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Alle origini del giornalismo acquese (4)

 

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1879 - 1885: cronache musicali per il Giovane Tarditi

Giovanni Tarditi
Giovanni Tarditi
Penne acquesi: questa volta è il concerto della nostra Banda, venerdì 27 giugno (Teatro Aperto, ore 21,15; dirige Alessandro Pistone) a dettare - l'avevamo annunziato sin dalla "musicale" settima puntata - il tema monografico.
Dal pennello di Enrico Gabbio (sul numero precedente: ma il discorso sugli artisti non è certo terminato, anzi…; i lettori ci perdoneranno questo asistematico procedere) al suo amico immerso nei pentagrammi, per seguire sulla "Gazzetta d'Acqui" la carriera di Giovanni Tarditi (classe 1857) tra i venti e i trent'anni. Daremo, così, la caccia alle notizie spicciole e "locali" (quelle che, per intenderci, in genere sfuggono ai Dizionarioni), cercando conferme ad alcune note biografiche che Arnaldo Pippo propose ormai mezzo secolo fa. Leggiamo dalla rubrica "Gente nostra", nell'occasione intitolata M° Tarditi. Storia di un tamburo, (cfr. "Acqui Perla del Monferrato", n.3 novembre 1954 - ringrazio Arturo Vercellino per la preziosa segnalazione).
"A 14 anni il piccolo Tarditi eseguiva le prime sue composizioni: sono valzer, mazurche, polche. A vent'anni lo troviamo in varie città d'Italia a dirigere complessi orchestrali. Da Lecce a Firenze, Pisa, Genova, ovunque egli porta gli applauditi motivi delle sue svariate composizioni che comprendono 400 ballabili, 19 operette, arie, romanze, pezzi caratteristici, marce, inni".
Quanto alla formazione "il Conte di Mirafiori [Emanuele Filiberto Guerrieri, 1851-1894, figlio della bella Rosina] nella residenza di Firenze lo ebbe per qualche anno discepolo di grandi maestri". E il suo lavoro giovanile Nozze, una "grande romanza", Tarditi lo sentì eseguire sotto la direzione di uno semisconosciuto Pietro Mascagni [dovremmo essere tra 1885 e 1889; Cavalleria, lontana, è del 1890 - n.d.r.], al Politeama Fiorentino, cantata dal tenore [Dario] Acconci.Qui arrestiamoci.
Verifichiamo, ora, dalle colonne locali, con un maggior dettaglio, le tappe della sua carriera di precoce talento.
Ecco come si diventa famosi.

Nel segno dei ballabili

Un primo indizio da una nota abbastanza laconica del 22 marzo 1879. Tarditi, dice la GdA, "soldato addetto alla banda del 73° reggimento, ha composto di bel novo una bellissima polka sotto il titolo Dopo tanto, di cui gli intelligenti parlano con molta lode". Due annate perdute della "Gazzetta d'Acqui" (1880 e 1881) non consentono di effettuare riscontri, ma qualcosa di importante in quei 24 mesi deve essere accaduto. Infatti, sulla GdA del 30/31 maggio 1882 ecco che un trafiletto, con diverso piglio, saluta il musicista.
In occasione della rappresentazione verdiana de I due Foscari ad Acqui, al Politeama Benazzo, viene proposta, infatti, "una romanza musicata dal nostro concittadino Tarditi su parole del sig. [Francesco] Depetris, ottimamente eseguita dal tenore Doerfles". Siamo negli intermezzi dell'opera, in un teatro strapieno che "con insistenti applausi volle alla ribalta il compositore e la caratteristica silhouette del poeta" (il Depetris è un altro concittadino dimenticato, veterinario e maestro elementare, che nello stesso anno comporrà l'inno L'Italia a Garibaldi e, negli anni successivi, altri svariati pezzi d'occasione, ma anche commedie, regolarmente portate in scena dalle compagnie di prosa ospiti; di lui riparleremo a tempo debito).
Nella stagione di Carnevale 1883 (cfr. GdA 6/7marzo) è la SOMS, più precisamente la sezione femminile guidata da Francesca Missiretti (a proposito: ricordate il pittore Crosio? Un Paolo Crosio, calzolaio, risulta assai attivo in seno alla Società Operaia acquese nel periodo 1858-1878; qualche disavventura informatica ha fatto venir meno questo dato alla precedente puntata), ad organizzare al Dagna un ballo di beneficenza. Protagonista "la musica" del 22° reggimento, gentilmente concessa dal comando divisionale di Alessandria, che "ha suonato magnificamente [sino alle cinque del mattino, orario da discoteca] bellissimi ballabili del nostro Tarditi". Qualche riga più sotto, ricordati quei pezzi "briosi ed elettrizzanti", un ulteriore commento. "Bravo, Tarditi! Anche questo [prima era stato ricordato il pittore Gabbio, che aveva contribuito per le scenografie] è un giovane di molto ingegno, di belle speranze per l'arte della musica…, mah, mah…, vi sono gli stessi mah del suo amico Gabbio". Insomma, "è lasciato solo tutto a sé, e il genio pur troppo bisogna che muoia d'inedia". La "Gazzetta" chiama a gran voce mecenati pronti a sostenere le due verdi "promesse". Sembrerebbe la prova che il patronato del Conte di Mirafiori, per Tarditi, non è ancora giunto.
Un mese più tardi (GdA 6/7 marzo) "il nostro bravo Tarditi" compone una [sic] galop dal titolo Dall'Artico all'Antartico con dedica al Sig. [musicista] Lazzarini. L'esotico titolo si spiega risalendo indietro di qualche giorno (GdA, 3/4 marzo 1883): il tenente Bove, infatti, ha tenuto in città una conferenza sulle sue esplorazioni (che, tra l'altro, hanno coinvolto anche altri due acquesi: Reverdito e Ottolenghi).
La composizione "glaciale" piace. E Tarditi è detto "valente musicista", che "collo studio potrà farsi molto onore nella bellissima arte dei suoni".
Questi dati (e quelli che seguiranno) confermano il radicamento di Tarditi nei confronti della sua città. Così, quando viene organizzato ad Acqui un pranzo in onore dello scultore Luigi Bistolfi, che ha visto inaugurata una sua colossale statua a Caprera (cfr. Garibaldi fu scolpito, cfr. "L'Ancora" del 7, 14 e 21 luglio 2002, a cura dello scrivente), Giovanni Tarditi è una delle personalità di maggior spicco coinvolte (GdA 12/13 giugno 1883).
Allo stesso modo, due mesi dopo, non solo il "giovane" Tarditi contribuisce (GdA 14/15 agosto) con dieci ballabili per pianoforte alla raccolta dei doni di beneficenza per i terremotati di Casamicciola (Ischia), ma prende parte al concerto benefico che raduna il meglio della musica acquese (suonano i maestri Penengo, Maffezzoli, Giuso, ma anche i distinti dilettanti Avv. Borsari, e le pianiste Alda Zanoletti e Virginia Caratti). Giovanni Tarditi - al flauto: questa abilità allo strumento è da sottolineare, poiché non rilevata da altre fonti -, accompagnato al piano dal prof. A. Biagi, propone un concerto su la Forza del destino nella revisione di Hugues.

Non tutte le ciambelle …

Sempre ad Acqui, nel settembre 1883, va in scena al Politeama Benazzo La Bujenta, libretto (arrivato via telegrafo da Torino dice la GdA del 11/12 del mese) di Carlo Marchisio, "che ha studiato qui sulla faccia…del luogo tipi, situazioni, terme, fanghi, bagni e bagnanti, e su ciò ha scritto la sua bizzarria, che tra parentesi ci dicono originalissima". Non manca il Gabbio, che "ha creato i costumi e i tipi colla sua elegante matita".
Grande l'attesa, tanto che occorrerà "allargare il teatro" poiché si attende un gran pubblico. Ma sarà attesa delusa: l'operina (nulla più) va in scena il 26 settembre, allestita dalla compagnia "La Piemontese".
"La Gazzetta d'Acqui" (29/30 settembre) sa anche essere critica quando occorre. Così la recensione - che porta in epigrafe Amicus Plato, sed magis amica veritas - mette a nudo le tante ombre. Vediamole. Si tratta, infatti, "di un minuscolo vaudeville che si è voluto fregiare del titolo un po' troppo pretenzioso d'operetta". "Il libretto è senza capo né coda"; "anche nel canto ci saremmo aspettati qualcosa di più". Vi sono anche aspetti apprezzabili: ad esempio la Sinfonia e la Marcia al fine ("che, però, centra come il diavolo nel suscipiat"), e la recitazione degli attori Gemelli, Vaser e Leonetti ("sotto le spoglie di Merlo" [?]), "che furono tre macchiette indovinate, e che fecero trottare il ventre anche ai malati d'itterizia".
Un mezzo fiasco non pregiudica la considerazione del Nostro, cui si riconosce "squisito buon gusto": l'anonimo recensore, del resto, ricorda quanto il giornale ha scritto solo due mesi prima. Giovanni Tarditi (GdA 16/17 giugno 1883), ormai, è conosciuto in tutta Italia grazie alle sue pubblicazioni. Certo dobbiamo tirare le orecchie all'articolista, poco rigoroso nell'organizzare i dati, ma le sue informazioni ci permettono di sapere che la Casa Giudici e Strada di Torino ha in quell'anno stampato le mazurche A chiaro di luna [sic] e Dopo tanto op.27, e la romanza "Lasciali dir" op.44; a Firenze l'editore Venturini ha promosso le pubblicazioni de Sorrisi e lacrime op. 43, Ester e Quanto è cara (tre mazurche), nonché della polka Maliziosa ironia; Bratti, sempre nel capoluogo toscano, ha edito la mazurka La vidi…l'amo.

Tarditi spicca il volo

Torino e Firenze sono le città destinate ad amplificare la fama del Tarditi compositore.
Alla Compagnia "La Piemontese", sotto la Mole, è destinata l'opera buffa Michel e Fidlin, che calcherà le scene del Teatro d'Angennes. Sono due atti scritti dal Comm. Rocca, con dedica al nostro (poiché acquese) egregio Comm. Furno (di cui abbiamo già detto nelle precedenti puntate: un benefattore - a lungo presidente dell'asilo - non insensibile alle arti musicali). Di ciò riferisce un lungo articolo del 19/20 febbraio 1884, a firma M.G. [l'avvocato Marenco Giuseppe?] che riferisce pure dei "molti elogi al Tarditi rivolti dai giornali fiorentini pei numerosi ed eleganti suoi pezzi". E proprio questi "ballabili" (polke, preghiere d'amore, mazurke) sono ricordati nelle edizioni, a Torino, di Blanchi e Giudici & Strada, a Firenze di Venturini, Sciabilli, Zupini e Bratti.
Sempre a Firenze (GdA 23/24 agosto stesso anno), città in cui è alla testa della Banda del I° Reggimento (lo si evince da GdA 17/18 ottobre 1885), fa il suo esordio, all'Arena Nazionale, Arrossirai domani, una romanza "pregevolissima, la quale incontrò il più largo favore del pubblico, che la volle ripetuta fra entusiastici applausi". Le parole suonano care tanto più che non sono acquesi, ma prese dal "Corriere di Firenze". E il giornale toscano "tessendo le debite lodi al giovane autore", gli rivolge incoraggiamenti e fa "caldi voti perché il nome di Giovanni Tarditi abbia a suonare glorioso nell'arduo campo dell'arte".
Un "pesce" musicale
La ciliegina arriva su la GdA del 30 marzo/ 1 aprile 1885. "Uno dei nostri padri coscritti [un consigliere comunale], ebbro di quella mistica voluttà che ha inondato l'anima di molti concittadini alle angeliche note del nuovo organo della cattedrale", lancia la luminosa idea di commissionare al Tarditi una Messa a quattro voci per San Guido, a piena orchestra, in grado di "strabiliare pilastra".
S'innalzano incensi e preghiere al buon Apollo, poiché Tarditi ha accettato …"farà il meglio per darci un capolavoro"…, ma è un "pesce…d'aprile", su cui la fantomatica penna di G. Toga d'Oro (ancora il Marenco? Chissà?) ricama e ricama (GdA 14/15 aprile).
Son realtà invece gli elogi che due periodici fiorentini "Vedetta" e "Fieramosca" rivolgono a quella Fantasia di Tarditi scritta espressamente per l'on. Felice Cavallotti. "Un pezzo ben condotto, armonizzato e contrappuntato ottimamente, una vena melodica elegante, le frasi maestose, l'istrumentale chiaro e franco".
Vien da mangiarsi le mani.
Ma quella Messa per S. Guido, il Tarditi non poteva scriverla davvero?

Giovanni Tarditi a San Martino - Musiche per una battaglia

Storia di un capolavoro riscoperto dal corpo bandistico acquese

"La sera, nelle osterie fuori di città, risuonano canti che somigliano alle nostre canzoni soldatesche. Così, invece della nostra O Strasburgo, o Strasburgo meravigliosa città, qui si canta, con queste altre parole: Addio, mia bella addio, che l'armata se ne va!".
Così scriveva Hans Barth, uno dei principali pubblicisti tedeschi di fine Ottocento, nel 1897 ospite ad Acqui presso l'amico Avv. Giovanni Bistolfi (Sancho sulla locale "Gazzetta").
E proprio questo canto risorgimentale, nato nel 1859 - conosciuto anche con il titolo de L'addio del volontario, - trova posto nella Sinfonia guerresca dedicata da Giovanni Tarditi (1857-1935) ai fatti d'arme di Solferino e San Martino, che è anche stato il pezzo forte del concerto dedicato dal Corpo Bandistico Acquese al concittadino compositore.
Un concerto effettuato, purtroppo, dinanzi a solo cento persone (improvvida la tempestività con cui un temporale estivo ci ha fatto visita nella prima serata di venerdì 27 giugno), ma che - e qui sta la buona notizia - sarà rimesso, da qui all'autunno, in cartellone. E chissà, forse qualche marcia di Tarditi gli acquesi la riascolteranno già nel concerto dei Fuochi di S. Guido.
E giustamente. Perché, nel progetto che prevede la riscoperta di Giovanni Tarditi, anche la sua città va coinvolta. Non solo per campanilismo. Il valore di questo Autore può dirsi, infatti, assoluto. Altrettanto significativo che i musici acquesi siano riusciti a cimentarsi con bravura con pagine artisticamente dense.
Ma torniamo alla Sinfonia (ma meglio sarebbe definirla un "poema sinfonico" per banda), alla quale - ci pare inevitabile, visto che si tratta di un capolavoro - saranno legate le prossime "fortune" del nostro complesso musicale.

Acqui, la sua brigata e i suoi soldati nella battaglia "dei tre sovrani"

Pur dimezzata rispetto ai tempi di esecuzione (originariamente una buona mezz'ora), ancor più riguardo all'organico (Tarditi prevedeva una banda principale di 100 elementi e, in aggiunta, altri due complessi minori; fucilerie di due plotoni di fanti e salve d'artiglieria), il brano conserva uno straordinario fascino.
Davvero un grande, Tarditi, nel sonorizzare la "battaglia" per eccellenza del nostro Risorgimento.
Aiutati da puntuali didascalie, gli ascoltatori hanno potuto immergersi nel clima guerresco delle azioni svoltesi nell'anfiteatro morenico vicino al Lago di Garda, non lontano da Peschiera, vertice del Quadrilatero.
Lo stesso giorno, il 24 giugno 1859, gli austriaci furono doppiamente sconfitti: dai francesi a Solferino, dagli italiani - li comandavano Raffaele Cadorna e Alfonso La Marmora - a S. Martino.
Se - come disse il Duca di Wellington - "la storia di una battaglia è come quella di un ballo, in cui risulta impossibile ricostruire esattamente l'ordine dei passi", l'ambizioso tentativo di Tarditi riguarda proprio questa indagine minuziosa sugli eventi.
Certo, per le arti visive, sono noti gli oli di Luigi Norfini e Felice Cerruti Bauduc, ma per seguire l'evolversi della vicenda non c'è di meglio che affidarsi alle tempere (ora a Torino, al Museo del Risorgimento) con cui Carlo Bossoli documentò "a caldo" le fasi dello scontro che vide gli italiani opporsi agli imperiali del generale Benedeck (la ricognizione, gli assalti, il corpo a corpo, l'attacco finale: il settimo, i precedenti sei assalti diedero risultati non definitivi, la ritirata austriaca, dopo 14 ore di lotta, il bivacco tra i cadaveri…).
La storia, invece, tramanda la memoria di una tipica "battaglia d'incontro" (eserciti che marciano - anche un po' "alla cieca" - l'uno incontro all'altro, la tempesta -metaforica - di un migliaio di pezzi d'artiglieria e poi la pioggia vera; 300 mila uomini complessivamente coinvolti, guidati da tre sovrani: Vittorio Emanuele II, Napoleone III e Francesco Giuseppe) in cui le brigate una dopo l'altra si gettano nella mischia.
Tra le truppe piemontesi prima la "Cuneo" (alle nove del mattino), poi la "Casale" (alle dieci). A mezzogiorno tocca alla Brigata "Acqui", poi insignita di una medaglia d'argento al valor militare (al reggimento e alla bandiera); e i diari militari ricordano anche l'eroica condotta tenuta dal Cav. Giuseppe Accusani di Retorto, distintosi al comando del reale corpo d'artiglieria (qui, pur ferito, rimpiazzò il suo capitano colpito a morte) e di Vittorio Scaletta (eroe dei fatti della Madonna della Scoperta, che è il colle dinanzi a S.Martino, per il modo in cui incoraggiò la truppa).
Considerando l'intera campagna, poi, i nomi degli acquesi protagonisti aumentano: Emanuele Chiabrera, maggiore del 7º battaglione bersaglieri, meritò la Croce dell'Ordine Militare di Savoia, guadagnandosi già sul campo di Palestro (31 maggio) la promozione a Tenente Colonnello; onori e medaglie andarono, inoltre, ai soldati Federico Fiore, Ludovico Ropolo e Leone Guidi (la fonte cui abbiamo attinto è, al solito, "La Gazzetta d'Acqui" del 29/30 maggio 1897).
Non stupisce, allora, il contributo di rime che un altro acquese, Domenico Biorci (1795-1872), dedicò, sempre nel 1859, alle battaglie di questo glorioso conflitto (L'Italia risorta campi di Montebello, Palestro, Magenta e Solferino, Alessandria, Tipografia Gazzotti & C.).

Albergo del Pozzo - Acqui
L'Albergo del Pozzo ad Acqui
E nemmeno va dimenticata la ricorrenza del pranzo dei reduci che ogni anno, proprio a fine giugno, si ritrovavano in convito presso l'Albergo del Pozzo (in Piazza Vittorio, nel luogo - da cui anche Garibaldi incitò gli acquesi - oggi occupato dallo stabile del Credito Italiano; se, a fine secolo, Saracco o Maggiorino Ferraris eran lontani da Acqui, immancabile era l'invio di un telegramma di saluto e di lode agli vecchi soldati). E questo nonostante il dolore della memoria di uno straordinario numero di vittime (5 mila i morti, 23 mila i feriti) che costrinse Napoleone III (pur vincitore) a fermare la guerra, e il filantropo svizzero Dunant ad "inventare" la Croce Rossa.

La musica guerresca di Giovanni Tarditi

È, dunque in perfetta linea con i tempi questa vocazione di Giovanni Tarditi a San Martino (un luogo, ma anche un Santo, dopo questa battaglia ancor più guerriero). San Martino, nell'immaginario italiano nell'Ottocento, è "la battaglia" per eccellenza, ancor più di Marengo, Waterloo e Custoza.
E, a rafforzarne la "mitologia", nel 1893, la costruzione, sul campo di battaglia di una torre commemorativa, eretta in onore di Vittorio Emanuele e inaugurata da Umberto I.
Queste le premesse che condussero Tarditi alla composizione del brano, un omaggio al "padre della patria" (e non solo: ma evitiamo, per questa volta, di entrare nelle pieghe della biografia), la cui genesi va datata all'ultimo decennio del secolo XIX (ringrazio Enrico Pesce per la comunicazione relativa alla datazione delle parti manoscritte conservate presso la Civica: la più antica sembra portare l'anno 1898).
Due le prospettive che caratterizzano la pagina musicale. Una, oggettiva, tende a descrivere i movimenti delle truppe, seguendo l'asse cronologico e la "grammatica" dei comandi militari affidati alle trombe (il riposo, la ritirata, il segnale "a terra" etc.).
L'altra, più soggettiva, prende in considerazione le emozioni della truppa (ecco preghiere e meditazioni e l'eroico incedere degli inni). E proprio questa parte finale è stata, musicalmente, la più intensa, capace di proporre - con la già citata Canzone del Volontario, gli inni de La bandiera dei tre colori (dalla facile indole popolaresca), quello dei Fratelli d'Italia di Goffredo Mameli (nel 1859 dalla chiara - ed anche eversiva - connotazione repubblicana, assai gradito dalle migliaia di volontari - ad aprile "solo" 11 mila, 50 mila a luglio '59, di cui 12 mila garibaldini - che ingrossarono l'esercito sardo), de la Marsigliese e della Marcia Reale.
Se le salve di cannone - per questa volta - sono ancora state affidate ai timpani, ripetute scariche di fucileria (ad avancarica, come nel 1859: la cartuccia va strappata con i denti, poi il contenuto si versa nella canna), proposte da tre figuranti (un fante austriaco dall'immacolata divisa, un bersagliere e un fuciliere della fanteria di linea piemontese) hanno animato in modo ulteriore l'entusiasmante finale.
Applausi meritatissimi al direttore M° Pistone, ai suoi collaboratori (chi ha trascritto e chi ha adattato, chi ha curato la ricca documentazione iconografica proiettata "in parallelo" alle esecuzioni), alla sezione trombe & ottoni che ha sopportato con risultati eccelsi i pesanti carichi di lavoro, e a tutto il complesso, assai concentrato e capace di mostrare affiatamento notevole anche al cospetto di una partitura tanto difficile (e subito integralmente replicata a suon di bis).

Uno sguardo al futuro

Più che costituire un punto d'arrivo, il concerto, per la banda, rappresenta l'avvio di un ulteriore progetto.
Considerata l'originalità delle pezzo (forse il capostipite di quel teatro per masse che il regime fascista proporrà negli anni Trenta nei Littoriali della Cultura e dell'Arte; si veda il bel saggio 18BL. Mussolini e l'opera d'arte di massa di Jeffrey T. Schnapp, Milano, Garzanti, 1996), le prospettive sembrano assai rosee.
Già è in programma l'incisione di un CD, da parte del Corpo Bandistico Acquese (promosso dall'Assessorato per la Cultura - Sezione Musica; uscita prevista entro il 2004) in cui la Sinfonia Solferino - San Martino entrerà di diritto. Ancor più gradita questa registrazione se i musici acquesi sapranno restituire un'esecuzione il più possibile vicina all'originale (se non nell'organico - il che è impossibile visto i numeri monumentali - nel rispetto dell'architettura originale, evitando i "tagli" che per questa prima proposta sono stati necessari).
A maggior ragione, allora, il pezzo potrà prestarsi tanto "all'esportazione" (proprio domenica scorsa si è tenuta a S. Martino, nome assai caro al Presidente Ciampi, una solenne rievocazione della battaglia), quanto ad un utilizzo didattico, a cominciare dalle scuole acquesi.
Con minimi aggiustamenti (il modello potrebbe essere una conduzione dello spettacolo alla Paolini, o alla Baricco) la Sinfonia guerriera potrebbe trasformarsi in un'efficacissima lezione multidisciplinare (tra musica e storia, letteratura e arti visive, geografia e costume: da non dimenticare il re che arringa "Fioi, o piuma San Martèn, o cui là fan fè san martèn a nui").
Il tutto con l'obiettivo di far riscoprire il Risorgimento "dimenticato" e, insieme, qualche tassello di storia acquese.
Il che non è poco.

Oli "storici", disegni per gli allievi

E uno sguardo alla scuola di fine ottocento

Interrotta l'illustrazione della "galleria" dei pittori acquesi - occorreva dar spazio al ricordo degli anni giovanili di Giovanni Tarditi, in occasione del concerto del Corpo Bandistico Acquese - riprendiamo il discorso. Dopo aver considerato gli oli del Baccalario, le incisioni del Crosio e gli acquerelli del Gabbio, passiamo a conoscere, in questa undicesima tappa, due nuovi pennelli, in un itinerario che, partendo dalle arti figurative, verrà più volte ad incrociare banchi e lavagne ed insegnanti.

Operai, libri, scuola, arte e musica: ecco la SOMS

La data di nascita, per Luigi Garelli dovrebbe cadere intorno alla metà del secolo. Acquese (al momento non è possibile dire se della città o del circondario), come il Gabbio anch'egli fece parte della Società Operaia di Mutuo Soccorso. Appartenente alla categoria falegnami, nel 1878 venne nominato consigliere. E questa occorrenza è il pretesto per non tacere dei molti interessi che la Società degli Operai coltivò assiduamente a fine Ottocento. Ospitata nei suoi primi anni di vita presso i locali dell'Accademia Filarmonica Acquese (Palazzo Scati, in via Blesi), la Società, costruita la nuova sede nel 1890 (fu ancora una volta Jona Ottolenghi ad accollarsi le spese) restituì il favore concedendo alla banda l'uso del salone.
E tale complesso nascerà dalla dedizione che il socio Giuseppe Borreani (+1910), presidente dell'Associazione Esercenti e Commercianti, spenderà nei confronti dei musici.
Corsi scolastici serali e l'allestimento di una biblioteca, l'organizzazione di concerti contraddistinguono l'attività a fine secolo; ma la presidenza onoraria di Giulio Monteverde, unita alla riconoscenza nei confronti dei benefattori, spiega l'ulteriore promozione di committenze figurative.
Nel 1882, in occasione dell'assemblea generale della SOMS acquese del 2 aprile, il nome di Luigi Garelli viene fatto dal socio Croce (con quello di Luigi Bistolfi, patrocinato da Giovanni Borreani) a proposito di un ricordo da porgere in segno di gratitudine a Jona Ottolenghi: al Nostro si lega la possibile committenza di un olio, allo scultore allievo di Monteverde quella di un bassorilievo.
Nel 1893, poi, il Consiglio della Soms, riunito il 6 dicembre, propone l'acquisto di un olio del Garelli che ritrae il presidente Giovanni Borreani, da poco scomparso.
All'epoca la notorietà del Garelli, in ambito cittadino, era del resto consolidata.
Ricordiamo con Eraldo Bellini (Pittori piemontesi dell'Ottocento e del primo Novecento, Torino, Libreria Piemontese, 1998) i titoli di alcune opere esposte alla Promotrice: Il ritorna dal ballo (1871), Un fiore; Amor s'adopra; Ritratto di donna (1873); Amore venduto (1874); Alla chiesa (1875); Il bacio (1877); La scelta (1881).
Ricevette poi commissioni come decoratore e mobiliere: lavorò alle Nuove Terme (cfr. "Giovane Acqui" del 12 agosto 1879), sistemò la drogheria Barone, passata al successore Ghiglia, in piazza Bollente, progettando ed allestendo scansie e vetrine, e preparando un'insegna "di gusto veramente originale, che presenta un assieme di disegno e di ornato che appaga il senso estetico" (GdA 12/13 luglio 1884); affrescò - con l'aiuto di un certo Benazzo - la sala del Circolo "La Concordia" (GdA 27/28 febbraio 1897).
Tra le sue opere i giornali ricordano, con particolare attenzione, l'olio 1352 (GdA, 25/26 febbraio 1888).

Lezioni di storia

L'argomento acquese fa sì che, contraddicendo le consuete abitudini, le colonne della Gazzetta siano straordinariamente prodighe di informazioni. "Si tratta del convegno avvenuto addì 21 gennaio 1352 [ma la data è da correggere in 23; cfr. G.B. Moriondo, Monumenta Aquensia, pp. 314-315 della parte prima; l'atto porta la firma di Bartolomeo di Grignasco, novarensis notarius] nel castello di Cremolino tra il vescovo Guido d'Incisa, da un lato, e i Marchesi di Ponzone e Oddone Malaspina, dall'altro, rei di aver occupato beni - siti in Melazzo e Cavatore - appartenenti alla mensa vescovile.
"Guido [d'Incisa], noto nella storia come strenuo difensore delle ragioni feudali ed ecclesiastiche della curia, intimò, in tale circostanza, ai suoi avversari una categorica protesta": ed è ancor con maggior piacere - aggiungiamo - che salutiamo il quadro del Garelli, poiché proprio in occasione delle celebrazioni del Millenario di S. Guido (settembre 2004, con convegni e concerti e altre iniziative culturali e religiose) sarà pubblicata proprio la raccolta degli Atti del Vescovo Guido di Incisa.
Ma Luigi Garelli fu attivo anche nelle arti plastiche: sappiamo che approntò il busto di Garibaldi in occasione della solenne commemorazione che si tenne il 11 giugno 1882 presso il Politeama Benazzo (GdA 13/14 giugno), "un lavoro abbastanza ben riuscito (specie se si riguarda la fretta con cui fu fatto, per la grande ristrettezza di tempo)".
Nello stesso anno la Bibliografia Storica Acquese del Barone Manno gli attribuisce il numero unico della "Rivista del Formighino", dagli intenti comico satirici (composta non solo da 16 pagine, ma anche da 18 tavole litografiche dell'autore) stampata dalla tipografia di Costantino Ferraris.
La GdA del 25/26 maggio 1889 cita, invece, l'opera "di grandi dimensioni e pianamente riuscita" La battaglia di Governolo (18 luglio 1848), che fa bella mostra di sé presso il negozio di mobili del sig. Baldizzone (siamo sempre in Via Vittorio, oggi corso Italia). Riconosciute le qualità di "naturalezza, armonia e finezza di tinte indicibili", l'anonimo articolista "rimpiange sinceramente una volta di più ch'egli, per circostanze indipendenti dalla sua volontà, non abbia potuto fornire alla sua mente di artista quel fardello di studi necessario per riuscire perfetto pittore".
Ma dette manchevolezze non impediscono al Garelli di confezionare una suggestiva Veduta d'Acqui (l'abbiamo riprodotta integralmente sul giornale in occasione della prima puntata della nostra ricerca).

Una divagazione. La scuola e due vegliardi direttori

Oltre a ritrarre il padre dell'Avv. Giacomo Ottolenghi (GdA 22/23 maggio 1892), Luigi Garelli si incaricherà di tramandare ai posteri anche l'effigie di Don Giovanni Battista Pertusati, una delle figure carismatiche di Acqui fine secolo, rettore del convitto (quello che aveva ospitato il giovane Carlo Alberto Cortina: si veda la terza puntata della nostra ricerca) e direttore delle scuole elementari, nonché erudito nelle patrie memorie (e per questo ringraziato - con altri dotti acquesi - da Antonio Manno alla prima pagina della Bibliografia Storica Acquese, edita nel 1887).
La notizia dell'olio si rintraccia sulla GdA del 9/10 luglio 1898: commissionato dai maestri acquesi "per l'82° onomastico" del loro direttore (festeggiato il 24 giugno), questa "graziosa pittura" venne poi esposta nella Farmacia del prof. Ferrero; un anno e mezzo più tardi l'anziano sacerdote ("di Mombaruzzo", si precisa nella rubrica anagrafica) e maestro muore (+2 gennaio 1900). Il necrologio riportato dal giornale in data 5/6 gennaio sottolinea la straordinaria durata dell'incarico quale direttore delle Elementari (38 anni), nonché la pazienza ("non apparteneva alla classe degli intransigenti e sapeva unire molto bene gli oneri del sacerdote alle esigenze del risveglio dei tempi"). Ma, forse, l'accondiscendenza nei confronti degli alunni, "giovani e turbolenti", era anche troppa (GdA 13/14 gennaio), causa di quell'anarchia "e molta, di cui son preda le elementari". Poiché occorre procedere a nuova nomina "non si andrà a pescare un vecchio rimbambito, carico di titoli e… d'anni", poiché " nulla vi è che logori la mente più dell'insegnamento".
Dallo scritto traspare poi il malcontento dei maestri (che organizzano "riunioni sindacali" sotto la guida di Stefano Orsi: ci si lamenta del Governo che bada solo all'istruzione universitaria, e di un sistema pensionistico penalizzante nei confronti di una classe che sa poco far valere i propri diritti), e la solidarietà verso chi non ha potuto godersi in pace la vecchiaia. Sono amare parole: "Quando si penserà di fare una pensione per gli impiegati civici? Povero Gionferri [Ernesto, direttore delle Scuole Tecniche, e poi dell'ISA, ispettore ai monumenti della città, cfr. necrologio su GdA 3/4 agosto 1886] buon'anima, che ti trascinasti a stento su per la scoscesa via di Palazzo di Città, ad ottant'anni, aspettando ancora la tua messa a riposo!".

Un maestro di disegno d'ornato della scuola d'arte

Non meno interessanti sono gli esiti pedagogici del prof. Enrico Anselmo Debenedetti (insegnante delle Scuole Tecniche acquesi e poi dell' Arte e Mestieri, oggi Istituto Statale d'Arte "Jona Ottolenghi"). Di lui - la fonte è proprio il Manno, poco fa citato - la memoria di un'opera a stampa pubblicata dalla tipografia Borghi nel 1876. Si tratta della trascrizione del discorso Gli studi tecnici e la ricchezza nazionale, letto in occasione della solenne distribuzione dei premi agli alunni più studiosi delle pubbliche scuole il giorno 10 giugno '76, festa nazionale (cioè ricorrenza dello Statuto Albertino).
Tre anni più tardi la pubblicazione di un manuale scolastico che ha titolo Corso di disegno d'ornato ricavato dalla botanica artistica (il prezzo, ritenuto "modico" è stabilito in lire 6,50), che eleva il Debenedetti agli onori nazionali.
Non solo un insegnante, il Nostro, ma forse anche un "giornalista", poiché il Lavezzari, sulla sua - ancora per pochi mesi - "Gazzetta d'Acqui" (8 marzo 1879) cita proprio "la solerte penna del nostro amico e collega Debenedetti Enrico" e si scusa del relativo "silenzio" della testata in merito all'opera, di cui "hanno parlato con lode i più autorevoli giornali d'Italia".
(Il "forse" di qualche riga fa è giustificato dal fatto che il Lavezzari fu pure lui insegnante di lingue: il termine "collega" si potrebbe dunque riferire all'ambito scolastico).
Più precisa, sui contenuti del Corso, è la "Giovane Acqui" del 27/28 gennaio 1879, che ci permette di meglio apprezzare questo lavoro. Si tratta di un "trattato nel quale, dopo aver parlato del regno vegetale, da cui per lo più si ritraggono i modelli da imitare e da riprodurre nei lavorio artistici o industriali, il prof. Debenedetti discorre bellamente del significato, del valore e della espressione che le piante e le loro diverse parti possono avere come simboli ed allegorie, per rendere sempre più manifesto il pensiero che l'artista vuol tradurre sulla tela, sui marmi e sugli edifici". Non manca la teoria del chiaro scuro, e neppure un ricco catalogo "di esempi tratti dalla mitologia, dalla storia dell'arte, e dai lavori dei più grandi artisti antichi e moderni".
"Dopo questa prima parte puramente didattica, il prof. propone all'allievo una serie di trenta tavole di disegni a semplice contorno di penna e ombreggiati, affinché l'alunno si addestri e impratichisca l'occhio e la mano a copiare e ad imitare, per diventare più tardi capace di riprodurre le tante bellezze che da ogni lato ne circondano [sic]".
Inaugurata il 3 dicembre 1882 la Scuola d'Arte e Mestieri, Enrico Debenedetti (Disegno), con B.Ferrero (Chimica) e V. Falchero (Meccanica; e in più direttore) è uno dei tre componenti del corpo docente (GdA 5/6 dicembre 1882). Egli nell'estate, poi, aprirà corsi privati di Aritmetica, Geometria, Disegno e Calligrafia" (GdA, 29/30 luglio; 1/2 agosto).
E proprio nell'agosto 1882 è "l'egregio prof. Debenedetti a guidare la visita degli onorevoli Luigi Luzzatti (un passato di ecomista, uno dei sostenitori della statalizzazione delle Ferrovie) e di Ferdinando Berti, di Bologna, ("infaticabile organizzatore del mutuo soccorso"; non è da confondere con Domenico allora ministro dell'agricoltura, industria e commercio) alla scuola d'arte e al convitto (che sono sistemati presso i chiostri di S.Francesco; il quartiere militare è ancora di là da venire). E, "tra le cose migliori - leggiamo dalla GdA del 22/23 agosto - figurò [proprio] la scuola di disegno, di cui fu molto lodata la ricchezza dei modelli e mezzi di insegnamento".
Ricordato quale vice presidente della Società dei Veterani nel 1884 (GdA, 1/2 luglio), il Debenedetti fu poi trasferito a Catania in quello stesso anno (GdA 17/18 ottobre).
Allo stato attuale delle ricerche, da verificare la relazione di parentela che potrebbe legarlo a Santorre Debenedetti (Acqui, 1878) destinato a diventare uno dei massimi filologi dell'Università Italiana di inizio Novecento.

Giulio Sardi

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