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Alle origini del giornalismo acquese (1)

 

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Acqui Terme. È la lettura del giornale, per Hegel, la preghiera del mattino dell'uomo moderno. E Proust (Albertine scomparsa) ne paragona i fogli ad un pane spirituale. Non mancano giudizi di segno avverso: Baudelaire, nei Diari, parla di un disgustoso aperitivo d'orrori e delitti d'ogni specie; Borges (Altre inquisizioni) sa che quei pezzi di carta intorbidano le verità, poiché ogni lettore confonde l'autentico con i grandi caratteri neri.
Ma, per l'esercizio della memoria, il giornale del passato costituisce, pur con tutti i suoi limiti, una straordinaria fonte.
Apprestandosi il centenario de "L'Ancora" (Pasqua 1903), la nostra testata rende onore ai suoi predecessori ottocenteschi e ad una generazione di "penne" (anche nobili: l'On. Maggiorino Ferraris, direttore e proprietario di "Nuova Antologia", dopo aver collaborato con primari quotidiani italiani e stranieri, venne delegato, nel 1900, a rappresentare la stampa italiana al Bureau Central International di Parigi) che contrassegnarono i tempi acquesi di fine XIX secolo, tra belle époque e idealità tardo risorgimentali.
L'indagine (in più puntate, edite quindicinalmente) proverà a ricavare, attraverso la lente del giornale "La Gazzetta d'Acqui" (la cui serie è la più vecchia conservata nella nostra Biblioteca Civica: il primo numero è del 1879) qualche informazione in più su "scrittori" di sicuro poco noti, ma appassionati cronisti di quei tempi lontani.
Sembrerà questa, forse, una sterile operazione antiquaria. Ma, partendo dal principio che le persone sono anche ciò che leggono, non si nasconde qui l'intento di capire meglio sogni e ambizioni, problemi e certezze della Acqui del passato (magari comparando certe situazioni di allora a quelle del presente).
Se davvero noi siamo nani sulle spalle di giganti (i nostri proavi), come sosteneva nel XII secolo Bernardo di Chartres, chissà che questo ritorno al passato non sia istruttivo.
Lasciamoci, dunque, guidare da "L'orso" (la nostra "prima" penna, nascosta da un nome de plume), sorta di Virgilio sgaientò, per rinascere nella Acqui…del 1880.

Le "penne" di fine Ottocento

Uno sguardo d'insieme

Acqui, Francesco Cirio (1835-1900) e le sue Terme

Francesco Cirio
Francesco Cirio
Ma si può cominciare una ricerca divagando? Forse no, ma occorre pur dar qualche pennellata al paesaggio nel quale collocheremo "penne" e giornali. E se tutti ricordano il ruolo che ebbero sul finire del XIX secolo il Sindaco Giuseppe Saracco (1821-1907) e il mecenate Jona Ottolenghi (1813-1897), passa - ingiustamente - in secondo piano il contributo essenziale che all'economia della città venne dall'imprenditore nicese Francesco Cirio. Anzi, a ben vedere, se la città fosse stata privata della sua opera, non sapremmo davvero spiegarci quella vivacità (e nel turismo e nella cultura) di cui questi anni - gli ultimi dell'Ottocento - sono testimoni.
Nato a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836 (ma il padre, Giuseppe, sensale di granaglie, era originario di Monastero Bormida), a quarant'anni "il nostro compaesano" - aperto a Torino "sotto i portici del Palazzo di Città, un negozio di derrate alimentari che fu il principio della sua fortuna" ("La Gazzetta d'Acqui", d'ora innanzi GdA, 20-21 gennaio 1900; il Nostro era scomparso il 10 dello stesso mese) - non solo fondava il suo primo grande stabilimento conserviero sotto la Mole, ma si gettava in imprese commerciali di respiro europeo.
Fautore e interprete di quella "prima" globalizzazione che alla bella époque (e allo sviluppo ferroviario: fece costruire anche carri per trasporti speciali, fondando la società Vagoni Cirio & Comp.) si lega, l'imprenditore si distinse anche promuovendo le nostre Terme.
Leggiamo, ovviamente dalla GdA (10 maggio 1879) di un forte interesse per la gestione delle "Antiche" - che proprio Saracco aveva voluto riscattare dal Demanio - da parte di una società formata da Giovanni Carozzi (concessionario dal 1869 al 1881), dal medico e direttore sanitario Giovanni Garelli, e da Francesco Cirio.
Se la perdita delle annate 1880 e 1881 de la "Gazzetta" non permette di seguire passo passo la vicenda, le cronache vergate nell'estate 1882 (nei numeri d'agosto: il giornale esce due volte la settimana, composto di quattro pagine, l'ultima dedicata interamente alla pubblicità") da "L'orso", il cronista "rosa" del giornale (che le invierà, in futuro, anche dai lidi adriatici e da Milano), non lasciano dubbi sui meriti del Cirio. Leggiamo, componendo un florilegio.
"Acqui è una città fortunata. Essa, patria del Monteverde [1837-1917], chiaro scultore che Roma e l'Italia onora, ha qui due mecenati superiori, due spiriti intraprendenti, due volontà tenaci nel Saracco e nel Cirio". A quest'ultimo si riconosce, addirittura, "lo slancio intelligente, inimitabile d'un Mago: lindi stanzini sorgono sulle rovine inonorate di alcune umide e tetre spelonche dove gli infelici pazienti [un tempo], venivano immersi nel fango salutare". Ora, invece, "ascensori meccanici e docce, i bagni elettrici e quelli ad aria calda…: quando noi eravamo giovani come voi siete parevano un sogno di menti inferme".
Ma a chi si rivolge "l'Orso"? Ai "distintissimi" frequentatori delle Terme e delle sue feste, alle leggiadre e invidiate abitatrici dei "colli monferrini per vendemmia festanti" (Foscolo de I sepolcri insegna; ma questa penna, dalla solida preparazione letteraria, non è insensibile né al preromanticismo lugubre, né ai vezzi dei "romanzi per dame"), "maliarde cui ride in volto bellezza e gioventù, che danzano con una verve invidiabile, tra mise irreprochable, toilettes alla Pompadour, e occhiate che valgono un poema di felicità, tanto insistenti da far capitolare un reggimento di dragoni".

Acqui nelle cronache della stampa nazionale.

C'è il sospetto che forse "L'orso" (allo stato attuale delle ricerche un signor nessuno - c'è però Stefano Orsi che collabora al giornale componendo giochi enigmistici, come sciarade a premio e logogrifi (cfr. le Gda del 2/3 ottobre e del 28/29 novembre 1882; diventato maestro, poi presiederà, nel 1900, l'Associazione Magistrale d'Acqui) - che si definisce "né addomesticato, né addomesticabile", sia un partigiano prezzolato?
A sgombrare il campo dai dubbi il lusinghiero giudizio espresso dal giornale filogovernativo "Il diritto" (leggiamo sempre dalle GdA dell'agosto 1882) ad esaltare Francesco Cirio "neo conduttore dello stabilimento", di cui si ammira "la cucina, degna davvero di sincero elogio" affidata alle cure del "compitissimo" sig. Giovanni Abate.
Un'altra corrispondenza, quella della "Gazzetta del Popolo", riportata sul giornale acquese (sul numero del 2/3 settembre 1882) è oltremodo istruttiva perché chiarisce come i forestieri giudicassero, nel suo complesso, ai tempi, la nostra città.
"Chi visita in questi giorni Acqui si accorge subito del nuovo alito che vi spira; una parte del nuovo abitato cede il posto a nuovi edifici; i limiti della città si allargano; là un asilo infantile [quello costruito nella "Piazza del fieno", all'inizio degli anni Ottanta, fortemente voluto da Giuseppe Saracco e da Iona Ottolenghi; oggi è occupato dal Liceo Classico], qui è in costruzione il locale per la Scuola d'arte e mestieri [verrà inaugurata il 2 dicembre 1882 negli spazi del complesso di S. Francesco], là sono i ruderi dell'antico ghetto che scompaiono sotto i colpi del martello per lasciar il posto ad un nuovo quartiere; qui si dà l'ultima mano alla Nuove Terme, che saranno il complemento delle Vecchie, ora affidate alla potente mano del taumaturgo Francesco Cirio…".
"In una parola Acqui si trasforma, si abbellisce, si rinnova; sulle catapecchie d'un tempo fa sorgere grandiosi edifizi; accanto alla vecchia città modesta, troppo modesta, trascinante una vita anemica, sorgerà ben presto la città nuova, la città delle vigorose iniziative, dei coraggiosi propositi. I giorni perduti, un tempo, quando il vivere immobili, senza spendere un quattrino sembrava scienza di grande economia politica, si riacquistano oggi a passo di carica". Così a fine Ottocento; e al garrire di tanti progetti, altri - più recenti, di analoga ambizione e altrettanto onerosi - vengono alla memoria.
La risoluzione dei problemi, oggi come allora, sembra venire, prioritariamente, dal nodo delle comunicazioni.
"Il giorno in cui la vaporiera correrà diretta da Acqui ad Asti a Torino [il sogno si avvererà solo dieci anni più tardi: la data sarà quella del 18 giugno 1893: si apre il tratto Ovada-Acqui-Asti] e che queste tre e importanti regioni saranno in celere comunicazione fra di loro, quel giorno segnerà un gran trionfo per Acqui e per il Senatore Saracco".
Fanghi, libri… e ortaggi
Non tutte rose sul rilancio delle Terme ("oggi allo stato preadamitico", racconta "La Gazzetta del Popolo"): una grave crisi incombeva, risolta per merito del Comune e del Comm. Cirio "chiamato a riordinare la manutenzione interna e a provvedere il vitto dei bagnanti… e che studia grandiosi progetti per costruzione di parchi, giardini e chalete, per l'apertura di una margherita svizzera necessaria per la cura del latte; senza accennare a tutti gli altri progetti di innovazione medicali per le nuove sale di inalazione, respirazione, polverizzazione delle acque ecc.".
E la "Gazzetta d'Acqui", d'altro canto, non manca di informare del progetto d'illuminazione elettrica per le sale da ballo e lettura dei Bagni e del suo Caffè, della gestione Cirio (900 le "operazioni" giornaliere registrate in piena stagione, nel 1883, alle Vecchie Terme, contro le 800 dell'estate precedente - cfr. GdA 28-29 agosto 1883) che si estende anche alle "Nuove". Qui si trasferisce la Società del Casino, attiva presumibilmente dal 1866 - di quell'anno è lo Statuto, edito dalla tipografia Borghi - abbonata tanto a "Nuova Antologia" quanto alla "Revue des Deux Mondes".
Ma, nelle adiacenze di tali locali, Francesco Cirio non manca di condurre "esperimenti" di "coltivazione forzata": "La Gazzetta" del 28/29 novembre 1879 riferisce di asparagi coltivati nelle cantine servendosi delle acque della Bollente; quella del 17-18 luglio 1883 inneggia ai "Meloni Cantaloup", seminati all'inizio dell'anno, e del progetto di averli maturi, addirittura, in pieno inverno.

Accanto ai "vecchi" acquesi scalpita la generazione del Sessanta.

Dai Bagni descritti da "L'Orso", dalla attenta illustrazione delle mise delle dame (per fortunata coincidenza, proprio a Palazzo Robellini - sino al 18 marzo - la mostra Verso l'abito moderno. La moda femminile dal 1890 al 1930 consente ulteriori ragguagli) veniamo al cuore della città, segnato da radicali cambiamenti. Le "penne" acquesi (de "La Gazzetta d'Acqui"; e poi de "La Bollente", la Biblioteca Civica conserva la serie completa dal 1887) ci aiutano - pur rimanendo anonime - a seguire le trasformazioni edilizie delle Nuove Terme.
Con gli scenari, gli uomini. Accanto ai "grandi vecchi", già possiamo fare la conoscenza, in questa puntata, almeno nel nome, dei protagonisti della nostra storia.
Essi, poco più che ventenni, appartengono alla straordinaria "generazione del Sessanta" che farà vivere alla "Gazzetta d'Acqui" anni davvero irripetibili.

Acqui che cambia: due cartoline (senza fontana) da Piazza Vittorio

Eccoci, allora, in Piazza Italia. Pardon, …Vittorio. Dove proprio in faccia all'Albergo del Pozzo (in cui nel 1854 dormì Garibaldi, in cui si danno appuntamento ogni anno i reduci delle battaglie del Risorgimento, guidati dal "primo soldato acquese" generale Emanuele Chiabrera, protagonista di Palestro e della Cernaia), finalmente è stato costruito l'Albergo delle Nuove Terme. O, meglio, il suo primo nucleo.

Per una storia delle Nuove Terme

L'albergo nel 1880

A sostenere l'edificazione di un impianto termale in città, a metà degli anni Sessanta il farmacista acquese Francesco Benazzo (che ipotizza la formazione di una società azionaria anonima, patriottica, nazionale - si vedano le schede Manno 6937-38-39) la cui idea viene a concretizzarsi il 9 ottobre 1871, con atto rogato Baccalario. Presieduta dal Commendator Furno (altro benefattore e mecenate acquese: patrocinò gli studi dello scultore Luigi Bistolfi e del musicista Giovanni Ricci, allievo nell'a.s. 1882/83 del Conservatorio di Milano; memoria anche nella toponomastica cittadina con il Vicolo Furno che collega Via Battisti con la parallela Via Mariscotti), la Società, coinvolgendo tutti i maggiorenti acquesi (dagli amministratori comunali ai circoli), aveva impegnato oltre centomila lire per l'acquisto del terreno e per le successive opere edili. Che, su disegno dell'ing. Ferrari d'Orsara, nel 1880 a compimento erano giunte (i lavori dell'impresa Domenico Bruzzone erano diretti dal geom. Corrado Ceresa).
Un documento dell'Archivio Comunale, Le Nuove Terme d'Acqui. Esercizio 1880, fornisce una descrizione di "questo piccolo ma elegante edificio il qual deve servire di base e di principio ad un grande stabilimento nell'interno della città, destinato a completare il sistema di cura in concorso con lo stabilimento d'oltre Bormida".
[Si noti la latente insoddisfazione che trapela dal testo: la realizzazione non ha assecondato le primitive ambizioni acquesi].
"Il fabbricato ha due piani con sottotetto e cantine; è circondato da porticati ed occupa un'area di m.q. 683. Al pian terreno, oltre l'atrio, sonvi due grandi sale ed una piccola, ad uso di caffè, dieci eleganti e spaziosi camerini per operazioni, e una sala d'aspetto; negli ammezzati cinque camere d'alloggio ed al primo piano tre grandi sale e sette minori, ad uso di ristorante, Casino di Società, concerti etc." Prospettata la possibilità di riscaldamento invernale (ovviamente tramite l'acqua…calda delle Terme), il testo passa a descriverne le adiacenze.
"Annesso all'edificio stendesi il giardino della superficie di m.q. 4857 cinto da muro e cancellata in ferro. Lo stabilimento è posto nella migliore e più frequentata posizione della città, con comodità di omnibus e vetture, e in prossimità della stazione ferroviaria Alessandria- Savona".
Il testo ha chiaro intento pubblicitario (si prepara la gara d'appalto per la conduzione: ahinoi, andrà deserta) e lo confermano le parole seguenti: "Acqui, città di 10.000 abitanti, [il censimento del 1882 ne annovererà 11.193] ha dintorni piacevoli, clima saluberrimo e vitto a buon mercato. Riceve ogni anno 2.000 forestieri senza contare i militari e gli indigenti curati in appositi stabilimenti Governativi. Nei mesi più frequentati, cioè luglio e agosto, lo stabilimento d'oltre Bormida respinge giornalmente molti accorrenti per mancanza di quartieri".

Le "Nuove Terme" nel 1890

Difficoltà di gestione delle "Nuove" da parte della Società indussero il Comune ad acquistare l'immobile, e a decidere per un ampliamento "a quattro mani".
Quelle della municipalità nel 1882 (si vedano, nell'Archivio Storico Comunale, gli Atti di giunta del 14 gennaio e quelli del Consiglio Comunale del 27 marzo) si sarebbero rivolte alla struttura ricettiva, quelle del Cirio (Archivio Storico Comunale, Progetto di ampliamento delle Nuove Terme per conto della Società Cirio, 24 dicembre 1885) al sistema termalistico.
Anche in questo caso i giornali del tempo aiutano a seguire l'evoluzione edilizia.
Grazie a "La Gazzetta d'Acqui" - che d'ora innanzi abbrevieremo in GdA - del 20/21 maggio 1882 possiamo dare anche una sbirciatina al progetto di Giovanni Cerruti che per l'albergo sceglie "uno stile lombardesco", per la facciata, di tre piani (uno in più rispetto al 1880), "che consta di tre corpi avanzati (uno centrale e due estremi) separati dal resto a mezzo di pilastrino lanciantisi fino alla cornice principale. Ed in questo corrispondenza di questi pilastri, al sommo di detto cornicione, v'hanno alcuni pinnacoli, i quali oltre a dare maggiore eleganza all'insieme, servono a togliere in parte la vista del coperto" […] In corrispondenza della facciata havvi la scala principale bellissima, e comoda, a due rampe, mercé la quale si monta nei corridoi superiori in ognuno dei quali piani ci sono 28 stanze ottimamente disposte. Si può esser certi che la somma per il lavoro finito costerà 150.000 lire".
Leggendo su "La Bollente" del 26 giugno 1890 abbiamo non solo la notizia che i costi sono raddoppiati, ma anche una descrizione "interna" che illustra appartamenti arredati con gusto ed eleganza, sale per lettura e "geniale ritrovo", cucina squisita, servizio inappuntabile e attiguo caffè con sontuosi locali e bigliardo.
"Nel ramo terapeutico camerini decorosi per bagni, fanghi, docce, sale per bagno a vapore, inalazioni, piscina e gallerie di passeggio. Ai lati giardini popolati di piante come magnolie, eucalipti, con intersezioni di graziose aiuole susseguite da interminabili fila di vasi con varietà di fiori. Poi le serre nane, per la coltivazione forzata [del Cirio, ovviamente] che mercé le perspicaci cure del giardiniere Torrielli si ottiene pendente la stagione invernale una discreta produzione di asparagi, insalata e melloni [sic].
Tanti investimenti, sarà meglio dirlo subito, non daranno gli esisti sperati. Né guadagni al Cirio. Lo conferma Giuseppe Saracco, "intervistato" da Giuseppe Ubezzi (Francesco Cirio. Note biografiche, Torino, Roux e Viarengo, 1906). Così chiosa l'anziano uomo politico: "Al Cirio era venuto in mente di prendere in mano lo stabilimento, o meglio, i due stabilimenti termali d'Acqui, ma questo non era affar suo. Vi profuse molti danari, ed io che ne lo aveva dissuaso ebbi il dispiacere di vederlo in braccio e in balia di pochi che lo incitavano a spendere senza un concetto vero e proprio dell'impresa, fino a che essa rovinò, e la sostanza del Cirio se ne andò in buona parte perduta".
Ma che tempi - nonostante tutto - visse Acqui, allora!

Gli sgaientò

I vecchi e i giovani

Detto delle scene, proviamo a muovere qualche personaggio.
Accanto ai "grandi vecchi" Iona Ottolenghi (1813-1897; banchiere e mecenate), Giacinto Lavezzari (1815-1888; ma saldo dietro la scrivania principale della "Gazzetta nel 1879, quando Maggiorino Ferraris, da Londra, dove perfeziona i suoi studi presso Sdtanley Jevons, lo chiama "niveo direttore" - cfr. il numero del 16 agosto), Giuseppe Saracco (1821-1907, sindaco, presidente del Senato, ministro e capo del governo); Giulio Monteverde (1837-1917; scultore e poi anche membro del Senato del Regno), Vittorio Scati (1844-1904, altro poligrafo di rango; si veda la biografia tracciata in "Corale Città di Acqui Terme", n.3, 2001), accanto al già ricordato Francesco Cirio, scalpita però una nuova generazione di acquesi.
La potremmo chiamare "la generazione del Sessanta" e, proprio tra loro - a dispetto della gioventù; anzi, proprio in virtù di quella - troveremo i pubblicisti che contraddistingueranno il giornalismo acquese "moderno" (quello dell'età del Crispi e di Umberto I, per intenderci).
Facciamo dunque scorrere i titolo di testa con personaggi e interpreti principali delle nostre storie: Carlo Alberto Cortina da Monastero, Pompeo Beccuti da Cortiglione, Carlo Chiaborelli di Spigno, Francesco Bisio da Terzo, Giovanni Bistolfi (l'avvocato), Caro Core, Isacco Vitta Zelman.
Saranno loro a vivacizzare la vita culturale acquese, non solo attraverso articoli e corrispondenza, ma con poesie, drammi, orazioni, conferenze, "recite", romanzi…
Per loro "carriere" di second'ordine? Al contrario: "La Gazzetta d'Acqui" fu, per alcuni di questi giovani - quasi tutti accomunati dagli studi in giurisprudenza e dalla consuetudine con il foro - un trampolino verso la professione, a seguire l'esempio dell'enfant prodige Maggiorino, classe 1857, avvocato a vent'anni e subito collaboratore de "Il diritto" e de "La Gazzetta del Popolo" (e poi di millanta testate), già nel 1881-1882 segretario di redazione di "Nuova Antologia" (che acquisterà nel 1897).
Troveremo, così, C.A.Cortina inviato dalla "Gazzetta Piemontese" ("La Stampa" di oggi) a Parigi nel 1888, e l'avv. Giovanni Bistolfi direttore de "La Lombardia" di Milano, giornale di cui "fu per molti anni corrispondente da Roma" (cfr. GdA, 5-6 gennaio 1900). E una citazione merita pure il ricaldonese Carlo Imperiale, pure lui avvocato, corrispondente da Massaua nel 1888 de "Il Caffè" di Milano.
Complici i probabili buoni uffici di Maggiorino, "La Gazzetta d'Acqui", inoltre, saprà ritagliarsi "vetrine" importanti. Come nell'estate del 1900 quando, a Parigi - come riferisce G.B. Balbi, cfr. GdA 21/22 luglio - in occasione dell'Esposizione Universale, al Palazzo d'Italia "il giornale [acquese] faceva bella figura in mezzo agli autorevoli fogli della penisola. E vi assicuro era ricercato".

Alle origini del giornalismo nostrano

Certo non andremo a scomodare il rivaltese Giuseppe Baretti (1719-1789) e la sua veneziana "Frusta Letteraria", o il giovane Domenico Biorci (1795 -1872) che sappiamo esser stato collaboratore, nel capoluogo lombardo, ancora possesso austriaco, della "Gazzetta Milanese" e del "Corriere delle Dame".
Meno ambizioso il nostro compito, che considera le prime annate complete della "Gazzetta d'Acqui" (dal 1879) conservate presso la Biblioteca Civica.
Proviamo dunque ad identificarne gli eccellenti collaboratori. È stato, tuttavia - quello di associare il nome alla penna - un compito non facilissimo, complice la ridda di pseudonimi che si rincorrono.
I pezzi sono firmati Pèplos Italus, Yango, Sancho, Pinco, Rusticus, Baciccia, Sordello, Cimbro, Aleramo, Verax, Veritas, Nemo, L'orso, Il coniglio, L'uomo nero, Bigi e Bigin…
Un vero e proprio ginepraio, dal quale, parzialmente, si può tentare di uscire solo attraverso la consultazione sistematica: incrociando le "tracce", si finisce, in qualche caso, per veder svelate le nascoste identità, e così ripercorrere qualche tappa della vita altrui. Senza contare, che poi, in alcuni casi, è anche la fortuna (che qui ha nome Pèplos: sarà lui il disvelatore di molti misteri) a dare una mano.
A Parigi, dai padiglioni dell'Esposizione Universale, si concludeva la precedente puntata. Dalle rive della Senna apriamo questa, raccogliendo le parole (e i poetici versi) di Carlo Alberto Cortina.

Pèplos giornalista, l'altra gloria di Monastero

È il pèplo (dal greco: peplon o peplos) l'abito nazionale delle donne della Grecia classica. Ma è anche lo pseudonimo scelto da uno dei più prolifici collaboratori della "Gazzetta d'Acqui" (d'ora innanzi, come di consueto, abbreviata in GdA) negli anni Ottanta del secolo scorso.
Si tratta di Carlo Alberto Cortina, monasterese, che l'atto di battesimo (rintracciato nell'Archivio Storico Vescovile) ci dice nato il 21 marzo 1862 da Flaminio, farmacista del paese, e da Luigia Asinari ("di professione benestante"), - essendo padrini Zeffirino Cortina, farmacista di Roccaverano, e la Signora Francesca Chiaborelli, benestante di Spigno.
Questo spiega la parentela che lo stesso Pèplos addurrà in un suo scritto da Parigi, ("Ecco una cartolina // che vien da Roma. È verde /…// Son caratteri noti. / È d'Italus. Vediamo // cosa scrive il cugino: / "Caro Pèplos…": è lo stralcio da un epitalamio costruito in versi alessandrini, ovvero settenari doppi, cfr. GdA del 22-23 marzo 1890) con Francesco Chiaborelli (detto Italus), altro eccellente poligrafo.
Tanto il titolo del pezzo, Il soliloquio di un giornalista, quanto il suo incipit in versi - "Noi altri giornalisti / per scriver con coscienza // dovremmo avere il dono / della chiaroveggenza//…/ vado all'intervista? Vo a la corte d'assisi [sic] / o al pranzo boulangista?[in onore del generale Georges Boulanger, il più fiero oppositore della III repubblica] - non lasciano dubbi sulla professione, nel 1890, di Pèplos. Che era avvocato sì, … ma anche inviato della "Gazzetta Piemontese" nella capitale transalpina.
Dunque gli Studi in Legge (questo il primo caso: ma altri seguiranno tra i pubblicisti acquesi) danno accesso ad una professione egemone, tanto nella politica e nell'amministrazione, quanto nella società e…tra i fogli inchiostrati. [E riguardo a questo tema, ovvero riguardo al "partito degli avvocati" varrebbe la pena sin d'ora di ritornare al saggio Patria e affari (Carocci, 1999) di Silvano Montaldo, tre anni fa tra i finalisti dell' "Acqui Storia", dedicato alla biografia di Tommaso Villa - tra l'altro candidato, con Francesco Cirio, e dallo stesso comitato politico, alle elezioni del 1886].

Divagando… in tipografia

Le "strategie editoriali"

Una ulteriore corrispondenza da Parigi (cfr. GdA del 20/21 febbraio 1892) è utile in quanto - oltre a spiegare - in concreto - il lavoro del Nostro (che comincia di buon mattino con la lettura di una trentina di giornali cittadini; apprendiamo anche che risiede nel quartiere della Borsa) precisa elementi importanti della biografia del personaggio.
La neve che cade copiosa sui tetti di Lutezia diviene complice di una regressione all'infanzia, ai tempi in cui Cortina era alunno del collegio convitto municipale acquese (ricco allora di 90 allievi), "quando "si pagavano" a suon di pane ed acqua, o a mezz'ora di silenzio le passeggiate squarcianti la prima neve nei cortiletti di S. Francesco, o in quello più vasto annesso al convitto stesso".
E da qui, è presumibile, siano passati altre "penne" acquesi nella loro gioventù, formatesi presso il locale Regio Ginnasio.
Scuola e convitto, dunque, a cementare le amicizie.
Ma il "pezzo" accomuna la nostalgia per quei tempi a quella della prima collaborazione con la "Gazzetta". In particolare il ricordo indugia sul "nostro ottimo [Salvator] Dina, amministratore, tipografo, gerente, e qualche volta, per interim, magari redattore", vero e proprio factotum, a spiegarne la conduzione "alla buona".
Il che non significa che manchino accese querelle tra direttori e giornalisti "rivali" (la fioritura delle testate è insospettabile: ne diremo a suo tempo) capaci di incrociare non solo le penne…ma anche (e non solo metaforicamente) le spade.
Così accade tra gli stampatori. E la redazione della GdA (17/18 novembre 1885) non manca di segnalare le "isconcissime espressioni" rivolte contro "La Gazzetta" dallo Scovazzi [Lorenzo], ex segretario di Maranzana, che "in un foglietto semiclandestino sfoga un po' di bile contro il nostro tipografo per gelosia di mestiere".
E proprio nella Tipografia Scovazzi, che aveva rilevato le macchine del Borghi, si erano stampati agli inizi degli anni Ottanta (sino al febbraio 1883) il ruvido "Corriere d'Acqui", diretto dall'avv. Francesco Fiorini, e (per pochi numeri, nell'autunno 1882) "L'indipendente", diretto dall' avv. Caro Core, un'altra delle nostre "penne".
Proprio nel 1885, sempre presso lo Scovazzi, ecco due altre testate concorrenti per "La Gazzetta": sono "L'imparziale" (ricco di caricature, ma di vita brevissima) e "Lo Staziello".
Sappiamo dei cordiali saluti che questa nuova "consorella" e la GdA (cfr. 5/6 dicembre 1885) si scambiarono, ma essi dovevano servire a coprire datate ruggini che, fortissime, specie in occasione delle "amministrative" e delle "politiche" si ripropongono.
La "prassi di lavoro", che troviamo anche su "La Gazzetta" del Dina, insomma, è la seguente.
Se alle quattro pagine del giornale manca qualche riga, vengon bene anche proverbi, freddure e barzellette e altre amenità.
Ma sui fogli i caratteri si rimpiccioliscono (sino alla quasi non leggibilità) se lo scritto e l'opinione sono quelle degli avversari. Il cui testo - per sovrammercato - è diviso in una miriade di micro puntate.

Gli esordi alla "penna"

Ma torniamo a Carlo Alberto Cortina. Che, nel 1883, poco più che ventenne, era corrispondente (o corrierista, come si diceva ai tempi) da Monastero Bormida [patria di Augusto Monti, nato "solo" nel 1891], per la "Gazzetta d'Acqui".
Il suo primo pezzo (GdA, 6/7 gennaio 1883) è una lettera che lo dice fondatore della Società Agricolo Operaia (presieduta dal padre). Nello stesso anno, in occasione della festa operaia che si tenne in paese (si veda la cronaca anonima del 1/2 settembre) egli non solo "lesse versi martelliani indirizzati alla bandiera, pieni di patriottici filantropici pensieri", ma svolse anche un "tema di questione operaia, intorno a cui va da qualche tempo vagheggiando il suo ideale".
Nel 1884 lo sappiamo collettore a Monastero, lui "studente in Legge" della sottoscrizione per una medaglia al valor civile per il sovrano Umberto I.
Anche il suo soggiorno a Torino, per gli studi universitari e post, non gli impedirà una collaborazione giornalistica.
Sua la rubrica settimanale (di preferenza sul giornale del sabato; l'altro numero della Gazzetta esce di martedì) delle "Corrispondenze poetiche" negli anni 1885, 1886 e 1887, dal tono leggero, spesso in versi alessandrini, indirizzati in modo esplicito ad un pubblico femminile, che fanno del Cortina una sorta di Guido Gozzano acquese.
Al direttore Flaminio Toso, scrive (in rima) "Stai sano. Da Torino spero scriverti presto/ per saldare gli impegni di debito onesto" (GdA 2/3 gennaio 1886). Gli argomenti sono i più vari: dalla catalogazione dei tipi di studente universitario, agli intrattenimenti (balli, concerti), ai dialoghi col gentil sesso, non dimenticando acrostici e sonetti (cfr. Il cor d'una fanciulla a diciott'anni, GdA del 27/28 febbraio 1886; ma anche disquisizioni su Il bacio nelle sue forme più svariate e gentili; cfr. GdA 5/6 dicembre 1885).
Parole suadenti e romantiche dovevano riscuotere un buon successo, comprovato dalla risposta che una fantomatica Contessa Jolanda (equivalente letterario di quella Contessa Lara, al secolo Evelina Cattermole Mancini, che con i suoi Versi - la prima raccolta, fiorentina, è del 1883; la seconda, romana, del 1886 - anticipa una sensualità e un estetismo che può dirsi predannunziano) invierà al Nostro (argomento la fine dell'anno) e che troverà spazio sul primo numero del gennaio 1886.
Dal 1885 al 1888 a Torino, città in cui viveva (prima all'indirizzo di Via S. Tommaso 24, poi in Via Porta Palatina 12), Pèplos trovava il tempo non solo per studiare e lavorare (a dar retta alla GdA del 13/14 ottobre 1885 lo potremmo dir "laureto": la festa della Società di Mutuo Soccorso di Spigno vede oratori gli avvocati Maggiorino Ferraris e Isacco Vitta-Zelman, e anche "l'avvocato" Cortina "dal facile ed elegante eloquio, che si cattivò l'attenzione e gli applausi di tutti". Ma nell'aprile'86, sempre la GdA (numero del 10/11 del mese), torna a definirlo "studente dell'Università".
È la musa della poesia, ad ispirare il Nostro, che sembra proprio ignorare la Cassandra di Gabriele [Rapagnetta] D'Annunzio, che sul "Fanfulla" del 25-26 giugno 1885 aveva cantato il requiem per la poesia: "voi per esempio non troverete, se non pagandolo un occhio, un editore che oggi vi stampi un libro di poesie: la poesia è in ribasso sui mercati...".
Invece Pèplos eccome che la pratica la poesia, tanto da indicare un altro acquese (o meglio, monasterese), il prof. Pietro Degiorgis, qual maestro e amico (GdA del 7/8 gennaio 1888; del Degiorgis l'orazione Del vincolo della scienza colla religione, Acqui, Pola, 1856, e anche alcuni carmi di saluto a S.M. Vittorio Emanuele per l'inaugurazione della ferrovia Acqui - Alessandria, Pola 1857; cfr. schede Manno 6767 e 6849).
E di Pèplos è pure una commedia in versi, Fiori assassini, "i primi fiori dell'invidiabile ingegno del mio amico" (così Yango, alias Pompeo Beccuti nella GdA del 20/21 aprile 1886).
Vero. Ma non solo a questa prova, come vedremo, si legherà l'"arte poetica" del Cortina.

Giulio Sardi

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