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A Melazzo uno scrigno d'arte
L'oratorio di San Pietro martire

 
San Pietro martire
San Pietro martire
Melazzo. Gioielli e territorio. Proprio vero che il nostro è un museo d'elite, le cui preziosissime sale sono collocate a pochi chilometri l'una dall'altra. La pazienza di valicare la collina, la strada ricca di curve che si abbarbica sui tornanti, la perseveranza nell'attendere che i battenti finalmente si aprano, ed ecco che si dischiudono i tesori.
Semmai si può rimproverare solo il fatto che le "aperture" siano rare, e che la priorità della messa in sicurezza non sia - in certi casi: una lacuna cui si sta lavorando alacremente - sempre al primo posto.
Ma se i paesi, le parrocchie e i municipi, gli oratori sapranno fare "sistema", risolti i problemi di sicurezza, ecco che le prospettive turistiche diventeranno interessanti per davvero. E non solo per un turismo locale. Anche gli stranieri rimangono a bocca aperta.
Ma, torniamo a dire, quali gioielli si trovano nei nostri paesi!. E così, domenica 24 marzo, pur in presenza di una giornata uggiosa e novembrina, che ha tenuto lontano il grande pubblico, abbiamo potuto ammirare l'interno dell'Oratorio di San Pietro Martire di Melazzo, che dopo la giornata del FAI della primavera 2006, tornava a riaprire i suoi battenti.
Una questione di cultura, ma anche di identità: "il futuro ha un cuore antico" si legge all'ingresso del paese che diede i natali a San Guido Vescovo. Non è una frase retorica.

Dentro lo scrigno

Anche se una scheda curata da Lionello Archetti Maestri (in collaborazione con Cinzia Violino, Simona e Roberta Bragagnolo, Sara Lassa e G.Battista Garbarino) ha trovato spazio sul quinto numero della rivista locale ITER (marzo 2006, pp. 168-171), davvero irraccontabile è questo piccolo oratorio, prova autentica di una devozione secolare e testimonianza di una "propensione al bello", che i nostri maggiori ci hanno lasciato in eredità.
Ecco il portale cinquecentesco, l'olio seicentesco (ancora da attribuire) della Vergine con il Bambino, e i santi Paolo e Pietro - da Verona, martire del secolo XIII - San Vincenzo Ferreri, evangelizzatore domenicano del Marchesato di Monferrato cui Melazzo apparteneva nel 1402, e San Guido, i dossali lignei settecenteschi dell'aula maggiore e gli armadi della sagrestia, la statua ottocentesca che si deve attribuire a Giovanni Battista Drago, di provenienza genovese, che data 1830, e poi due oli di Giovanni Garelli.
E proprio su queste due tele - una Ultima cena e la Lavanda dei piedi, datate 1888 - concentriamo la nostra attenzione, anche perché sono tra le poche opere sopravvissute (o identificabili) di un pittore che ha contrassegnato con la sua vivacità il nostro splendido Ottocento Acquese.
Non deve stupire questo interesse. Vero è che la costituzione o la rinascita della confraternita potrebbe datare già all'inizio del secolo XV, mentre nel Cinquecento i documenti attestano come il Visitatore apostolico imponga di lasciare le antiche cantilene (il gregoriano?) assumendo i canti di Milano. Ma le tracce ottocentesche di minusieri, orafi, pittori e scultori sono consistenti e restituiscono la matrice culturale di un tempo, specie dopo i ventennali restauri promossi da Don Tommaso Ferrari.
Rimandando per una biografia completa al sito delle "Monografie" del sito lancora.com (cfr. Alle origini del giornalismo acquese) ricordiamo in breve Luigi Garelli (morto nel 1914; la notizia da Lionello Archetti Maestri, che sta conducendo ulteriori ricerche, che presto speriamo siano completate, con la ricostruzione di tutto l'albero di famiglia) con una piccola scheda biografica del pittore.

Luigi Garelli - Ultima cena - Melazzo
Luigi Garelli - Ultima cena
Luigi Garelli - Lavanda dei piedi - Melazzo
Luigi Garelli - Lavanda dei piedi

Luigi Garelli, pittore (e non solo)

La sua data di nascita dovrebbe cadere intorno alla metà del secolo XIX.
Precoce la sua attività: Ricordiamo con Eraldo Bellini (Pittori piemontesi dell'Ottocento e del primo Novecento, Torino, Libreria Piemontese, 1998) i titoli di alcune opere esposte alla Promotrice: Il ritorno dal ballo (1871), Un fiore; Amor s'adopra; Ritratto di donna (1873); Amore venduto (1874); Alla chiesa (1875); Il bacio (1877); La scelta (1881).
Nel 1882, in occasione dell'assemblea generale della SOMS acquese del 2 aprile, il nome di Luigi Garelli viene fatto dal socio Croce a proposito di un ricordo da porgere in segno di gratitudine a Jona Ottolenghi: al Nostro si lega la possibile committenza di un olio.
Nel 1893, poi, il Consiglio della Soms, riunito il 6 dicembre, propone l'acquisto di un olio del Garelli che ritrae il presidente Giovanni Borreani, da poco scomparso.
Tra le sue opere i giornali va ricordato l'olio 1352, con protagonista il Vescovo acquese Guido d'Incisa ("Gazzetta d'Acqui", 25/26 febbraio 1888), che con i quadri melazzesi andrebbe a costituire un trittico sacro.
La GdA del 25/26 maggio 1889 cita, invece, l'opera "di grandi dimensioni e pianemente riuscita La battaglia di Governolo (18 luglio 1848), che fa bella mostra di sé presso il negozio di mobili del sig. Baldizzone (siamo sempre in Via Vittorio, oggi corso Italia). Del Garelli anche una suggestiva Veduta d'Acqui (post 1879).
Garelli ricevette poi commissioni come decoratore e mobiliere: lavorò alle Nuove Terme (cfr. "Giovane Acqui" del 12 agosto 1879), sistemò la drogheria Barone, passata al successore Ghiglia, in piazza Bollente, progettando ed allestendo scansie e vetrine, e preparando un'insegna "di gusto veramente originale, che presenta un assieme di disegno e di ornato che appaga il senso estetico" (GdA 12/13 luglio 1884); affrescò - con l'aiuto di un certo Benazzo - la sala del Circolo "La Concordia" (GdA 27/28 febbraio 1897).
Fu attivo anche nelle arti plastiche: sappiamo che approntò il busto di Garibaldi in occasione della solenne commemorazione che si tenne il 11 giugno 1882 presso il Politeama Benazzo (GdA 13/14 giugno).
Nello stesso anno la Bibliografia Storica Acquese del Barone Manno gli attribuisce il numero unico della "Rivista del Formighino", dagli intenti comico satirici (composta non solo da 16 pagine, ma anche da 18 tavole litografiche dell'autore) stampata dalla tipografia di Costantino Ferraris.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 1º aprile 2007

 

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