atti a valorizzarle.

Postille all'età napoleonica

Fu - indirettamente - merito dell'Imperatore Bonaparte (o del Generale, come lo chiamavano gli inglesi), se Guido Biorci poté scrivere la sua monumentale Storia [d'Acqui] profana ed ecclesiastica (1818). Sospeso dalla carica di Segretario di Prefettura (si rifiutò di giurare fedeltà alla Francia), fu costretto a consacrare "i giorni dell'ozio" allo studio del passato acquese. E questo sino alla Restaurazione, certo attingendo a Moriondo e Torre, a Chiabrera e Malacarne, ma anche trascrivendo le fonti di prima mano superstiti ("per essere" - come riferisce - "rimasti vittima degli incendi i documenti più antichi, non che smarrita negli Archivi la maggior parte di quelli dei secoli di mezzo").
Immaginiamo, dunque, il Nostro come frequentatore assiduo dell'Archivio Vescovile (così come delle case gentilizie e della Domus comunale), specialmente per quelle parti che riguardano la Chiesa d'Acqui.
Ma a dispetto di opere come quella di Guido Biorci, anche all'indomani del rientro delle antiche dinastie una cultura dell'antico (come del resto una cultura della patria) stentò ad affermarsi in Italia, almeno a livello collettivo.
Così nel 1819 - mentre da noi usciva proprio l'Appendice del Biorci, terzo tomo dell'opera, un volumetto in gran parte atto a ricostruire la storia delle società religiose acquesi e, per questo, dedicato al vescovo Carlo Giuseppe Sappa de' Milanesi - a Roma il cardinale camerlengo Bartolomeo Pacca firmava un editto che prescriveva pene severe per i rei di furto, mutilazione e vendita di carte e libri, le cui pagine spesso si trovavano sui banchi di mercato, ridotti a rango di cartaccia da involto "per altrui ingordigia, negligenza o malizia".
"L'Istoria" - come ricorda Carducci - "operatrice eterna, tela tessendo di sventure e glorie" poi, sa confondere ulteriormente le acque già torbide. Alternando fortunosi recuperi di memoria a sottrazioni in certo qual modo impreviste. È fondata l'ipotesi, a suo tempo suggerita da Don Pompeo Ravera nella sua già citata monografia, di una perdita di documentazione da riferirsi sempre ai tempi del vescovo Carlo Sappa (1817-1834), dal momento che questo Pastore fuori sede, ad Alessandria, finì i suoi giorni, e che, nei tre anni successivi, fu un vescovo alessandrino ad amministrare la diocesi, con conseguente "trasferimento" delle carte in riva al Tanaro.
Ma è tempo di lasciare il "grande" Ottocento - e un Risorgimento che ad Acqui annovererà prigionieri austriaci, presenze garibaldine, formazione di contingenti militari nazionali, dispensando anche momenti di tensione tra potere civile e religioso, in specie dopo la Presa di Roma nel 1870 - per muovere verso nuovi lidi.

Archivio e documenti sino al Concordato del 1929

Dunque rivolgiamoci, ora, alla storia interna dell'archivio. Che riposa su "vicende" di minore visibilità, ma altrettanto epiche.
Nel 1897/99 (sono i tempi dell'episcopato di Pietro Balestra) si colloca un primo riordino delle carte ad opera di due sacerdoti: Don Prato e Don Vaudano.
L'iniziativa precorre una circolare pontificia del 30 settembre 1902 che emana disposizioni per la custodia e l'uso di archivi e biblioteche ecclesiastiche; un anno più tardi (1903), fondato il settimanale "L'Ancora" dal vescovo Disma Marchese, l'Archivio cominciò a conservare le annate del periodico quest'anno centenario.
Un'altra circolare romana, quella del 10 settembre 1907 istituisce in ogni Diocesi un commissario permanente per i documenti; norme per la tenuta degli archivi ecclesiastici verranno poi dal Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1917, successivamente integrato dalla circolare del 15 aprile 1923 (che tra l'altro istituisce un corso di Archivistica e Paleografia nell'Archivio Vaticano).
La materia documentaria, in rapporto con lo Stato Italiano, verrà poi regolata dall'articolo 30 dei Patti Lateranensi sottoscritti da Benito Mussolini e dal Cardinale Pietro Gasparri l'11 febbraio 1929. E poiché "la gestione ordinaria e straordinaria dei beni appartenenti a qualsiasi istituto ecclesiastico o associazione ha luogo sotto la vigilanza ed il controllo delle competenti autorità della Chiesa, escluso ogni intervento da parte dello Stato Italiano", da tale assunto derivò - tranne episodici casi - la mancanza di collaborazione con le Soprintendenze Archivistiche e l'impossibilità, da parte dei patrimoni religiosi, di accedere ad eventuali finanziamenti statali per il riordino o il restauro, o per favorire la consultazione.
Sul tema specifico dell'Archivio delle parrocchie interviene, in ambito locale, l'articolo 189 del Synodus Dioecesana Aquensis, promosso dal Vescovo Lorenzo Delponte negli ultimi giorni dell'agosto 1938.
La norma (che si legge nel volume stampato per i tipi degli alessandrini Ferrari e Occella) ha titolo Cura tabulari seu archivi.
Essa prende in considerazione le caratteristiche del luogo (sicuro da pericoli, specie da incendio, possibilmente destinato a unico uso), i documenti da conservare (libri parrocchiali, di cui copia dovrà sempre essere inviata all'Archivio Episcopale, ma anche i conti e le documentazioni economiche, atti fiscali e di assicurazione, le Lettere dei Vescovi, la "Rivista Diocesana"…: tutto deve essere contemplato in un inventario) e vincola il Parroco - l'unico che ha diritto di trarre copie dai documenti - ad una vigile sorveglianza. L'archivio non solo dovrà rimanere sempre chiuso sotto chiave (archivium sera munitum) ma nessuno potrà condurvi ricerche senza "ordinarii licentia" e tantomeno asportare documenti.
Non vengono in alcun modo citate, ed è significativo, le parole "conservazione e restauro" (e, di converso, sappiamo di case parrocchiali talora invase da bachi da seta, che hanno valore di non secondaria risorsa economica: oltretutto i bozzoli sono l'unico bene - unitamente ai prodotti della terra - che le famiglie più povere possono offrire al Prevosto).
Particolare attenzione viene posta all'archivio segreto. Non sempre però tale parte, più delicata, della documentazione - concernente querelle interne, o i rapporti con poteri esterni antagonisti - poteva godere di priorità assolute di tutela.
Così libelli e denunce che, sul finire del XIX secolo, ad Acqui fotografavano la "disfida" tra "balestriani" (i prelati sostenitori del già ricordato vescovo Pietro Balestra, minore conventuale) e "pagelliani" (che appoggiavano il Canonico Giuseppe Pagella da Rivalta, già vicario generale cui non mancavano le doti di una spiccata personalità) furono distrutti - e presumibilmente con carte di ben più stringente attualità - negli ultimi mesi della lotta di Liberazione.

Dalla guerra ai giorni nostri
Tesori sempre "a rischio"

La memoria dell'Archivio Diocesano per questo periodo restituisce dapprima il nome del conservatore Don Ivaldi, che si lega al lunghissimo episcopato di Mons. Dell'Omo (1942, anno in cui si effettuò un censimento complessivo degli archivi ecclesiastici -1971).
A questo Pastore si deve il trasferimento della sede dell'Archivio dal Palazzo Episcopale ai locali del Centro Diocesano dell'Azione Cattolica di Salita Duomo 12. Essi vennero costruiti - come riferisce l'architetto Cunietti, Ufficio Diocesano Beni Culturali - verso la metà degli anni Cinquanta in una zona a ridosso dell'antica cinta vescovile (la memoria nelle sopravvivenze murarie di Vicolo del Voltone, ma anche nella stessa denominazione, che allude chiaramente ad un accesso), nel luogo occupato (sino al XVI secolo circa) da un boschetto di olmi, e quindi dalle stalle e dai magazzini del vescovado, eretti nel Seicento.
A Don Ivaldi successe, dal 1973 al 2001, il già più volte citato Don Pompeo Ravera con cui inizia l'opera di valorizzazione del giacimento culturale che le carte acquesi costituiscono.
Indubbio che anche il nuovo Concordato (18 febbraio 1984: sottoscrittori il Presidente del Consiglio Bettino Craxi e il Segretario di Stato Vaticano Agostino Casaroli) contribuì ad istituire un nuovo clima di collaborazione tra le parti in tutto il paese. L'art.12 innova rispetto alla precedente disciplina concordataria sancendo l'intesa comune della Santa Sede e della Repubblica Italiana "per la tutela del patrimoni storico e artistico", i soggetti impegnandosi altresì a concordare opportune disposizioni per la salvaguardia, la valorizzazione e il godimento dei beni culturali d'interesse religioso" tra cui sono citati esplicitamente gli archivi d'interesse storico".
Nel dicembre 1992 fu la Conferenza Episcopale Italiana - di cui si devono ricordare anche le precedenti (1973) "Norme di tutela del patrimonio storico artistico della Chiesa in Italia" - che in attesa delle disposizioni previste dall'art.12 del Concordato, provvide a formulare una sorta di legge quadro. Il nuovo testo, strutturato in 9 capitoli, assegna - cap. V - a musei diocesani, biblioteche e archivi un ruolo istituzionale primario per la promozione della cultura, ribadendo il dovere di "tenere e custodire regolarmente il proprio archivio corrente e storico, favorirne la consultazione, curarne l'incremento".
Per l'ambito locale motore delle iniziative si rivelò l'attenzione che la Regione Piemonte rivolse alle realtà dell'archivio, d'intesa con la competente Soprintendenza.
Già del 1989 un progetto che riguardava le aree montane permise - nell'arco di cinque anni - di riordinare in Piemonte 206 archivi comunali (nella nostra zona quelli di Bubbio, Sessame, Cassinelle), ma anche 46 fondi parrocchiali, 4 archivi di confraternite, e un antico fondo capitolare.
Seguì la Delibera Regionale del 1 marzo 1994 che estese la possibilità di intervento a tutto il patrimonio piemontese, prevedendo finanziamenti variabili (dal 20% per Comuni oltre i 15 abitanti, all' 80% per interventi realizzati nelle parrocchie).
È questa la legge che ha reso possibile il riordino dell'archivio, iniziato nel 1999, ma turbato negli ultimi giorni di febbraio 2001 dal furto di alcuni antichi diplomi. Che l'intera comunità diocesana attende (con concreti margini, allo stato delle indagini condotte dalle Forze dell'Ordine) di veder presto riconsegnate all'Archivio Vescovile.
Indubbiamente di queste carte la casa.

L'organizzazione, gli studi e le ricerche

L'Archivio

La città delle carte e delle pergamene. Delle eleganti calligrafie che le macchine per la scrittura - dalla Remington (era il 1876) al personal - ci hanno insegnato a dimenticare.
Per avventurarsi tra i suoi quartieri che sanno tanto di labirinto non una mappa, non uno stradario, ma un repertorio.
Subito viene alla mente il bibliofilo (e archivista) Silvestre Bonnard, creato dalla fantasia di Anatole France, per il quale non esiste "lettura più facile, più attraente, più dolce di quella di un catalogo".
E mentre l'anziano cultore di pergamene, che freme "al pensiero che i fogli strappati del prezioso volume coprano i vasi di cetriolini di qualche oscura massaia", insegue l'amato codice de La legenda aurea, anche i lettori de "L'Ancora", con lui, potranno condividere la massima che elegge la bellezza (della Storia) a cosa grande e nobile.
"Bellezza grande a tal punto che secoli di barbarie non possano cancellarla, grande tanto che non ne restino, almeno, alcune adorabili vestigia".
Di questo fascino - di cui sono complici tanto le svolazzanti scritture delle cancellerie, quanto quelle incerte dei curati di campagna - proveremo a raccontare.

Il riordino

La nuova organica sistemazione dell'Archivio Storico Vescovile ha coinvolto per quattro anni, dal 1999 al 2002, con i conservatori Don Pompeo Ravera e Don Angelo Siri, la cooperativa BBS attraverso Gino Bogliolo, Gabriella Parodi, Giancarlo Satragno. A questi si sono aggiunti il volontario prof. Claudio Moretto, e gli stagisti Alberto Cavanna e Gisella Chiarlo.
Per la parte burocratica e progettuale, oltre che dal competente Ufficio Beni Culturali della Curia, una fondamentale collaborazione è stata prestata tanto da Marco Carassi e da Pier Giorgio Simonetta (Soprintendenza Archivistica del Piemonte e della Valle d'Aosta) quanto dai funzionari regionali Erica Gay, Gabriella Serratrice, Claudio Di Lascio.
Parallelamente sono stati promossi interventi di restauro di alcuni materiali di pregio (tra cui il codice contenente le Biografie di S. Domenico e di S. Pietro Martire di Vercelli, datato 1350, gli Atti dei vescovi Guido di Incisa e Tommaso de Regibus; pergamene varie, alcune carte del notaio Bolla) affidati alle cure del Laboratorio acquese di Gabriella Cibrario.
Il rendiconto delle spese (sempre comprensive dell'IVA di legge) registra, sinora, l'importo di 93 milioni di vecchie lire (alla BBS) per il riordino, suddiviso in tre lotti, cui hanno contribuito per l'80% la Regione, per il 20% la Curia; 12 milioni per gli interventi conservativi rivolti a carte e pergamene (finanziati in toto dalla Regione), 2 milioni per le prime opere di sicurezza relative all'accesso ai locali, 8 milioni per l'acquisto (dal Comune di Nizza Monferrato) di un archivio compatto.
Alla voce "finanziamenti" sono poi da registrare, con i contributi regionali, i 35 milioni di vecchie lire ricevuti dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Archivio Storico Vescovile: l'organizzazione

Conta circa cinquecento metri lineari l'Archivio Storico Vescovile della Diocesi.
I materiali, suddivisi per argomento e/o per località, sono distribuiti in Fondi (in numero di dodici), ovvero macro insiemi (organizzati in Serie, e poi in Faldoni, che a loro volta possono essere suddivisi in Cartelle) che hanno le seguenti denominazioni:

  1. Parrocchie (da Acqui a Visone, che contempla anche notizie su Comunità oggi fuori Diocesi);
  2. Capitolo della Cattedrale;
  3. Vescovi (organizzati nelle seguenti serie: Atti dei Vescovi, Lettere e visite pastorali; Visite vicariali; Vicari capitolari);
  4. Seminario;
  5. Opere Pie e religiosi/e;
  6. Curia (amministrazione, benefici, legati, decreta dei Vescovi);
  7. Ufficio catechistico;
  8. Sacre ordinazioni (in Diocesi e fuori, a comprendere, tra l'altro, costituzioni di patrimonio e concorsi);
  9. Anagrafe parrocchiale, con i vari atti che iniziano dal 1807, proprio in ossequio all'editto pubblicato dal Vicario Toppia in quell'anno (si veda la seconda puntata di questo contributo);
  10. Documenti matrimoniali (stati liberi);
  11. Fondo Archivio Storico - miscellanea (che comprende, tra l'altro, Regie Patenti, Editti, Atti dei processi, Cabrei e Inventari);
  12. Fondo Pergamene inerenti nomine dei vescovi, dispense matrimoniali o per ordinazioni, nomine dei parroci, indulgenze, carte geografiche e frammenti di graduale.

Per ogni unità archivistica - che può essere costituita tanto dalla carta, quanto da un fascicolo - si è proceduto a regesto (descrizione sintetica).
E proprio queste note riassuntive, che costituiscono il cuore dell'Inventario dell'Archivio Storico della Curia Vescovile di Acqui Terme, saranno ulteriormente riversate sul programma informatico "Guarini Archivi" elaborato dal CSI (Centro Sviluppo Informatico) Piemonte in collaborazione con la Regione. Quest'ultima ha valorizzato il riordino acquese considerandolo come suo "progetto pilota": prossimamente delle carte acquesi e della loro moderna organizzazione parlerà Gabriella Serratrice, a Venezia, nell'ambito di un convegno nazionale di archivistica.

Alle sorgenti della ricerca e della memoria

Sono state oltre 550, nell'anno passato, le presenze complessive registrate in Archivio. Esso ha accolto storici, ricercatori, studenti universitari (degli atenei di Torino, Genova e Bologna), appassionati di storia locale.
Restringendo il campo alle indagini dei tesisti, segnaliamo come le raccolte documentarie abbiano fornito indispensabili materiali riguardanti le pitture votive medioevali della Diocesi, le opere d'arte d'epoca moderna (dal sec. XV) di chiese e oratori del Nicese, l'attività dei teatri acquesi e le architetture del Seminario.
Ben due saggi di ricerca sono stati dedicati alla figura di Pietro Ivaldi detto "Il muto": mentre un primo si è occupato di censire e comparare la produzione per gli aspetti stilistici, un secondo ha cercato di verificare la eventuale corrispondenza tra la gestualità dei personaggi ritratti e il linguaggio dei segni da sempre utilizzato dai non udenti.
Nella speranza di accogliere presto, su queste colonne, almeno un estratto delle risultanze definitive di tali indagini, segnaliamo - su un versante parallelo, ma "interno" - le iniziative editoriali promosse dall'Archivio per i tipi dell'Editrice Impressioni Grafiche di Acqui Terme.
Alle monografie di Don Pompeo Ravera dedicate a I vescovi della Chiesa d'Acqui (1997; un libro importante perché in appendice portava già un primo inventario sintetico dell'Archivio Storico Vescovile) e a I vescovi della Chiesa d'Acqui pastori nel mondo (1998), ha fatto seguito, nel 2002, l'edizione (d'intesa con l'Accademia Urbense) del Cartulare Alberto curata da Paola Piana Toniolo.
Alla sopracitata paleografa è stato, quindi, affidato il compito di trascrivere gli Atti del Vescovo Guido di Incisa, il cui corpus è atteso in uscita per l'anno 2004, millenario di S. Guido.
L'archivio rivela, poi, una straordinaria importanza anche per le iniziative di tutela delle parrocchie, di tutti gli edifici di culto e delle opere in essi conservate: inventari, relazioni di prevosti e arcipreti, resoconti delle visite pastorali permettono di compilare quelle schede storiche che costituiscono il primo indispensabile passo da cui prende avvio un qualsiasi iter di restauro.
Da segnalare, infine, la fitta corrispondenza che l'Archivio Storico intrattiene con famiglie sudamericane (in particolare argentine e uruguayane) che chiedono di verificare attestati di nascita al fine di ottenere doppia cittadinanza (negli ultimi mesi le richieste superano abbondantemente, ogni mese, il numero di venti).
Una ulteriore funzione è svolta dall'Archivio Vescovile in ordine alla conservazione dei documenti delle parrocchie soppresse oppure non più custodite. Proprio per scongiurare un nuovo "medioevo" per questi fondi periferici, l'Archivio Diocesano è destinato a svolgere un ruolo di supplenza, garantendo custodia, conservazione, restauro e manutenzione (analogamente accade, con la cosiddetta formula del deposito negli Archivi di Stato e nelle Biblioteche Civiche rispetto ai fondi - documentari o librari - dei privati).
Né bisogna pensare all'Archivio Storico come ad una realtà "immobile", ma continuamente incrementabile attraverso il trasferimento delle carte dagli Archivi "correnti" (qui esse hanno prevalentemente uso pratico amministrativo e sono relative ad affari ancora in corso). La memoria dell'oggi, alla quale i contemporanei - di solito - danno così poco peso, diviene infatti sempre oggetto della storia futura.

Verso il nuovo archivio

Censite e informatizzate le collezioni, sono già iniziati i lavori - coordinati dall'Ufficio Diocesano Arte Sacra e Beni Culturali, di cui è responsabile l'Architetto Teodoro Cunietti - di ristrutturazione e rifacimento interno dei locali.
Il progetto prevede la divisione fisica tra la sala di consultazione e studio (per il pubblico; ma ci sarà anche una zona-polmone di anticamera e guardaroba; e, un'altra, interna per l'accesso alla Rete Internet) e i magazzini (il cui accesso sarà riservato al conservatore e ai suoi collaboratori), con la creazione degli indispensabili servizi igienici (al momento mancanti).
Un altro consistente intervento riguarderà la messa a norma degli ambienti sia nel rispetto della Legge 626 (saranno realizzate - tra l'altro - adeguate uscite di sicurezza; un funzionale impianto di illuminazione), sia della normativa specifica per la conservazione dei Beni Archivistici (impianto antincendio, impianto per il mantenimento di temperatura e umidità costanti).
L'impegno di spesa ammonta ad una cifra attualmente superiore ai 75.000 euro, con un finanziamento per circa tre quarti ammortizzato da contributi regionali, e per il resto sostenuto dalla Curia.
In attesa di questa futura tappa, l'Archivio Storico della Curia Vescovile dà appuntamento agli studiosi, confermando per il 2003 gli orari bisettimanali di apertura (il lunedì dalle ore 14 alle 18; il venerdì dalle ore 9 alle 13) in vigore nell'anno da poco concluso.

(Giulio Sardi)

Un ringraziamento, per la collaborazione prestata, a Don Angelo Siri, all'architetto Teodoro Cunietti e, per la revisione dei testi tecnici, agli archivisti Gino Bogliolo e Gabriella Parodi.
La rara immagine di Vincenzo Malacarne ci è stata, invece, cortesemente segnalata da Lionello Archetti Maestri.

 

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