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Palazzo vescovile e cattedrale
Acqui Terme mostra i suoi gioielli

 

Acqui Terme. Complice la primavera (e il contributo di molti volontari, del FAI e non) la "semina" del Museo del Monferrato dà ad Acqui germogli notevolissimi.
L'apertura e la visita guidata ad episcopio e cattedrale, sabato 20 e domenica 21 marzo, in occasione della giornate del Fondo per l'Ambiente Italiano ha riscosso un insperato, incredibile successo.
Per due giorni gruppi sempre folti di visitatori (dalle quindici alle trenta unità in certi casi) hanno scoperto alcuni "tesori" cittadini. Nel complesso quasi mille gli ingressi.
E se, in occasione della terza e ultima giornata del convegno riguardante la Cartografia del Monferrato (si veda la pagina dedicata all'evento la settimana scorsa) gli acquesi non avevano potuto non provare un po' di invidia per la splendida pinacoteca civica di cui Casale, lungimirante, ha saputo dotarsi, ora - all'indomani di questa esperienza che ha valorizzato i repertori d'arte della città di S. Guido - in loro si è rafforzata la coscienza che analoghi esiti potrebbero essere realizzati anche in riva alla Bormida.
Proviamo, dunque, a stendere un "catalogo" di questa eccezionale "mostra", che tanta ammirazione (meritata, meritatissima) ha riscosso.

La quadreria

Con l'attesa tela secentesca del vescovo Bicuti (forse del visonese Giovanni Monevi: l'ha presentata Carlo Prosperi), l'attenzione dei visitatori è stata subito catalizzata dal salone affrescato del Palazzo Vescovile, ricco delle effigi dei presuli acquesi. Davvero un ambiente principesco, le cui dimensioni originarie erano superiori - sino al Settecento - alle attuali (inoltre un soffitto ligneo aveva luogo al posto delle volte decorate).
E se cantine e granai (ma anche celle carcerarie) annesse alla costruzione dicono del dominatus che i successori di Maggiorino e Guido esercitavano sulla città e sul contado, le opere d'arte conservate sono indizio della raffinatezza di un'abitazione che, nei secoli passati, con i Palazzi dei Lupi e dei Roberti, svolse anche funzione di casa d'ospitalità per i viaggiatori d'alto rango (siano essi Gonzaga, Savoia, o i rappresentanti - sovrani o ambasciatori - di altre case regnanti d'Europa).
Nella foresteria ecco, allora, i ritratti degli apostoli; nelle sale più piccole del piano nobile S. Carlo Borromeo in preghiera (ritratto da Guglielmo Caccia Moncalvo nella Cappella), un S. Francesco con le stimmate d'autore ignoto cui si accompagna uno splendida credenza intarsiata.
Nella sacrestia del Duomo l'apertura del Trittico del Bermejo rivela a molti quello che Balzac non avrebbe esitato a definire "un capolavoro sconosciuto". Tra tanti particolari facciamo convergere l'attenzione sul vero e proprio trattato di botanica che il "Rubeus" illustra caricando di simbologia l'idillico contesto che racchiude la Vergine con il Bambino.

Tra le carte

Salone episcopale di Acqui
Il salone episcopale di Acqui
Nelle vetrine sistemate nel salone episcopale i pezzi migliori delle raccolte della Biblioteca del Seminario (d'ora innanzi BS) e dell'Archivio Vescovile (AV).
Con il Graduale - Tropario - Sequenziario del sec. XIII (che accoglie un precoce esempio di Sanctus a due voci) recentemente salito agli onori degli studi musicologici (BS), le pergamene trecentesche della Liturgia di S. Guido (in cui è possibile trovare accennate anche le sagome di fortificazione della città: chissà se la fantasia o il realismo ha preso la mano a chi, forse, voleva provare la penna d'oca sul foglio) e della Liturgia dei SS. Domenico e Pietro (AV).
Anche le opere tarde offrono suggestioni. Leggendo dal grande Antifonario di Spigno (che stava su un leggio simile a quello che troviamo nel coro della Cattedrale, dietro l'altar maggiore) possiamo non solo datare la realizzazione al 1699, ma identificare colui - Giovanni Battista Molinaro - che dell'opera fu il committente (oppure l'esecutore materiale: il participio passato del verbo facere potrebbe lasciare aperte entrambe le ipotesi).
Le Conferme di privilegio degli Imperatori Enrico II, Massimiliano I e Massimiliano II (sempre AV, come il precedente Antifonario) introducono nel mondo del notariato e della cancelleria imperiale, tra formule di invocazione, escatocolli, sottoscrizioni, segni tabellionari e grandi sigilli.
Accanto alla splendida, sia pur mutila, Biblia glossata di Nycolas del Lyra (BS), databile tra fine XV e inizio XVI secolo, un foglio di un Cabreo (AV) del XVIII secolo riconduce il discorso alla geografia monferrina.
È Biaggio [sic] Biorci, agrimensore (†1766) - anzi, pubblico misuratore come si definisce - il nonno di Domenico Biorci, a disegnare, su ordine di S.E. Mons. Rovero, un terreno vignato, sito nel terreno di Rivalta, detto della Canazza, appartenente alla mensa vescovile.
E la piccola immagine non è che il preludio alla grande carta della Diocesi che i restauri hanno discoverto circa dieci anni fa nell'antico loggiato del Palazzo dei Vescovi, in cui, almeno anticamente, le ricche decorazioni vegetali (che le indagini dei saggi evidenziano) dovevano trasformare in verziere.
Ma è la carta a far fermare lo sguardo.
Affascina ogni visitatore questa rappresentazione di fine Cinquecento, in cui le acque dei fiumi in piena partiscono terre e colline.
Aqui, Trisobio, Prascho, Morsascho, Gorgnardo, Melazo, Morbelo…: si individuano torri, campanili, bandiere ai pennoni, gli archi acquesi dei Bagni, i ponti di Ovada (ed è inequivocabile la fattura medioevale) e d'Alessandria (qui evidente la somiglianza con quello di Pavia), il perimetro regolare, un triangolo, di Nizza della Paglia.

Le devozioni

Con san Guido, ritratto - nei colori, ma anche scolpito nella pietra - come vecchio sapiente barbuto, ora giovane glabro dallo sguardo rapito, i visitatori ammirano S. Carlo Borromeo. E il richiamo alla peste e al Cardinale (e nipote) Federico conduce, per via diretta, al Vescovo acquese Gregorio Pedroca che proprio nel 1630 trasformò la sua casa in lazzaretto.

Trittico del Bermejo - Duomo di Acqui
Il trittico del Bermejo
Il trittico del Bermejo (forse proprio un ex voto legato al ciclico ripetersi della malattia) propone i dubbi sull'identificazione del santo con libro e frecce (ovvio pensare a Sebastiano; ma altre ragioni conducono a san Giuliano).
Nella cattedrale una sosta alla statua dorata della Madonna del Rosario (cui fanno corona i misteri del Rosario, picti dal Monevi) ricorda una devozione fortissima (cui contribuì anche il Vescovo Giovanni Bicuti) che nella Battaglia vinta dall'Europa cristiana a Lepanto, nel 1571, trova la sua origine (di qui anche la prassi dei festosissimi "botti" d'artificio, parte laica della ricorrenza oggi dimenticata, ma vivissima nell'Ottocento).
S. Antonio Abate, nella cripta, con la sua campana e il suo bastone a forma di tao, ricorda la piaga diffusa del morbo "del fuoco" (che proprio grazie alle carni degli immancabili porcellini era possibile lenire), e un canone iconografico che gli affreschi tardogotici del quattrocento ripetono fedeli non solo a S. Stefano di Sezzadio, e a S. Francesco di Cassine, ma anche a S. Giovanni di Sale Langhe, a S. Maria d'Acqua dolce di Monesiglio, a S. Martino di Rocchetta Cairo...
Guido, Carlo, Antonio, Rocco (si cui si può ammirare un bassorilievo nel corridoio superiore del chiostro dei canonici), Sebastiano: grandi riformatori e taumaturghi. Su queste figure esemplari la diocesi sembra fondare la propria identità devozionale, senza dimenticare la Vergine.
Della Madonna del Rosario si è già detto. Veniamo all'Assunta, cui la Cattedrale è dedicata.
Ultima tappa dell'itinerario (ma il visitatore ha potuto ammirare il grande quadro del Monevi nel coro) è proprio il portale scolpito da Antonio Pilacorte a fine sec. XV, in un'epoca che da noi è ancora medioevo e a Firenze è umanesimo. La lunetta, incorniciata da foglie e frutti, racchiude la gloria di Maria, che si libra in volo sorretta dagli angeli, accompagnata dai suoni di due cherubini musicanti (con due strumenti che sembrano eredi delle tubae lunghe romane, di cui Federico II ribadì il rango imperiale). Sconcertati, gli apostoli assistono, suddivisi in due processioni al sacello che ora è occupato da fiori.
Il vento di un giorno ancora assai fresco accoglie i pellegrini che hanno concluso il loro breve viaggio.
Ma la manifesta ritrosia con cui certi abbandonano la piazza (si discute ancora delle scelte nei restauri, dei pochi affreschi antichi sopravvissuti, della sovrapposizione degli stili, dei mosaici datati 1067 che stanno a Torino, di come ad Acqui manchi un Museo Diocesano…) la dice lunga del "calore" che arte e devozione hanno oggi ispirato.

Un nuovo museo per Acqui?

Forse, dopo la giornata del FAI, se ne può parlare davvero.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 28 marzo 2004

 

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