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Garibaldi fu scolpito... una dedizione patria (1)

 

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Acqui Terme. In occasione dell'apertura della XXXII Mostra Antologica "Scultura lingua viva" (27 luglio - 6 ottobre) e del 120º anniversario dalla morte di Giuseppe Garibaldi (2 giugno 1882), pubblichiamo il seguente testo (in tre puntate) curato da Giulio Sardi. La sua ricerca illustra le fasi di una committenza che vide come protagonista la città della Bollente e un suo artista oggi non più ricordato. Non solo al celebre Giulio Monteverde si legarono, infatti, i destini dell'Alto Monferrato per quanto concerne le discipline plastiche. La Acqui di fine XIX secolo - cui tanto impulso veniva dall'opera dell'uomo di Stato e sindaco Giuseppe Saracco - centro termale e alla moda, oltre a richiamare letterati, musicisti e scultori per periodi di riposo o di intrattenimento a beneficio dei curandi, sapeva esprimere anche spiccate personalità come quella di Luigi Bistolfi.
Alla sua figura - da non confondere con quella del più celebrato Leonardo Bistolfi casalese - al suo monumento per Garibaldi a Caprera, e ai fasti garibaldini di cui Acqui fu testimone nell'Ottocento sono dedicate le righe che seguono.

LA LENTE DELLA STORIA

La "dromomania" dell'Eroe

Già l'articolo pubblicato in data 2 giugno 2002 da "L'Ancora" ricordava il forte impatto emotivo che la morte dell'Eroe dei Due Mondi causò nella nostra città. Quel contributo, sempre curato dallo scrivente, ripropose la cronaca delle celebrazioni, culminate nella pubblica commemorazione al Politeama Benazzo (10 giugno 1882). E, allora, vale la pena di rammentare come, sul palco in mezzo alle bandiere e agli stendardi abbrunati, s'ergesse pure "un busto di Garibaldi, lavoro abbastanza ben riuscito (specie se si riguarda la fretta con cui fu fatto, per la grande ristrettezza del tempo) di Luigi Garelli".
La fortuna di Garibaldi - di cui è indizio la palpabile, diffusa commozione, non derivava, del resto, dalle sole imprese militari (nelle tre guerre di indipendenza, nei fatti d'armi per la conquista di Roma, e, ovviamente, nell'impresa dei Mille).
Il comandante dei Cacciatori delle Alpi e della Camicie Rosse non era stato solo uomo da stampe o da cartoline celebrative. La sua presenza "fisica", concreta, si era largamente sentita negli anni cruciali del Risorgimento.
Prima di Gabriele D'annunzio (autore della celebre Canzone di Garibaldi; e celebre fu la sua camicia rossa, quasi che l'impresa di Fiume fosse omologa di quella di Marsala), prima di Benito Mussolini, l'uomo del balcone - capace di assumere una valenza pubblica - era stato il nizzardo, e poco importava agli italiani del suo ritiro a Caprera a far data dal settembre 1880 (con l'abbandono del seggio di Deputato alla Camera - uno scranno che sarà poi oggetto di culto - insofferente della debolezza della politica della Sinistra Storica e dei compromessi dell'intera classe politica).
Tutti ricordavano nella memoria orale (e di lì a poco lo avrebbero ricordato i lapicidi, con i monumenti commemorativi) i frenetici viaggi per l'Italia (quasi una sindrome di dromomania), i sempre brevi soggiorni nelle nostre città, i discorsi tenuti a braccio in favore dell'impegno civile e militare.
Prima di arrivare alla Bollente, offriamo una panoramica sul circondario. Traiamo le informazioni dal testo di Giovanna Massobrio, L'italia per Garibaldi (Milano, Sugarco) edito nel 1982.
A Casale, nel maggio, 1859, Garibaldi soggiornò nella casa Pavia della via che gli fu successivamente intitolata; ad Alessandria, arringò la folla il 13 marzo 1867 dall'Albergo dell'Universo in via Dante; i rispettivi monumenti di celebrazione sono del 1883 (l'anno successivo alla morte dell'eroe). Sempre in quell'anno si scoprì il ricordo ovadese che con il condottiero inneggiava "ai prodi caduti combattendo le guerre della libertà", e in particolare ad Antonio Marchetti (che versò il suo sangue, nel 1859, a S. Martino) e a Francesco Nervi (ferito a morte sul campo della battaglia vittoriosa di Bezzecca, nel 1866; poco dopo il governo, a seguito dell'armistizio, impose a Garibaldi il ritiro dal Trentino: è l'episodio de "Obbedisco").
Ad Acqui il pur breve soggiorno del Generale nel 1854, presso l'Albergo del Pozzo (si trattò di una sosta di poche ore), fu celebrato trent'anni dopo (nell'ottobre 1885) attraverso lo scoprimento di una lapide dello scultore genovese Canessa. E per l'occasione non mancò (come si può evincere dalle pagine "La Gazzetta d'Acqui" del 17-18 ottobre 1885) il contributo del già ricordato Luigi Garelli, che rappresentò l'incontro tra l'On. Saracco, "in allora capitano della Guardia Nazionale, e il Generale Garibaldi".
Del resto il nome "Garibaldi" assunse ruolo di denominatore comune nella cultura nazionale di fine secolo tanto nell'Arte che nelle Belle Lettere.
Già nel 1901 il Museo del Risorgimento di Milano bandiva un censimento fotografico di tutti i monumenti, ossia "statue, busti, medaglioni e lapidi" innalzati al Generale in Italia e all'estero (deduciamo la notizia dalla "Nuova Antologia" - direttore è Maggiorino Ferraris - del 1º dicembre). Nello stesso anno (siamo alla vigilia del ventennale) si segnalano, con la già ricordata Canzone di D'annunzio (non tradisce mai il suo istinto imprenditoriale), il volume di Stiavelli Garibaldi nella letteratura italiana (edito da Voghera). I due testi trovano spazio - unitamente con i lavori di Adamoli (Da San Martino a Mentana, Treves, 1892) e Barrili (Con Garibaldi alle porte di Roma, Treves 1895) nei due numeri di settembre 1901 della "Bibliothèque Universelle" e della "Nuova Antologia" (fascicolo 714, del 16/9) che concordano nel tributare alla carducciana ("nessuno è stato più ardente e magnifico") Ode a Giuseppe Garibaldi, 3 novembre 1880 gli allori dell'eccellenza.
"Gli è che Carducci ha veramente l'anima garibaldina; non so se egli sia repubblicano, - dice Edouard Rod sulla rivista francese - ma, comunque, [sic] ha la passione per la libertà, o piuttosto dell'indipendenza, giacché il senso di queste due parole va sempre più divergendo".

Acqui, i Cacciatori degli Appennini e " I Mille"

Ancora più ricco di implicazioni emotive il fatto che la nostra città, nel 1859, al tempo della seconda guerra di indipendenza, divenisse sede (dopo Cuneo, pochi giorni prima di Savigliano) di un "deposito di volontari garibaldini".
Fu, infatti, il Regio Decreto 17 marzo 1859 ad istituire il Corpo dei Cacciatori delle Alpi ma, contemporaneamente alla formazione del 1º Reggimento, si costituì in Acqui un campo d'emigrati, per conto del Ministero dell'Interno.
In città dunque si raccolsero e s'addestrarono nella primavera di quell'anno (approssimativamente dal 18 aprile al 15 giugno) - e lo confermano i giornali della vicina Alessandria come "Il Presente" o "L'Avvisatore" - i Cacciatori degli Appennini (il cui nome viene esplicitamente citato da un successivo Regio Decreto del 17 aprile), anch'essi coordinati inizialmente dal Generale Cialdini e, di lì a pochi giorni (25 aprile) dipendenti, a tutti gli effetti, dal Ministero della Guerra. La truppa si andò ad acquartierare nel Seminario e presso il convento e la chiesa di S. Francesco (luoghi destinati poi ad accogliere dopo la battaglia di Magenta - 4 giugno 1859 - i prigionieri austriaci).
Entusiastica l'accoglienza predisposta dal giovane sindaco Saracco (in carica dal giugno dell'anno precedente) e dalla città: i volontari vi giungevano accompagnati dalla "musica" [la banda] di Strevi e da quella di Acqui. Tra i convenuti non mancarono certo personalità degne di nota: come l'avvocato toscano Vincenzo Malenchini (uno tra i tanti di quella terra) che poi assunse il ruolo di comandante del reggimento; il marchese fiorentino Delmonte, Michele Romagnoli, già direttore dell' "Osservatore Tortonese", e Giuseppe Montanelli, l'eroe - nel 1848 - di Curtatone e Montanara, quindi leader democratico (con Domenico Guerrazzi) nel repubblicano governo provvisorio di Firenze.
Quanto alla uniforme, eccone la descrizione.
"Il corredo, la montura [il corpetto, generalmente di seta] e la divisa del corpo è come quella stabilita per la fanteria di linea, salvochè gli ufficiali invece di spalline hanno controspalline formate di cordone d'argento.
I pantaloni sono di color turchino scuro, come la tunica [uno dei principali capi di vestiario per le uniformi militari: è un tipo di giacca le cui falde hanno lunghezza variabile, ma sempre sopra il ginocchio, che accoglie due file di bottoni, generalmente nove; ha di solito colletto alto], con banda celeste per gli ufficiali, con pistagne [guarnizioni al pantalone, ma anche a colletto o tasche o maniche] dello stesso colore per la bassa forza. Per copertura del capo fanno uso per ora del berretto di fatica. Le mostre [i distintivi indicanti reparto e corpo] e le pistagne sono di color celeste. Il distintivo del grado che per gli ufficiali si usa sul berretto di fatica è ripetuto sulle maniche delle tuniche. I paramani della tunica sono di color celeste. Il cinturino è nero con placca di metallo giallo e cornetta bianca".
I volontari riuniti ad Acqui (che costituirono il quarto reggimento garibaldino, suddiviso in quattro battaglioni), occupata inizialmente Piacenza (giugno '59), operarono poi tra Lodi e Milano, infine in Valtellina, dove a Sondrio, ad inizio luglio, passarono sotto il comando diretto del Garibaldi.
Dopo l'armistizio di Villafranca, la maggior parte dei volontari si congedò; ma alcuni Cacciatori degli Appennini si trasferirono a Bergamo per entrare a far parte di una nuova formazione che prese il nome di Brigata Cacciatori delle Alpi (poi semplicemente "Alpi", 52°reggimento, a seguito del R. Decreto il 14 maggio 1860).
Siamo così giunti al tempo della spedizione dei Mille (il 6 maggio 1860 l'imbarco a Quarto di Genova), cui diedero contributo anche uomini della nostra terra. Tra i 1090 nominativi identificati nel 1864 dal "Giornale Militare" troviamo così Domenico Giuseppe Repetto di Tagliolo, gli ovadesi Emilio Paolo Buffa e Bartolomeo Giacomo Marchelli, nonché l'acquese Guido Giuseppe Cogito.

Per questa parte cfr. Stefano Bozzetti, Acqui Garibaldina, in "Alexandria", 1939, pp.112-114; e gli l'indirizzi
www.digilander.iol.it/cacciatoridellealpi/formazione.htm e www.cronologia.it/storia/biografie/garibal4.htm

Considerati questi precedenti, divengono più comprensibili da valutare commozione e deferenza che si legarono, da noi, alla celebrazione - attraverso la pietra e il marmo - dell'Eroe.
Il culmine si ebbe con un atto che voleva significare, addirittura in ambito nazionale, il patriottismo cittadino. Si provvide, infatti, a immortalare il ricordo del Generale scoprendo, nel primo anniversario della morte, una sua effigie a Caprera. E dell'opera fu artefice un acquese di belle speranze: Luigi Bistolfi.

Giulio Sardi

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Pubblicato su L'Ancora numero 26 del 2002

 

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