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Alle origini del giornalismo acquese (5)

 
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L'avvocato Isacco Vitta Zilman

Penne, giornali e questione ebraica. Proseguendo, dopo l'estate, il discorso intorno ad Abram Raffaele Ottolenghi (si veda il numero del 27 luglio) è gioco forza affrontare il problema. Rimandando al prossimo numero (lo spazio è esiguo) il catalogo degli scritti di questo affascinante personaggio, proveremo qui ad interrogarci sul grado di "integrazione" all'interno della comunità giornalistica, senza poi dimenticare il contributo offerto dalla presenza israelitica allo sviluppo della cultura, e in particolare, della carta stampata.
E da questo ultimo quesito prendiamo l'avvio.
Sinagoga di Acqui
La sinagoga di Acqui

Israele e il libro

Prescindendo dal mecenatismo di Jona Ottolenghi (cui occorrerà dedicare semmai un articolo monografico), vale la pena di ricordare il ruolo della Libreria Levi. Una pubblicità del settembre 1883 ricorda le notevoli dotazioni dell'esercizio: "Deposito di tutti gli oggetti per le scuole (carte geografiche, lavagne, gesso, pallottolieri, cartelloni di lettere e di sistema metrico decimale montati in tela e sciolti), libri per premio con belle e variate legature, assortimento completo di libri dorati, legati in pelle, veluto [sic], avorio, tartaruga, legno, grande assortimento di libri italiani e stranieri di scienza, lettere e arti", unita alla disponibilità a ricevere commissioni per qualunque libro italiano o straniero. E proprio i locali della Libreria, situata in Via Nuova (dal 10 agosto 1889 rinominata Via Vittorio Emanuele; oggi Corso Italia) ebbe sede la Biblioteca Circolante (ava della nostra Civica): così dalla GdA del 1/2 gennaio 1887 sappiamo degli orari di apertura (dalle 8 antimeridiane alle 5 pomeridiane di ogni giorno tranne quelli di mercato).
Non solo. La gestione della Circolante, a partire dagli anni Novanta, spetterà alla Libreria Debenedetti, cognome - che come dimostreremo ulteriormente - ha strette relazioni con la comunità ebraica.
Quanto all'integrazione, se la stampa locale di fine Ottocento è puntuale specchio di alcuni episodi di intolleranza (puntualmente registrati da Marco Dolermo, Gli ebrei di Acqui: demografia di una comunità in estinzione, in "Quaderno di Storia contemporanea" 27, 2000, pp.61-102), tra gli uomini di cultura che concorrono a comporre il giornale spicca un atteggiamento decisamente più illuminato. Anche perché è presso la Tipografia Dina (cui Ferraris ricorre per il fervorino elettorale del 1886; cfr. Manno 6808) che si stampa il giornale; sempre presso questi torchi i "giovani" avvocati fanno imprimere i loro libri (si tratti di versi o saggi politici).

Gli ebrei: le opinioni di due "penne"

Già Francesco Depetris (poeta e drammaturgo per diletto, ma anche pubblicista, reporter di fiere e mercati come vedremo prossimamente), nel 1879 (GdA del 9 agosto, siamo sulla "vecchia" Gazzetta del Lavezzari, quella che si stampava dal Borghi) si era scagionato dall'essere l'autore dell'anonimo Abracadabrà che dell'Ottocento acquese sembra esser stato il testo antisemita per eccellenza.
Ancor più significativo il contributo del giovane Carlo Chiaborelli ventunenne, che nelle sue prime corrispondenze da Roma (GdA 29/30 maggio 1886), non ha dubbio nel salutare, per ragioni "d'ordine civile umanitario" l'abbattimento del ghetto di Roma. Ricordate le pessime condizioni sanitarie del quartiere presso il Tevere, Italus saluta "la bella israelita dai grandi occhi e dalla capigliatura corvina [che] non starà più relegata sull'uscio dell'umile bottega. Il ghetto scompare. Quello che non vollero fare i papi lo facciamo noi". E conclude citando un documento del 1583 a conferma dell'oscurità del passato e della miopia "del più sfrenato dispotismo teocratico". Lo scritto si riferisce alle feste di Carnevale, nelle quali "i soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia vento e freddo, degni di questi perfidi, mascherati di fango".
Tredici anni più tardi (ma su "La Bollente", 13/14 aprile) il bibliofilo Italus si sorprende della bellezza del dramma Anima di Amalia Rosselli, autrice ebrea veneziana. E, interrogandosi delle qualità proprie dei rappresentanti di questo popolo, attinge a Cesare Lombroso, citando il seguente passo. "Avendo le persecuzioni secolari selezionato i più deboli di mente, negli ebrei si ha una specie selezionata [corsivo nostro] ove sovrabbonda, - causa esagerato lavoro mentale e i continui matrimoni fra parenti - la nevrosi che spesso suscita il genio". E, aggiunge Chiaborelli, i lettori possono avere continua prova di ciò dai numerosi ebrei che in Acqui dimorano. L'esempio concreto? Raffaele, ovviamente, "amico mio carissimo, che le ricerche storiche sì valorosamente illustra".

Nel segno della discrezione: Isacco Vitta Zelman

Non c'è solo Raffaele a scrivere sui giornali acquesi di fine Ottocento.
Veniamo ad un altro avvocato, collaboratore del giornale e appartenente alla comunità ebraica. La sua è una presenza costante, ma delicata: si guadagna attenzione attraverso traduzioni, poesie e articoli (spesso non firmati: viene naturale immaginare sia lui l'autore) che, esplicitamente, lo ricordano inviato del giornale (talora anche come oratore). Certo anch'egli partecipa attivamente alla vita della città.
Ecco Isacco Vitta Zelman.
Per lui un ritratto fatto da tante tessere (alcune per brevità, per non incorrere in tante ripetizioni, sono state trascurate) che sarà forzatamente poco organico. Vediamo comunque i dati. Una prima sua menzione già nel 1879, tra i rampanti giornalisti della "Giovane Acqui", a comporre un breve monologo (tramandato senza titolo o altra indicazione) che a teatro apre la serata d'onore della prima donna Annita Guarnieri (GA, 18 febbraio: Vitta è chiamato al proscenio con la bella e valente interprete).
La "Gazzetta del 10/11 gennaio 1882, lo saluta come "egregio e giovane amico nostro" in occasione della relazione, da lui tenuta sull'attività della Biblioteca Circolante.
Nelle vesti di poeta (GdA, 4/5 marzo) egli, durante l'agape che si svolge all'Albergo della Vittoria indirizzerà versi martelliani - ma è un costume diffuso - per il collega Fegino, giudice presso il tribunale, che lascia la sede di Acqui.
Il giornale, dopo un mese esatto, lo ricorda partecipe all'adunanza dei firmatari la sottoscrizione per un dono a Jona Ottolenghi (che Vitta, oltretutto, rappresenta in quell'occasione) promossa dalla Società Operaia; nel novembre (GdA del 25/26) di quello stesso anno è segretario della costituenda Società di scherma che raccoglie mezza redazione della "Gazzetta d'Acqui": vice presidente è Flaminio Toso, economo l'avvocato Biagio Macciò (quanto alla sala d'armi, si è messo l'occhio sui locali della novella Scuola Arti e Mestieri).
Nel luglio 1883 (GdA 28/29 luglio; 4/5 agosto) un suo monologo va in scena in occasione di una recita avvocatesca che si tiene al Politeama Benazzo (in favore della compagnia Caravati, inattiva da un mese causa la chiusura del Teatro - per motivi di sicurezza - da parte della prefettura) e che coinvolge i colleghi Drago, Scuti, [Caro] Core, Francesco Bisio e Monti. La recensione riconosce al nostro doti di spigliatezza (Vitta si cimenta con la recitazione) e arguzia, e testimonia il favore del pubblico.
È questa una propensione al palcoscenico che sarà confermata anche nell'immediato futuro.
L'anno successivo, invece, cura la traduzione, dallo spagnolo, del racconto Il giuda della famiglia di Antonio de Treuba, pubblicato in 16 puntate dalla "Gazzetta" tra il 14/15 giugno e il 26/27 agosto 1884). Del febbraio (GdA 21/22) 1885 un'altra sua conferenza, dal titolo Il maligno nella poesia, tenuta presso il Casino dei Nobili, eloquente indizio della sua preparazione letteraria (spazia da Dante a Milton, da Goethe a Rapisardi e a Carducci).
Nel 1886 (GdA 12/13 gennaio), partecipa alla cerimonia del primo anniversario della Banca Agricola di Rivalta. La testimonianza è interessante in quanto Vitta (che probabilmente stende il pezzo), si ritrae nel brindisi in cui, a nome della stampa, inneggia "ai lavoratori, a qualsiasi specie appartengano, e al loro trionfo avvenire".
Seguono, poi, le cronache del grandioso banchetto elettorale (vi concorrono, per la parte musicale le bande di Acqui, Cremolino, Visone, Roccagrimalda e Molare) promosso da Maggiorino Ferraris, Edilio Raggio e Carlo Borgatta, freschi onorevoli, (fortissimamente sostenuti dalla "Gazzetta": a proposito, il numero è quello del 8/9 giugno) che vedono la presenza dell'Avv. Vitta in rappresentanza de "La Gazzetta Piemontese" (in un altro banchetto, quello che viene denominato il "pranzo dei Monferrini", cfr. GdA, 10/11 aprile, segnaliamo la partecipazione di un sig. Vitta in rappresentanza della Ditta Beccaro; idem per il 1887, in data 2/3 aprile).
In questo stesso anno 1886 diverse inserzioni pubblicate nel mese di maggio dalla GdA annunciano che l'Avv. Vitta ha aperto Studio in via della Posta Vecchia [Via Mazzini], Palazzo del Cav. Levi, ove è situato l'ufficio delle ipoteche, al n. 12. Non solo. Dopo le elezioni politiche (ovviamente Vitta è con Maggiorino: c'è anche chi lo scambia come maître de claque: cfr. l'articolo Amenità elettorali di Sancho, ovvero Giovanni Bistolfi, del 25/26 maggio, che ricorda la fama di "freddurista" dell'amico Vitta), vengono indette ad Acqui le "amministrative" che rischiano… di coinvolgerlo. Così, in prima pagina, sulla GdA del 20/21 luglio, compare, in bella evidenza, il seguente trafiletto: "Il nostro amico e redattore [corsivo nostro] Avvocato Isacco Vitta Zelman ci autorizza a dichiarare pubblicamente, a nome suo, che egli, pur professandosi grato a quegli elettori che gli fecero l'onore di portarlo candidato alle prossime elezioni comunali, declina ogni candidatura e li prega di votare per altre persone". Nel 1887 il Nostro calca nuovamente le scene per beneficenza, coadiuvato dagli Avvocati Braggio e Guglieri e altri ancora (12/13 e 19/20 marzo). Nell'autunno, invece, Vitta Zelman è tra gli oratori che rendono onore alla SOMS di Spigno (GdA, 8/9 ottobre); quindi, a novembre (GdA 26/27), in occasione della Festa dei Musicanti (Santa Cecilia) rappresenta "La Gazzetta d'Acqui" in occasione del ritrovo conviviale organizzato presso le Nuove Terme.

Il periodo acquese si sta per concludere.

A Torino, a partire dal 1888, il Nostro andrà a trasferirsi, alimentando la colonia monferrina. Sono i tempi degli addii.
L'Avvocato Vitta [Zelman], è salutato da "La Gazzetta" del 28/29 gennaio come "caro amico e collaboratore del giornale". Già la GdA del 21/22 gennaio 1888 aveva scritto: "Chi perde un amico perde un tesoro… non è solo il direttore della Gazzetta che potrebbe così esclamare". Da questo contributo sappiamo tanto della riconoscenza di molti acquesi, quanto della futura occupazione del nostro, che entrerà nello Studio dell'Avv. Emanuele Ottolenghi, "uno dei più reputati per ingegno, onestà, e dottrina del Foro torinese".
Dal numero successivo della GdA deduciamo che l'addio è davvero in "grande stile": il ritrovo conviviale si tiene alle Nuove Terme, oratori sono l'Avv. Macciò [per "La Gazzetta"], l'Avv.Braggio [per "La Bollente"], Borreani presidente la SOMS, il Com. Redi [per la Filarmonica]; non mancano poi i telegrammi di Peplos (l'Avv. Cortina) e Maggiorino.
Il pranzo torinese del 21/22 aprile (presso il ristorante del ponzonese Sogno), ritrovo dei Monferrini, è per Vitta l'occasione per riabbracciare gli amici acquesi: il Nostro "beve ricordando la stampa torinese di cui fece parte, e la "Gazzetta d'Acqui" la cui redazione lasciò con vero rammarico."
Del 14/15 luglio la notizia della sua nomina ad Ispettore delle Ferrovie Meridionali (Sezione legale, uffici di Bologna), con conseguente partenza per l'Emilia.

La produzione di Raffaele Ottolenghi

Abram Raffaele Ottolenghi
Abram Raffaele Ottolenghi
Torniamo a Raffaele, consci di aver adottato una tecnica narrativa da feuilleton: si annuncia un "accadimento" (nel nostro caso il catalogo di Raffaele Ottolenghi) e questo non "accade", rimandato di puntata in puntata.
Eccoci, dunque, ad un primo tema che - finalmente - avrà svolgimento, dopo la breve appendice su Isacco Vitta.
Il secondo aspetto concernerà la connotazione "rossa" del Nostro. Macché filosofia: inutile negarlo. La fama acquese di Raffaele si lega alle posizioni politiche da lui tenute nel biennio 1899-1900, che lo portarono a competere con Maggiorino Ferraris e a fare di un milionario … un "milionario socialista".
Oltretutto amico di Filippo Turati e finanziatore più o meno occulto della pubblicistica di partito.
Ma, prima, ancora due parole sul personaggio che ha contraddistinto la precedente puntata.

Isacco Vitta appendix Una tradizione di penne?

L'aver abbandonato Acqui non comportò l'oblio del nome Vitta-Zelman: la "Gazzetta d'Acqui" (che abbreviamo in GdA) tornò presto a parlare di lui.
Se ne ricorda Peplos (Carlo Alberto Cortina) nel già citato Dalle rive del Tevere (GdA del 7-8 giugno 1890) ricorrendo ad un gioco di parole. La memoria torna ai primi anni della "Gazzetta". "A darle Vita - se fossi costì direi al proto di aggiungervi un t …".
Nel "Numero Doppio Letterario" del 9/10 luglio 1892 troviamo, poi, il contributo Plenilunio, un dittico di sonetti che Isacco verga in omaggio ad una vena tardoromantica.
Proponiamo - a titolo di esempio - i due incipit, nei quali non sarà difficile riconoscere il magistero leopardiano degli Idilli: "Il mite raggio della luna innonda[sic] / di sua pallida luce la vallata", comincia il primo componimento; "Alta è la quiete in questa plaga amena /di fonti e boschi, e alla soave pace/ di questa notte splendida e serena/ tutto d'intorno a me nel sonno giace" continua il secondo.
È il mondo incantato comune ai versi di Peplos (Carlo Alberto Cortina), che sembra destinato a perpetuarsi nei fasti e nelle luci della Belle Époque italiana (e acquese).
Ma presto le cose cambieranno: con i turbamenti della situazione sociale (le repressioni del governo Pelloux, il regicidio) e poi con la guerra.
Tra 1915 e 1916 l'unico figlio di Isacco, Emilio, cade sul San Michele (GdA 31 dicembre 1915 e 8/9 gennaio 1916; ma anche "La Bollente" 30 dicembre 1915).
La "Gazzetta" acquese saluta "il giovane giurista con tempra di soldato", fervente nazionalista, che a dispetto della sua giovane età (poco più di venti anni), "era già oratore e scrittore: apparteneva alla famiglia della nostra redazione".
Dalle note si evincono notizie anche di Isacco, cui si riconosce chiarezza di mente e integrità di carattere: vedovo, è diventato un alto funzionario delle Ferrovie dello Stato.
Tutta da investigare, poi, la strada che potrebbe farci risalire da Isacco a Samuele Vit[t]a Zelman, cui la Bibliografia Nazionale Italiana (muta riguardo al Nostro) attribuisce la traduzione de I primi discorsi di Rab Melzan (Trieste, Marenigh, 1854) e il saggio Le parole d'un ignorante ai dotti (Torino, Speirani e Tortone, 1856).
Se così fosse ci troveremmo dinanzi ad una successione di tre generazioni di "penne" (Samuele, Isacco, Emilio).
Questi legami sembrerebbero valere anche per le "penne" Ottolenghi.
Così segnaleremo (ma nella prossima puntata) le recensioni che Raffaele proporrà delle opere giovanili di Santorre Debenedetti (Acqui, 1878-Giaveno, 1948) destinato a diventare uno dei massimi filologi italiani, ma a fine Ottocento precocissimo poeta.

R.O. : il catalogo (forse) è questo

Pur non esaustivi (e talora incompleti di estremiin alcune fonti), vediamo - era ora! - gli scritti del nostro Autore.
Davvero inesauribile nei suoi interessi. Anche se il lettore attento potrà avvedersi personalmente delle predilezioni, segnaliamo l'attenzione al periodo francese della Rivoluzione (che si accompagna all'emancipazione, e poi alle ire dei reazionari).
Può essere, inoltre, di giovamento ricordare che Carlo Chiaborelli attribuisce al Nostro grandi meriti nel "salvataggio" della piscina romana dei Bagni "dal piccone demolitore", nonché l'iniziativa che portò alla realizzazione dei monumenti di Felice Cavallotti e Giacomo Bove.

Studi generali

I figli di re Manfredi. Leggendo il Gregorovius, pubblicato su "Ateneo Veneto", bimestrale, nell'anno 1899 (ma prima già pubblicato sul "La Bollente").
Influenze orientali sul Rinascimento: saggi di una nuova critica storica; Influenze orientali nel pensiero umano; Venezia, Visentini, 1902 e 1903 [entrambi estratti da "Ateneo Veneto"];
Pomponia Grecina e le prime albe cristiane [sic: non ci sono riscontri ulteriori];
Il pensiero religioso d'Israele nei suoi rapporti con il cristianesimo; Da Aristotele alla Scolastica; I Falasha; [tre articoli pubblicati su "Nuova Antologia"];
S. Paolo dinanzi all'Areopago (Atti degli Apostoli, capo XVII, 16-34)… Modena, Idea sionista, 1904 [estratto da "L'idea sionista", 1904];
Voci d'Oriente: Studi di storia religiosa, Vol. I Firenze, Bernardo Seeber, 1905
Ancora dell'incendio di Roma nell'anno 64, Genova, Fratelli Carlini, 1907 [Estratto dalla "Rivista Ligure", sic].
Voci d'Oriente: Studi di storia religiosa, Vol. II, Genova, Libreria Moderna, 1908;
Il cristianesimo è un buddismo rinnovato? Lugano, Coenobium, 1908;
Antichissime civiltà: studi sul nesso linguistico semitico-ariano, Firenze, Galletti & Cassuto, 1908;
Un lontano precursore di Dante, Lugano, Coenobium, 1910;
Il dogma cristiano in Eschilo, Lugano, Coenobium, 1910 [Estratto da "Coenobium"].
Israele nella società moderna e il suo problema angosciante, Roma, Riforma Laica, 1911;
Una città del passato: Cherasco, Alba, Sineo e Bo, 1912;
Voci d'Oriente, Lugano, Coenobium, 1913 (tre tomi numerati e titolati come segue)
1: Prime elaborazioni dell'idea cristiana nel mondo ebreo;
2: Elaborazione travagliata del dogma cristiano;
4[sic]: L'epoca del trionfo cristiano compromesso coll'ellenismo della decadenza;
Prime albe cristiane, Mendrisio, Cultura moderna, 1914 (Carlo Chiaborelli ne annuncia nel 1917 una edizione in russo);
Il dogma nel cristianesimo primitivo, Mendrisio, Ponte, 1914;
Cristianesimo ed ellenismo, Mendrisio, Cultura Moderna, 1914;
I farisei antichi e moderni, Firenze, Associazione italiana dei liberi credenti (A. Meozzi), 1916;
Appel aux amis de la justice internationale, Lugano, Coenobium, 1916, poi Losanna, Ruedi, [1918];

Collaborazioni giornalistiche

Raffaele Ottolenghi, oltre che per "Cenobium", Rivista Internazionale di Liberi Studi filosofici (fondata nel 1906 dal fuoriuscito Enrico Bignami, un volontario di Mentana, essa poi accolse i contributi di Felice Momigliano, Dante Lattes e Camillo Olivetti) e per "Nuova Antologia" (proprietà di Maggiorino Ferraris) scrisse per "Critica Sociale" del Turati e su "L'Avanti". In ambito locale collaborò con "La Gazzetta d'Acqui" e "La Bollente, quindi con il "Risveglio cittadino" e con le "Cronache acquesi".

Studi Locali

L'Indice centenario della "Rivista di Storia Arte e Archeologia della Provincia di Alessandria" (al cui dettaglio si rimanda, per brevità) registra i seguenti contributi, numerosi postumi.
1912 - Un curioso pregiudizio dell'antichità intorno ai Liguri; Un documento della famiglia Ottolenghi di Acqui; Un altro documento della famiglia Ottolenghi in Acqui;
1916 - Cinque documenti storici della famiglia Ottolenghi di Acqui seguiti da un riassunto dei fatti che accompagnarono l'invasione francese da Montenotte (13 aprile 1796) alla caduta della Monarchia di Savoia (9 dicembre 1798); Sull'abate Guido Della Porta discendente dalla famiglia ebrea Ottolenghi (con brevi cenni sulla venuta degli ebrei in Monferrato).
1917 - Alcune pagine interessanti di storia [intorno all'arresto e alla prigionia di Carlo Botta nelle carceri di Acqui; le agitazioni del 1797; G. Antonio Ranza]; I fatti d'arme di Raus e Milleforche in cui si distinse il Reggimento d'Acqui nella guerra delle alpi marittime dell'anno 1793; Ancora dello studio sul fatto d'armi di Raus. Diario del capitano Accusani Andrea Fabrizio;
1918 - Studi di storia topografica locale (riguarda l'incisione dello Scapitta);
1919 - Sul passaggio in Acqui del conte Santorre di Santarosa; Il passaggio in Acqui dei profughi del '21 nel racconto di uno dei congiurati; Notizie storiche intorno alla famiglia Caranti che si ricollegano con la storia del nostro Risorgimento; Curiosità storiche: la leggenda dello stemma di Acqui.
Altre opere (che Chiaborelli classifica come letterarie, senza però citare gli estremi bibliografici) sono Fisiologia di una elezione politica (a proposito delle "politiche" del 1900) e Quando la fiamma è spenta, "sepolcro" in onore del fratello Cesare (spentosi a Genova nel 1916).

Avventure "rosse" di una penna

Ricordate (era la dodicesima puntata, quella del 27 luglio) il Raffaele Ottolenghi svuotato di energie che torna dall'America tanto simile al Karl dell'America di Kafka?
Impensabile vederlo trasformato in un cronista d'assalto? Ed è invece quello che capita a Raffaele nel biennio 1899-1900.
Giornalisticamente il Nostro si divide tra "Gazzetta" e "Bollente". E in effetti, all'epoca, non è che tra i giornali ci sia una gran differenza.
Il primo, di indole schiettamente liberale, professa simpatia per la classe lavoratrice (cfr. programma del 1 gennaio 1893) e appoggia con fedeltà assoluta l'on. Maggiorino Ferraris, che del giornale è nume tutelare (nelle elezioni del 1900 non citerà neppure il nome dell'avversario: appunto l'Ottolenghi).
La seconda testata vuole cooperare al trionfo dell'elemento liberale democratico ed egualmente tifa Maggiorino (considerando con una qualche dignità i suoi avversari).
Sospette sono certe somiglianze nei pezzi: dunque non solo l'Ottolenghi (ci sono anche Carlo Chiaborelli e altri) si divide tra le due tipografie.
Alcuni contributi di R.O. sono neutri (Invito ai capitali stranieri, "La Bollente" 31 giugno/1 luglio e 7/8 luglio; Il pavimento romano, "La Bollente" 14/15 luglio 1898; Ai viticultori, GdA 18/19 febbraio 1899; Il Congresso nazionale per l'Igiene, "La Bollente" 21/21 aprile 1899; Curiosità storiche, GdA 24/25 giugno: 1899;) ma altri innescano non poche polemiche. Che, piano piano, conducono ad una frattura sempre più larga tra i liberali e il Nostro Ottolenghi.
Che, sorprendendo molti suoi contemporanei, partecipa alle elezioni del 1900 "dalla parte sbagliata". Ovvero da quella repubblicano socialista.
Ma lasciamo questo tema alle prossimo futuro.

"Penne d'Acqui e d'Israel"

I versi giovanili del filologo Debenedetti

Ghetto di Acqui - Scavi alla Bollente
Il ghetto di Acqui nel 1898 con gli scavi davanti alla Bollente.
È un interludio di poesia e di musica, il nostro. Dopo tanta seriosità (il catalogo degli scritti, la scorsa puntata, potrà esser sembrato noioso a qualche lettore, ma era a dir poco essenziale), attendendo che Raffaele Ottolenghi (R.O.) scenda nell'agone politico (un argomento che cercheremo di rendere appassionante, come effettivamente si è rivelato alla lettura dalle fonti) ecco, come promesso, i versi (rari) che il Nostro raccoglie dalla penna di "un giovinetto poeta che porta il nome fatidico di Santorre Debenedetti" (Acqui 1878- Giaveno 1948).
Non c'è da dubitare che la versificazione sia prerogativa, nell'Ottocento, di un largo stuolo di cultori dilettanti (avvocati e notai, sacerdoti e professori, sino ai cartolai acquesi, che si cimentano con il dialetto: l'esempio è quello di Bartolomeo Gatti), vero e proprio "costume sociale" che non trascende il grado della esercitazione di scuola.
Ma qui la riscoperta dei versi di Santorre Debenedetti assume un significato diverso, in considerazione dell'altissima statura che l'uomo saprà, successivamente, guadagnarsi nell'ambito della critica testuale.
Seguirà, fatti brevi cenni alle donne studiose acquesi, una cronaca artistica attraverso la quale entrare, sempre guidati da Raffaele, nella più dimenticata scuola della città: quella del Collegio israelitico Levi.

Santorre Debenedetti:
"giovane poeta acquese"

Destinato a diventare uno dei massimi filologi italiani - dapprima lettore presso l'università di Strasburgo, quindi docente a Pavia e poi a Torino, studioso cui dobbiamo non solo una esemplare edizione critica del Furioso (3 volumi, 1928-1937), ma anche saggi sulla novella e sulla poesia musicale del Trecento (Il Sollazzo, 1922) e svariati studi sulla poesia della linguadoca; il Nostro fu anche condirettore del "Giornale Storico della Letteratura Italiana" - nel 1897 il diciannovenne Santorre è un acquese di belle speranze, che attira l'attenzione dei suoi "maggiori".
Infatti (cfr. "La Bollente" 1/2 luglio1897) Raffaele presenta questo poeta che ha "il nome - auspizio [sic] e presagio di forti cose, sacro ad ogni cuore italico - dell'eroe piemontese la cui morte gloriosa a Sfacteria [1825] fu si spesso rievocata nelle ultime vicende della guerra greca".
Era successo, infatti, che Candia (Creta) si fosse ribellata ai Turchi: i liberali italiani esultano come avevano fatto i loro nonni nel 1821; da Acqui partono anche i volontari Giovanni Trinchero e Attilio Morelli (cfr. "La Bollente" 1/2 aprile 1897), a seguire l'esempio di Ricciotti Garibaldi. E tutto ciò faceva ricordare ad Acqui la tappa che il Santarosa compì, ricoverato ai Martinetti, alla Cascina Georgica, nel 1821, nella precipitosa fuga verso Genova che seguì il fallimento dei Moti.
Ma torniamo a Santorre Debenedetti. Che nel 1897 ha scritto un breve carme (destinato all'antologia Canti semiti, con dedica all'Avv. Artom di Asti), dal titolo La mia razza "ove son raffigurate le sorti della gente ebrea", in cui il recensore vede il soffio potente di Ezechiele e Nahum, ma anche "la dolcezza serena che molceva il canto del divino Petrarca nei sui Trionfi".
Un anno e mezzo più tardi, (cfr. "La Bollente" del 19/20 gennaio 1899), in un articolo che conserva l'intitolazione del precedente (ovvero: Un giovane poeta acquese), R.O. illustra un più corposo contributo. Si tratta del Carroccio amoroso (Torino, Tipografia Gerbone).
"È una sirventese, è un'eco della gaia scienza [qui il corsivo non può non farci rammentare l'opera di Nietzsche del 1882], della poesia trov[i]era provenzale innestata nel ceppo italico" che Santorre scrive "a quattro mani" con un altro amico giullare, a noi ignoto.

Intermezzo di rime

Ecco i versi (una ottava di endecasillabi, inizialmente con rima alternata, chiusi da un distico baciato) che Raffaele estrapola:

Nel grazïoso tempo, onde si veste
a la Pasqua rosata il molle lito;
quando ogni riva, in bianche e rosse creste,
apre bei fior', come a giojoso rito;
si spandon su pei colli e fan gran feste
giovini e dame dal viso fiorito:
aulisce il frutto e si rinfresca il verde
e in diletto e in piacer l'ora si perde.

***

Tempo non so che apporti più bel frutto:
Marzo dà nevi in vetta e al pie' fiumana;
Agosto è d'oro e il pian arso par tutto;
Ottobre gela il rivo e il terren frana:
ma Pasqua vien con rose e sòlve il flutto
e la Dama si veste in fior' di grana:
or cogli il pomo a la dolce stagione:
gioj'è d'intrecciar balli e far tenzone.

***

Ond'io, sui Colli, in Novo Stil giocondo,
pingerò vecchie Fole e Allegorie:
-donne in arme giostrar su prati, in tondo,
e sotto pini Antiche Cortesie;
e troncar scudi e lance e colpi a fondo,
galee sul Fiume e barche e saettìe;
e tende e sbarre e cavalli e fossati,
e strisciar frecce su elmi e costati.

***

È bando "imperi chi per freccia d'oro
franga un elmo d'acciaro e onor qui vaglia".
E fûr gran colpi: e senza alcun ristoro
poco d'ora durò l'alta schermaglia,
chè l'elmo, per virtù d'arco sonoro,
s'infranse e sfavillò per ogni scaglia:
ond'Una a suon di trombe, a brandi ignudi,
n'ebbe la palma- eretta in su gli scudi.

***

Si cinse il Trono a fior' verdi d'aliso,
a lato a un fonte e presso una rivera;
ed Ella apria tra rose un fresco riso,
raggiando sotto lucida visiera:
ma poi che a l'elmo un laccio fu reciso,
apparve in campo giovine guerriera;
fiorian le membra e il crin lambia pur l'acque:
tutta ignota e novella: e sì le piacque.

***

Or sian, ne' prati, correnti cavagli,
ronzin portanti e buoni affrenatori;
bandiere e scudi e mazze a ricchi intagli,
lance e corazze di tutti colori;
pettorali e testere, ond'uom s'abbagli,
targhe e corazze, a mo' d'armeggiatori;
chè qui s'inizia la giostra sonora,
onde Rima s'abbelle s'infiora.

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Studente torinese, allievo di Arturo Graf, ora al Poliziano, ora all'Ariosto, ora ai lirici del Trecento (ma anche al Carducci: Comune rustico è del 1885) Santorre si ispira.
E la recensione, assai favorevole, di Raffaele assume pregio perché - non comparendo Il carroccio nell'indice SBN delle Biblioteche Italiane; da immaginarsi anche una minima tiratura per quest'opera - c'è davvero il rischio che gli stralci selezionati su "La Bollente" (e che ora ripubblichiamo) possano essere anche gli unici (o, nella ipotesi più favorevole: tra i pochi) ad essersi conservati.

Acqui al femminile: donne & studi

Ricordato il Cantico dei Cantici, che propone per un confronto, Raffaele riprende a citare rendendoci edotti sul nome delle destinatarie del componimento.
Le donne fan battaglia. Imbusto e maglia / cingono: qual batte colpi di spada…
"Ecco s'avanzano: e il poeta, ossequiente alle leggi classiche da Omero in poi, le passa un rassegna:
Pia in desio di prossimo periglio: / ed Elvira e Lucat, pronte al martoro, / Emilia e Rita a frecce dan di piglio, / e Fiora e Bianca e Jarak e Maria…
"L'altra schiera è guidata da una signorina biellese":
Seguon Anna- Maria, Garino, Jole, / Gemma e Irene, cinta di viole.

"È pure acquese questa signorina Jole, figlia del professore [Pietro] De Giorgis, che fu qui pochi anni sono nel nostro ginnasio" [e, aggiungiamo noi, maestro di quell'altra penna che risponde al nome di Peplos, ovvero Carlo Alberto Cortina da Monastero; si vedano le puntate 3, 4 e 5 della nostra inchiesta].
Ma l'articolo è utile per confermare la modernità del pensiero di Raffaele, che guarda con favore all'emancipazione femminile.
"Quali vittorie preparano queste guerriere umili e gentili allo spirito umano…la donna diverrà motore prezioso ai nuovi movimenti dell'umanità".
Certo la "secolare scorza dell'ignavia" è dura da rimuovere: poco può la scuola primaria, e "non per colpa delle modeste insegnanti, quanto per i programmi [che] si svolgono - per volontà dei Sapientoni, che reggono i nostri Comuni - piuttosto a insegnar la dottrinetta che ad altro".
E ancora, a rincarar la dose: "Un operaio, tanto tanto, nei circoli socialisti, nei giornali, dai tribuni della plebe bene o male qualcosa apprende, alla lunga. Ma una signorina borghese, che esce dalla quinta classe, non ha alcuna lontana visione delle leggi storiche umane. Gran mercé se la sua istruzione completa con romanzi delle edizioni economiche".
Ben vengano, allora, le giovanette audaci che si cimentano con gli studi universitari.
Le prime? No. Acqui è terra precoce. Anche in questo caso quindici anni prima la "Gazzetta d'Acqui" (d'ora innanzi GdA, 20/21 marzo 1883) segnalava - riprendendo un articolo del periodico torinese "Il Giornale delle Donne" - il nome dell'acquese Evangelina Bottero, una delle prime laureate d'Italia (nel 1883 è Loescher a pubblicare il saggio dal titolo Il telefono), a Roma professore di zoologia e botanica nell'Istituto superiore di magistero femminile, e poi di Scienze fisiche e naturali è presso la Regia Scuola normale femminile.
E l'anno prima (GdA 15/16 luglio 1882) si lodavano le tre signorine ginnasiali Fiorini, Bargetti e Fossati, e una Fossati [è Amalia; ma sappiamo anche della sorella Carlotta] è poi destinata a trovare nuovi spazi sul giornale - che segnala anche il nome della sig.na Crosio (la figlia del pittore?) e della Bottero - in occasione della Laurea in Belle Lettere (GdA, 16/17 novembre 1886).

La scuola nel ghetto

Su un versante complementare a questo sta il Raffaele recensore della recita organizzata dal Collegio Levi ("La Bollente", 4/5 marzo 1899).
Siamo all'interno della casa della signora Ernesta Debenedetti, che con l'ausilio del maestro [Adolfo] Ancona, coordina una "recita minuscola" di attori lillipuziani.
Ma il pubblico è di prim'ordine: "Tra gli spettatori che si pigiavano nella saletta c'erano, tra il profumo olezzante di femminili giovinezze sboccianti, l'egregio cav. Eula, l'avv. Traversa, il Capitano Battaglini [Attilio, del 23°Reggimento Artiglieria di stanza ad Acqui], il tenore Montecucchi [Luigi, biografia degli esordi nell'ultimo numero del periodico "Corale Città di Acqui Terme", anno XVIII, n. 1 luglio 2003], oltre le madri gentili e i parenti degli artisti".
Dalla penna di Raffaele anche il nome di questi filodrammatici in 64mo: Rachele Ottolenghi, Claudia Vitta, Erminia Lattes, Rosina Debenedetti, Silvio Ottolenghi, "figlio del benemerito Moise Sanson, presidente della Comunità ebraica".
E tali nomi suscitano, oggi, emozione pensando al loro destino, segnato dalla vicende razziali.
La maestra Debenedetti (classe 1856) fu, infatti, deportata ad Auschwitz e qui uccisa il 6 febbraio 1944; stesso destino per Silvio Ottolenghi (che nel 1899 ha dieci anni), posposto di pochi mesi, e per il figlio di Erminia Lattes (classe 1887) Dino Dina, nato nel 1911 e deceduto a Buchenwald nel 1945.
Alcune di queste figure si ritrovano nel libro di Cino Chiodo Sulle tracce delle stelle disperse, dal quale evinciamo anche l'anno di nascita (il 1891) di Rosina Debenedetti.
Altre nelle ricerche di Marco Dolermo (cfr. Gli ebrei in Acqui Terme: demografia di una comunità in estinzione) nel "Quaderno" 27, anno 2000, edito dall'ISRAL, pp.61-102).
Per l'ultima piccola artista Claudia Vitta la supposizione di una parentela, non sappiamo quanto prossima, con Isacco (cfr. la tredicesima puntata dell'inchiesta).
Stridente il contrasto con la festa che si svolge nel marzo 1899, cui contribuiscono anche la sig.na Ottolenghi Rina [Dorina, classe 1886, anche lei deportata e scomparsa in luogo ignoto], il sig. Bagorda, "che gli affari non tolgono all'arte", e la Sig.na Cornaglia [di cui conosciamo l'iniziale del nome: G.]" figlia dell'intelligente nostro consigliere comunale", che sappiamo essere una brava pianista - della scuola di Tullo Battioni - in grado di accompagnare il tenore Montecucchi che esegue "una bella romanza" al Circolo Operaio (cfr. GdA 25/25 gennaio 1899).
E ci sono anche altro allievi del "venerabile Papà Battioni, che suonarono fantasie dell'Aida, Puritani, Ballo in Maschera: i bravi giovinetti Ghione [immediato pensare a Franco, che da lì a pochi mesi, in novembre, diventerà allievo del Conservatorio di Parma], Borsino [Giuseppe, altro violinista nel 1902 scritturato dal Teatro Eden di Bologna] e Pastorino [?].
Frammenti di una Acqui che non c'è più, ma che resta nella memoria, anche orale.
Alla prossima puntata per una ulteriore appendice, che nasce dai contributi dei lettori.

Giulio Sardi

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