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Garibaldi fu scolpito... una dedizione patria (3)

 

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Acqui Terme. Idealmente a Caprera, possiamo dedicarci al busto del Garibaldi scolpito da Luigi Bistolfi, e con ogni solennità inaugurato sull'isola il 2 giugno 1883.

Una posa antieroica

Già la sola lettura delle epigrafi permette di confermare tanto la paternità della figura ("Luigi Bistolfi d'Acqui scolpì"), quanto della base (che si deve al romano Camillo Ciavarri), nonché la provenienza toscana del supporto, donato dalla celebre ditta Fratelli Fabbricotti di Carrara.
Un'altra epigrafe porta l'indicazione che segue: "Al suo venerato Capo la famiglia consacra". Dunque la committenza fu dei familiari dell'estinto. Due le conferme.
Una viene direttamente dai pronipoti del Generale (Erica e Giuseppe), cui si deve anche la notizia che il gesso dell'opera è oggi conservato a Roma, presso l'Istituto di Mutuo Soccorso "Giuseppe Garibaldi" (ringrazio Patti Uccelli, direttore della Gipsoteca "Giulio Monteverde" di Bistagno per la cortese collaborazione prestata nella ricerca).
Un secondo riscontro giunge dalla lettura de "La Gazzetta d'Acqui". Sul numero del 22 - 23 agosto 1882 è Verax (l'onnipresente Maggiorino Ferraris), in una corrispondenza datata 15 del mese, dal titolo "Noterelle romane", a portare agli acquesi la prima notizia dell'assegnata committenza. La trascriviamo quasi integralmente, anche per far apprezzare la magniloquenza della forma (una sorta di stil sublime di fine XIX secolo).
"Che il genio dell'arte dovesse spiccare il volo dalle anguste valli della nostra Bormida e posare sulle basiliche di questa Roma maestosa, sarebbe un giorno sembrato per lo meno un capriccio sublime della natura. Ma… spiritus flat ubi vult, e molte volte, rotta la nausea dell'ambiente aritmetico che lo asfissia, si libera dalle strettoie, e si fa baldanzoso per quanto prima restava oscuro. Così la modesta Acqui sposa l'industria all'arte, e diventa la culla del Monteverde, del Crosio [sarà probabilmente Luigi, ritrattista e vedutista 1835-1915; è però albese di nascita], del Baccalario [Angelo, pittore], del Cornaglia [Carlo?, che illustrò l'album offerto a Giuseppe Saracco, nel 1893, per l'inaugurazione della ferrovia Acqui - Genova] …e del Bistolfi, destinato fin d'ora a veri trionfi. A lui la famiglia Garibaldi ha testé affidata l'esecuzione di un monumento da erigersi sulla tomba del magnanimo estinto: il disegno è compiuto, e fra poco il vostro artista partirà alla volta di Caprera per iniziarvi i lavori".
Segue la descrizione. "Il piedistallo si compone di tre larghi gradini e un rettangolo sul quale s'innalza una piramide, e su di essa poggia il busto del grande eroe; il tutto insieme raggiungerà l'altezza di sette metri o poco più: meno il busto che si approssima a cinque volte il vero e che sarà scolpito in marmo di Carrara; tutto il resto è granito scuro di Caprera".
"Lo storico ambizioso, il letterato, il fedele credente cercheranno invano su quel monumento più di due parole: sulla piramide leggeranno La famiglia; nella parte più nascosta del busto, in carattere minuscolo L. Bistolfi. Modestia e severità impronteranno il monumento dell'uomo che fu il più grande sacerdote della religione della patria".
Sono i mesi immediatamente vicini all'inaugurazione, però, ad essere più ricchi di notizie.
"La Gazzetta", sempre attenta ad evidenziare le fortune degli acquesi lontani dalla Bollente, sul numero del 21-22 marzo 1883 cita il nostro scultore (ed Evangelina Bottero, una delle prime laureate d'Italia, scienziata e docente a Roma) in una colonna titolata "Elogi meritati". Luigi Bistolfi ("che venne da quel giornale cambiato in Bistolgi e detto essere livornese"), infatti, ha trovato encomio su "Il Secolo" di Milano "pel suo progetto di un busto monumentale a Garibaldi".
Un trafiletto d'analogo tenore ("Elogi ad un nostro concittadino"), tolto dal numero del 24-25 aprile 1883, (a sua volta ripreso dal giornale romano "Lega della Democrazia") scrive: "A cominciare da oggi, nello studio dello scultore Luigi Bistolfi sarà esposta la mezza figura in marmo del generale Garibaldi, che dovrà esser posta a Caprera nel primo anniversario della morte del grande italiano. [Essa] è tre volte più grande del vero. Indovinatissimo il carattere del generale, naturale la posa, mirabilmente perfetti ne sono i lineamenti. Il Bistolfi, quantunque giovanissimo, ha già un nome nell'arte e i conoscitori sanno che a nessuno meglio che a lui poteva affidarsi un così importante lavoro […] modestamente grandioso [nulla d'eroico ha la postura, e lo si può apprezzare anche dalle riproduzioni che alleghiamo: le braccia sono conserte, la fronte pensierosa, il capo leggermente reclinato, le mani scavate, nell'atto di stringere il mantello, sembrano tormentate davvero dalla malattia, l'artrite, di cui soffriva Garibaldi nei suoi ultimi anni].
"Il 15 del prossimo mese di maggio [1883], la mezza figura del Bistolfi sarà spedita a Caprera, dove il due giugno si farà l'inaugurazione solenne".

La consacrazione del Bistolfi

Maestro di cerimonia della gloria dello scultore fu, però, un altro acquese. Vediamo dunque il numero de "La Gazzetta" del 8-9 maggio 1883. Maggiorino Ferraris (Verax) fornisce un contributo davvero essenziale.
In visita all'Esposizione di Belle Arti di Roma in compagnia di un amico tedesco, Ferraris ne ascolta "la filippica" contro la garibaldite, ovvero "l'invasione" di tanti busti del Garibaldi, la maggior parte dei quali costituisce un vero reato artistico, "cui s'avrebbe da dare l'ostracismo".
Come risarcimento ("e per cancellare l'ingrata impressione ricevuta"), Maggiorino invita il compagno ad una visita allo studio del Bistolfi, dove - come riferisce il "Fanfulla" - l'artista ha esposto uno stupendo busto di Garibaldi.
"Appena entrati, il mio tedesco, al quale pare abbiano inchiodato il cappello sulla testa, si scoprì: io osservai l'insolito tratto di reverenza e vidi che sul volto del mio amico si dipingeva un profondo senso di ammirazione: stette muto per qualche istante mentre io credevo esser vittima di un inganno; ciò che oggi mi rivelava tutta un'epopea, ciò che mi riempiva di stupore, di compiacenza, di orgoglio, non più di venti giorni prima era un ammasso informe, immenso, freddo, senza valore".
"Oramai mi premeva la rivincita e, quindi, mi affrettai a domandare al mio amico qual fosse il suo giudizio. Ecco, esclamò, il miglior Garibaldi che io abbia visto all'Esposizione è senza dubbio quello di Ximenes [Ettore, Palermo 1855-Roma, 1926; a lui si deve il monumento a Garibaldi di Milano, 1895]: ma qual distanza per concetto, per vastità, per getto artistico per esecuzione non esiste fra questo e quello! Qui tutto è maestoso: ogni linea, ogni particolare è profondamente studiato, è coscienziosamente anatomico, vegga quant'arte in quelle mani! Quanta maestà nell'insieme; qui idea ed esecuzione rispondono appieno alla grandezza del soggetto: questa è veramente un'apoteosi".
"L'enfasi tedesca si era esaurita: io stavo ascoltando con vera religione il giudizio corretto, lusinghiero, caloroso di quell'artista, e quelle sue parole mi fecero avvertire che poeta e scultore avevano avuto un identico, grandioso concetto: il Garibaldi del Bistolfi mi fece ricordare Il 5 maggio [che è data anche garibaldina: in quel giorno del 1860 partì da Quarto di Genova la spedizione dei Mille] del Manzoni e precisamente quella strofa liricamente scultorea che incomincia Oh quante volte al tacito…e mi parve, allora, vedere l'attuazione del concetto artistico che il poeta ebbe per Napoleone".
"Giungeva in quel momento il Bistolfi: ciò che seguisse dopo alla presentazione di rito non ve lo so descrivere, gli animi erano al colmo dell'espansione: la satira antitedesca del Giusti mi parve avesse fatto il suo tempo; non finivano le congratulazioni, e a momenti il Bistolfi si dimenticava che un nuovo lavoro gli era stato commesso o stava per commettergli. Ma non cadiamo nelle indiscrezioni; l'onorevole Saracco non poteva fare una visita più gradita, né…ma non dico più altro per non cader davvero nell'indiscrezione".
Inaugurata il due giugno, l'opera davvero poté salire agli onori della gloria nazionale, anche attraverso il resoconto che, nel numero del 10 giugno 1883, propose "L'illustrazione Italiana".
In città unanimi montarono i consensi: l'occasione venne offerta dalla visita che Luigi Bistolfi fece alla Bollente il 10 giugno 1883, culminata in un banchetto (250 commensali) cui presero parte - e lo ricorda "La Gazzetta" del 12-13 giugno - la banda municipale e le personalità locali di maggior spicco: il sig. Bonziglia a nome della Società Operaia, il M° Giovanni Tarditi, Giovanni Borreani del Circolo del Commercio, il sig. Gatti [Bartolomeo] "che pizzica di poeta", gli avvocati Vitta e Fiorini, il Bovano cultore delle rime e altri ancora.
Così la prima pagina saluta il concittadino: "Fatti animo, o giovane artista, il primo tuo trionfo acquistato sotto gli auspici di un nome venerato, quello di Garibaldi, ti sia sprone ad acquistarne dei maggiori, t'incoraggi a proseguire nella via, ed a far sì da rendere onorato il nome tuo e quello della tua città natia".
"Rispose tosto agli augurii Luigi Bistolfi", che non mancò "di mandare un saluto all'insigne scultore Giulio Monteverde, illustre nostro conterraneo e di lui onorato maestro".

Una curiosità sull' "altra lapide"

Data invece 1885 il ricordo acquese del passaggio di Garibaldi. A realizzare la pietra lo scultore genovese Canessa, che vi contribuì…. non solo con lo scalpello. Infatti le cronache della "Gazzetta d'Acqui" (1-2 agosto 1885) lo ricordano partecipe della serata, organizzata dal "Comitato per la lapide per Garibaldi", allestita il 25 luglio al "Benazzo".
Sul palco, oltre agli avvocati Isacco Vitta, Paolo Braggio, Caro Core, Giuseppe Guglieri, anche il Canessa, che "si sacrificò sulle scene e cantò con tanto gusto, con tale espressione, con tale timbro di voce due romanze [dal Robert le diable di Meyerbeer e dal Mefistofele di Boito] da strappar gli applausi di quanti [345 i paganti] si trovavano nel Politema Acquese.
Garibaldi aveva soggiornato presso l'Albergo dal Pozzo (che era ancora attivo nel 1893) alla confluenza della Contrada Nuova con l'odierna Piazza Italia (e oggi al suo posto sta il caseggiato del Credito Italiano), luogo importante della vecchia Acqui visto che già nel 1841 vi era collocato uno dei trenta fanali a gas cui era demandato il compito di "illuminare" la città.
La lapide, inaugurata in una piovosissima giornata d'autunno (cronaca su "La Gazzetta del 27-28 ottobre 1885, a cura di Giovanni Bistolfi), successivamente rimossa, dovrebbe essere conservata presso il magazzino del Civico Museo Archeologico (lo conferma Luigi Moro). Essa - e sarebbe bene ricollocarla, in considerazione degli intrecci storici e artistici sopra delineati - così recitava: "A ricordare / che qui applaudito dal popolo / nel 1854 prese stanza / Giuseppe Garibaldi / per iniziativa della gioventù acquese / questa lapide fu posta / XXV ottobre MDCLXXXV".
Era questa, forse, la risposta della nostra città all'omaggio che l'Eroe fece a langaroli e a monferrini, componenti la legione d'America. Garibaldi, infatti, rivelò a Cesare Abba, - cfr. la miscellanea Langhe. Memorie, Testimonianze, Racconti, Torino, Einaudi, p.29 - che proprio loro erano i migliori uomini da lui condotti in guerra".

Giulio Sardi

  • Ringraziamenti vanno all'Accademia Urbense di Ovada (per le immagini del monumento di Caprera), al personale della Biblioteca Civica e dell'Archivio Storico Vescovile di Acqui.

Fine della terza e ultima puntata

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Pubblicato su L'Ancora numero 28 del 2002

 

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