L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Alle origini del giornalismo acquese (3)

 
<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>

Cantanti e musicisti

Sandro Bottero, un basso "eroe dei due Mondi"

Dalle colonne giornalistiche, sempre nel 1879, si apprendono gli straordinari successi del basso Alessandro Bottero (Genova 1831-Milano 1892).
Franco Riccabone, collaboratore da Milano (con la moglie Maria Swender) della "Giovane Acqui" e della "Gazzetta" sino alla loro fusione, ne segue assiduamente le tracce; non a caso si tratta di un personaggio destinato a diventare il più celebre basso buffo del teatro comico italiano. Non secondario, però il fatto che nel 1853, ad Acqui, il Bottero avesse rivelato - cantore nelle celebrazioni ecclesiastiche - il suo eccelso e particolarissimo talento (così il Dizionario Biografico degli Italiani, d'ora innanzi DBI, che non cita la fonte, invano ricercata presso l'Archivio Diocesano).
Proprio queste performance lo fecero notare a Giacomo Panizza (Castellazzo Bormida, 1 maggio 1804 o 27 marzo 1803 - Milano, 1 maggio 1860), all'epoca maestro al cembalo e direttore d'orchestra alla Scala (ma anche compositore di opere e balli, inni, cantate e di una serenata per Maria Malibran). Sempre attorno alla metà del secolo, nella nostra città Bottero assunse la direzione della Scuola di Musica Municipale e della Banda. "La Bollente" del 1 aprile 1890, infatti, lo ricorda tra i maestri del passato (con lui sono i nomi di Zelvigher, [Giovanni] Penengo e [Felice] Tessitore: il figlio di quest'ultimo nel 1899 dirigerà, a Lione - i tempi propiziano l'emigrazione - l'orchestra dell'Unione Musicale Italiana). Dopo sarebbero venuti i successi internazionali: S. Carlos de Lisbona, Opera di Vienna, Barcellona, Covent Garden di Londra, Parigi, dove al Théâtre Italien, il 9 novembre 1865 Bottero portò il Don Bucefalo di Cagnoni, un'opera comica metamelodrammatica (il protagonista è un maestro di canto che lusinga tre contadinelle, prospettando loro i trionfi del palcoscenico: esilarante la scena della prova d'orchestra che comincia con "Trai, trai, trai, larà larà").
Ma torniamo alle nostre "penne": il 18 gennaio 1879 (sulla GdA) l'acquese Franco Riccabone racconta delle recite milanesi al Teatro Carcano sul corso di Porta Romana: "Il nostro concittadino Alessandro Bottero, quantunque gli anni vadino [sic] strappandogli i peli, è pur sempre un grande artista…il valente nostro Bottero riscuote immensi applausi e nell'opera Papà Martins [La gerla di Papà Martins, con il Don Bucefalo uno dei suoi cavalli dei battaglia: entrambe le opere sono di Umberto Cagnoni; Bottero fu poi interprete notevolissimo e "inimitabile" di Don Basilio nel Barbiere al Politeama Genovese ancora nel febbraio 1887], in cui è insuperabile, commuove il pubblico fino alle lacrime e gli fa gustare le più dolci emozioni. Tutti i critici teatrali vanno d'accordo nel chiamarlo una celebrità artistica".
E gli ascoltatori, infatti, gli riconoscevano un timbro bello, una voce potente e intonata, un registro assai esteso, e - soprattutto, una presenza scenica straordinaria: con una mimica sempre misurata ma estremamente espressiva, che, secondo Rodolfo Celletti, potrebbe essere affine al surrealismo di certi clowns.
La fama risarcisce un musicista dalla vita romanzesca, quasi quasi "garibaldina": suonatore ambulante di violino, fuggito di casa, studiò a Parigi e a Losanna, poi divenne organista e Maestro di banda a Casale e a Canelli.
Ma fu "Acqui - da noi Bottero poi tornò per un concerto in favore degli inondati della Bormida recensito sulla "Giovane Acqui" del 22 luglio 1879 - che per tanto tempo ebbe campo di apprezzarlo" ("La Bollente", necrologio, 3 febbraio 1892), Acqui "dove il Bottero visse alcuni della sua giovinezza [e in cui] si rivelò la sua non comune predisposizione per il canto" (GdA, necrologio, 6/7 febbraio 1892). E "l'inesauribile umorismo con cui deliziò i due Mondi" (fu anche in Sud America) sembra trovare continuità nella vita (assunse il ruolo di impresario, rilevando il Teatro di S. Redegonda per con l'intenzione di specializzarlo nel repertorio musicale comico, sull'esempio francese dei teatri dell'opera comique) e, addirittura, dopo: se la voce a lui relativa del DBI lo ricorda "bontempone, giocatore impenitente e generosissimo" (tanto da viver in stretta modestia gli ultimi anni; si ritirò dal teatro nel 1890), "La Bollente" rammenta come furon le note de La bella gigogin ad accompagnarlo al cimitero.

Appunti sugli altri maestri

La banda, invece, richiama lesta il nome Girolamo Penengo (violinista, figlio di quel Giovanni citato nello Statuto dell'Accademia Filarmonica Letteraria della Città d'Acqui, edito da Pola, 1844) attivo ad Acqui come camerista, ma anche in orchestra come interprete solistico (cfr. GdA 10 novembre 1885: "Quando il M° Penengo suona la sua stupenda polonese sul suo violino incantato, nessuno è più in teatro, ma rapito in cielo").
Fu di 23 anni il servizio che Girolamo, ininterrottamente, prestò presso la Scuola di Musica Municipale, assumendo anche la direzione della banda (cfr. La musica ad Acqui ai tempi di Giuseppe Saracco, in "Corale Città di Acqui Terme", anno XVI, n.1 aprile 2001). Ma il Nostro lasciò Acqui nel gennaio 1890, scegliendo per sua residenza Roma; e Italus, in una sua corrispondenza del 1892 (GdA 26/27 marzo) ,lo segnala come eccellente suonatore al Teatro Quirino.
Sempre per restare nel campo dei maestri che rivelano particolari predisposizioni didattiche, passiamo in rassegna i nomi del M° Felice Boverio e della figlia Carolina.
Il primo istituì una scuola di canto corale (cfr. "Giovane Acqui", d'ora innanzi GA, 3 giugno 1879); ma anche organista che collaudò nel 1879 lo strumento S. Francesco restaurato dal Laiolo (GA, 6 maggio).
La seconda, Carolina, mandolinista, oltre a suonare con il padre e altri artisti (ad es. GdA 27/28 agosto 1887) può essere identificata con la giovane Carlotta Bo[v]erio lodata dalla GdA (10 maggio 1879) per l'esecuzione del Tantum ergo in Cattedrale.
Entrambi i musicisti sono ancora attivi, ad Acqui, a fine secolo: Felice continua ad impartire lezioni di piano, canto, armonia, "mette a disposizione il piano per chi non ce l'ha e accetta pensionanti" presso la Casa del Marchese Scati in Piazza del Pallone 4; qui fa scuola anche la figlia (ad es. GdA 24/25 agosto e 1/2 ottobre 1898).
Per Tullo Battioni (Parma 1839 - Parma 1914), virtuoso del contrabbasso (pubblicò svariati manuali con Ricordi), direttore della scuola municipale di musica dopo il Penengo, dal 1891, e delle formazioni bandistiche e orchestrali ad essa collegate per un buon quindicennio, rinviamo al contributo monografico Il maestro Tullo Battioni, direttore della Scuola di musica municipale acquese (1890-1907), inserito sul prossimo numero del periodico della Corale (vedi sopra). Indiscussa figura di riferimento, ad Acqui, sul finire del secolo, la sua scuola formò tre allievi destinati a grande avvenire, e non solo sulle scene nazionali: Franco Ghione, il baritono Giovanni Novelli e il tenore Luigi Montecucchi.
Con lui da ricordare l'acquese violinista Giovanni Ricci "un giovinetto" nel 1879 (GA22 luglio), quindi sussidiato dal Comm. Furno per gli studi compiuti presso il Conservatorio di Milano (GdA 30/31 dicembre), quindi nel 1890 in grado di concorrere per il posto di Maestro - direttore della Scuola Municipale di Musica (il concorso fu vinto dal Battioni), nel 1892 responsabile del sestetto che si esibisce al Circolo "La Concordia" (GdA 6/7 aprile1892), e poi dell'orchestra in teatro (GdA 9/10 aprile 1892).
Anche lui sarà attivo a fine secolo nella nostra città (dirigendo, tra l'altro, al "Garibaldi" La Favorita di Donizetti, GdA 30/31 dicembre 1899, quindi Ernani, GdA 16/17 giugno 1900).
Il tutto ci fa scoprire Acqui come terra feconda di violinisti: l'albero di famiglia inizia con i Penengo padre e figlio, continua con Bottero, Ricci e Ghione e giunge a Giuseppe Caratti, un altro allievo del Battioni, che nel 1905 sappiamo prima parte dell'orchestra italiana che si esibisce ad Elberfeld, apprezzato solista dei concerti di Paganini e Sarasate (ancora GdA 17/18 1905).
Musicista di razza è poi Giuseppe Vigoni, di cui possiamo ricordare i melodrammi Annita, 1880, Iride 1886 e Ginevra 1891.Quest'opera, su libretto della Marchesa Venuti di Roma, sarà allestita poi al Politeama Garibaldi nel maggio del 1899 (GdA 13/14 e poi 21/21), accolta però abbastanza tiepidamente, anche a causa dell'insufficienza degli strumentisti (come i cori reperiti in loco: solo la compagnia di canto veniva da fuori).
La biografia del Vigoni (un altro musicista factotum: capomusico nell'esercito, organista ad Alice Belcolle, direttore e concertatore, didatta) era stata parzialmente tracciata nei numeri del 27 aprile, 6, 13 e 20 maggio 2001 - quattro puntate concernenti la querelle tra Tullo Battioni, Fradiesis e il cav. Vigoni scatenatasi, senza esclusione di colpi, per la conduzione della banda.
Possiamo ora aggiungere la conferma del suo arrivo nell'Acquese nel 1884 (sapevamo essere allora capo musico a Cassine). Attraverso la GdA (25/25 marzo; 8/9, 19/29 luglio; 16/17 agosto) sappiamo che offriva lezioni private di musica, distinguendosi nei concerti alle Terme (con il baritono Carpi, con il violinista Penengo e altri ancora).
A questo punto il lettore, dirà che siamo incorsi in una grave dimenticanza: e dov'è Giovanni Tarditi (Acqui 1857- Roma 1935), che punteggia con polke e mazurche questi anni acquesi? Rimandiamo la trattazione degli anni giovanili del maestro al mese di giugno, quando - in occasione del concerto monografico che il Corpo Bandistico Acquese offrirà alla cittadinanza, il giorno 27 - proveremo a far ordine nella ricca messe di tracce che questa "penna" musicale ha lasciato sulle testate acquesi (e non solo) di fine Ottocento.

Musica per i curandi

Certo è che son proprio gli stabilimenti d'oltre Bormida ad alimentare le occasioni musicali (all'albergo "Roma", al "Valentino", alla sala delle Vecchie Teme…): l'estate - con il carnevale (qui le sedi musicali diventano le Società del Casino o il circolo "La Concordia", o il vecchio Dagna) - è la stagione più propizia per la musica. Ecco allora da registrare le presenze di Giacomo Levi, pianista ma attivo anche come direttore d'orchestra, e della figlia Emma (GA, 25 marzo e 22 agosto 1879; 7/8 e 21/22 agosto, 4/5 settembre 1886), del M° Bellissimo, che troviamo dal 1886 (GdA, 3\4, 17/18, 24/25 agosto) e poi nelle estati successive, del M° Carlutti, cieco nato, (GdA 25 giugno 1882), di Gabrio Picotti (9/10 e 12/13 agosto 1884), di Elena Lamiraux (GdA, 23/24 luglio 1887), dei violinisti Gillardini (GdA, 17/18 agosto 1886) e Luigi Angiolini (GdA 1/2 settembre 1888) e altri ancora. Lecita la domanda: di che vaglia erano questi musicisti? Insomma, quanto erano bravi? E, di conseguenza, quale tipo di uditorio Acqui offriva loro? Quale la considerazione dei suoi luoghi musicali?

Suonare, che passione

È la nostra - sul finire dell'Ottocento - una città della Musica, oltre che delle Terme. Tanto che in pochi anni la GdA segnala l'apertura di tre negozi musicali.
Primo a intraprendere "questo nuovo ramo di commercio" (GdA 21/22 aprile 1883) è il maestro Angelo Casasco (già direttore della Banda di Molare, che anche ad Acqui si esibisce: cfr. GdA 22/23 luglio 1882), che vende strumenti a fiato e a corda in Via Maestra (dall'agosto 1889 rinominata Via Garibaldi), nei locali di Casa Bruni, nei quali è annesso anche un laboratorio per le riparazioni. E l'esercizio non passa inosservato: a distanza di poco più di un mese subisce un furto (di un flauto usato del valore 60 lire, ma il ladro musicofilo trascura altri oggetti di valore). Viene poi il negozio di "musicali" del sig. Avanzini, davanti al Cavallo Bianco in Via dei Viali (GdA, 28/29 maggio 1887), e la fabbrica di organi a cilindro Giuseppe Ghione (con deposito di pianoforti; GdA 10/11 febbraio e 14/15 aprile 1888), che, componente della banda acquese (ovvio, verrebbe da dire), è il padre di Franco (nasce il 26 agosto 1886), il futuro celebre direttore d'orchestra.
In tanto fervore, spazio anche all'originalità.
Apprendiamo dalla GdA del 28/29 dicembre 1886 che un certo Giuseppe Bistolfi, "dilettante di musica" nostro concittadino, presenta negli intermezzi di uno spettacolo al Politeama Benazzo "strumenti di sua invenzione, a imitazione del flauto, accompagnandosi con la chitarra".

Note per diletto

Il re indiscusso degli strumenti è, però, il piano.
Ogni anno, registriamo la breve presenza in città di Giovanni Contini, accordatore milanese, che soggiorna presso l'Albergo d'Italia e segnala con un'inserzione i suoi servizi. Sarebbe interessante poter censire gli strumenti in città: sicuramente il doppio o il triplo di quelli attuali. Poiché il piano e la pratica musicale vocale e strumentale (specie per le fanciulle) a fine Ottocento rivestono un ruolo fondamentale nella società borghese.
Abbondano i "dilettanti", tra cui una menzione merita il notaio Giuseppe Baccalario, di cui la "Giovane Acqui" del 15 aprile 1879 ricorda "lodate composizioni musicali" (ma anche il ruolo di vigile direttore nei restauri del Teatro Dagna).
Ma "apprendisti delle sette note" sono molti dei curandi (ovvero i "distinti balneanti") che volentieri "collaborano" con i quartetti e i settimini (i maestri Penengo - un altro acquese - e Bellissimo per anni sono l'anima di queste formazioni) che l'impresa dei Bagni scrittura per intrattenere gli ospiti.
Vale la pena, allora, di proporre un programma (e relativi interpreti).
La GdA del 7/8 agosto annuncia un "trattenimento" così strutturato: Nono concerto di Beriot per violino (Girolamo Penengo) e pianoforte (M° Bellissimo); Sur le lac, barcarola di Smith, eseguito da Emma Levi (figlia di Giacomo, che scopriamo presente come pianista accompagnatore), una scena e romanza dai Promessi Sposi di Ponchielli cantata dalla sig.ra Spantigati (una balneante?); una Gran fantasia su Traviata trascritta da Ascher per piano (Emma Levi); l'aria per soprano (ancora la Spantigati) Noi ci ameremo tanto di Palloni, per concludere con una Bourrèe pianistica di Silas affidata alla Levi. Questo per la prima parte, in certo qual senso "accademica". Ma dopo seguono le danze, non meno attese dal pubblico, che accede alla sala spendendo due lire (oggi suppergiù trentacinque euro).
E questo ci fornisce indicazioni su una clientela sicuramente di alto rango (aristocratica e internazionale: basta dare un'occhiata al registro delle presenze che la GdA propone) e sul valore degli interpreti.

"Strabiliare", nel segno di Amadeus (e di Leopold)

Ritorniamo sui passi della precedente puntata. Quale il valore dei concertisti?
È presto detto. Giacomo Carlutti, "cieco nato", originario di Palmanova, ospite della nostra città nel 1882 (ai Bagni, dove esegue al piano le Variazioni sul Carnevale di Venezia - GdA 28/28 luglio), ritorna nel 1888. Il maestro "noto in Italia e all'estero, tra i principali organisti del giorno" proviene dall'Istituto per Ciechi di Padova, dove ha compiuto - sin dalla metà degli anni Cinquanta - la propria carriera di insegnante ma anche di compositore (sua una Messa per due tenori e basso con accompagnamento di corni, fagotto, organo e contrabbasso -1856).
Ad Acqui lo troviamo all'organo di S. Giuseppe (ma è da intendere l'attuale chiesa di S. Francesco: dal 1872 essa è passata alla Confraternita), il "nuovo Lingiardi" inaugurato nel 1884. Domenica 5 agosto (GdA del 4/5 agosto) in un orario per noi insolito (le due pomeridiane), il maestro fornisce un grandioso saggio utilizzando non solo i registri di clarino, viola e violoncello, ma anche quelli che imitano i fenomeni naturali come la pioggia e il vento.
Interrogando i motori di ricerca su Internet possiamo saper qualcosa in più a suo riguardo (e questa prassi utilizzeremo anche per gli altri musicanti).
Già nel 1868, il 21 dicembre egli, "celebre suonatore d'organo", si esibisce a Cremona, presso la chiesa di S. Agostino. Qui propone, con un Preludio in stile fugato, una Gran fantasia sulla Norma, Pensieri sulla Traviata concludendo con un concerto fantastico di varie imitazioni cioè del Diluvio Universale, della Primavera, del Canto degli Uccelli con Finale e Marcia trionfale accompagnata dagli evviva popolari. Questi i "gusti" organistici (ma forse bisognerebbe dire operistici) riguardo i programmi, che non si esimono dal coltivare finalità - sia chiaro, è detto con rispetto - "circensi".
Rispetto agli artisti, infatti, non vedenti ed enfant prodige sembrano possedere attrattive particolari per l'uditorio. Anche perché la suggestione dei Mozart (padre e figlio) è grande.
Nell'agosto 1882, registrata la presenza del violoncellista cieco Luigi Mignone (GdA 5/6 del mese), la stagione dei Bagni accoglie - con i cameristi del M° Penengo - Gemma Luziani, una quattordicenne premiata al Conservatorio di Parigi (GdA 15/16 e poi 19/20 del mese).
Per lei altre due tracce nella "rete": il giornale bresciano "La lega lombarda", nel gennaio 1886, recensisce (con la critica di Giovanni Tebaldini) un suo concerto; l'anno successivo, nel febbraio, la ritroviamo ad Udine, presso il Teatro Sociale.
Il 6 dicembre 1885, al Dagna, tocca alla giovane mandolinista Maria Corti, "già celebre artista", che la locandina d'epoca fortunosamente ritrovata, ci dice reduce d'Austria, Russia e Francia (anche GdA 8/9 dicembre).
Quanto al curriculum di Elena Lamiraux (si veda GdA 23/24 luglio e 6/7 agosto 1887), le cronologie degli spettacoli parmensi indicano il duo formato dalla madre Bianca (piano) e dalla figlia Elena (violino; pure cantante) protagonista il 7 e il 10 aprile 1886 (il pezzo forte sembra essere, con Ziegeunerweisen [è l'op. 20, Arie zingaresche tuttora in repertorio] di Pablo de Sarasate, il Mosè (su una corda sola) di Paganini.
E proprio questi brani sono eseguiti ad Acqui, alla sala dei Bagni, in due concerti che vedono come protagonista anche il "distinto dilettante torinese" (un balnenante) sig. Malvano, che accompagna al piano la fanciulla in una melodiosa romanza dal titolo Vorrei sognarti, e i non meglio precisati sig. Raimondi (flautista interprete di una fantasia sull'opera Marco Visconti) e Cav. Bertuzzi (al violino).
Anche per Giacomo Levi "un nostro amico, di così bella fama tra noi", variamente citato dalla "Gazzetta" negli anni Ottanta (23 marzo e 12 agosto 1879, 25 giugno 1882 …) l'onore delle stampe di libri pianistici che a detta dell'anonimo recensore (GdA 25/26 luglio 1882) competono con quelli scritti da Siegmund Lebert (cognome assunto dopo la conversione: curiosamente quello originario era proprio Levi) e Ludwig Stark (come tutti gli appassionati del pianoforte avranno intuito, si tratta del Grosse theoretisch-praktische Klavier Schule in quattro parti, pubblicata a Stoccarda nel 1858).
Di Giacomo Levi (di Angelo), allievo di Antonio De Val (+1878 circa), padre di Emma, l'indice bibliografico nazionale cataloga diverse raccolte di Esercizi impresse dall'editore torinese Francesco Blanchi, e segnala anche i balli La follia a Roma (Casale M.to, settembre 1870 con le coreografie di Giovanni Pulini), Lionna (Roma 1872, ma anche Torino s.d.) e Il dardo d'amore (Brescia, s.d.).
Ma il più noto dei concertisti ospiti della città della Bollente (almeno per noi, osservatori del XXI secolo: celeberrima è la sua mazurka variata) è Augusto Migliavacca, "del quale gli acquesi bene conoscono la valentia". La GdA del 25/26 luglio 1882 segnala le sue esibizioni al Caffè dello Stabilimento Termale e al Caffè del Teatro.
Vale la pena di ricordarla, allora, la storia di questo violinista, "il Paganini degli ambulanti", un parmigiano che nacque nel 1838, e giovanissimo dispensò esecuzioni trascinanti per pochi centesimi incantando l'uditorio. Tanto che a Parma, sua città, la locale "Gazzetta", in vita, lanciò una sottoscrizione per regalargli un nuovo strumento e, in morte, nel 1901, ne allestì un'altra per erigergli un monumento al cimitero.

Tra le note: Samiel

A tanti concerti corrispondono altrettanti recensori. Se nella prima puntata avevamo citato L'orso, in questa, ricorderemo - unitamente a molti trafiletti anonimi - Cecco (che scrive nel 1879), L'uomo nero (attivissimo nel luglio e agosto 1886) e Samiel (cronista della stagione 1889).
Di questi pseudonimi, solo per uno possiamo prospettare una identificazione.
Nella GdA del 30/31 marzo 1889 incontriamo la menzione di una Novelletta amorosa, "un gioiello di sentimento" del sig. Selmi, avvocato, sottosegretario della nostra prefettura, che viene citato come "amico nostro e collaboratore". Il numero del 27/28 aprile cita poi una polemica di cui questo personaggio è parte (l'attacco, il 13 marzo, dalle colonne del supplemento de "La Gazzetta del Popolo", in merito alla pensione che la madre del Nostro riceve) e rinvia ad una lettera di difesa del Selmi pubblicata su "La Bollente" (23 aprile). Da questa possiamo dedurre il suo nome per esteso: Pier Alberto Selmi. Insomma: A. Selmi, che diviene, complice l'anagramma, Samiel.
La conferma dalla predisposizione alla musica dell'avvocato: che a luglio 1889 (GdA 20/21) scrive, in occasione della festa all'asilo, l'Inno ai benefattori e, il mese dopo (GdA, 17/18 agosto) un Andante appassionato (foglio d'album) "con pensiero gentile a quella valentissima musicista che è la signora Redi".
E Samiel di musica s'intende, come mostrano i suoi pezzi. Mentre altrove i trafiletti parlano genericamente di "squisito sentimento artistico", Samiel (GdA, 18/19 maggio), quando recensisce Ernani al Politeama, pur esordendo con un "non sono Aristarco Scannabue" [il ben noto nome di penna del Baretti su "La Frusta" veneziana], entra benissimo tra le pieghe dell'allestimento. Tra l'altro assolvendo i cori, "che fanno quello che possono e non male certo: bisogna notare che sono orecchianti e che hanno imparato [dal "bravo e paziente M° Corrado, cfr. GdA 4/5 maggio] la loro parte in brevissimo tempo". Seguono i plausi per il primo trombone Salvaneschi.
Nel 1889 i balli di Carnevale è Samiel a raccontarli (GdA dal 26/27 gennaio al 16/17 marzo, c'è anche la Pentolaccia al Casino); ma è lui, che si professa allievo del Lavezzari, a redigerne la biografia quando, il 23 dicembre 1888, il vecchio direttore della GdA si spegne, complice una polmonite, in una modesta cameretta.
Sul numero del 29/30 dicembre, listato a lutto, Samiel afferma che, con la morte del Lavezzari, "è scomparsa dalla città una figura eminentemente caratteristica, è mancato alla patria un egregio cittadino, a questo giornale una delle sue antiche e robuste colonne, ai suoi allievi un ottimo e amoroso maestro, alle lettere un veterano della penna, a noi tutti un impareggiabile amico".

Riccardo Lombi

Abbandoniamo le penne musicali non prima d'aver citato un ultimo celebre violoncellista cieco. Si tratta dell'anconetano Riccardo Lombi, che giusto giusto l'altro giorno è saltato fuori dallo spoglio dell'annata 1890 della "Gazzetta" (numero del 7/8 marzo). Proveremo ad interessarci - senza pretesa di esaustività: come si vede i lavori sono più che in corso - di olii, inchiostri e sanguigne.

Dalle penne ai pennelli

Il mondo delle arti visive

Insospettabile quanto sia ricco il contributo acquese. Non esiste in città una "galleria" in cui esporre: surrogano il compito, come vedremo, le vetrine (dei librai, degli orologiai, dei mobilieri, dei farmacisti) o i luoghi pubblici deputati ad accogliere i più alti momenti civili (cerimonia dei premi, commemorazioni).
Ma, a distanza di quasi un secolo e mezzo, non si potrebbe dedicare alla nutrita schiera di artisti che seguono (Luigi Crosio, Angelo Baccalario, Enrico Gabbio, Luigi Garelli, Luigi Bistolfi) l'edizione di un'antologica?

Nel segno di Jona

Vediamo, allora, qualche appunto sulla produzione di Luigi Crosio (Acqui, 1835 - Torino, 1915) che, formatosi presso l'Accademia Albertina, divenne figura di certo rilievo nel panorama artistico subalpino come pittore di soggetti storici e di genere (in particolare pompeiani e secenteschi, affini a quelle del Turletti e del Gilardi). Fu ritrattista, perito incisore e litografo (dal 1869 entrò nella società torinese "L'acquaforte": si veda per un primo risconto la monografia di Piergiorgio Dragone Pittori dell'Ottocento in Piemonte 1865-1895 edita dalla Banca CRT nel 2000).
Di lui si può attestare, con sicurezza, la nascita acquese (e non albese, come erroneamente riportato da molteplici saggi).
Tra le sue opere più note -oggi tutte al GAM di Torino - La bibbia del curato, Maria Luisa Gabriella Regina di Spagna, Maria Teresa di Savoia principessa di Lamballe (un olio che partecipò all'esposizione del 1865). Nel 1882 prese parte (cfr. GdA 4/5 maggio) con l'altro acquese Angelo Baccalario (vedi oltre) alla rassegna che si tenne a Nizza Marittima con l'opera Chatelaine du XVI siècle.
Il suo nome si diffuse anche anche grazie all'editoria: l'incisione Ritratto di Galileo, da dipinto di Giusto Suttermans entrò a far parte del primo volume del romanzo storico di Mathilde Raven. Galileo Galilei (Torino-Napoli, Unione Tipografico-Editrice, 1869).
La figlia Carola, inoltre, diventerà la moglie del matematico Giuseppe Peano.
Già nel 1871 al Crosio ricorsero gli acquesi dovendosi approntare l'album (oggi conservato presso la Biblioteca Civica) destinato al novello sposo Giuseppe Saracco: l'acquerello che presenta l'allegoria degli sposi è infatti contraddistinto dal monogramma LC.
La sua fama non gli impedirà di lavorare a committenze acquesi anche nella maturità: dalla GdA del 12/13 ottobre 1889 sappiamo che "il celebre pittore, che da molti anni risiede in Torino, donde coi suoi pregevolissimi lavori illustra la nostra città che gli ha dato i natali, dalla direzione del nostro d'asilo d'Infanzia venne testé incaricato di eseguire un ritratto ad olio dell'indefesso benefattore sig. Ottolenghi Jona da collocarsi nella maggior sala dell'asilo stesso".
Circa cinque mesi più tardi l'opera è realizzata (GdA del 3/4 marzo 1890): il volto di Jona, circondato da cornice dorata, fa bella mostra di sé presso la vetrina della farmacia Bortolotti e conferma "la fama di valente artista" che al Nostro si lega.
L'avvocato del pennello
Il pittore Angelo Baccalario (Acqui 1852, 19 novembre: era figlio di Carlo, impiegato nell'Intendenza, e Virginia Provenzale, benestante - Acqui ,1900). Compiuti gli studi in Legge (ancora un avvocato, dunque), egli preferì al Foro le "aule" della pittura e dell'incisione, studiando con C. Biscarra, Paini e S. De Avandano.
Già dal 1873 prese parte alle esposizioni promosse dal Circolo degli artisti di Torino (sino al 1887) e dalla Società Promotrice di Belle Arti (sino al 1888).
Già nel 1882 la GdA (20/21 giugno) segnala l'opera Piazza della Chiesa a Taggia, che rivela la località rivierasca come fonte privilegiata di ispirazione.
A tal proposito, l'indice curato da Eraldo Bellini (Pittori piemontesi dell'Ottocento e del primo Novecento dalle Promotrici Torinesi, Torino, Libreria Piemontese, 1998) indica tra i vari titoli (La sera e Inverno, 1873; Marzo 1874; Pomeriggio alla Marina, 1878; Una via a Taggia, 1884) un'opera di sicura ispirazione locale: Temporale sulla Bormida, che risale al 1876.
Il Baccalario fu anche protagonista nel 1882 (GdA, 27/28 maggio) delle Esposizioni di Nizza Marittima (con il quadro Oh belles campes) e Torino, che farà dire a C.B. come il Baccalario davvero "l'abbia indovinata nell'aver gettato la toga".
Nel 1885 partecipò alla mostra della Promotrice di Roma, in cui il suo olio Casa Ruffini a Taggia (si tratta del buen retiro di Giovanni, patriota e mazziniano, poi librettista di Donizetti per il Don Pasquale, quindi autore - in lingua inglese, nel 1855 - del romanzo Il dottor Antonio) sarà acquistato da S.M. il Re.

Un artista tuttofare

Se i pittori precedenti paiono non esclusivamente legati al territorio, ben diversa è la situazione per Enrico Gabbio (terzo e ultimo artista che citiamo in questa rassegna) pur passando la sua formazione attraverso l'Accademia di Firenze.
Già il nome del "giovane Gabbio" si segnala sulla GdA del febbraio 1883. È tempo di carnevale e al Teatro Dagna si erige un padiglione per il ballo. Il Nostro (unitamente al concittadino Bordo) "fa miracoli" approntando le scenografie e dipingendo "i puttini e tutte le figurine che gaiamente si mostrano tra le pieghe d'un drappo e tra nembi di fiori" destinati a sfolgorare "tra mille becchi di gaz" e vari zampilli d'acqua.
Nel numero successivo (6/7 febbraio), la "Gazzetta" non rinuncia a "presagire nel nostro concittadino un ottima riuscita nell'arte divina della pittura quando troverà qualche mecenate che gli aprisse con i cordoni della borsa anche la via della gloria". Il Gabbio mostra, infatti, impegno non comune, spigliatezza nel disegno, brio nel colorito, gusto nell'invenzione e nella composizione".
Da giornale del 10/11 marzo 1883 un'altra traccia.
Un anonimo cronista fa visita al "modesto studio" di questo "giovane nostro concittadino" e ammira un magnifico ritratto ("imitazione fotografica") di cui, oltre alla somiglianza ("tanto da far credere che sia fattura d'una delle più perfette macchine") si sottolineano morbidezza di tratti e sfumature compiute…in punta di pennello ("che deve essere certo fina come la lanugine d'un ape").
Un'altra opera ha poi per soggetto il nostro bravo brillante sig. Ricci [si tratta di una delle prime parti della Compagnia Benincasa, che recita al Politeama Benazzo], e verrà esposto in occasione della sua beneficiata [ovvero, la serata d'onore].
"La testa è maestralmente lavorata, e sotto il travestimento, nella caricatura, escono egualmente distinti espressivi e somigliantissimi i tratti dell'artista brillante".
Nell'agosto dello stesso anno il Gabbio fu parte attiva nelle iniziative di beneficenza che la città predispose in favore dei terremotati di Casamicciola (Ischia, 28 luglio; cfr. GdA 18/19 agosto). Per l'occasione donò lo schizzo Trionfo della beneficenza e un non meglio precisato quadro di imitazione fiamminga.
Dalla GdA del 1/2 gennaio 1884 apprendiamo che nella vetrina del libraio Righetti sono due suoi piccoli oli: in uno una bella giovane lavandaia sciorina la biancheria sulle sponde della Bormida; nel secondo una mietitrice se ne ritorna dai campi con un fascio di spighe. Detto di un acquerello bellissimo (Mi piacerò?) tolto da un disegno del Fontana, le colonne della "Gazzetta" riconoscono all'artista una vera e propria maestria nei disegni a penna e all'acquerello, capaci di trasformarsi in vere e proprie miniature. E questa attitudine varrà al Gabbio alcuni dalla commissioni dalla Repubblica di S. Marino (nel 1885, cfr. GdA 21/22 novembre), ma anche dalla sua città (confezionò la pergamena donata a Jona Ottolenghi due anni più tardi; cfr. GdA 3/4 dicembre). Su questo lavoro proviamo a soffermarci poiché vede come committente la Società Operaia acquese, la SOMS, di cui Jona è anche presidente onorario.
Enrico Gabbio "egregio pittore, il quale eccelle veramente in simile genere di lavori", traccia non solo un fregio in stile raffaellesco in cui sono intercalate le parole istruzione, beneficenza, mutuo soccorso e simili, ma sulla destra, su tre gradini ricoperti da tappeto, colloca una figura femminili nell'atto di porgere con una mano una corona d'alloro, mentre l'altra si appoggia ad uno scudo "in cui vi è il ritratto di perfetta somiglianza del sig. Jona Ottolenghi".
Puntuale riscontro viene dalla fondamentale monografia di Cino Chiodo (La Società degli operai d'Acqui, 1998, p. 70) che permette, oltretutto, di scoprire l'appartenenza dell'artista, "il Socio Gabba", [sic] al sodalizio.
Il Nostro non solo realizzò le scenografie per l'operina La Bujenta del Tarditi, "un minuscolo vaudeville" che andò in scena nel settembre 1883 al Politeama Benazzo (cfr. GdA dell'11/12 e poi del 29/30 settembre; lo portò in scena la compagnia La Piemontese, con gli attori Gemelli, Vaser e Leonetti), ma si produsse anche in uno schizzo ad acquerello in cui "fece entrare le macchiette degli attori".
Una committenza sacra nel 1884 (GdA, 16/17 settembre) con uno stendardo realizzata per l'Addolorata.
Nel 1887 (cfr. GdA 25/26 giugno) del Gabbio, "ammirato per i suoi lavori a carboncino, a penna e per i suoi acquerelli", vengono segnalate alcune ceramiche (confezionate per l'Albergo del Pozzo) e le artistiche cornici destinate al Padiglione delle Vecchie Terme.
In occasione dei funerali acquesi di Giacomo Bove (il 14 agosto 1887 la salma dell'esploratore venne accolta nella camera ardente presso la stazione; il giorno successivo si svolsero i funerali solenni) una ulteriore prova di eclettismo artistico: il Nostro collaborò con il fotografo triestino Marzini per l'allestimento dell'album funebre.
Nel 1888 la GdA riprende un trafiletto della testata consorella de "L'osservatore" di Alessandria: il Gabbio colà si è trasferito, proponendo i suoi acquerelli, "i quali grandemente attirarono l'attenzione dei passanti" sotto i portici di Palazzo di Città, nelle vetrine del sig. Ivaldi. Dal testo, ancora una volta si possono evincere i soggetti: una figura svelta di donna, una testa caratteristica di contadino che fuma la pipa, un cavaliere in costume del Cinquecento, un una figura rubiconda di frate che legge il "Secolo"…
Soprattutto emerge l'intenzione del Gabbio "di dar lezioni di pittura, se il Municipio gli darà un locale, per istituire una scuola di pittura per gli artisti, in cui presterà la sua opera gratis".
Sconsolato il commento della "Gazzetta" (1/2 dicembre): Nemo propheta in patria.

Giulio Sardi

<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]