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La libreria picta: carte e volumi
del salone episcopale di Acqui

 
Bodo
Azo di Rochetta
Oddone Bellingeri
Pietro Vorstio
Aloisio Buronzo
Aloisio Arrighi
Anche gli oltre ottanta Pastori acquesi della Sala maggiore dell'Episcopio hanno collaborato alla due giorni FAI (20 e 21 marzo) dedicata ai Beni Culturali acquesi.
E in un modo assai originale.
Non è solo una wunderkammer, una straordinaria "stanza delle meraviglie" quella che impressiona il visitatore, osservato da tanti sguardi, immerso in un labirinto di cartigli.
Non solo personaggi d'eccezione, esempi di virtù, in alcuni casi modelli di santità, dispiegati al modo di una Biblia Pauperum.
I vescovi, nei paramenti che a loro suggerisce il secolo d'appartenenza, esibiscono diplomi, lettere, carte, tomi che gli ignoti pittori hanno legato alle varie personalità, talora a conferma di un potere riconosciuto dal Sacro Romano Impero (un potere che, nominalmente, giunge sino all'epoca napoleonica, al 1806), talora in omaggio alle propensioni umanistiche od oratorie, o semplicemente erudite, dei religiosi.

Dalla cancelleria imperiale

Già il Vescovo Bodo, un secolo prima del 1000, all'ovale numero 10 (d'ora innanzi questi numeri riferiti alla raffigurazione li porremo tra parentesi) esibisce un Widonis Diploma. È una donazione (che concede la Chiesa di S. Vigilio nella Corte Orba; l'anno di conferimento è l'890) puntualmente raccolta da Don Pompeo Ravera nella monografia I vescovi della Chiesa di Acqui (Acqui, EIG, 1997).
Analoga scena coinvolge Azo di Rochetta, pastore ad Acqui dal 1103 (al 24; il Ravera ne anticipa l'insediamento al 1098 e ricorda il diploma del 1116, concesso da Enrico V per la giurisdizione tra Tanaro e Bormida; evidente la discrepanza con la carta dell'ovale, che porta il 1076 e un ambiguo EnriciV dalla doppia lettura). Poi, in pieno XIV secolo, Oddone Bellingeri mostra la "sua" carta vergata a Milano nel 1311 (al 39; leggiamo anche il nome del concedente Arrigo VII di Lussemburgo, speranza di Dante, frustrata dalla inaspettata morte del 1313), seguito da Guido II d'Incisa (al 41; citato l'imperatore Carlo [IV] che diede il diploma in Praga nel 1364: inutile ricordare che anche questi atti sono registrati dal Ravera).
Stringono pergamene imperiali anche Ludovico Bruno (al 54; diploma di Massimiliano I Imperatore dato in Imsprex - Inspruch per il Moriondo, oggi Innsbruck - che il pittore data 1508, e che, invece, è del 1503; proprio questa conferma ed estensione dei privilegi concessi al Vescovo d'Acqui dal sovrano della Casa d'Asburgo è stata esposta in occasione della giornata FAI; è infatti conservata presso l'Archivio Vescovile) e il barbuto Pietro Fauno di Costacciara (al 58; e qui con Carlo V compare la data del 1536).
La comparazione con la preziosa opera di Don Pompeo Ravera permette di scoprire un errore: l'atto sopra menzionato va riferito, infatti, al suo predecessore Pietro Vorstio (56, vescovo dal 1534). Che in effetti tiene un grande foglio arrotolato, per tutto equiparabile ad una carta imperiale.
Mentre a Pietro Fauno si deve ascrivere, invece, il diploma dato in Vienna da Massimiliano II il 6 agosto 1568.
Messe a posto le cose, la lettura finale di queste brevi note (anticipazione di un più consistente, prossimo contributo) evidenzia una valenza "politica" dei ritratti che, se talora non possono essere realistici rispetto alle fattezze dei volti (in molti casi il pittore ammette di aver lavorato di fantasia; e questo vale per gli ovali privi della dizione vera effigie), altresì esprimono "la sacralità del Vero" rispetto alle pergamene che giustificano il potere. E chissà che, essendo tutti questi atti trascritti anche nei Monumenta del Moriondo - editi tra 1789 e 1790 - questa coincidenza non possa venir d'aiuto (o conferma) per datare una campagna di ridipintura (facile pensare all'anno 1798).

Bibliophilia
Il libro dentro il quadro

Ma ora passiamo ai volumi, dal vario formato. Comiciando dal secentesco quadro (forse) del Monevi che nella nostra città, per i due giorni FAI, ha fatto ritorno.
Nelle mani del Vescovo Bicuti un piccolo Rosarium Rithmicum ex Paradiso desumptum, a conferma di una devozione mariana via via sempre più radicata. E che trova conferma nei fiori, poiché - in omaggio alla sua natura di Immacolata - Maria Vergine assume titolo di "rosa senza spina" (una leggenda narrata da Ambrogio riferisce che, sino alla Caduta dell'Uomo, la rosa era priva di aculei).
Altre informazioni dal Ravera, che attribuisce al Bicuti la paternità di un trattato sul Rosario e sulle forme per recitarlo (che dovrebbe, dunque, avere il titolo sopra evidenziato) in quattro sezioni: "A chori", "Breve", "Clementino" e "di N.S. Gesù Cristo".
Risolutiva, per la nostra indagine, la consultazione della Bibliografia Storica Acquese compilata da Antonio Manno nel 1887. Essa attesta (al numero 6643) l'opera essere stata data alle stampe nel 1668 ex typographia Iacobi Bonaventurae Soti, ad Alessandria (tale esemplare a stampa, inoltre, a fine secolo XIX, si trovava ancora conservato nella Curia d'Acqui). Una figura della B. V. del Rosario ornava il frontespizio, che confermava la paternità dell'opera, stampata nel formato in quarto, all'illustrissimo vescovo Bicuti (che pure cercò di organizzare - invano - una tipografia presso il suo Vescovado).
Dalla galleria episcopale ulteriori riscontri, che qui ordiniamo cronologicamente.
Solo si intravede il tomo di Adalgisius, di cui scorgiamo il dorso (14; siamo alla fine del X secolo), ma altre informazioni sono più chiare.

La biblioteca dei Lumi
Studi, torchi, scaffali

Un anonimo librettino bianco (un catechismo?; un manuale per il suo insegnamento? un decreto?) chiude la mano di Antonio Gozzano (65), che morì nel 1721 e che - dice il cartiglio - iura dignitatemque instauravit.
C'è chi, come Giuseppe Maria Corte (69) e Aloisio Buronzo (70), in pieno Settecento dei Lumi - e dell'Encyclopedie (che la Biblioteca del Seminario acquista nell'edizione livornese) - imbraccia un importante volume, che esibisce una coperta finemente lavorata e un dorso fittamente nervato. Anzi, c'è quasi il sospetto che le insistite somiglianze tra i tomi portino alla stessa paternità artistica.
Il Biorci sembra confermare l'erudizione del primo religioso attribuendogli una non comune dottrina " massime in teologia e nella storia ecclesiastica"; il secondo è detto dai documenti d'archivio sostenitore della Scuola della Dottrina cristiana, ma la Cronaca Chiabrera precisa come il presule abbia fornito "di libreria il seminario".
Non solo. Grazie all'elaborazione digitale (un ringraziamento a Mario Cavanna e a Flavio Armeta che hanno messo a mia disposizione gli esiti della campagna fotografica condotta nel Salone Episcopale), diventa distinguibile sul dorso del volume un titolo - Attonis opera (quest'ultima parola abbreviata) - che sfugge ad una lettura ad occhio nudo.
È già il Biorci (di prima mano) - e il Ravera conferma (a p.327) - ad informarci della pubblicazione, nel 1768, di uno studio critico del Buronzo attinente il vescovo vercellese Attone, studio che ebbe l'onore di essere citato anche dal Tiraboschi nella sua Storia della letteratura italiana (1772-1782).
Si potrebbe infine identificare come Libro d'Ore (o "per una buona morte": in rilievo, su sfondo rosso, un crocefisso viola) quel piccolo volume che appare nell'ovale (71) del Vescovo Giacinto Della Torre (che morì nel giorno del Venerdì Santo 1814; e questo evento potrebbe aver suggestionato l'artista, o la committenza).
Ma non vediamo né le preziose miniature del primo, né le incisioni con la contesa dell'anima tra demoni e angeli del secondo, poiché il libro è chiuso.
Sembrerebbe da escludere, quindi, una "lettura" politica, che rimanda a certi vistosi atteggiamenti filonapoleonici dell'alto prelato.
La già ricordata bibliografia del Manno attribuisce, infatti, al nostro vescovo, sia l' appassionata omelia recitata ad Acqui l'11 marzo 1804, nella quale il Pastore rendeva grazie per una cospirazione da Napoleone sventata (n.6608, con doppia stampa, a Torino, in italiano, e a Parigi, in francese), sia la predica acquese del 16 giugno stesso anno, festeggiante l'ascesa al trono imperiale del Bonaparte (n. 6609, impressa da torchi torinesi e genovesi).
Davvero imprudente, poi, in epoca di Restaurazioni, conservare prova delle simpatie dell'alto clero verso i francesi. Anche se diventa difficile non pensare che Aloisio Arrighi (73), salito alla cattedra di Guido due anni dopo la proclamazione di Napoleone ad Imperatore, non stia tenendo tra le mani proprio una lettera ricevuta da Parigi, o un'epistola circolare pronta a trasferire i dettami imperiali alle parrocchie.
La non leggibilità della carta (l'ultima che passiamo in rassegna) sembra fatto apposta per togliere dall'imbarazzo.
Per una cultura delle carte
Dopo l'Arrighi il libro sembra perdere quel valore simbolico acquisito già nell'alto medioevo: la serie recente dei vescovi, infatti, rinunzia al tema iconografico del tomo aperto-tomo chiuso. In esso si condensa - e questo per secoli - l'intera vicenda biografica umana; in esso si sintetizza, paradigmaticamente, l'esito di un'esistenza virtuosa. L'uomo - il vescovo, nel nostro caso - diventa "un libro" (come in Fahrenheit di Bradbury/ Truffaut), destinato a sopravvivergli.
Nel XVIII e XIX secolo la relativa "facilità" della stampa muta gli equilibri. Ma il libro - non il moderno, quello antico - diventa oggetto concreto di conservazione.
A testimoniarlo le recenti sistemazioni (con riordino, catalogazione e informatizzazione) della Biblioteca del Seminario e dell'Archivio Vescovile, che continuano ad accogliere studenti e ricercatori.
Nella salvaguardia e nella valorizzazione di queste fonti, il segno di una "cultura delle carte" che fa onore alla città e alla sua storia.

Giulio Sardi

Le tele scomparse dei vescovi di Acqui

Non solo soddisfazione contemplando il Salone dei Vescovi. Un interrogativo grava pesantissimo. Che fine hanno fatto quegli oli che, con ogni probabilità, ornavano originariamente il salone? Se numerosi frescanti (come dimostreremo) ebbero modo di attingere alla "vera effigie" dei Pastori, queste tele, commissionate da uno dei Vescovadi di più antica tradizione del Piemonte, e perciò opere di sicuro pregio, dove son finite? Sono sopravvissute? E in caso affermativo, chi oggi le conserva?
Impossibile rispondere ai quesiti. Più facile ricostruire un primo abbozzo di storia.
Don Pompeo Ravera in una memoria dattiloscritta recentemente rinvenuta in Archivio Vescovile, azzardò una prima datazione delle pitture al 1575 (episcopato di Pietro Fauno, partecipante alle ultime sessioni del Concilio Tridentino) sulla base di un documento (non citato) che allude ad un "salone nuovamente dipinto".
Nella sua monografia dedicata ai Vescovi d'Acqui l'appunto di cui sopra non trova riscontro. Qui, viceversa, (cfr. p. 291), citando Gregorio Pedroca (Solatia Chronologica, che comprende eventi sino all'anno 1628), si attesta che fu il Vescovo Camillo Beccio (1598-1620) a far dipingere i ritratti dei vescovi. E che queste immagini (p.348) vennero prima restaurate dal Bicuti (1647-1675), quindi ridipinte su ordine di Mons. Capra. Ma non "dal celebre pennello del Moncalvo", come sostiene il Biorci.
(È un anacronismo: l'informazione è scorretta, ma chissà che non suggerisca qualche direzione di ricerca. Anche Giacinto Lavezzari, nella sua Storia d'Acqui, stampata da Elia Levi nel 1878, afferma che "pregio maggiore del palazzo [vescovile] sono i ritratti [i vecchi? I nuovi?] dipinti dal Moncalvo. Interessante sapere se stia semplicemente riassumendo il Biorci, o si basi su ricognizioni dirette… magari negli scantinati o nelle soffitte).
Torniamo ai tempi di Mons. Capra (†1772).
"La serie dei suoi predecessori nel salone del suo palazzo", semmai, potrebbe averla "rinfrescata", allora, Carlo Gorzio, che sappiamo attivo ad Acqui, presso il santuario della Madonnina dopo la metà del secolo, e che il Moriondo, nei Monumenta, chiama espressamente in causa ("..singolorum Episcoporum imaginibus a celebri pictore Monferratensi Goltzio in majori Episcopii aula depictis"), fornendoci anche notizia della paternità delle iscrizioni (che sono di Francesco Chionio, professore di Latina Eloquenza presso il Regio Liceo di Torino).
Quando sparirono le vecchie tele, che possiamo anche ipotizzare racchiuse in cornici lignee simili a quelle attualmente affrescate?
In attesa dei risultati di più approfondite indagini (in corso presso l'Archivio Vescovile), possiamo brevemente citare tre traumatici eventi che sconvolsero il Palazzo episcopale.
A) Nel 1630 la sua trasformazione in lazzaretto a seguito della peste.
B) Negli anni 1794, 95 e 96 l'occupazione, per tutto il tempo del quartiere d'inverno, da parte delle truppe imperiali, e nella primavera 1796 da parte francese (danni a porte, ante e paraventi delle finestre, ai pavimenti in legno abbruciati, e nelle pitture muraglie [sic: murali]).
Fu così che il salone venne di nuovo parzialmente ridipinto "per rendere detto Palazzo abitabile ad uso di S.E. Monsignor arcivescovo Giacinto Della Torre" come si evince da memoria sottoscritta da Sindaco e consiglio di Città nel 1798 (Archivo Vescovile, Faldone 81, Palazzo Episcopale).
C) A partire dal 1867, come ricorda ancora Don Pompeo Ravera, nei quattro anni di sede vacante, il Regio Economo - amministratore dei beni della mensa - destinò il salone all'allevamento dei bachi da seta. Con un conseguente degrado, per ambienti e suppellettili, facile da immaginare.
Una memoria orale, raccolta da Mons. Giovanni Galliano, attesta al tempo dell'episcopato di mons. Dell'Omo, dopo il 1945, le dispersioni delle ultime sopravvivenze dell'antica quadreria, che non era rientrata nel programma dei grandi restauri voluti da Mons. Delponte (1938) e in gran parte finanziati dal Conte Arturo Ottolenghi.
La scarsa considerazione dell'antico (ancora nel 1965 un prezioso fondo librario, sopravvissuto presso i locali della Casa del soldato andò letteralmente disperso) insinua il sospetto di una colpevole mancata tutela. Che oggi priva la città di una componente fondamentale del suo passato artistico.

G.Sa.

Pubblicato su L'Ancora el 4 aprile 2004

 

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