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Don Giovanni Galliano iniziò da Vesime

 
Vesime 1943, visita del vescovo Dell'Omo all'asilo
Vesime 1943, visita del vescovo Dell'Omo all'asilo.
Vesime 1955, entrata di don Boido parroco
Vesime 1955, entrata di don Boido parroco.
Vesime. Riccardo Brondolo ha scritto una testimonianza, in occasione del 70º si sacerdozio di mons. Galliano quando fu viceparroco a Vesime: "La frana crudele della memoria risparmia talora brandelli e fogli sgualciti della nostra vita; figure, o meglio, immagini che per avventura o occasioni rituali ci son state accanto ricompongono allora, miracolosa suggestione, un quadro di voci, presenze, odori, sgomenti e letizie sommersi per decenni dal falotico procedere del tempo e dell'esperienza. L'animo affranto ne trema, indugia, incerto ed avvinto, ad aprirsi ad una recuperata innocenza, verso una stagione senza dubbi in cui bastava un volto sorridente o un volo di rondine a renderci certi del Bene. Quelle figure, quei volti, sono per lo più quelli dei nostri morti, quelli che, col Poeta, preghiamo "perchè preghino/ per noi, per i nostri vivi"; ma, ahimé, "oggi/ più di rado discendono dagli orizzonti aperti... della sera"; sempre più di rado si ricompone lo scenario dell'infanzia, il palcoscenico su cui fummo -con loro- protagonisti e comprimari di quel prologo di vita. Il "lungo colloquio coi poveri morti" si fa monologo, il tempo torna a farsi acqua, cenere, vento...
Per avventura, o per grazia, ci è concesso talora, però, di vederci riemergere accanto, vivo di questa stessa nostra materiale sostanza, un interlocutore benefico nella nostra sfida spasmodica al baluginare del tempo e della memoria, un alleato e un moderatore alla nostra übris -laica o cristiana?- di eternità. Don Galliano fu viceparroco a Vesime, tre giorni appena dopo l'ordinazione, a pochi metri dalla mia culla, due mesi dopo che in questo borgo mi aveva partorito un'esile fanciulla bionda, giunta quassù, per un erratico destino familiare, dalle nebbie alessandrine, dalle giogaie della Lunigiana, dall'algido, gotico azzurro delle Apuane, dalla dolcezza severa del mare di Versilia. Mio padre era organista della parrocchiale: la nostra casa, le attenzioni dei nonni, della mite zia sarta, si aprirono spesso in quei mesi al giovane reverendo che aveva sostituito l'anziano don Ghiazza, partito per una lunga vacanza presso i cugini nizzardi. Ed io oggi, vedendo il sorriso di don Galliano (mi perdonerà, monsignore, ma a me vien sempre d'appellarla così), penso che non tutto è morto del mio passato, dei miei cari, dei sapori degli odori delle atmosfere di quella mia vecchia casa in cui vivo ancora, e che imparai a distinguere e rammentare qualche anno dopo: scienziati illustri affermano che tutto ciò che ci riguardò nei primi tre anni di vita impregna e presiede, per vie e agglutinazioni ancor misteriose, il prosieguo delle nostre stagioni. Il sorriso di don Galliano me lo ritrovai accanto all'asilo, a render domestica la visita e l'austera presenza del vescovo che accompagnava; all'entrata in parrocchia di don Boido, il nuovo parroco, quando ci lesse il telegramma benedicente di papa Pio; e ancora, lo stesso sorriso, memore di una fede trasmigrata nello sguardo, quarant'anni dopo, alle esequie di quel parroco che mi fu umanamente caro. Poi, a quello sguardo, senza parole, ho talora chiesto conforto entrando furtivo per qualche minuto in Cattedrale e, più recentemente, in sant'Antonio; alla "traccia madreperlacea di lumaca", agli incerti allucciolìi della fede, porgeva scampo la pregnanza viva di quel candore immacolato, su quel volto immutato ed immobile nel tempo. E il corteggio dei ricordi si ricomponeva più sicuro e definito, il richiamo delle parole imploranti delle care immagini aveva suono certo; ed oggi son qui a considerare quest'avventuroso rapporto con un uomo che con discrezione, di sottecchi, sembra avermi seguito per questi settant'anni di dubbi e speranze. Scriveva Ardengo Soffici nel suo Giornale di Bordo (prima dunque del suo recupero cristiano) che la vita "è un dono magnifico e tremendo non si sa di chi, e -come dicono i francesi- c'est a prendre ou à laisser". E pure, in quegli stessi anni, in svariate occasioni, al colmo della gioia o dello sconforto, Ardengo finiva invariabilmente col concludere "Sia benedetta la vita". Chissà per quanti quest'uomo, questo sacerdote principe della terra di san Guido, per misteriose vie, attraverso fatti ed evenienze diversi e innumerevoli, è stato un riferimento provvidenziale, ha avuto il carisma e la grazia sorgiva di essere una luce.
Non vorrei che questa breve nota avesse l'aria di un encomio formale. Concluderò pertanto con qualche noterella lieve, a testimonianza del legame profondo che lega, oltre le mie attinenze personali, don Galliano a Vesime, la prima cura in cui svolse il suo ufficio.
Immagino il suo stupore quando, tre giorni appena dopo l'ordinazione, il vescovo Delponte lo manda a coadiuvare l'arciprete Francesco Ghiazza, cavaliere e vicario foraneo di questa che, a quei tempi, era forse la parrocchia più ricca e importante della diocesi. Dalla vicaria di Vesime dipendevano le cure di San Giorgio Scarampi, Cessole e Perletto. Due perpetue (la severa Teresina -anche lei morbellese- e la mite Luisa), un fattore, una confraternita, l'antichissima pieve, e rapporti non sempre facili con l'autorità civile. Immagino ancora l'imbarazzo e l'ansia del venticinquenne neosacerdote, nel vedersi affidare immediatamente la parrocchia da don Ghiazza in partenza. Gli fu scudiero, e un poco guida, nella benedizione delle case, il mitico sagrestano Paród, che mal tollerava il rifiuto del giovane ad ogni offerta di ristoro; dopo parecchi uffici... in bianco, alfine Paród sbotta: "Reverendo, d'ura an avanti, s'u vö nènt bèivi, ch'u pårla per chièl!". Gustosi aneddoti infiorano i ricordi di monsignore: ne vengon fuori il rimbrotto della perpetua, che vietava la vite della corte e l'assaggio della luglienga fino all' arrivo di don Ghiazza; l'occhiuta preoccupazione di una moglie, che, accanto al marito morente, si affannava a strappargli il segreto del tesoretto nascosto, e il conseguente, sdegnato rimbrotto del sacerdote; la festosa atmosfera del paese ancora illuso, in quel 1938, nei giorni sereni del sole e del grano.
"Vesime, primo amore!" ebbe a confessarmi un giorno don Galliano: chissà quanto e da quanti è ricambiato questo affetto, in questo nostro tempo, in questa nostra società che si riconosce e si bea solo nel facile edonismo del potere, della gola, dei sensi; e del presente. Noi (con me, qualcun'altro) lo vorremmo ancora qui con noi, almeno per un giorno, per qualche ora...".

Pubblicato su L'Ancora del 22 giugno 2008

 

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