L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]

 

Per ricordare monsignor Giovanni Galliano

 
Monsignor Giovanni Galliano, unico ed irripetibile testimone di un'epoca. A lui la "sua" L'Ancora, dedica uno speciale che ripercorre per sommi capi i tratti salienti di vita, di impegno sociale, di testimonianza cristiana, di professione di Fede.

La biografia

La biografia di monsignor Giovanni Galliano è ancora tutta da scrivere, ma brevi cenni si possono dare per un'esistenza così intensa, così particolare, così unica.
La sua storia comincia a Costa di Morbello, il 24 aprile del 1913, da mamma Antonietta Rizzi, che morirà a 54 anni, ("donna eccezionale, di una dolcezza infinita") e da papà Vincenzo, ("l'alpino, senza paure, che mi ha fatto amare la patria e la voglia di lavorare").
Ma il periodo iniziale lo lasciamo alle parole di monsignor Galliano, traendole dal primo capitolo del suo libro "La Resistenza nella mia memoria":
"La famiglia è come un ceppo vitale, una palestra di vita: tutto nasce e tutto si fonda sulla famiglia.
La mia famiglia era di agricoltori, gente semplice, abitava a Borgata Bricco, a Morbello.
Il papà, Vincenzo Galliano, era nato a Morbello il 17 aprile 1878: classe di ferro, come lui stesso la definiva. La nonna paterna, Caterina Piccardi, donna austera, tenace, volitiva, chiamata "mamma grande", a sottolineare la sua forza morale e la sua autorevolezza, aveva quattro figli: Antonio, Francesca (Cichina), Severina e Vincenzo. Era donna distinta e aveva una particolare predilezione per l'ultimo figlio, Vincenzo, mio papà.
Mio padre possedeva una forza fisica eccezionale, amava la terra e il lavoro da contadino, mestiere da lui prediletto, anche se avrebbe potuto intraprenderne altri molto più redditizi; si esaltava per le meraviglie che la terra produce e per il continuo rinnovarsi con l'alternanza delle stagioni.
Andò militare al posto del fratello e sotto le armi si fece assai onore: "alpino sempre" e di questa scelta era orgoglioso e innamorato.
A trentadue anni lasciò la casa paterna con delle briciole di eredità: dovette affittare due stanze in frazione Costa e due magri campi da lavorare per vivere.
Nonostante le difficoltà non si lasciò abbattere. Due erano le sue forze: il coraggio e la fede.
Comprò due caprette, quattro galline, un bosco ricco di castagni; sapeva cucinare e rigovernare la casa.
Un giorno ebbe una grande e inattesa fortuna. A Piancastagna, comune di Ponzone, incontrò per caso, uscendo da messa, una giovanissima e splendida ragazza. Lo sguardo onesto del giovane contadino di Morbello si incrociò con gli occhi luminosi della ragazza di Piancastagna.
Forse un saluto, un sorriso fortuito, uno scambio veloce di poche parole e subito scoccò la scintilla dell'amore. Poche domande, fatte con non poca emozione: "Chi siete?" (allora ci si dava del voi) "Dove abitate?", "Dove siete diretta?".
"In frazione Rizzi, ove ho la mia casa", la risposta della ragazza.
"Oh guardate, anch'io debbo recarmi in frazione Rizzi, da un certo Ivaldi", "È un mio parente" rispose la giovane, con un delicato accento francese.
Quasi a congedarsi la ragazza concluse: "Andate pure". Ma i loro destini erano ormai legati, perché, dice bene il proverbio popolare "Il Signore li fa e poi li accoppia".
Quella ragazza, che sarà la mia mamma, era nata nel 1893: aveva 17 anni il giorno di quel primo incontro, era di una bellezza fisica distinta e si manifestava in lei, in ogni gesto, serenità ed eleganza, che si sarebbero mantenute sempre, anche nei giorni della sofferenza.
Era figlia unica di madre vedova. La nonna Bianca, sua madre, rimase vedova dopo due anni di matrimonio. Erano momenti duri, magri e nonna Bianca andò in Franca a cercare lavoro, affidando la bimba di due anni ad una famiglia sua parente di Piancastagna, sostenendole le spese.
Mia madre, mi raccontava, trascorse la sua fanciullezza, la sua adolescenza nella più dura prova, lontana dalla mamma, praticamente senza famiglia.
Ma il suo carattere si temprò: era forte e coraggiosa e non disperò mai. Quindicenne partì per la Francia: la mamma le trovò un posto di lavoro presso una famiglia di Morbello che abitava a Nizza.
Quando queste persone vennero a conoscenza del sorgere di un sentimento di affetto tra lei e mio padre (incontrato durante una breve ritorno in Italia, nelle circostanze sopra descritte), per sottolineare le doti della ragazza e incoraggiare questo legame dissero a mio padre (titubante ed un po' perplesso di fronte a questa scelta, vista la differenza di età): "Ricordate bene che Antonietta è una ragazza bella, buona e felice. Una ragazza così non la troverete né in Italia, né in Francia".
Rispose il futuro sposo: "Me ne sono accorto e l'amore e il rispetto per lei sarà grande". Si sposarono a Ponzone: come viaggio di nozze Ponzone - Morbello, due stanze l'abitazione. Magro era il reddito di poca terra da coltivare, ma tanta la felicità perché si volevano bene.
La sposa non aveva nessuna dimestichezza col lavoro dei campi, non conosceva nessuno, ma ben presto questi due giovani sposi seppero farsi stimare e apprezzare da tutti.
La gioia fu grande quando il 24 aprile 1913 nacqui io, il primo figlio, che chiamarono Giovanni, col nome dei due nonni.
Ma il 24 maggio 1915, allo scoppio della guerra, il papà dovette partire per il fronte, dove rimase ininterrottamente fino al 1918, sempre in prima linea, sempre esposto a gravissimi pericoli.
La mamma rimase sola, con me piccolino, a fronteggiare le enormi difficoltà della vita, sempre con l'incubo che il papà non tornasse più dal fronte. Vagamente, ma ricordo il lungo silenzioso pianto di mia mamma, mentre mi abbracciava forte forte.
Mio padre era un uomo tenace, di grande fede nella Provvidenza, "Coraggio, Dio non abbandona nessuno: ci aiuterà, tornerò".
Questa frase mi divenne familiare, sentendola ripetere sovente.
Nonostante la durissima prova, la mamma non si perse d'animo: le dure prove già sopportata durante l'infanzia e la giovinezza l'avevano temprata e preparata ad altre più grandi, l'avevano resa forte e capace di non abbattersi.
Continuò i lavori dei campi, portandomi con sé nella vigna e facendomi sedere su un sacco tra i filari; faticava tanto, a volte piangeva di nascosto, mi parlava come parlare ad un grande, mi leggeva e rileggeva le poche lettere che papà le scriveva.
Sul finire della Grande Guerra, agli inizi del 1918, il tenace alpino del Tonale, dell'Adamello, della Bainsizza, di Cima 11 e di Cima 12, del Monte Nero, l'alpino di tante battaglie venne inviato a lavorare all'Arsenale militare di Torino. Lì lo colpì la micidiale febbre detta "spagnola", ma lui vinse anche questa infida battaglia.
E l'alpino conservò orgoglioso il suo cappello, la penna nera, le fasce e il mantello grigio-verde e attraverso i suoi racconti di guerra, vivi e impressi nel suo animo forte, imparai da lui ad amare la Patria, il rispetto per il sacrificio e il valore, il culto per i caduti.
Terminata finalmente la guerra, il papà tornò e insieme con la mamma si misero d'impegno a costruire la nuova casa.
Dopo tanti sacrifici finalmente uno spiraglio di luce e di speranza; purtroppo la sfortuna era sempre in agguato: il 26 luglio 1922, durante un terribile temporale, un fulmine colpì la nuova casa, la cascina, la stalla e incendiò ogni cosa. Compresi allora la forza, il coraggio di mio padre e la tenacia della sua fede: non un'imprecazione, non un lamento, non una maledizione. E riprese.
Voglio citare ancora un episodio a testimonianza della bontà e generosità, ma anche della discrezione di mio padre. Un incendio aveva distrutto l'abitazione di un vicino che, disperato, non si dava pace per essersi dimenticato di pagare l'assicurazione. Mio padre timidamente, quasi pudico a rivelare quel segreto che da tempo custodiva, diede coraggio a quell'uomo dicendo: "Non ti preoccupare, ho pagato la tua assicurazione insieme alla mia".
Le vicende dolorose, fortunatamente, si alternano ad altre felici: la mia famiglia si allietò con la nascita di mia sorella Rina, 1920, di Evelina, 1926, di Bruno, 1929. La nascita delle sorelle e del fratello riaccesero tanta speranza e tanta forza, ma per una inesperta e inconcepibile assistenza sbagliata di una vecchia levatrice, mia mamma fu colpita da un ictus post partum: fu grave e restò paralizzata in modo serio.
Ma anche qui l'amore, l'affetto della famiglia sostenne la mamma e l'aiutò nella prova. Riuscì ugualmente a far fronte a tutta la casa, anche in quelle precarie condizioni.
Ma la felicità non era per noi: il caro Bruno, bimbo robusto e sereno, ci lasciò prematuramente. Mia sorella e mia nonna, per incredibili errori della scienza medica, ci abbandonarono presto. Questi vuoti furono gravissimi nella famiglia e provocarono una sofferenza insanabile. Ancora e sempre la fede e il coraggio ci sostennero, ma queste perdite restarono gravissime e dolorose".
Un ricordo che reca impresso quell'emozione che solo monsignor Galliano sapeva trasmettere quando parlava, quando scriveva.
Proseguiamo nei cenni biografici. All'età di dieci anni entra in Seminario, a frequentare la quinta elementare (a Morbello c'era solo la quarta) "La nonna voleva farmi studiare e papà voleva che diventassi medico, perchè la mamma era ammalata".
"Arrivato alla terza liceo, dovendo scegliere sul mio futuro, ne parlai con il Vescovo Mons. Lorenzo Del Ponte mi consigliò di prendere la licenza liceale ad Alessandria e mi indirizzò a consultarmi con don Luigi Orione. In bici andai a Tortona a parlare con il 'santo' cui raccontai tutto me stesso. Al termine della chiacchierata, mettendomi una mano sulla spalla, mi disse: "Vai tranquillo e cerca di essere un bravo prete!".
E così, ponderatamente, scelse, definitivamente, la strada del sacerdozio.
Nei primi due anni di teologia, oltre allo studio della materia, fu assistente ai seminaristi ("così si pagava soltanto più metà retta"). In terza cominciò la sua collaborazione al 'Ricre' (direttore era don Oreste Galletto).
È da questo momento che nasce il 'grande acquese' e viene fuori il suo grande amore per la gioventù ed il territorio. Sempre in terza teologia, pur studiando, ebbe l'incarico di docente in 'preparatoria', la quinta elementare, una classe con una trentina di seminaristi!
Fu ordinato sacerdote, da mons. Del Ponte, l'11 giugno 1938. ("Partiti in 33, siamo arrivati alla Messa in sei: Badino, Morbelli, Barberis, Giacobbe, Foglino ed io").
"Una grazia, chiesi in quel giorno - ebbe più volte a dirmi - Che il Signore mi concedesse il dono della parola, della capacità di trasformare la verità in comunione con il mio prossimo ed in opere".
Tre giorni dopo l'Ordinazione fu inviato, per tre mesi, a sostituire il parroco di Vesime. Andò poi a sostituire don Luigi Mariscotti, parroco di Tiglieto.
Nominato cancelliere in Curia, con uffici aperti al mattino e al pomeriggio, fu contemporaneamente chiamato a dirigere (dal '39 al '44) il Ricreatorio (in questo periodo fu anche assistente di Azione Cattolica e inviò ben 12 ragazzi in seminario che diventarono poi tutti sacerdoti) e a svolgere il delicato compito di segretario del Vescovo mons. Lorenzo Del Ponte, che aveva cominciato ad avere problemi di salute ('39 - '42).
Confermato da Mons. Giuseppe Dell'Omo, rimase suo segretario per 13 anni, fino al 1955, anche se avrebbe preferito andare a fare il parroco in San Tommaso a Canelli. ("...ma ci si fa preti per obbedire al Vescovo").
Nel 1942 fu nominato Canonico della Cattedrale.
Durante la lotta di liberazione, insieme al Vescovo, prese contatti, sovente rischiando la vita, con Giustizia e Libertà (comandante Luciano, nel Ponzonese), con i comandanti Rocca (zona di Canelli) e Mimmo (zona di Castelnuovo Bormida - Bruno - Oviglio) e, soprattutto, con le formazioni garibaldine di cui divenne cappellano (Divisione 'Viganò', comandante Mancini, nelle zone di Carpeneto, Bandita, Ponzone, Pareto, Sassello).
Con loro svolse un'assistenza religiosa molto intensa e riuscì anche nell'opera delicatissima di mediazione e pacificazione. Riuscì ad ottenere numerosi scambi e, dal giugno all'ottobre '45, fece quattro viaggi al Brennero per raccogliere i prigionieri che tornavano dalla Germania.
"Un'esperienza umana e cristiana unica ed irrepetibile, durante la quale non mi fu mai negato nulla di quello che chiedevo, anche in situazioni molto difficili".
Subito dopo la guerra organizzò i "Refettori del Papa" e le "Colonie pontificie"
Nel 1947 venne nominato Consigliere ecclesiastico della Coltivatori Diretti. Fondò poi il movimento scoutistico (con Fornaro e Grillo), la San Vincenzo, l'Acli (con Mario Navello e Leopoldo Pietrasanta).
Delegato dell'Opera Pellegrinaggi 'Oftal' guidò tantissimi pellegrinaggi a Lourdes.
Conseguita la Licenza in Teologia presso l'Ateneo salesiano di Torino, insegnò, in Seminario, per sedici anni, varie discipline (Diritto canonico, Pastorale, Teologia) e per 26 anni fu docente di Religione presso il Liceo di Acqui Terme.
Dal 26 giugno 1955 al 21 ottobre 2006 è Arciprete della Cattedrale.
Negli anni '69 - '70 fu pro - vicario generale della Diocesi.
Sempre per amore di Acqui e della diocesi, negli anni 70/80, rinunciò, alla morte di mons. Rastelli, all'ambita presidenza nazionale dell'Oftal.
A monsignore va ascritto il rifacimento di tutto il duomo (pavimento, riscaldamento, tetto, sacrestia, impianto elettrico, altare delle Grazie, campanile), e dei locali adiacenti (salone conferenze, ecc.).
Numerosi i suoi scritti su Acqui Terme, Teresa Bracco, Giuseppe Marello, il Corpo bandistico acquese, il Duomo, le chiese di Acqui, Don Sebastiano Zerbino, Mons. Lorenzo Delponte, la Chiesa di Sant'Antonio Abate, la lotta di liberazione nel territorio della Diocesi acquese.
Da ricordare ancora la straordinaria abilità oratoria, e l'infaticabile capacità di far nascere, seguire e potenziare gruppi, associazioni e attività.
Fino alla fine, con abnegazione e sacrificio, ha mantenuto in vita, quale luogo di culto e di adorazione eucaristica, la chiesa di Sant'Antonio in Pisterna, da lui riportata ad uno splendore raro.
Si è spento venerdì 6 febbraio 2009.

Infaticabile restauratore

Non erano ancora trascorsi tre anni dalla sua nomina che poneva mano al primo intervento: lavori di restauro e di abbellimento alla Cappella delle Grazie, opera mirabile dell'architettto Gualandi con copia della Madonna di Foligno di Raffaello. L'anno successivo, 1959, tocca al pronao, alla sua copertura ed alla scalinata. Nel 1965 è il chiostro quattrocentesco ad essere ripulito e lastricato in luserna Ma bisogna arrivare alla metà degli anni ottanta per registrare interventi straordinari. Un grandioso e provvidenziale intervento di recupero: dal tetto (tremila metri quadrati, 94.000 coppi) alla cripta, ogni particolare della chiesa è stato ripulito dai segni del tempo e gli ori sono tornati a splendere, gli affreschi del Monevi e del Muto hanno riacquistato la forza originale del messaggio pittorico.
Ci ricordiamo, e l'immagine è vivida come se fosse odierna, del parroco, preoccupato ed insonne, sulle alte impalcature della chiesa di cui era custode, a controllare, suggerire, seguire passo dopo passo i progressi dei lavori. Anche la casa canonica e la zona circostante hanno cambiato aspetto. Quindi molte opere d'arte interne alla cattedrale trovano nuova vita e splendore: il trittico del Rubeus della Madonna di Monserrat viene restaurato dal prof. Nicola di Aramengo, che cura anche il restauro dei medaglioni del Rosario nell'omonima cappella. Poi fu la volta delle campane, messe in opera nel 1902, e restaurate nel 1989, per suonare finalmente "a concerto".
L'anno successivo si inizia il recupero dell'organo, con le sue 2500 canne (che vedrà una storica inaugurazione nell'autunno del 1991 con l'esibizione della corale Santa Cecilia accompagnata dall'organista di cappella del Duomo di Firenze, mons. Sessa), quindi è la volta del portale del Pilacorte, poi tocca alla cripta (1991), altro immane ed inderogabile intervento, per non parlare del delicato intervento al quadrante dell'orologio in pietra arenaria del campanile logorato dal tempo.
Nel 1994 il restauro tocca alcuni locali del Duomo per una chiesa sempre più viva, organizzata, rispondente alle necessità liturgiche e pastorali: si inizia dalla schola cantorum, e dalle aule destinate alla catechesi ed alle riunioni dei vari gruppi. Nel 2000 il recupero tocca l'imponente complesso degli armadi della sacrestia.
Qualche anno dopo (2003) fu la volta del rosone, quindi un altro intervento illuminato e quanto mai provvido: il consolidamento delle fondamenta del quattrocentesco campanile che denunciava preoccupanti segni di cedimento strutturale. Nuove poderose fondazioni vennero predisposte per garantire la staticità secolare della imponente torre campanaria. L'ultima opera in ordine di tempo è stata la ristrutturazione del salone a fianco della cattedrale, già sede scout, della schola cantorum, dei giovani con tavoli da pin pong e salottino per ascoltare musica e dibattiti, già sala teatro, già casa del soldato... Ora è a disposizione della parrocchia e di tutta la comunità per convegni e riunioni, sede dell'Unitre.
Se a San Guido va il riconoscimento della costruzione di questo magnifico tempio della fede, a monsignor Galliano deve essere attribuito il merito della sua conservazione, della sua rinascita, della sua rifondazione.
Insieme alla conservazione del duomo, da citare quella della chiesa di Sant'Antonio in Pisterna, un restauro quasi ancor più complesso, fatte le debite proporzioni, per lo stato precario di conservazione dell'edificio. Esterno ed interno: un piccolo delizioso scrigno, che valorizza il cuore della Pisterna in cui sorge e rispetta la tradizione di fede che ne ha fatto punto di riferimento per tanti acquesi.

I suoi libri

Monsignore ha sempre avuto anche un altro dono: quello di saper mettere per iscritto il proprio animo, i propri sentimenti. Uno dei volumi più imponenti e variegati che non è mai stato dato alle stampe sono i suoi articoli sul settimale diocesano. L'Ancora lo ha visto protagonista in prima persona e non ha mai smesso di ospitare i suoi scritti, quale testimonianza altrove irreperibile di fatti luoghi e persone.
Alla fine degli anni ottanta venne l'ora di lasciare testimonianze scritte di una memoria vivissima. A settembre del 1987 cura la pubblicazione ed il commento de "Le chiese della mia Acqui" liriche di Sandro Cassone;
Marzo 1989 "Un testimone del suo tempo - Venerabile Giuseppe Marello, fondatore degli Oblati di San Giuseppe e Vescovo di Acqui", con la seconda edizione del 1996 che reca la parte della beatificazione del 1993 e l'omelia del Santo Padre per l'occasione;
Aprile 1990 "Acqui Terme e dintorni - itinerari tra futuro e presente" (quarta edizione a dicembre 2003) un libro di arte, di storia, di poesia, ma soprattutto di sentimenti di amore verso la città e verso i paesi della diocesi, elencati ed organizzati in itinerari non solamente turistici.
Novembre 1990 "La storia del corpo bandistico acquese": 150 anni di storia musicale e cittadina.
Ottobre 1993: "Guida al Duomo di Acqui Terme", con biografie di santi e beati acquesi.
Marzo 1998: "Teresa Bracco, un fiore e una luce sugli orrori della guerra", uscita subito dopo l'annuncio della beatificazione della martire di Santa Giulia a Torino il 24 maggio dello stesso anno ad opera di Giovanni Paolo II in occasione dell'ostensione della Sindone.
Gennaio 2003: "Il servo di Dio don Sebastiano Zerbino, un santo fondatore, esempio e gloria per tutto il clero" sulla figura del sacerdote originario di Carpeneto che fondò la congregazione delle suore "Figlie di Maria Immacolata sotto il patrocinio di San Giuseppe"
Ottobre 2003: "Mons. Lorenzo Delponte, una perla di vescovo in un diadema di sacerdoti nella diocesi di San Guido", il libro che monsignore ha voluto fare per gratitudine ed ammirazione nei confronti del vescovo di cui fu segretario dal 1937 al 1942, che contiene anche le sintetiche biografie di 386 sacerdoti che costituiscono il diadema attorno al vescovo Delponte.
Aprile 2007: "La chiesa di Sant'Antonio Abate - cuore della vecchia Pisterna". Perché questo libro? Lasciamo a monsignore la risposta: ""Perchè la storia di Acqui, in gran parte, è la storia della Pisterna; Perchè le vicende di tante famiglie acquesi sono nate e maturate qui; Perchè mentre altri hanno ricordato le nobili famiglie della Pisterna, di quel patriziato che durò tanto tempo, è giusto ricordare almeno in blocco le famiglie della gente comune, le persone semplici, che nei secoli formarono l'ossatura del borgo; Perchè i primi anni dei miei studi e poi del mio sacerdozio sono maturati qui, tra le vie contorte di questo antico centro; Perchè il gruppo più consistente e vivace dei ragazzi del mio indimenticabile Ricre proveniva dalla Pisterna e ne erano fieri; Perchè conoscendo direttamente la vita di questa gente semplice, ho imparato ad apprezzare la lealtà e la generosità; Perchè dalla chiesa di Sant'Antonio Abate, cuore del Borgo e frutto di tanti sacrifici, ho imparato il valore della fede della gente umile e la forza della comunità cristiana. L'amore e la riconoscenza mi spinsero a scrivere queste memorie. Famiglie nobili e gente popolana hanno costruito insieme questa civiltà. A questo punto viene alla mente il saluto del poeta: "Ciao Pisterna! Sant'Antonio Abate sempre ti protegga"".
Giugno 2007: "Preghiere - Vibrazioni dell'anima, palpiti del cuore, messaggi di vita". Il frutto, oltre che di una indubbia capacità poetica ed espressiva, di un grande amore a Dio, di una profonda fede ed anche di un affetto paterno nei confronti dei fedeli, doti che hanno sempre contraddistinto la missione sacerdotale di Monsignore.
Febbraio 2008: "La Resistenza nella mia memoria. 1943-1945: la lotta di liberazione nel territorio della Diocesi acquese". Queste le parole di mons. Galliano: "Questo libro è un'eredità che lascio soprattutto ai giovani, nella consapevolezza che quegli ideali di libertà e giustizia per cui noi abbiamo lottato, non sono mai pienamente realizzati, sono sempre in itinere e comunque richiedono occhi vigili per evitare che siano calpestati nelle varie situazioni della vita".
Come ha fatto ad avere una produzione simile? Rispondiamo con una delle sue battute preferite "Non potendo dormire tanto di notte, scrivo per togliere il sonno agli altri…"

I riconoscimenti

Tralasciando le migliaia di riconoscimenti, medaglie, targhe e pergamene collezionate in una carriera prestigiosa, vorremmo ricordare

  • Protonotario 1988, in occasione del 50º di ordinazione sacerdotale
  • giugno 1991 "Laude dignus" frutto del gemellaggio tra i club lions di Acqui Terme e Carpentras "Per la sua attività di uomo, di cittadino e di sacerdote caratterizzata da una dedizione, sensibilità ed amore veramente nobili e disinteressati. Mons. Galliano può a pieno titolo essere annoverato tra i benemeriti della nostra città".
  • settembre 1992 Testimone del passato, protagonista del presente al 25º PremioAcqui Storia. "Modello assoluto di cittadino e di sacerdote, ha dedicato la vita al bene ed al progresso della comunità, vivendone con profonda ed intensa partecipazione, le sofferenze e le speranze, le memorie storiche e gli ideali, prodigandosi con la parola e con l'esempio per innalzare il livello civico e la moralità della vita collettiva. Con i suoi scritti ha coltivato con forte passione e promulgato le memorie patrie nel senso rigoroso della ricerca storica, ottenendo lusinghieri riconoscimenti anche in sede internazionale"
  • novembre 2000 Testimone del tempo all'Acqui Storia insieme ai fondatori del Premio.

L'ultimo saluto

Pubblichiamo nell'ordine di successione gli interventi tenuti durante il rito funebre per monsignor Giovanni Galliano lunedì 9 febbraio alle ore 14,30 in cattedrale.
Al termine dei cenni biografici di monsignor Giovanni Galliano, il parroco del duomo mons. Paolino Siri ha aggiunto "Scrive l'autore della lettera agli Ebrei: "Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù cristo è lo stesso ieri, oggi sempre". Riassumo in due battute la mia presentazione a monsignor Galliano. Riferendosi all'incarico che ho ricevuto dal Vescovo ed al fatto che mi sentivo "tanto piccolo e inadeguato", mi diceva "...ma tu sei l'Ordinario", "Sì Monsignore - rispondevo- ma lei è straordinario". Aggiungo ora: straordinario per i doni di Dio, per la vita, le capacità e l'attività. Straordinario e grande sacerdote è stato per noi e per tutti monsignor Galliano! La seconda battuta nel linguaggio del mio dialetto di Urbe. Scherzosamente gli dicevo "Monsignore lei l'è n' azzidente" (Lei è un accidenti). Parola difficile da tradurre, ma nel nostro dialetto significa persona forte, tenace, capace, simpaticamente piena di risorse, mai doma.
Penso sì che possiamo davvero dire che abbiamo avuto dal Signore la gioia e l'onore di aver conosciuto, apprezzato, goduto dei doni di "un'azzidente - straordinario!: Monsignor Galliano! Signore non ti chiediamo perché ce l'hai tolta. Ti ringraziamo perché ce l'hai dato".
Questa l'omelia del vescovo mons. Micchiardi (dopo le letture Rom 8,31-39 - GV. 19,17-18; 25-30)
"Carissimi,
• L'apostolo Paolo ha precedentemente illustrato il dono di salvezza che Dio ci ha offerto in Cristo: dono che ci libera dal peccato, ci rende giusti, ci dà la possibilità di essere figli di Dio.
Paolo è tutto preso dalla grandiosità di tale opera di Dio e, con grande commozione, esprime la sua assoluta fiducia nel Signore: Dio è con noi, Dio ci salva, il Padre e Cristo ci amano.
Questa realtà grandiosa contiene in se un 'energia fortissima che travolge ogni ostacolo che possa opporsi alla salvezza iniziata.
Paolo passa in rassegna gli ostacoli che possono opporsi all'opera dell'amore di Dio nei nostri confronti: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericoli di ogni genere, la spada.
Le avversità enumerate potrebbero, di per sè sopraffare il cristiano. Ma il cristiano, in forza della passione e morte redentrice di Cristo, possiede una forza tale da "stravincere": sotto il peso delle difficoltà elencate, non solo non si allontanerà da Cristo, ma si avvicinerà ancora di più a Lui.
Mi sembra che tale brano dell'apostolo Paolo possa offrirci una significativa chiave di lettura della vita di mons. Giovanni Galliano.
Una vita dotata dal Signore di tantissimi talenti, che egli ha utilizzato a fondo per servire Dio, la Chiesa e i fratelli. Una vita che è stata toccata profondamente dall'amore di Dio e che nell'amore del Signore ha posto una fiducia tale da poter affrontare vittoriosamente ostacoli ed avversità. Ostacoli ed avversità che lo hanno avvicinato ancora di più al Signore.
Si, solo alla luce dell'amore di Dio che ha operato in lui e solo con la forza della fiducia che ne è derivata si possono comprendere pienamente la zelante opera pastorale di mons. Galliano, la sua capacità di accoglienza e di ascolto delle persone, la sua sensibilità nei confronti dei problemi e delle speranze del suo tempo.
Questa costatazione è anche un monito per tutti noi. Ci suggerisce il segreto per uno stile di vita che sia caratterizzato dalla generosità, dalla gioia, dall'attenzione ai problemi degli altri e del mondo, pur in mezzo a prove e difficoltà: lasciarsi coinvolgere dall'amore di Cristo, stare strettamente ad esso uniti e riporre ogni fiducia nel Signore.
• Il brano evangelico che abbiamo ascoltato racconta la drammatica morte di Gesù. Tutte le parole usate dall'evangelista Giovanni per descrivere tale evento e gli episodi che lo accompagnano sono assai significativi.
Particolarmente importante l'episodio dell'affidamento della madre al discepolo amato da Gesù. È un dono che Gesù fa non solo a Giovanni, ma a tutti coloro che lo avrebbero seguito come discepoli. Ed è un dono che completa la serie di doni fatti da Gesù ai suoi amici, come segno del grande amore che egli nutre per loro.
Il discepolo che è oggetto del dono di Gesù, del dono di sua madre, accoglie Maria come persona che farà parte della sua intimità. È un'accoglienza che tocca la vita di fede del discepolo.
Dunque Gesù, affidando Maria al discepolo Giovanni, non compie solo un gesto di attenzione premurosa verso sua madre, che dopo la sua morte resterà sola, ma compie un gesto che è un fatto ecclesiale. Maria viene offerta ai discepoli, alla Chiesa come Madre. E la Chiesa, nella persona dell'apostolo Giovanni, l'accoglie tra i beni spirituali donati da Gesù.
Significativo anche l'altro episodio: Gesù, dopo aver compiuto la sua missione anche con l'affidare come madre Maria ai suoi discepoli, esprime la sua sete, una sete non solo e non tanto fisica, una sete di donare lo Spirito. Egli realizza tale desiderio quando esala l'ultimo respiro. Con il dono dello Spirito Santo Gesù offre ai suoi discepoli la possibilità di comprendere a fondo le sue parole e di metterle in pratica.
L'episodio di Gesù sulla croce, che offre in dono al discepolo sua madre e che dona lo Spirito Santo, ci invita ulteriormente a leggere e ad interpretare alla luce della fede l'esistenza di mons. Galliano.
Essa non è comprensibile fino in fondo se non si tiene conto del contesto ecclesiale, mariano, spirituale in cui è stata vissuta.
Mons. Galliano ha percorso un lungo e fruttuoso cammino di vita sacerdotale profondamente inserito nella Chiesa; l'ha percorso sostenuto da una tenera devozione a Maria Vergine e con un atteggiamento di attento ascolto dello Spirito Santo, maestro di vita interiore e suggeritore di ciò che il Signore vuole, nel mutare dei tempi, per diffondere il suo regno.
Anche queste caratteristiche della vita umana e sacerdotale di mons. Galliano ci sono di esempio e di stimolo: ci invitano a non vivere da isolati, ma in profonda comunione con la Chiesa, in attento ascolto dello Spirito e accogliendo le premure materne di Maria, che ci precede nel cammino di fede.
• Mentre deponiamo nelle mani di Dio la lunga e intensa esistenza umana e sacerdotale del caro mons. Galliano, ringraziamo il Signore per avercelo dato, con la certezza di averlo ancora con noi, perché, nel Signore, tutti i nostri cari defunti continuano a vivere, a vederci, ad amarci!"
È seguito il saluto del sindaco:
"In ogni occasione in cui, approssimandosi alla celebrazione delle più svariate ricorrenze e festività, pioveva, Mons. Galliano scherzosamente ci diceva "state tranquilli, ho telefonato lassù, …, arriverà il sole" e, come puntualmente ci si aspettava, quasi sempre ciò avveniva… Anche oggi, dopo molti giorni di pioggia, il cielo si è aperto ed è spuntato un caldo sole. Un sole che ha scaldato l'aria di Acqui, della Città di Monsignore, dopo vari giorni di pioggia intensa e nei quali essa, per tutti noi, è stata così strana e così diversa dal solito. È così arrivato il giorno che noi Acquesi avremmo voluto non giungesse mai. Acqui, la Sua Acqui, oggi, è tutta qui: ci siamo tutti, cittadini, associazioni, il Signor Prefetto, il Presidente della Provincia, moltissimi colleghi Sindaci dei paesi circostanti, moltissimi Amministratori dell'Acquese, i rappresentanti di tutte le associazioni cittadine, molte delle quali, come tutti ben sappiamo, fu lo stesso Monsignore a creare e a rendere prospere. Anche tutti i sacerdoti della Diocesi hanno voluto essere qui, accanto a Sua Eccellenza il Vescovo di Acqui: siamo tutti presenti, pervasi da una forte emozione, al tempo stesso, da un forte senso di inadeguatezza di fronte all'evento. Ricordo una folla analoga quando lo abbiamo festeggiato per i suoi novantanni, presso la ex-Kaimano e ancora, in tempi a noi più vicini, quando ha lasciato la guida della sua Cattedrale e della sua parrocchia; ricordo il piacere che gli dava il contatto con la gente e il sapere che erano tutti lì, per lui, come tante volte lui era stato presso ognuno di noi, nei più diversi momenti della vita.
Ma perché siamo tutti qui, oggi? Perché è stato ed è lui il Cittadino più illustre di Acqui Terme, indubbiamente il più illustre di tutto il Novecento ed è l'intera Sua Città e l'intera Diocesi a rendergli oggi omaggio, a esprimere con la semplice presenza una muta ma autentica gratitudine, a prolungare in un corale abbraccio il suo infinito saluto a lui.
Monsignore fu innanzitutto un grande sacerdote ed una guida pastorale e sociale di enorme carisma: era pastore severo ma misericordioso e sempre sorridente, sapeva introdurre applausi e persino note di umorismo in chiesa, sapeva farsi capire da tutti, dalla persona più colta a quella più semplice: insomma sapeva parlare con sapientia cordis, ovvero con il cuore, come lui avrebbe detto. Si può affermare che non ci sia famiglia che non abbia avuto un battesimo o un funerale, un matrimonio, una comunione o una cresima officiata da Monsignore, come per altro non c'è una casa di Acqui che non abbia accolto una sua visita o una delle chiese della Diocesi di Acqui, un'associazione culturale, sociale o sportiva, un negozio, ufficio o azienda che non abbia ospitato la sua parola. Ancora, non c'è via e, si potrebbe dire, quasi non c'è pietra della nostra Città che non abbia ricevuto il passaggio di Monsignore. E per questo che la Città ci sembra oggi così strana, così cambiata, sapendo che egli non è più tra noi e non potrà più attraversare quelle vie, parlare da questo o altri pulpiti, celebrare insieme a noi altre ricorrenze, donarci la sua parola e il suo consiglio. Anche questa stessa Chiesa, che egli sentiva fortemente sua, non è più quella che era, con lui, e sarà, senza di lui.
Ma Monsignore era anche un sincero innamorato della Sua Acqui e della sua gente. Ebbe modo, tra gli infiniti altri, di dimostrarlo innanzitutto nel corso della Guerra, dando prova di grandissimo coraggio personale. A questo periodo risalgono infatti alcuni dei suoi atti giustamente più ricordati. A lui, che aveva propiziato i contatti con le forze partigiane e quindi ingiunto il comando tedesco alla ritirata dalla Città, si deve se la nostra Acqui evitò di essere bombardata dagli Alleati. Ancora alla sua solerzia e opera si devono numerosissimi viaggi al Brennero per lo scambio di prigionieri; a lui devono la vita moltissime persone che si rifugiarono in Duomo o che furono aiutate a sfollare per tempo, dalla Città occupata e con i rastrellamenti in corso. Per converso, si incaricò ancora lui, e a più riprese, di mantenere i contatti con i partigiani, per evitare la prosecuzione delle ritorsioni e di ulteriori spargimenti di sangue in Città e nell'Acquese, nelle fasi terminali della vicenda bellica.
Monsignore, come tutti i grandi uomini, fu anche un costruttore. Ricollegandosi consapevolmente alla vicenda di San Guido, al quale, tra le altre sue opere, si deve l'edificazione della Cattedrale di Acqui, Monsignore si occupò di gestire, a più riprese e con memorabile tenacia, il complesso iter di restauri del nostro Duomo, che sentiva suo come nessun altro. Per nulla pago di ciò, come tutti sappiamo, sulla soglia dei novant'anni, quando qualsiasi altro si sarebbe ritirato, lui cominciava una nuova sfida, concentrando la sua attenzione sulla chiesa di Sant'Antonio, alla quale era sempre stato particolarmente affezionato e che, parimenti, ha conosciuto grazie alla sua opera di sacerdote e al suo impulso ai restauri una vera e propria rinascita.
Ma Monsignore è stato anche un finissimo uomo di cultura, uno scrittore, un poeta: numerosissimi e particolarmente fortunati sono i suoi libri, dedicati alla Città, a particolari figure della sua storia religiosa, a pensieri in poesia e, più di recente, ai ricordi della sua giovinezza e del periodo della seconda Guerra mondiale. Il riconoscimento di Testimone del tempo, che abbiamo inteso conferirgli in anni passati, non è che il suggello e, insieme, solo un piccolissimo segno del suo grande e riconosciuto valore anche in campo culturale.
Avviandomi a chiudere il mio saluto, desidero ricordare ancora le parole di Sant'Agostino, come già fatto dal nostro Vescovo Monsignor Micchiardi e da Monsignor Siri, chiamato a portare avanti la difficile eredità alla guida della nostra Cattedrale: non Ti chiediamo perché ce lo hai tolto, Ti ringraziamo per avercelo donato e, mi permetto di aggiungere, così a lungo e così operoso tra noi. Nel ringraziare Dio per questo, abbiamo detto e diremo ancora tante volte grazie Monsignore, pur dovendo andare avanti e cercando di essere degni di lui e del suo esempio nella speranza e nell'impegno. Come lui avrebbe voluto gli chiediamo anche, nel Mistero di Cristo, di non lasciarci e di rimanere con noi, ancora".
Quindi i ringraziamenti della comunità parrocchiale per voce di un membro del consiglio pastorale della parrocchia del Duomo:
"A nome della comunità parrocchiale del Duomo vorrei esprimere, a nome di tutti, i sensi di gratitudine nei confronti di mons. Giovanni Galliano.
Ringraziamenti limitati e sicuramente non adeguati ai meriti, per tutto quello che monsignore ha fatto per la comunità, in continuazione, senza attimi di tregua o di riposo, fin all'ultimo, fino a quando le forze lo hanno retto.
Grazie perché non ha delegato ad altri il proprio compito, ma è stato sempre in prima linea a testimoniare il Vangelo e anche a combattere con tenacia per la sua diffusione e la sua concretizzazione.
Grazie per la sua disponibilità ad ascoltare, per la sua capacità a proporre ed a suggerire, per la sua infaticabile vena a programmare; per l'entusiasmo contagioso che lo ha sempre contraddistinto, nelle tante attività della parrocchia più grande della Diocesi, con una miriade di gruppi perfettamente funzionanti, perché era lui, il parroco, l'anima ispiratrice.
Grazie per la sua parola, sempre chiara, sempre positiva, sempre costruttiva, una parola difficilmente imitabile, che si sapeva adattare ad ogni occasione, mai in maniera ripetitiva, una parola che ha dimostrato la sua validità sia in forma orale, sia in forma scritta. In forma orale nelle tantissime omelie e predicazioni quanto mai richieste dovunque (ieri sera don Franco durante il rosario ha detto "non c'è pulpito in diocesi da cui monsignore non abbia parlato"). In forma scritta e qui il grazie viene non solo dalla comunità parrocchiale, ma da tutti quelli che hanno saputo apprezzare i suoi scritti numerosi. Scritti in cui ha messo il suo amore per le persone, per la città (è stato definito "il miglior sponsor di Acqui e delle sue cure termali"), per il territorio, per le strutture, per le tradizioni, con un occhio di riguardo alla storia, vissuta in prima persona e raccontata con rara lucidità, ma sempre con anelito al miglioramento della situazione locale. Grazie allora anche per l'iniezione di fiducia che dava alle associazioni civili, alle nuove attività commerciali, che per lui significavano linfa vitale per la città.
Grazie per l'attenzione verso chi ha bisogno, quindi per la mensa della fraternità, che continua ancora con lo slancio dei primi giorni. Grazie per la propensione alla carità: tutti hanno ricevuto da monsignore qualcosa: chi un gesto, chi un consiglio, chi aiuto, morale e pratico.
Grazie per l'amore che ha dimostrato nei confronti delle persone malate sofferenti e gli innumerevoli viaggi a Lourdes lo stanno a dimostrare.
Grazie per averci insegnato, nei momenti di maggior dolore, parole di consolazione e di speranza.
Grazie per il contatto con le famiglie (dalla benedizione in casa, alle visite ai malati, al vangelo distribuito casa per casa, ai rosari nei quartieri, ai corsi per fidanzati, agli anniversari di nozze...).
Grazie per tutto quello che ha fatto per i giovani, dai tempi del Ricreatorio, allo scoutismo, all'Acr. Ha saputo essere sempre giovane con i giovani di ogni tempo.
Grazie per la sua attività di grande restauratore. Monsignore ripeteva sovente "la chiesa non è fatta di pietre o mattoni, o stucchi dorati, la chiesa è fatta di anime" ed allora lo ringraziamo per essere riuscito in entrambi i compiti: in quello di "edificatore di anime rette" ed in quello di restauro conservativo: ricordiamo quanto ha fatto per questa cattedrale e quanto per Sant'Antonio in Pisterna.
Grazie per essere stato il nostro parroco, riuscendo ad essere nello stesso tempo parroco di tutta la città, perché tutti quelli che lo avvicinavano si sentivano compresi, valorizzati, spronati, perché in ciascuno faceva emergere, lodandolo, un lato positivo.
Oggi questa bella e lunga parentesi che il Signore ci ha voluto donare è finita. Oggi ci dobbiamo lasciare e lo facciamo, umanamente, con la tristezza nel cuore, per avere perso un padre, un fratello, un amico, ma, cristianamente, con la gioiosa certezza della rinascita comune in Cristo, come lei ci ha più volte insegnato. E questo è l'ultimo grande grazie che le diciamo, monsignor Giovanni Galliano: grazie".
Infine il ricordo del presidente dell'Oftal diocesana:
"È doveroso, per l'Oftal diocesana che rappresento ed a nome anche delle numerose associazioni qui presenti, porgere le più sentite condoglianze alla famiglia di Monsignore, ma soprattutto voglio ricordarlo con immenso affetto e ringraziarlo per quello che ha rappresentato per noi tutti.
Punto fermo di riferimento! Con orgoglio e riconoscenza posso affermare che la nostra "Bella famiglia oftaliana" (come spesso amava dire) occupava un posto particolare nel suo cuore.
Se oggi molte persone, ammalati, anziani, disabili si recano a Lourdes in Pellegrinaggio lo devono a Monsignore che tanto ha fatto, che fortemente ha voluto e creato l'Oftal come realtà viva ed operante nella nostra diocesi.
Durante gli ultimi anni non ha più potuto (per motivi di salute) partecipare al nostro pellegrinaggio, ma con la forza della preghiera, sua costante compagna di vita lo abbiamo sentito ugualmente vicino, come padre amorevole sia in viaggio, che durante le funzioni liturgiche e la recita del santo Rosario dinnanzi alla grotta di Massabielle.
Possedeva il grande dono di farsi amare da tutti, sapeva parlare con i giovani, con gli anziani, con gli ammalati, usando intelligenza, arguzia e perché no, un pizzico di ironia!
Usava un linguaggio semplice Monsignore, ma che arrivava al cuore, era per questo un uomo grande, un uomo mandato da Dio, per aiutare tutti e per tutti è stato un amico, sempre disposto a consigliare, aiutare o più semplicemente ascoltare.
Umile e generoso nel farsi vicino agli altri, seguiva costantemente gli insegnamenti del Vangelo, trasmettendo la "Parola di Dio" in modo comprensibile e come unica certezza.
Quest'anno, a Lourdes, durante il nostro pellegrinaggio diocesano di agosto, ci accoglierà, ne sono certo, accanto alla Vergine Maria che tanto amava e che ci ha insegnato ad amare.
Sarà bello averti nuovamente insieme a noi. Aspettaci Monsignore".

Arciprete della Cattedrale

Così L'Ancora accoglieva l'ingresso del Canonico Giovanni Galliano quale nuovo arciprete della Cattedrale il 26 giugno del 1955. Il sacerdote aveva allora "solo" 42 anni, ma quanti meriti aveva già acquisiti!
"Prendendo ora la penna per presentare il Neo-Eletto, ci coglie viva commozione stando per compiere questo atto di omaggio verso colui che tante volte a questo giornale consegnò le sue vibranti espressioni a commento di innumerevoli episodi della vita della nostra Città e Diocesi, e ci rammarica il pensiero che la realtà delle cose superi in ogni caso le nostre espressioni.
Ci sia permesso quasi sorvolare e cogliere spigolando alla vasta messe di cose, che ci stanno innanzi.
...Ricordi di quando giovanissimo seppe, con sacrificio e delicatezza superiore all'età, accompagnare gli ultimi anni della venerata figura di Mons. Del Ponte, educando presso di Lui il suo spirito a quella rettitudine di intenzione, zelo disinteressato ed inesauribile attività, che furono poi naturale e nobilissimo programma della sua vita sacerdotale. L'alto e difficile incarico fu così opportunamente disimpegnato che il Successore Mons. Dell'Omo, che attualmente siede sulla Cattedra di S. Guido, non dubitava, insolita cosa, a confermarlo nel delicato ufficio di Segretario, offrendogli così nuovi motivi di vasta e preziosa esperienza.
...Ricordi di quando tra i piccoli del Ricreatorio e tra gli Scouts attuava già, quasi per naturale genio, quella pedagogia, che più tardi avrebbe insegnato nelle scuole del Seminario, e formava giovani apostoli, che oggi opportunamente attuano la dinamica apostolica dei tempi moderni.
...Ricordi dei perigliosi episodi della guerra, nello scambio degli ostaggi, negli arditi ed efficaci interventi di una instancabile cristiana carità: pronto, generoso, anche audace, se occorreva.
...Né ci sfugge il valore della sua mente, originalmente molteplice ed acuta, nelle lezioni da lui tenute nel Seminario o presso Istituti Scolastici cittadini; del silenzioso, costante e fervente impulso dato alla Azione Missionaria, all'Opera delle Vocazioni, alla P. Società dei Cooperatori Salesiani, che rese tra le più efficienti del Piemonte; alle ACLI, il cui movimento egli iniziò e tuttora dirige; all'Associazione Coltivatori Diretti, che visitò in ogni piaga rurale...
...Permane il ricordo delle ardenti predicazioni in ogni angolo della Diocesi: fossero i cordiali colloqui coi parrocchiani, durante le Visite Pastorali; o le alte celebrazioni religiose e civili; o l'appassionato pellegrinare di paese in paese durante i congressi Eucaristici parrocchiali e le indimenticabili notti della "Madonna Pellegrina"; o infine quella parola spontanea e commovente, che egli sapeva trovare per ogni lutto e per ogni gioia!
Ma continuare, per quanto doveroso, potrebbe sembrare retorico.
Ciascuna delle attività, cui abbiamo appena accennato, tacendone altre, basterebbe da sola a caratterizzare il decoro ed il merito di una persona!
La modestia del Novello Arciprete tuttavia ci permetteva ancora di chiudere affermando che ogni povero ed afflitto bussò alla sua porta; che i conforti e gli amorevoli interventi, che vennero da lui, sono innumerevoli, anche se i più resteranno nascosti; che, infine, tale imponente complesso di attività fu il più delle volte amabilmente... gratuito.
Con questa disinteressata generosità non potevi, o Novello Pastore, non essere benvoluto e certo il tuo ministero si avvia sotto le più lusinghiere speranze di ricchezza di frutti. E ti accompagna l'augurio più cordiale di tutti!
Caro e desiderato Pastore: questo breve profilo l'abbiamo steso non per una facile lusinga, ma perché la Città ed i Confratelli volevano farti questo omaggio di gratitudine e perché Tu stesso, facendo prossimamente il tuo solenne ingresso in questa altissima responsabilità, senta di poter contare su ampi motivi di comprensione e di collaborazione".

Gli inni per le cose più care

Monsignor Galliano un innamorato della città di Acqui, della sua storia, delle sue bellezze naturali, delle sue prerogative uniche, come i fanghi e le cure termali.
Monsignor Galliano, ricco di entusiasmo, pieno di vita, capace di trasmettere a chi gli stava vicino la voglia di godere appieno del dono incommensurabile della vita.
Alla città di Acqui ed alla vita Monsignor Galliano ha dedicato due inni che riportiamo per lasciarne meritevole memoria.

Inno ad Acqui

Bella, elegante, splendida
m'appar la mia città.
Con la Bollente fumida
coi suoi giardini in fior!
Il lungo corso Bagni
dalle magnolie morbide
nel fiammeggiante vespero
ci invita a passeggiar.
Acqui sei bella
antica è tua storia
cantiamo la gloria
di questa città.
Guardando al futuro
noi tutti insiem andiamo
costruirla vogliamo
più splendida ancor!
Dalla Pisterna amabile
scendendo in piazza Italia
per gli armoniosi portici
fin presso la Madôna
è sempre tutto un cantico
di storia e di amor:
la storia dla so gent
l'amur dla me citò.
Dalle colline fertili
ridenti al primo sole,
sei abbracciata, o nobile
città dal fango d'or.
Lungo le vie del Bormida
un dì, glorioso e limpido
fioria la vita e l'inno
ai campi ed al lavor!
Dalla tua torre aerea,
dal campanil del Duomo
per Te le ore suonino
all'armonia e al lavor.
Dall'alto ti proteggano
le braccia di San Guido
all'avvenir affacciati
ricca di speme ognor!
Inno alla vita
Evviva la vita, che è dono di Dio.
Evviva la vita che è germe immortal
Evviva alla vita che palpita in cielo
che esplode nei campi che vive nel mar
Evviva alla vita che è un grande mistero
Mistero infinito mistero d'amor
Più grande del mondo
stupendo tesoro
la gloria di Dio
è l'uomo vivente
è l'uomo che pensa
che crede, che ama
che soffre e lavora
che vuol costruire
un mondo più umano
un mondo più vero
di pace e giustizia e di libertà.
Venite, o amici, passata è la notte
il giorno che sale, richiama alla Gioia.
All'uomo un aiuto sia al fin ogni uomo
Insieme andiamo, cantando gioiosi
cantando alla vita, amici insieme
La Grande avventura coraggio viviamo.
Evviva la vita che è un grande mistero
mistero infinito mistero d'amor...

Elegia a Cefalonia

Un testimone della storia locale come è stato Monsignor Giovanni Galliano non poteva non parlare della Divisione Acqui e del martirio dei soldati italiani a Cefalonia. Recatosi sul luogo degli avvenimenti storici nel 1982 con alcuni acquesi, al ritorno, colpito da ispirazione poetica mista a grande commozione, scrisse un'elegia a Cefalonia. La proponiamo per i nostri lettori.

A Cefalonia (Elegia)

Cefalonia, bella e grande madre / delle sorelle isole Ionie / regina che siedi severa / tra Patrasso industre e profumata di uve / nel Peloponneso florido e Corfù rocciosa e incantevole / caposaldo strenuo sul cammino verso l'Oriente inquieto, / che ancora conservi le vestigia gloriose / di Roma antica e di Venezia sovrana, / circondata dal mare azzurro e sconfinato / sotto un immenso cielo limpido / a Te, Cefalonia, siam giunti / in pellegrinaggio d'amore / per implorarTi di svelare a noi / il segreto profondo e doloroso / che custodisci da tempo nel tuo cuore ferito!
Dove sono, o Cefalonia, i giovani e valorosi / soldati della Divisione "Acqui"? / Perché li hanno proditoriamente trucidati / calpestando, spergiuri, leggi, onore e patto solenne? / Perché non li hai nascosti nelle tue incolte brughiere, / negli antri delle tue montagne, nelle tue case ospitali?
L'alto Aenos, il mare, la terra / ha inorridito al tradimento, allo sterminio atroce, all'inumana strage. / La Bandiera Bianca a Cefalonia doveva essere / segno e auspicio di pace: / divenne nel tradimento grondante sangue / un tragico evento, spietato, che resta come onta nei secoli. / È Acqui, l'antica città che diede il nome / alla bella e forte e leale Divisione / che come una madre viene a piangere, a cercare, ad inginocchiarsi / su questa terra incantata / e per noi avvolta da un grande cupo mistero.
Erano buoni i nostri ragazzi, erano ignari e fiduciosi. / Lo dica Argostoli, bella e gentile, dalle bianche case / e dall'ampia piazza piena di fiori e di vita, / racchiusa nel grande golfo. / Lo dica chi erano questi italiani / che ti amavano e che Tu, Cefaloni, amavi. / Erano giovani, erano forti, erano generosi, / che la guerra senza nome e senza scopo / portò lontano sradicandoli dalle loro case, mai dimenticate / che ora finalmente s'apprestavano a raggiungere.
Siamo approdati al tuo litorale disadorno, o bella Cefalonia. / Ci accolte allora un prete inerme / custode solitario di memorie dolorose. / Pregammo nella cappelletta umile / presso il piccolo cimitero senza più tombe e con povere croci; / piangemmo accanto alle lapidi cadenti / sostammo là ov'era la Casetta Rossa. / Cercavamo invano dei nomi cari. / Una mano pesante ci opprimeva il cuore. / Una nube di tristezza infinita / ci velava la vista alle bellezze che dispensò / natura prodiga a questa terra splendida. / Sul tuo mare magico, o Cefalonia, celebrammo il sacrificio di Cristo / per le sacrificate vite dei nostri martiri. / Nelle tue onde gettammo mazzi e corone di fiori / che nella scia bianca della nave / lambivano le tue scogliere grigie / quasi sostando in cerca di sommersi nel mare profondo, / fossa comune ad un olocausto / che segna nei secoli infamia e tradimento / ma anche Gloria e Onore ai Caduti della grande unità / che porta il nome magico della mia Acqui!
Argostoli, luce di Cefalonia, / bella e vivace, piena di fascino incantevole / tu mi sei apparsa amica. / Nel tuo cuore conservi la memoria dei nostri giovani / che ti amavano. / Non dimenticarli. Non ti erano nemici. / Volevano ancora ritornare a Te nei giorni di una pace sicura. / A te, città del grande golfo aperto, / portammo il pianto, il dolore, l'amore di tante mamme, / di tante spose, di tanti bimbi. / Sono sacri! / Da Te, Argostoli, la nostra preghiera / presso l'altare e la bandiera tricolore / salì più alta dell'Aenos svettante, / salì al Dio degli Eroi / per i nostri giovani / che nell'eccidio immane di Cefalonia / immolarono forti la loro fiorente e anelante giovinezza.
O Dio, dall'immenso sacrario di Cefalonia / accogli i prodi che bussano al tuo Cielo / e sull'"attenti" si presentano: / "Siamo della Divisione Acqui" / Apri loro le porte del Paradiso / e fa, o Signore, che il loro sacrificio / non sia vano per la pace tra i popoli! / Risplenda alta nel cielo / come fiaccola olimpica inestinguibile / la Civiltà che fu di Roma e di Atene / di Grecia e d'Italia / ad illuminare il cammino delle genti.

Con le associazioni ed i gruppi

A proposito dei gruppi e delle associazioni scriveva mons. Galliano: "Di queste realtà la nostra città è ricca e possiede vere potenzialità. Rispettando gli ambiti e le prerogative di ogni gruppo o associazione tutto deve convergere al traguardo di una vera maturazione e stimolo al servizio dell'uomo e della comunità per un autentico ed efficiente progresso.
Non siano soltanto Sigle indicative e di gruppi; ma rappresentino forze nuove, vive e generose, capaci di creare nuovi spazi operativi, in fasce sempre più ampie della nostra società.
Bisogna colmare i vuoti. Bisogna bloccare l'emorragia di giovani e famiglie costrette ad andarsene da noi. Bisogna tracciare nuovi sentieri, su cui camminare sicuri. Bisogna coinvolgere sempre di più giovani convinti in un impegno costruttivo! Bisogna sentirsi tutti responsabili di una situazione che si appesantisce continuamente! Bisogna ridare fiducia! Bisogna agire! Ci sarà finalmente una ripresa per Acqui e per questa zona? La speranza non deve morire. Dobbiamo reagire tutti ed impegnarci tutti per il bene comune, superando personalismi, interessi privati, visioni di piccolo cabotaggio. Le sorti di una città sono nelle mani di tutti i cittadini. È già da troppo tempo, che ci si palleggia in sterili tentativi, senza una visione d'insieme, senza una autentica volontà operativa. A quando?... Quando maturerà negli acquesi una vera coscienza sociale e comunitaria... Quando vedremo il Bormida ripulito e risanato... Quando le nostre Terme torneranno al più alto livello e di forte richiamo. Quando il nostro turismo costituirà un sicuro richiamo... Quando le sirene dei nostri stabilimenti risorti, risuoneranno come una volta, al mattino a... chiamare gli operai. Quando le piccole e medie industrie, l'artigianato, il commercio, l'agricoltura rifioriranno... allora potremo salutare con gioia e commozione l'inizio di una vera auspicata rinascita!".

 

Scrivi alla redazione

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA]