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La diocesi di Acqui tra Pio VII e Napoleone

Alle fonti già conosciute si aggiungono due nuovi documenti
della biblioteca del seminario vescovile

 

La diocesi di Acqui tra Pio VII e Napoleone

È la biblioteca - dice Jorge Luis Borges - il luogo della gravitazione dei libri, in cui, tra ordine e serenità, il tempo viene magicamente disseccato e conservato.
E questo vale - potremmo aggiungere - nell'ordinario, quanto nel non ordinario.
Capita così che la Biblioteca, in questo caso quella del Seminario Vescovile acquese, restituisca, talora, l'impensato.
Tra gli "oggetti" della conservazione la biblioteca non fa differenze: e, allora, non stupisce affatto che, tra manoscritti pergamenacei e antichi tomi settecenteschi, riemergano documenti "diversi", ma non meno interessanti e utili per risistemare qualche tessera perduta dal mosaico del passato.
Oggetto del discorso che seguirà sono due documenti emessi rispettivamente da Napoleone e dal Pontefice Pio VII - l'uno nel 1809, l'altro nel 1811, attraverso le rispettive segreterie - che, non sfuggiti alle sollecite cure di Don Giacomo Rovera, cercheremo ora di presentare ai lettori de "L'Ancora".

La cornice

Trasferiamoci sulle rive del Danubio, all'inizio del luglio del 1809. Napoleone è attestato sulla riva destra; sull'opposta gli austriaci dell'arciduca Carlo. Questi hanno lasciato Vienna in mano degli invasori, ma a loro hanno anche inflitto una cocente sconfitta ad Essling (21-22 maggio 1809).
Per Napoleone una battaglia persa. Non tale da compromettere la campagna (contro la V coalizione) ma, tuttavia, fonte di più di qualche inquietudine.
Essling e Aspern. Due villaggi strategici. È lì che, nuovamente, risuoneranno le armi, solo che - questa volta - Napoleone, con una manovra diversiva, avrà ragione del nemico.
Dall'isola Lobau, in mezzo al Danubio, i ponti costruiti dai francesi porteranno il nerbo dell'esercito alle vittorie di Gross-Enzersdorf e Wagram (5-6 luglio).
"Il 10 luglio, lunedì, Napoleone lascia il castello di Wolkersdorf e galoppa in direzione di Znaim" - racconta Max Gallo nella sua biografia (Napoléon. I cieli dell'impero, Milano, Mondadori, 1999) sorta di "romanzo storico" che non si discosta dalle attendibili ricostruzioni basate sulle fonti (da Chateaubriand a Walter Scott, dal Belloc a Lefevre a Chandler: sono 80.000 i testi su Bonaparte).
"Martedì 11 luglio, ore 17. Un cavaliere austriaco, preceduto da una scorta francese, avanza verso l'Imperatore. È il principe di Liechtenstein che viene a chiedere una tregua d'armi". Sarà accordata.
L'ultima immagine - mediata attraverso la lettura del romanzo - di questa campagna militare, mostra Napoleone intento a scrivere a Giuseppina (è a Plombières, alle Terme), ma già con l'idea di raggiungere a Schönbrunn Maria Walewska.
Realmente scritta, la lettera alla Beauharnais non fu l'unica, naturalmente, che partì tramite corriere dalla Moravia.
Oltre all'amor coniugale - per la verità assai raffreddato - le preoccupazioni politiche (e in particolare l'Italia) continuavano ad occupare i pensieri dell'Imperatore.
Annesso lo Stato Pontificio alla sua corona pochi mesi prima (nel maggio 1809) - quei territori, erano stati concessi da Carlo Magno, suo predecessore, al vescovo di Roma solo a titolo di feudo; una revoca era dunque pienamente legittima per il "benessere dei popoli" - occorreva, in attesa che si compisse l'oltraggio della prigionia savonese di Pio VII, poter contare sulla fedeltà assoluta del clero delle Diocesi.
Una pagina manca al romanzo di quei giorni. La ricostruiamo con un documento (autentico) della Biblioteca del Seminario.

Come un romanzo

Campo imperiale di Znaim, Moravia. È il 13 luglio 1809. Napoleone detta a Méneval, il suo segretario, la seguente Circolare ai Vescovi.
"Le vittorie di Enzendorf [sic] e di Vagram [sic], in cui il Dio delle Armate ha sì visibilmente protetto le armi francesi, devono eccitare la più viva riconoscenza dei cuori de' Nostri popoli. La Nostra intenzione è dunque, che ricevuta la presente, Voi vi concertiate con chi di dovere per riunire i Nostri popoli nelle chiese e indirizzare al cielo delle azioni di grazie, e delle preghiere conformi ai sentimenti che ci ha animati.
N.S. Gesù Cristo, benché disceso dal Sangue di David non volle alcun regno temporale. Voll'egli, al contrario, che si obbedisse a Cesare nel regolamento degli affari della terra. Egli non fu animato che dal grande oggetto della Redenzione e della salute delle anime. Erede del potere di Cesare, Noi siamo risoluti a mantenere l'indipendenza del Nostro trono e l'integrità dei Nostri diritti. Noi persevereremo nella Nostra grande opera di ristabilimento della Nostra Religione. Noi circonderemo i Suoi ministri della considerazione che Noi solo possiamo conferire. Noi ascolteremo le loro voci in tutto ciò che ha rapporto con lo spirituale, ed al regolamento delle coscienza.
In mezzo delle cure dei campi, dell'allarme, e delle sollecitudini della guerra, Noi siamo stati ben contenti di farvi conoscere questi sentimenti affine [al fine] di far cadere nel disprezzo quelle opere dell'ignoranza e della debolezza, della malignità o della demenza, per mezzo delle quali si vorrebbe seminare i torbidi ed il disordine nelle Nostre provincie.
Non si riuscirà mai a farci dipartire dal grande scopo verso il quale abbiamo rivolte le Nostre mire, ed al quale siamo in parte felicemente arrivati, il ristabilimento della nostra Religione, inducendoci a credere che i suoi principi sono incompatibili, come hanno preteso i greci, gli inglesi, i protestanti ed i calvinisti, coll'indipendenza dei troni e delle nazioni.
Dio ci ha abbastanza illuminati perché Noi siamo ben lungi da partecipare a simili errori; il Nostro cuore e quello dei nostri sudditi non provarono simili timori. Noi sappiamo che coloro i quali vorrebbero far dipendere dall'interesse temporale caduco l'interesse eterno delle coscienze e delle cose spirituali non sono nella carità, nello spirito e nella Religione di chi disse: il mio Regno non è di questo mondo.
Non avendo questa lettera altri fini, prego Dio che vi abbia nella sua custodia".

Editto vescovile dopo Ratisbona
Editto vescovile dopo la battaglia di Ratisbona (Acqui 12 maggio 1890)

I mille volti di Napoleone

Quale conseguenza - dobbiamo presumere - ebbe la lettera, una volta giunta nelle diocesi, e in particolare in quella acquese?
Un esito analogo a quello che ebbe la missiva inviata da Ratisbona il 25 aprile 1809. Il suo incipit era "Les Victoires, qu'à plù au Dieu des Armèes de Nous accorder sur-le-champs de Tann, d'Eckmuhl e de Ratisbonne, exigent de la part de nos peuples de solemnelles actions des graces…"
In quella occasione, a distanza di poco meno di una ventina di giorni (il manifesto è stampato il 12 maggio 1809 da Gian Francesco Arcasio) il Vescovo Luigi Arrighi de Casanova - un còrso, e per di più lontano parente di Napoleone - si uniformò all'augusto volere del generalissimo.
Si ordinò che "in tutte le Parrochie [sic] (previo concerto, ed invito delle Autorità Locali), nella prima Domenica dopo ricevuta la presente [lettera] si canterà un Solenne Te Deum colle orazioni Pro Gratiarum actione, pro pace et pro Imperatore; e chiuderassi la funzione col Tantum Ergo…" poiché immancabile doveva essere il rito con cui l'invincibile monarca riconosceva "opera di Dio la gloria dei suoi trionfi".
C'è allora da esser certi che anche a fine luglio 1809 il clero diocesano (e non solo quello: tutti i vescovi dell'impero) "rendessero al cielo le più copiose e solenni azioni di grazie". Né sarà probabilmente infruttuosa una ricerca da condurre nell'Archivio Vescovile, o tra i documenti delle parrocchie, volta a reperire un nuovo l'editto a stampa dell'Arcasio.
Il punto non è questo. Vale la pena di soffermarsi sul ruolo che nel documento l'Imperatore, nuovo Cesare, decide di assumersi.
Pio VII dà lì a poco sarà rinchiuso a Savona (agosto 1809) e per evitare pericolosi vuoti di potere, Napoleone è pronto a sovrapporre la sua persona a quella del Pontefice.
Non sarà questa, infatti, la sola intromissione in materia ecclesiastica: oltre a scegliere i religiosi degni del pastorale vescovile, da ricordare l'introduzione in calendario della festa di S. Napoleone (prima al 15 febbraio; poi al 15 agosto, in sostituzione nientemeno di quella dell'Assunta), e anche il regolamento disciplinante (si veda il decreto imperiale del 30 dicembre 1809) la composizione dei Consigli Parrocchiali.
Il che non fa che ribadire la centralità del ruolo dell'Imperatore, in temporalibus et in spiritualibus. Il suo potere sembra direttamente proporzionale alla capacità di moltiplicare le sue immagini.
Se innanzitutto passò alla Storia come uomo d'armi e stratega, non dobbiamo dimenticarlo anche come divulgatore della Rivoluzione (che poi tradì), fine politico e promotore ("pubblicitario") di se stesso, uomo di Stato, retore e letterato (con un corpus epistolare che supera le 30.000 lettere e l'autobiografia del Memoriale di S.Elena scritta a quattro mani con Las Cases), amante dell'arte, ladro e razziatore, ma anche uomo di giustizia.

Editto vescovile per il ritorno dei Savoia (1815).

L'arte della "via di mezzo"

Ma l'essere camaleontici, all'inizio del XIX secolo, non è solo virtù di chi si trova al vertice della piramide. È una regola di sopravvivenza per tutti coloro che si barcamenano tra vecchio e nuovo mondo, tra Ancien Régime e la prospettiva dell'impero universale che Napoleone sta disegnando.
Inutile cercare atteggiamenti completamente coerenti (il principe di Talleyrand insegna).
La stessa figura del Vescovo Luigi Arrighi - per Parigi uomo di indiscussa fedeltà, accusato da alcuni storici di servilismo, ma che contro ogni decreto imperiale correrà a Savona a visitare il papa prigioniero, abile nel difendere i suoi ministri meno inclini al partito di Francia - sembra, secondo Don Pompeo Ravera (I vescovi della Chiesa d'Acqui, Acqui, Impressioni Grafiche, 1997, pp.374-377), tenere "una via di mezzo".
Nel suo solco anche l'operato del vicario capitolare Francesco Toppia, che celebrò tanto le fulgide vittorie delle Armate Francesi quanto il ritorno (nel 1814) dei Savoia, ma che non rinunciò, già nel 1811, a troncare i suoi contati con Pio VII a Savona, come attesta un'ulteriore lettera - sempre reperita da Don Giacomo Rovera - che indirizzata altrove, all'alto prelato Averardo Corboli, ad Acqui fece solo tappa.
Viste le premesse, diventa così assai difficile dire chi si schierasse chiaramente con l'Imperatore, chi contro.
Periodo di transizione, o forse anche di transazione, il periodo napoleonico - oltretutto ad Acqui non ancora studiato organicamente - sembra destinato, per ora, ad offrire un'immagine poco netta, sfumata dei suoi protagonisti.
E, forse, a far nascere quel concetto moderno di "politica" che, in molte occasioni, si è combinato con l'arte del trasformismo.

Le parole del pastore della diocesi e quella del popolo

Pare utile riprendere le fila di quel discorso che, iniziato nella Biblioteca del Seminario, con il ritrovamento (in mezzo ad un volume) di due lettere emesse l'una da Napoleone, l'altra da Pio VII, doveva identificare necessariamente nell'Archivio Vescovile, diretto da Don Angelo Siri, il terreno privilegiato per reperire informazioni sulla contrastata età di passaggio che porta dall'Impero (1804) alla Restaurazione sabauda (1814).
Il punto di partenza andrà comunque riconosciuto nella volontà - più volte ribadita da Napoleone - di intromettersi negli affari ecclesiastici.
Potrà essere utile, allora, ricordare - attraverso le coeve documentazioni d'archivio - le precise disposizioni relative alla nuova organizzazione della Diocesi (riformata nel 1805 col Decreto del Card. Caprara del 23 gennaio) e delle Parrocchie (con il Decreto Imperiale del 30 dicembre 1809): a questi temi sarà dedicato un prossimo contributo.
Altri atti, sempre vergati in ambito ecclesiastico su suggerimento francese, finirono per incidere fortemente sul tessuto sociale del mondo dei laici.
Duplice era la destinazione, infatti, degli scritti vescovili che si rivolgono non solo ai religiosi, ma anche ai fedeli letterati (e non). Tali testi sono, quindi, in grado di illustrare compiutamente come anche il "popolo minuto" avesse la percezione della figura imperiale e della giustificazione della sua autorità.
Proprio a quest'ultima problematica dedichiamo le note che seguono.

Circolare mons. De Broglie
Archivio vescovile di Acqui: circolare emessa da mons. De Broglie.

Ai tempi del Vescovo De Broglie (1805-1807)

La proprietà di commutare giudizi è tipica di ogni momento di passaggio. Tale si può considerare il periodo che, iniziatosi con i moti di Francia, culminato con l'ascesa di Napoleone, ha termine con la Restaurazione.
Nell'epoca dei Talleyrand, da che parte stava il Vescovo acquese Maurice De Broglie, che tenne la cattedra di S. Guido tra 1805 e 1807?
Difficile dirlo provando a confrontare le fonti che qui sottoponiamo all'attenzione del lettore.
Curiosamente, tradotto in italiano, il cognome di questo alto prelato diventa - per i documenti dell'epoca - Di Broglio, sorta di "complemento di qualità" quanto mai adatto per tenere quella "via di mezzo" utilissima sullo spartiacque tra XVIII e XIX secolo.
Prendiamo in considerazione, inizialmente, tre documenti.

1805, senza data [ma presumibilmente fine agosto] "Lettera circolare di Mons. L'Amministratore della Diocesi [De Broglie] per impetrare il prosperevole successo degli eserciti della Maestà dell'Imperatore e Re Napoleone".
Spiegate le ragioni del conflitto [contro la III Coalizione - "per secondare i voti dell'Inghilterra, che temeva la sua rovina, rompe l'Austria la pace senza manifesto"], segue il seguente elogio: "Rimarrete forse sorpresi della paziente magnanimità di Napoleone, ma era nella sua grandezza di prestar fede ai giurati patti, e alla loro violazione soltanto il di lui genio può essere ingannato".
E più oltre: "È la Patria, è lmperadore, è la Religione stessa che difender si debbono. Dan crollo gli altari quando arreca la desolazione nello Stato, quando al soglio si attenta".

1805, 28 ottobre, Circolare dello stesso [dopo la battaglia di Ulm; ma il 21 ottobre i francesi avevano perduto la flotta a Trafalgar]: "L'aquila ha riunito i suoi figli, e sulle ali li porta ad immense altezze" [ovviamente si parla di Napoleone, citando il Deuteronomio].

1821. Traduzione del Necrologio pubblicato su "L'amico della Religione e del Re", n.727, anno 7, p.326. Edizione di Pariggi [sic] di sabato 28 luglio 1821.
L'anonimo estensore così riferisce: "Non parlerò di alcune encicliche da Mons. Di Broglio [sic] pubblicate per alcune vittorie riportate dall'armi francesi e per altri avvenimenti politici, dico bensì che Mons. Di Broglio diede le più chiare e costanti prove che egli era incapace di cedere a i più impetuosi urti in quello che potesse compromettere la di lui coscienza, ed il di lui onore…il 10 agosto 1809, infatti, ricevette dal Ministro dei Culti una lettera che annunziava essere Buonaparte malcontento dello scarso attaccamento che l'Illustrissimo Vescovo di Gand [dal 1807] mostrava per la sua persona [considerato un oppositore, il religioso venne imprigionato e poi esiliato; morirà a Parigi il 20 luglio 1821]".
Nascono spontanee alcune domande.
Ci sono tracce di questa "ribellione" negli anni acquesi, culminati, oltretutto, nel 1806, con l'introduzione - il 15 agosto - della Festa di San Napoleone? Quale l'atteggiamento dei suoi più fedeli collaboratori di questo Pastore?

Al secondo quesito può rispondere la Circolare scritta il 7 maggio 1807 dal vicario Generale mons. Toppia, in assenza del Vescovo titolare.
La singolarità del documento è costituita dal fatto che esso costituisce l'ossatura della predica che arcipreti e prevosti avrebbero poi proposto nei paesi e nelle città della Diocesi.
Il testo esplicita ciò assai chiaramente: "Leggano li signori parrochi [sic] questa nostra lettera al popolo: ne spieghino il contenuto secondo la di lui capacità, e non tralascino le più premurose ed energiche insinuazioni anche per consolazione de' rispettivi parenti, affinché adempiendo tutti la volontà del Sovrano, sieno esenti, come pel passato, da quelle pene che seco porta sì grave trasgressione, e ricevano anzi il premio dovuto ad una accondiscente ubbedienza".

Le parole dal pulpito. Una predica del 1807

"Si anticipa di alcuni mesi anche in quest'anno la coscrizione, fedeli amatissimi. Ella è questa una semplice, ma altrettanto saggia misura di precauzione; si tratta soltanto di preparare ed ammaestrare nell'interno della Francia la Gioventù all'esercizio delle armi sotto distinti Militari Capi, perché quindi, ove lo esiga il bisogno, o si dimostri restio alla pace il nemico, possa ella aver parte ne' nuovi trionfi, e fregiare così d'illustri corone la propria fronte. Tanto richiede la commune nostra felicità e l'amore della Nazione.
Se perciò negl'anni scorsi, benché in occasione di viva guerra, corse di buona voglia a militare sotto le Imperiali Bandiere ad ubbidienza de' sovrani ordini la prode Gioventù di questa diocesi, che non dobbiamo aspettarci al presente, in cui si agisce unicamente per ristabilire sovra basi ferme ed inconcusse [cioè forti e salde] la commune nostra prosperità inseparabile da una pace gloriosa ed universale? Sì, attendiamo da nostri amatissimi diocesani questo nuovo sagrificio, perché l'amore della Religione vuole si dedichiamo [sic] al servizio di chi la ristabilì e la protegge; perché troppo codardi e vili saressimo [sic] nel soffrire in degradazione, e l'avvilimento di nostra Nazione; perché il bisogno che abbiamo della pace ci fa sentire il dovere di ottenerla a costo di qualunque sacrificio; perché infine lo merita l'invitto nostro Imperatore sempre intento ai communi vantaggi, e del nostro Circondario, specialmente all'ordinata formazione delle gran strada di Savona e con altri ancora più utili progetti e decreti che speriamo molto vicini e di gran giovamento.
Già altre volte vi ricordai, carissimi fedeli, l'obbligo che a questo riguardo ci impone il Santo Vangelo, ed il divino precetto d'ubbidire a Cesare e di prestargli il dovuto personale servizio non pel solo timor della pena, ma anche, e principalmente, per dovere della propria coscienza.
Ne ascoltaste di buon grado le insinuazioni che di nostro ordine vi fecero li vostri pastori, le mandaste ad effetto emulando così le virtù degl'antichi cristiani, e per questo ce ne dichiariamo verso di voi molto tenuti.
Lo stesso a più forte ragione confido d'ottenere dalla vostra conosciuta docilità ed ubbidienza, in questa circostanza diretta al solo vero bene de' popoli, alla privata e pubblica tranquillità.
Questa tranquillità verace da voi dipende, fortunati giovani, e voi stessi ottener la dovete, e riportarla nelle vostre patrie, in seno alle vostre famiglie. Che dubitate? Il Dio degli eserciti è con noi, e conduce al trionfo le nostre armate: ogni loro passo è una vittoria. Tutto cede all'imponente loro aspetto. Voi medesimi ne sentite ognora i fausti annunzi e ne ringraziate di tanto in tanto il Signore.
Le insegne che vi attendono sono quelle della pace che tutti incessantemente imploriamo. Partite, adunque, per conquistarla, per consolare le communi speranze in voi riposte, per eseguire un precetto d'un Dio che veglia a vostra difesa e conservazione, per rendere gloriosa, infine, e felice la nostra patria, le nostre contrade".

La risposta del popolo

Poiché molti giovani erano poco entusiasti della loro "fortuna",era l'amministrazione centrale a suggerirne la replica. Non è perciò infrequente trovare testi come questa Canzonetta nuovissima per la partenza dei coscritti (è del 1813, quando si arruolarono nel solo Piemonte circa 13000 uomini; le parole sono da cantarsi sopra l'aria Nice, se mai pretendi) il cui incipit recita: "Figli, compagni all'armi / c'invita il franco impero / e di valor guerriero / armato è il nostro cor".
Se le irregolarità formali (lo schema rimico, impostato su quartine di settenari ABBX, con l'ultimo tronco, è via via sempre più zoppicante) invitano a cercare l'anonimo poeta tra quelli che hanno ricevuto i primi rudimenti, ben più significativa e genuina è la testimonianza che viene dai canti dialettali.
Se I coscritti di Bonaparte (testo raccolto da Costantino Nigra nel 1888 a Moncalvo) propone espressioni ancora moderate, altre canzoni fissate dal nostro Giuseppe Ferraro da Carpeneto (si vedano i suoi Canti popolari monferrini, 1870) fotografano una crescente insofferenza che replica certi atteggiamenti piemontesi maturati già nel 1799 al tempo delle insorgenze.
"Amparatur canaja/ birbant d'in Napuliun/ ti e ra to bataja" impreca La madre del soldato nell'omonimo pezzo che contiene espliciti riferimenti alla Campagna di Russia.
Il travestimento regale del Bonaparte sarà strappato, però, solo nel 1814. Sulle note della già citata canzone dei coscritti Figli, compagni all'armi si troveranno i versi che seguono: "Alfin il giogo è franto / dell'empio Còrso altero /che di valor guerriero / si mascherava il cor // Tiranno crudo e barbaro / lo appella l'empia Gallia / e l'innocente Italia / suo fier persecutor".
E il contrappasso, degno di Dante, si accompagna al feroce acrostico

Nemini
Amicus;
Princeps
Omniun
Latronum;
Ecclesiae
Oppressor;
Neronis
Emulator

(Amico di nessuno, principe di tutti predoni; vessatore della Chiesa, emulo di Nerone) di provenienza alessandrina, con cui concludiamo questa ricognizione.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 18 maggio 2003

 

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