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Ritratto del vescovo Bicuti
in mostra nell'episcopio di Acqui

 

Per iniziativa della sezione acquese del "Lion Club", una piacevole sorpresa attenderà, sabato 20 e domenica 21 marzo, i visitatori che, nelle giornate del FAI inserite nella programmazione diocesana del millenario di San Guido, accederanno, in via del tutto eccezionale, al palazzo vescovile di Acqui. Qui, infatti, nel salone dei vescovi, fra le altre notevoli opere d'arte, potranno ammirare anche un bel ritratto secentesco di proprietà degli Eredi Talice Blesi.
La tela, che si fregia, in alto a sinistra, dell'arme propria della famiglia Bicuti (sia pure arricchita dei consueti addobbi episcopali), ritrae mons. Giovanni Ambrogio Bicuti, che fu vescovo di Acqui dal 1647 al 1675. In basso, alla nostra destra, si legge l'iscrizione: "1607. / Ioannes Ambrosius Bicvti / Episcopus Aqvensis, Et Comes, / Familiæ Blesi Affinis carissimvs". La data è quella di nascita (7 dicembre 1607). La carica episcopale è associata, secondo la consuetudine, a quella di conte del Sacro Romano Impero, che le era tradizionalmente connessa. Per il resto, la scritta, mentre rivela la motivazione all'origine del dipinto, sottolinea pure l'affinità che legava il presule all'illustre famiglia acquese dei Blesi. Si ha ragione di pensare che il ritratto sia stato commissionato dal Bicuti proprio su sollecitazione dei Blesi, che naturalmente, per ragioni di prestigio, ci tenevano a esibire la loro parentela con il capo della Chiesa acquese.
Il vescovo è ritratto di tre quarti, leggermente girato sulla sua sinistra, in un interno domestico che si apre, sulla destra, in un vano di finestra inferiormente delimitato dalla cimasa di una balaustra, di cui si scorgono soltanto due colonnine piuttosto ansate. Subito al di là del parapetto spunta un roseto in fiore: corolle di una tenue tinta rosa splendono doviziose accanto a boccioli puntuti che svettano su verdi steli. Oltre, la vista spazia su un paesaggio di brune colline e di macchie boschive, coronato in lontananza da un cielo opaco in cui vanno addensandosi nuvoli biancastri.
Il presule è in piedi, tagliato a mezza gamba, secondo quello che - con anacronismo cinematografico - potremmo chiamare "piano americano". Egli volge sull'osservatore uno sguardo intenso e penetrante da cui traspaiono sicurezza e austerità. Il volto è di una scarna bellezza: dal nero tricorno escono sulle tempie due ciocche di capelli bianchi che lasciano scoperti gli orecchi, e bianchi sono pure i baffi ben curati ed il pizzetto che gli adorna il mento. Da questa canizie si sprigiona un'energia che ben si concilia con i tratti autorevoli e finanche autoritari della sua personalità attestati dalla documentazione storica pervenuta fino a noi. Un solino trasparente lascia intravedere, al collo, l'orlo porporino della tonaca ed il nastro bianco che quindi scende sul petto, a reggere la croce. Dal collo si diparte, centralmente, una fitta bottoniera rossa interrotta da un'alta cintola violetta annodata - a fiocco - sul fianco sinistro del vescovo. Ad un certo punto, poi, la bottoniera da continua che era si scandisce in quaterne regolari di bottoni. La tonaca scura non ha altro ornamento all'infuori delle bande porporine che raccordano l'orlo del colletto alle guarnizioni dello stesso colore che, con duplice giro, rimarcano l'estremità degli omeri. Le maniche, piuttosto ampie, finiscono sui polsi in risvolti cilestrini, a righe bianche.
Molto bella - e soignée - è la mano sinistra del presule, che tiene un trattatello sul Rosario, forse lo stesso da lui scritto per promuoverne la recitazione. Il particolare non va disgiunto dalle rose che occhieggiano alla finestra né tanto meno dalla corona del rosario che il nostro personaggio stringe nella destra: insieme, questi motivi, disegnano un'area semantica allusiva a quella che fu una delle più vive preoccupazioni del vescovo, che molteplici testimonianze ci dicono particolarmente devoto alla Madonna del Rosario.
Un drappo verde orlato d'oro, da cui pende una nappa, è accuratamente raccolto, con elegante panneggio, nell'angolo superiore sinistro del quadro. Fa parte della messinscena: è come un sipario che si alza per disvelare la "verità" del personaggio. La verità - in greco a-letheia - è infatti "dis-velamento". La luce tenue e soffusa che entra dalla finestra dischiusa lascia in penombra la stanza e costringe il pittore a modulare le tinte secondo un gioco di chiaroscuri tonali da cui la figura del presule trae animazione e credibilità. Senza che il realismo della rappresentazione ne dissolva o ne disturbi l'esemplare carica simbolica, anzi: quest'ultima ne esce per così dire potenziata a causa della suggestione emotiva che dalla pacata naturalezza del ritratto promana.
Nonostante i ritocchi cui la tela è stata di recente sottoposta a causa dei guasti concentrati soprattutto nella sua parte destra, che sembra appunto ridipinta e non ha - specialmente nella manica del vestito e nella mano - né la grazia né la perspicuità del resto (tanto che s'intuisce tuttora la piega che ne solcava verticalmente la superficie), siamo di fronte ad un'opera di pregio. Stando all'età del personaggio raffigurato, si potrebbe collocare poco oltre la seconda metà del XVII secolo.
Non è da escludere che ne sia autore Giovanni Monevi, il pittore di Visone che proprio mons. Bicuti aveva chiamato ad affrescare, nell'episcopio, il salone dei vescovi e, nel duomo, le volte dell'abside centrale. Sue con ogni probabilità sono anche le tavolette dei Misteri del Rosario, nonché la grande Assunzione della Vergine che campeggia dietro l'altar maggiore della cattedrale.
Si deve alla graziosa disponibilità degli Eredi Talice Blesi ed alla sollecita sensibilità del "Lion Club di Acqui Terme" se la nostra città, a oltre tre secoli di distanza, può tornare ad ammirare, sub specie aeternitatis, le nobili fattezze di uno dei suoi più illustri pastori: un pastore che della generosa terra acquese fu peraltro figlio benemerito. A loro vadano dunque i nostri più sentiti ringraziamenti.

(Carlo Prosperi)

Pubblicato su L'Ancora del 21 marzo 2004

 

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