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Alle origini del giornalismo acquese (6)

 

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Gli esordi di un pubblicista che segnò mezzo secolo di vita acquese

Carlo Chiaborelli

Carlo Chiaborelli
Carlo Chiaborelli
In attesa di riprendere, tra qualche tempo, la nostra indagine sulle penne Ottolenghi (oltre a Raffaele ci sarà anche il mecenate conte Arturo, che nel 1946 assumerà la direzione della rifondata "Gazzetta d'Acqui": il materiale è saltato fuori fresco fresco l'altro giorno grazie al contributo di un collezionista acquese di cui diremo), ritorniamo alla fine dell'Ottocento. Tra gli acquesi un tempo famosi, ma oggi un poco (o del tutto) dimenticati.
Sotto i riflettori uno dei più prolifici giornalisti della città. Una istituzione. Carlo Chiaborelli, che, con i suoi scritti accompagnerà i lettori bollentini addirittura per circa cinquant'anni.
Come di consueto sarà, però, l'Acqui umbertina quella che proveremo - inizialmente - ad investigare.

Nel segno dell'eclettismo: storia patria, libri e scavi

Carlo Chiaborelli nacque a Torino il 24 luglio 1865, da Francesco (per anni segretario, e poi capo sezione, al Ministero delle Finanze a Roma, poi al Tesoro, ma anche - cfr. GdA [la consueta abbreviazione per la "Gazzetta d'Acqui"] 14/15 e 28/29 gennaio 1893 - Conservatore delle Ipoteche nella nostra città, Presidente Benemerito del Comizio Agrario e Consigliere Comunale di Spigno M.to, Cavaliere della Corona d'Italia e poi dell'Ordine Mauriziano; + 2 gennaio 1907) e da Carolina Bernelli (+ 27 dicembre 1906).
Compagno di studi e di passioni (ma non politiche) di Francesco Bisio (altro umanista e letterato acquese di inizio secolo, poeta e romanziere originario di Terzo, 1865-1931, che lasciò il proprio patrimonio in eredità alla Biblioteca acquese), egli esercitò l'avvocatura sviluppando, nel contempo, interessi storici, umanistici e archeologici.
Già negli anni Ottanta, dopo che Flaminio Toso ebbe rilevata la direzione della "Gazzetta d'Acqui", lo troviamo tra i collaboratori romani del giornale (dalla GdA del 14/15 giugno 1890 sappiamo, infatti, di una sua dimora, nella capitale, che si protrae da 14 anni: la residenza è fissata in Via del Boschetto n.68, piano secondo), intento nella osservazione minuziosa della società dell'Urbe. Qui compì i suoi studi universitari, laureandosi in Giurisprudenza il 17 dicembre 1889. In occasione del conseguimento del titolo dottorale la GdA, ricordando "il giovane di Spigno" e i suoi "scritti pregevoli" (ad esempio quelli della rubrica Rassegna mensile), non ha esitazioni nel nominarlo "patriottico e simpatico corrispondente della Gazzetta, che i lettori conoscono sotto lo pseudonimo di Italus".
Sposatosi, nel 1897, con Fausta Gamaleri da Nizza Monferrato, ebbe due figlie: Carolina Ines Vittoria (23 marzo 1900) e Giulia Maria Luisa (15 giugno 1902), entrambe domiciliate con la famiglia nella residenza di Via Emilia 13, che poi si spostò al numero uno; nel 1938, due anni dopo la morte del padre, entrambe si trasferirono a Torino.

Il cursus honorum

Appassionato e dotto cultore di archeologia, numismatica, Belle Arti, naturalmente portato per la riflessione politica (nel 1891 esce, per i tipi di Dina, l'opuscolo Di alcune riforme allo Statuto fondamentale del Regno: sono 36 pagine che lo stesso Chiaborelli - che non esita a cimentarsi con la materia costituzionale più complessa - definisce "primo lavoro": la copia della Biblioteca Civica di Acqui appartiene al Fondo Bisio), viene lodato dalla GdA del 5/6 gennaio 1907 quale "spirito aperto a molte idealità, e forte, e sereno di quella fermezza che salì a noi dalla storia quando altri le svolga le pagine tenace".
Ricoprì le cariche di Soprintendente onorario ai monumenti e scavi per il circondario d'Acqui (cfr. GdA del 27/28 aprile 1907) collaborando, a partire dal 1906, con la "Rivista di Storia Arte e Archeologia della provincia di Alessandria" e facendo parte anche della Consulta Direttiva di questa associazione. Presidente della fondazione premi scolastici "Belom Ottolenghi", fu a capo del Consiglio di Amministrazione della Biblioteca Circolante Acquese ininterrottamente per vent'anni, dal 3 marzo 1912 alla morte.
A meno di riscontrare un'omonimia, il suo nome dovrebbe ricorrere tra i soci dell'Associazione Italiana Biblioteche dal 1932 (o dal 1933?) fino al 1936. Sin dal 1922 aderì con entusiasmo al Fascismo.
Del resto la sua attività di pubblicista continuò sino alla tarda età (suoi pezzi si trovano anche negli anni Trenta su "Il giornale d'Acqui").
Si spense ad Acqui l'8 luglio 1936, essendo le spoglie tumulate nel cimitero di Spigno Monferrato, paese degli avi.

Italus: esordi di una penna

Sin qui la biografia (più o meno) ufficiale. Ma quali erano stati gli esordi per questa penna acquese, che scelse Italus come pseudonimo? Quali i suoi primi interessi? Quale il contesto in cui organizzò le sue scritture?
Illuminante, a tal proposito, la testimonianza di un altro giornalista acquese, Carlo Alberto Cortina da Monastero Bormida, il già conosciuto Pèplos (si vedano le puntate tre, quattro e cinque di questa inchiesta).
È proprio lui, in una sua corrispondenza romana (GdA del 7/8 giugno 1890) a fornire alcune preziose indicazioni sulle generalità dei collaboratori del giornale.
"Ecchè ci viene a rompere i …Chiaborelli? Griderà a sua volta Italus, il sempre diligentissimo quanto pessimista Italus".
Cercheremo, nella prossima puntata, di risalire alle ragioni di questo attributo.
Per il momento accontentiamoci di qualche assaggio qua e là.
Occorrerà subito dire che i pezzi della Gazzetta, rubricati Corriere di Roma, a firma di Italus, si distribuiscono a partire dalla metà degli anni Ottanta e hanno per oggetto privilegiato le cronache parlamentari (con un occhio di riguardo alle iniziative di Maggiorino Ferraris, ma anche di Giuseppe Saracco: nel 1887, in occasione della sua nomina a Ministro dei Lavori Pubblici Italus non esita ad insignirlo del titolo di "genio tutelare della nostra vallata"). Ci sono anche poi le notizie relative ai premi vinicoli in cui si distinguono le aziende locali (Beccaro in testa: GdA 13/14 marzo 1886), le esposizioni (come quella Vaticana del 1888, diluita in più puntate, padiglione per padiglione), ma anche descrizioni delle bellezze della città eterna (Gianicolo, Pincio, Villa Borghese illustrate nel numero del 6/7 aprile 1886) o dei suoi monumenti di recente inaugurati (quello per i 500 eroi di Dogali, comandati da Giuseppe De Cristoforis, massacrati dagli abissini si trova nella GdA dell'11/12 giugno 1887).
Tra i pezzi più interessanti per il lettore moderno due corrispondenze di inizio 1887.

In edicola e in libreria

Sul numero del 1/2 gennaio la segnalazione delle strenne letterarie (La Storia delle Crociate di Michaud; La vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario; il Dante illustrato da Dorè; le Favole di La Fontaine, Cuore di De Amicis: letture intramontabili, beninteso, ma che sembreranno ai più forse lontane non secoli, ma millenni).
Sul numero del 22/23 gennaio invece una accurata disamina dei giornali romani - in cui l'autore, anticlericalista (secondo diffuso costume: il non expedit [non conviene che i cattolici partecipino alla vita dello Stato Italiano] espresso nel 1868 dalla Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici, proprio nel 1886 veniva ribadito nei sensi di proibizione ferma] non si esime di stigmatizzare il ruolo di "Osservatore Romano" e "Voce della Verità" che "non cessano di vituperare questa nostra Italia". A ognuno dei "fogli" viene riconosciuta un'area politica: ecco, allora, "L'Opinione" e "La Gazzetta d'Italia" pro governo [sinistra storica], "Il Diritto", "Riforma" e "Tribuna" per l'opposizione, "L'Italie" e "La Capitale" (già di Raffaele Sonzogno) vicini alla Francia, "Fanfulla" (pro Depretis) e "Capitan Fracassa" di Spaccamontagne, Saraceno e Gandolin (contro) accomunate da un tono brioso, e con il più "popolare" (in senso inglese) "Messaggero", dal piccolo formato, incline a descrivere con maniacale cura ogni fatto di sangue.
Oltre ai libri, le Belle Arti, con la penna di Italus intenta a seguire la folgorante carriera di un altro scultore acquese: Luigi Bistolfi, che il lavoro e l'ambizione conducono a Roma (cfr. GdA 1/2 marzo 1890 e poi 12/13 marzo 1892; in questa attenzione Chiaborelli subentra alla penna del - al momento - senza nome di Verax, che nelle sue Noterelle romane del 22/23 luglio e poi 22/23 agosto 1882 narra della visita allo studio del Bistolfi).

Italus: dalla Patria alla politica

"Nomen omen" dicevano i latini: e davvero lo pseudonimo scelto è indizio fortissimo, quasi pleonasmo.
Altri esempi vengono da atti (e scritti) che ci dicono quanto arda la fiamma della foscoliana "religione della Patria".
Così, ad inizio 1890, la GdA (1/2 febbraio) riferisce della visita di Chiaborelli (anche a nome del giornale) al Palazzo del Quirinale, a seguito della morte dell' "amatissimo principe" Amedeo di Savoia. Italus appone la sua firma sugli albi di condoglianza predisposti per il Re, la Regina e per il Principe di Napoli.
Un mese più tardi (GdA 1/2 marzo) il corrispondente da Roma riferisce delle onoranze a Goffredo Mameli (citando i Sepolcri : "Sol chi non lascia eredità…"), soffermandosi a descrivere il bozzetto del Bistolfi che partecipa al concorso per il monumento funebre dell'Eroe: "Ispirandosi al culto dell'antico, raffigurò un sarcofago romano e, sull'orlo dell'avello, che rinserra il corpo del giovane martire, l'artista pose il genio che colla destra tiene alta la face [la fiaccola], mentre colla sinistra stringe la bandiera dell'Italia ricoprente la tomba gloriosa". E Italus, intenditore d'arte, non perde l'occasione di cogliere il magistero di Giulio Monteverde appreso dal giovane Bistolfi, istituendo un rapido confronto con la tomba Ronchetti- Stradella.
Del resto se a Roma, Crispi, lo stesso mese - il giorno 12 - presenta un progetto di legge in Parlamento per erigere un monumento nazionale a Giuseppe Mazzini, ad Acqui un mese più tardi (GdA 12/13 aprile) sul giornale trova spazio - e con evidenza - il necrologio di Aurelio Saffi altro eroe del '48.
In merito al costume di erigere marmi e bronzi, il giovane Chiaborelli ha le idee chiare. Nel 1886 (che è anche l'anno del suo esordio sulla GdA, il primo scritto è quello del 6/7 marzo e riguarda il carnevale romano, "il più matto e originale") il Nostro "non trova cosa lodevole affannarsi intorno a personaggi di cui tra mezzo secolo più non si parlerà (ci si riferisce a Pietro Cossa [1830-1881, "celebre" drammaturgo "storico": chi non conosce il Nerone, il Cola di Rienzo e la sua Messalina?] il cui concorso non ha trovato vincitori - "povera arte" è il commento - ma anche all'on. Mantellini, per il quale si incide un'epigrafe (cfr. GdA 13/14 aprile).
Altri temi dei primi articoli riguardano il genetliaco del Re e l'esposizione vinicola romana (nella quale Beccaro e Debenedetti sono insigniti di medaglie per moscato passito, champagne-spumante e vermouth; cfr. 13/14 marzo); certo è che, almeno sulle prime, le corrispondenze girano al largo dalla politica. O, almeno, questa è l'impressione.

W Maggiorino

Ma lo scioglimento delle Camere cambia le carte in tavola: Italus, nel maggio 1886, si unisce al coro pro Maggiorino (pur lasciando al più esperto Sancho Giovanni Bistolfi - che è a Roma e frequenta Montecitorio - il peso dei contributi più densi e originali: così come quando presenta, da Roma, un motivo in do maggio…ino, oppure scrive " il vostro candidato [il Ferraris] avrà una vera maggior…inanza).
Chiaborelli può così scrivere: "Scusate, leggiadre lettrici, anche Italus a somiglianza di Pèplos si è fatto in questi giorni un vero politicone". Lo si legge in GdA 22/23 maggio 1886.
Quindici giorni e si brinderà (nell'immancabile banchetto acquese) alla vittoria di Maggiorino.

Le penne nella capitale, quato sei bella Roma

Roma: anno santo 1899
Roma: anno santo 1899
Una finestra su Roma. È quanto propongono, idealmente, le "penne acquesi" di fine Ottocento, impegnate a dissertare sulla nuova capitale.
Modesta o maestosa? Acquasantiera o portacenere come suggeriva Luigi Pirandello? Città eterna per le glorie storiche, o perché - come riferisce Henry James, nei suoi Schizzi transatlantici (1875) - "eterno risulta l'effetto che produce sulle coscienze, portando ad amarne più le corruzioni che l'eternità"?
Certo, a questo punto, non resta che rileggere l'incipit de Il piacere: "L'anno moriva assai dolcemente. Il sole di S. Silvestro spandeva non so che tepor velato…" e le magistrali descrizioni dannunziane.
Ma non è una Roma da guida turistica quella che Italus (alias Carlo Chiaborelli) consegna alle colonne del giornale.
Semmai, per un confronto, varrebbe la pena di rispolverare qualche pagina di un altro giornalista "di razza" come Giovanni Faldella (pseudonimo Spartivento, altro avvocato-deputato, non di Acqui, ma di Vercelli), che proprio raccogliendo le sue corrispondenze (per "La Gazzetta Piemontese", poi per il "Fanfulla") diede ai torchi prima Un viaggio a Roma senza vedere il Papa (1880) e poi Roma borghese (1882). Due libri dedicati al conflitto "tra la Roma vera e presente e quella che ci eravamo immaginata, ficcata anticipatamente in testa", una "città cantiere", e cantiere non solo urbanistico o edilizio, ma umano e politico, sociale e culturale.
Come vedremo, questi anche gli interessi degli osservatori acquesi. Che in questo "progetto Roma" vedono tanti concittadini in prima fila.

Quanti sgaientò a Roma!
Tra novelle e note, corriere, noterelle e rassegne

È certamente la presenza di molte penne acquesi a solleticare il nostro Carlo Chiaborelli. Da Roma ha scritto C.R. - è il primo: nel 1879 tiene la rubrica Novelle romane su "La Giovane Acqui"- che nel numero del 25 febbraio di quell'anno ci mette al corrente "di una numerosa colonia acquese che non tralascia di prendere parte attiva ai divertimenti". E poi aggiunge: "una delle famiglie che più altamente rappresenta la città di Acqui si sta preparando per un ballo a cui interverrà, se non il Re e la Regina, qualche grosso pezzo che alle loro maestà è vicino".
Non è che l'inizio.
Da Roma scrivono per "La Gazzetta d'Acqui" (sempre abbreviata in GdA) Verax al momento ignoto (sarà il Ferraris? l'insegna è quella delle Noterelle romane), Sancho (Giovanni Bistolfi, presto cognato di Maggiorino: lo pseudonimo va messo in relazione col giornale "Don Chisciotte" che a Roma si stampa) e Pinco (Guido Baccalario, funzionario presso il Ministero delle Poste, poi con Ferraris nella redazione di "Nuova Antologia", quindi suo personale segretario di Gabinetto: nel 1889 terrà sulla GdA la Rassegna politica settimanale). Ci sono poi anche "giornalisti" di passaggio come Il viaggiatore altro nome misterioso (cfr. GdA 15/16 febbraio 1890: "i tre cortesi amici [Pinco, Italus e Sancho, di seguito citati] si sono ricordati che l'umile sottoscritto aveva per lasciato un passato di strette relazioni con la Gazzetta").
A Roma gli acquesi vanno anche per pellegrinaggio. Laico, ovviamente. Giovanni Bistolfi, omonimo di Sancho, ma senza titolo dottorale, pieno di emozione ci presenta le cronache di una visita al Pantheon da parte della società dei militari in congedo acquesi (GdA 13/14 e 16/17 gennaio 1883, due puntate!, e 8/9 gennaio 1884).

L'anno dell'esordio

Dal marzo 1886 tocca a Italus/Chiaborelli, con il suo Corriere di Roma (dal 1887 Note Romane). La prima corrispondenza, vergata il primo marzo (dunque il nostro ha vent'anni) è pubblicata sulla GdA del 6/7 marzo. Comincia così: "Se non mi son fatto vivo sin'ora, come avevo promesso all'ottimo direttore [Flaminio Toso] è in ragione della vita quieta, non rallegrata da uno di quegli avvenimenti che mettono in moto i corrispondenti, la morte del principe di Torlonia o lo sciopero dei vetturini". La scelta di Carlo Chiaborelli cadrà all'inizio su argomenti leggeri: Il carnevale di Roma, "il più matto e originale" (ma non manca la stoccata anticlericale: esso è stato strumento di potere dei papi), citando beninteso l'autorità di Alessandro Ademollo (che nel 1883 avava pubblicato proprio Il carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII).
Una settimana più tardi Italus narra dei premi conseguiti dalle case acquesi Beccaro e Debenedetti all'esposizione vinicola (a proposito: sono insigniti Moscato passito, Vermouth e Champagne, ma "nostrale", come si diceva allora: si tratta di spumante).
Sulla GdA del 6/7 aprile "la fotografia" in prosa di tre pubbliche passeggiate: Gianicolo, Pincio e Villa Borghese. Poi dai versi petrarcheschi, come detto nel passato numero, Italus passa presto alla politica (pro Maggiorino). Articoli densi, certo, ma anche saggi di impegno come quello che propone nel 1891 (ha ventisei anni), pubblicato per i tipi della "tipografia" di casa (Dina, dove si stampa anche la GdA). Di alcune riforme allo statuto fondamentale del Regno è il titolo di questo opuscolo di 32 pagine che si può leggere presso la Sala Conservazione della nostra Civica (un volumetto doppiamente prezioso: appartenne a Francesco Bisio).
Politico è il tema anche di Pepito, che su GdA del 26/27 giugno 1886 si diverte a costruire un frizzante "bestiario" con i cognomi degli eletti in Parlamento.
E tra gli onorevoli, sempre nel 1886, annus mirabilis per gli acquesi a Roma, troviamo Maggiorino Ferraris (che ottiene la vittoria nel collegio acquese, il 23 maggio, con 8820 suffragi), a seguire le orme di Giuseppe Saracco, in allora senatore, dal 1 giugno vicepresidente dell' assemblea.
Persino a Teatro (il "Nazionale") una piece di un'altra penna acquese, l'avvocato Caro Core, collaboratore della GdA. In scena La bella di S. Luri, fosca vicenda in 4 atti, ambientata ad inizio XV secolo nella Sardegna di Re Martino d'Aragona.
E tra i "grandi" concittadini a Roma come non ricordare Giulio Monteverde, cui "L'illustrazione Italiana" dedica la copertina del numero del 15 gennaio 1893, mentre dà il braccio alla regina Margherita (e nel 1893, Maggiorino, per non essere da meno è ministro per le poste e pei telegrafi).
Considerato che la colonia acquese a Roma in questo periodo si arricchirà con le presenze dello scultore Luigi Bistolfi (ne parla Verax già su GdA 22/23 luglio 1882), del musicista Girolamo Penengo (dal 1890 nella capitale a cercar fortuna), virtuoso dell'archetto, della prof.ssa e scienziata Evangelina Bottero, e della penne di Sordello (al momento una sola occorrenza GdA 30 aprile/1 maggio 1887) e di Fausto (invece attivissimo negli ultimi anni Novanta) davvero non si farà fatica a comprendere l'esigenza di un reportage romano sulle colonne acquesi.
Poi arriva anche Carlo Alberto Cortina, cugino di Italus (poiché figlio di Francesca Chiaborelli), che agli esordi sulla GdA si faceva chiamar Pèplos (si vedano le puntate tre, quattro e cinque della nostra inchiesta), ora giornalista della "Piemontese". Ma che neppure dimentica "la Gazzetta di casa". Il 7/8 giugno 1890, è proprio lui, con un pezzo dal titolo Dalle rive del Tevere, ad alimentare il pessimismo di Carlo Chiaborelli. Che primo aveva acceso le polveri. Vediamo perché.

Roma 1890

La Roma di Italus non è certo quella fantasmagorica città che Gabriele D'Annunzio descrive ne Il piacere (pubblicato poco prima, nel 1889, su "Nuova Antologia").
È, semmai, la dimessa città pirandelliana che Adriano Meis/Mattia Pascal conosce.
E questo anche se, assai spesso, Italus si è soffermato suoi nuovi monumenti della capitale. Ricordavamo nella sedicesima puntata quelli per Pietro Cossa e Giuseppe Mazzini; ma poi Italus parlerà dell'anniversario di Giordano Bruno (eletto campione contro la Roma dei Papi; cfr. GdA 19/20 gennaio 1887) e del marmo per gli eroi di Dogali (GdA 11/12 giugno stesso anno).
Sulla GdA del 26/27 aprile 1890 il primo "a fondo" (seguirà la già citata "risposta" del Cortina) di Italus, con una serie di critiche alla Città Eterna che qui proviamo a riassumere.
Impietoso Italus, nonostante i "colossali lavori" che hanno portato alla creazione dei nuovi quartieri (Esquilino, Prati di Castello, Macao), quelli sì eleganti e intersecati da lunghe e spaziose direttrici; lui vaticina che mai Roma sarà una città moderna.
[Che Pirandello abbia letto Chiaborelli? Sentite cosa Luigi mette in bocca ad Anselmo Paleari: "Quando una città ha avuto la vita di Roma, con caratteri così spiccati e particolari, non può diventare una città moderna, cioè una città come un'altra. Roma giace là, col suo gran cuore frantumato alle spalle del Campidoglio"].

Una piccola o una grande capitale?

E proprio nell'antico cuore della capitale sono "vie strette e tortuose dove la rivoluzione si arresta, l'aria e la luce non penetrano che a stento, invase notte e dì da una folla d'importuni mendicanti, maschi e femmine di tutte le età, che vi attorniano e v'impediscono il passo".
Chiaborelli riferisce di una "stazione ferroviaria che minaccia rovina da tutte le parti"…, di "strade non selciate, o selciate malamente, prive di marciapiedi, dotate di meschina illuminazione"…, di coltivazioni nell'agro, dove le febbri mietono centinaia di vite all'anno, che sono allo stato primitivo ("l'Abissinia, l'Abissinia": e siamo proprio nell'anno che vede Francesco Crispi, a quasi un anno dalla data - 2 maggio 1889 - del trattato di Uccialli, impegnato a trattare con Menelik a proposito della colonia Eritrea), "eppure nessuno si scuote per curare l'esatta applicazione della legge voluta dal parlamento parecchi anni sono, e intenta a bonificare quelle terre da Dio maledette" [qui Italus si riferisce alle leggi approvate nel dicembre 1879; nel luglio 1883 venne formata una commissione di esperti per un più determinato progetto d'intervento].
E ancora: pochi chilometri Roma dista dal mare, "ma nessuno pensa ad un grandioso canale navigabile; a Torino, Milano, a Parigi e Londra pubblici comizi sarebbero tosto indetti e coll'aiuto della stampa, lo Stato sarebbe costretto ad intervenire".
Invece qui "i discendenti degli Antichi Romani non si sono mossi dal loro lungo torpore". A cominciare dall'aristocrazia che "se ne vive ritirata e solinga negli aviti palazzi e castelli, e disdegna di scendere a patti con l'Italica Rivoluzione [il Risorgimento]".
È un fiume in piena il Nostro Italus. E anche sotto il profilo culturale l'Urbe mostra l'imperizia di certi professori dell'Università (e poi la cattedra di Dante è deserta; i migliori ingegni - Carducci, Luzzati, Vidari, Pessina - preferiscono altri studi a quello di Roma), una vita artistica modesta (il Teatro Argentina e il Costanzi son già chiusi [ma Italus verrà smentito: il 17 giugno 1890 proprio il Costanzi accoglie la prima rappresentazione di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, gran successo], il Valle occupato dallo Scarpetta, "i cui lavori un pubblico serio non potrebbe giammai accettare"); l'editore Perino non è degno di essere paragonato agli altri del Nord Italia (Treves, Zanichelli, Roux e Favale, Sonzogno) tanto i lavori sono rudimentali.
Insomma, Roma indegna d'esser capitale.

Chiaborelli & Cortina penne... alla romana

Un libro. Ci vorrebbe un libro per raccontare quanto scritto da Carlo Italus Chiaborelli in cinquant'anni di attività.
Per fortuna ci interessiamo solo della stagione dei suoi esordi, di quell'amato fine Ottocento che "le penne" acquesi stanno facendo riemergere puntata dopo puntata.
Così, dopo aver dedicato ad Italus due pagine (sui numeri de "L'Ancora" del 21 dicembre e del 22 febbraio; puntate 16 e 17), in questa terza dapprima chiuderemo il discorso su Roma. Poi ci soffermeremo sugli interessi sociali del nostro (che non si esime dal trattare i temi dell'emigrazione). A fine XIX secolo erano i nostri nonni ad andare in cerca di fortuna, il che molti - sembra - abbiano da noi oggi dimenticato.
E proprio sulle affinità tra presente e passato conviene ragionare.
Alla Storia piace tornare su se stessa. Lo scandalo della Banca Romana del 1893 - che (come si vedrà nel nostro testo) tanto affascinò il giovane Chiaborelli - non è stato paragonato alla recente vicenda che sta coinvolgendo gli istituti di credito, la Parmalat e la Cirio, e i risparmiatori?
La spedizione militare in Africa dell'età crispina divideva i parlamentari, come oggi capita per quella in Iraq.
La Fillossera di ieri, flagello dei vigneti, evolve in Flavescenza (ne parleremo prossimamente a proposito delle "penne agricole").
A fine XX secolo il Nord grida "Roma ladrona"; dalle medesime regioni, cento anni prima, i letterati e i notabili condensano le critiche in un ideale "Roma cialtrona".
Tra questi il nostro Italus, che non contento di quanto ci aveva riferito nella scorsa puntata, rincara la dose, in un crescendo che ha l'intensità dei modi di un Catone.
Finiamo di leggere il suo articolo, che lo vedeva scontento dell'arretratezza e del "provincialismo" di Roma. Neppure riguardo a vivacità culturale, gli esiti capitolini non sono ancora degni di quelli sognati per la grande capitale del nuovo regno.
È la GdA del 26/27 aprile 1890 a guidarci.

Italus censore

Anche riguardo la politica non c'è ragione per esser soddisfatti di Roma: "Il sindaco Armellini è l'ombra dell'illustre genitore" [uno dei triumviri della Repubblica Romana, nel 1848, con Mazzini e Saffi], il Parlamento "una baracca di legno e carta pesta"; in attesa venga completato il nuovo Palazzo, progettato dal Calderini, "la Giustizia viene amministrata in luoghi che fanno assolutamente ribrezzo tanto son luridi e schifosi; intollerabile poi che l'Augusto Capo dello Stato [il Re] risieda in una reggia inferiore sotto molti riguardi a parecchi palazzi privati".

Un'altra campana

Alle critiche su Roma sopra riportate risponde, in punta di penna (è il suo stile) Carlo Alberto Cortina nel già citato (nella precedente puntata) articolo della GdA del 7/8 giugno 1890.
E la parentela tra le due "penne" rende più facile il gioco, permettendo licenze che oscillano tra serio e faceto.
"Devo dir che impressione mi ha fatto Roma? Italus nel suo pessimismo intransigente gridi quanto vuole, ma questa impressione è stata grande, maggiore di quella avuta nel 1884 quando la visitai rapidissimamente una prima volta". Un'impressione "triste, piccina, penosa" coglie invece l'antico Pèplos passando per Torino, di aspetto "freddo, monotono, stagnante" (ricordiamo che Cortina ormai da mesi vive a Parigi).
"A Torino trovai il marasmo [sic], la crisi, l'anemia; qui [a Roma] la vetustà, il movimento che mi entusiasmarono, e soprattutto trovai ancora la vita. Non la vita turbinosa, ammazzante di Parigi, ma una vita per lo meno da grande capitale. Proporzionate le due popolazioni, di 2.700.000 [abitanti] Parigi e 400.000 Roma, il confronto reggeva".
Piena di speranza la conclusione: "Roma ha la stoffa di un grande centro mondiale. È suscettibile di arrivare al diapason della parabola vitale che Parigi ha toccato da molto tempo e da cui tende, in non lontani anni, a declinare. Roma ha, per giunta, il pregio incommensurabile dei suoi monumenti".
Quindi, dopo la immancabile stoccata anticlericale, l'apoteosi: "Definitivamente spastoiata dal prete, Roma è destinata ad un grande avvenire, più maestoso forse, più civile certo, dell'altezza toccata coi Cesari".

La replica del Chiaborelli

Poteva Italus, "sanguigno", starsene buono buono a leggersi questo ritrattino edulcorato? No di certo. Ecco allora la replica (GdA del 14/15 giugno) a stretto giro di posta.
Accusato di "intransigenza", Italus si difende dicendo che "non si tratta di pessimismo, né di ottimismo, ma di verismo".
Chiaborelli riconosce il cammino fatto dal 1870 al 1890 ma, suo malgrado, è costretto "ad ammettere che per quanti passi giganteschi si siano fatti, l'odierna capitale del giovane regno è molto al di sotto di Milano e Torino".
Di Roma, "la venerabile patrona che conta 2643 primavere", Cortina scrive avere "la stoffa di un grande centro mondiale". Italus ribatte che c'è la stoffa, ma l'abito sinora è malamente imbastito.
Il dito è puntato "sui lavori edilizi proceduti quasi tutti con la testa nel sacco; Cortina è ammaliato dalla bella Roma Trasteverina (oltretutto, cosa può aver visto il "collega" con un soggiorno di neppure 15 giorni tra 1884 e 1890, si chiede ironico); ma "dove sono gli alti fumaioli, dal nero pennacchio, dove le macchine, le officine, le industrie che sfamano il popolo e lo rendono degno di migliori destini?". Non basta la "vita artificiale" di migliaia di impiegati.
Da un lato Torino "linda e gentile", dall'altro Roma, dove Pèplos non ha potuto ammirare e lodare l'eccellentissimo nostro municipio, che fra le altre indecenze permette a tutte le ore del giorno lo scarico nelle pubbliche strade di mucchi di letame che poi, con tutta comodità, viene caricato sui carri e portato via".
Solo su un dato Cortina e Chiaborelli hanno pieno accordo: sull'avversione alla Chiesa. Italus rinforza l'idea definendo la capitale "necropoli di preti e frati".
Non c'è dubbio, però, che in quella città Italus si trovi a suo agio, e anche parecchio.
Così, scoppiato lo scandalo della Banca Romana [governatore e cassiere sono arrestati, mentre la commissione d'inchiesta governativa, presieduta dal senatore Gaspare Finali, accerta la circolazione abusiva di 65 milioni di lire, e la stampa in serie doppia di 40 milioni di carta moneta], scandalo che porterà alle dimissioni dell'astro nascente Giovanni Giolitti, Italus può scrivere (GdA 11/12 febbraio 1893): "Mai come in questi giorni ho sinceramente rimpianto di non essere corrispondente di un grande giornale quotidiano, mai come ora mi sono trovato nell'imbarazzo nel volermi tenere al corrente di tutto ciò che accade in arte, in letteratura, in politica, in finanza e mai, come al presente, mi sono accorto del piccolo formato della "Gazzetta" e che essa esce una sola volta alla settimana".
Narrato dell'affaire, stigmatizzato il malcostume, non restano a Chiaborelli che gli applausi.
Per chi sono? Ma per Maggiorino, naturalmente, che vota contro Giolitti, per l'On. Ferraris che "di questi giorni a tutt'uomo lavorò affinché i paese fosse illuminato e giustizia fosse fatta".

Appendice … con Cortina

La ultime notizie da Roma fine Ottocento le leggiamo da due copie de "La Stampa - La Gazzetta Piemontese" - inserite nella Miscellanea 52-91 della nostra Biblioteca Civica. Una raccolta eterogenea, dono di Luigi Vigorelli, che con il titolo di varie testate nazionali (oltre al giornale di Torino c'è il "Secolo XIX" anche il "Don Chisciotte", e uno speciale del "Corriere della Sera"), porta occasionalmente anche i destinatari della spedizione postale. Due i nomi (con indirizzo) citati: Carlo Chiaborelli (Spigno Monferrato) e C.A.Cortina, via Lombardia 14, Roma.
Siamo nel 1896 e Cortina è ormai corrispondente…di grido. Su "La Stampa" del 25 ottobre la cronaca del matrimonio del Principe di Napoli Vittorio Emanuele con Elena di Montenegro non viene firmata, ma alla data del 23 dicembre (stesso anno) ha echi nazionali l'intervista collettiva a 130 deputati che ha titolo "Bisogna venir via dall'Africa?"
A redigerla il nostro Carlo Alberto Cortina (che esprimerà pure lui: è per rimanere), lesto a fornirci prova della sua eccellente attitudine alla politica parlamentare, attestata - per altro - da prove ancor più ambiziose (che in un prossimo futuro passeremo in rassegna).
Sulla questione coloniale, spinosissima, tanti pareri: ci scuseranno Felice Cavallotti e Napoleone Colajanni se qui ricorderemo solo la fulminante battuta ("libera nos ab Africa") di Filippo Turati, la radicale posizione del quasi conterraneo - è un cairese - on. Adolfo Sanguinetti ("dall'Eritrea e dall'Etiopia non c'è e non può esserci avvenire, né commerciale, né industriale, né agricolo") e i dubbi del deputato Carlo Borgatta (che anche gli acquesi contribuirono a eleggere nelle Politiche del 1882, del 1886 e del 1890; in quelle del 26 maggio 1895 ruisultò vincente nel collegio di Novi). Ma proprio l'indecisione "del mio amico personale Borgatta, il quale tricerò la sua paura di compromettersi con una pretesa correttezza parlamentare, secondo cui il deputato non debba mai aprir bocca in materia di opinioni se non alla camera", bonariamente criticata dal Cortina, diviene con il suo "antiprotagonismo", una vera e propria rarità per la politica d'oggi assetata di microfoni e telecamere.

Italus e l'emigrazione

Una tematica sociale che non viene disattesa, e anzi costituisce un vero e proprio filo rosso in queste annate per il giornale, è quella dell'emigrazione.
Il contributo di Italus si rifa ai dati dell'annuario che, per questa materia, lo Stato cominciò a pubblicare dal 1876 (significativamente il primo anno di Governo della Sinistra Storica). La disamina porta il titolo Emigrazione in Provincia di Alessandria nel triennio 1883-1885, e poi nell'anno 1886, e poi nell'anno 1887 (numeri della "Gazzetta del 6/7 agosto e 26/27 novembre1887, 24/25 novembre 1888).
E Carlo Chiaborelli, vicino alla Società Operaia, al paese, alla sua gente, non può affrontare con distacco il problema "L'emigrazione [è] una delle principali piaghe, se non la maggiore che affligge la nostra Penisola, causa non ultima delle tristi condizioni in cui versa l'agricoltura paesana, condizioni che invece di migliorare accennano, per un motivo o per un altro a farsi peggiori. In queste condizioni di cose il Governo ha l'obbligo di impedire dai nostri confini il doloroso esodo di tante migliaia di contadini, non già violentando la loro libertà, ma rendendo ad essi meno grave, meno aspro il duro e faticossissimo lavoro della terra, giacchè in tutti i tempi e in tutti i luoghi essa è stata e sempre sarà fonte di ricchezza e nutrice feconda di popoli".
Rimandiamo al saggio di Francesco Surdich I giornali del circondario di Acqui di fronte al problema dell'emigrazione di massa (1879-1897), pubblicato sulla Miscellanea duemila promossa dalla Comunità Montana Val Bormida, Miellesimo,2000 (n. uno della Collana si Studi Valbormidesi diretta da Giannino Balbis) per il quadro d'insieme.
Ma proprio questi articoli di Italus ci danno la cifra dei suoi interessi locali: Italus anche quando vive a Roma, si sente sempre monferrino.
E nelle sua terra le condizioni son ben diverse.
Lo spettro della povertà e dell'emigrazione emerge, con ulteriori indizi, tra i fogli del giornale. Proprio nel 1888 spesso ricorre l'inserzione pubblicitaria dei vapori francesi che, in partenza da Genova (il 10 di ogni mese), si dirigono nelle grandi città del Sud America: Rio de Janeiro, Montevideo, Buenos Ayres [sic], promettendo una traversata "con vitto scelto: vino, carne fresca e pane fresco".
Ma non a questi lidi, con i "vapori" della speranza, saremo diretti la prossima puntata.
Ci aspetta, tra quindici giorni, una giterella in quel di Spigno Monferrato.
E, ovviamente, Carlo Chiaborelli ci farà da guida.

Giulio Sardi

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