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Alle origini del giornalismo acquese (7)

 

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Il maestro Francesco Depetris cantore della fiera di luglio

Penne acquesi sulla Fiera. Ovviamente quella di luglio. Quella di S. Guido. È il "calendario" ad ispirare questa nuova puntata (n.19) dedicata ai "giornalisti" acquesi d'un tempo. Torniamo, dunque, alla fine del XIX secolo, leggendo dalle pagine de "La Gazzetta d'Acqui" (d'ora in avanti abbreviata, come al solito, GdA) e de "La Bollente". Scopriremo, così, che la fiera - sino al 1888, anno della prematura morte - ha un suo "cantore" principe. È Francesco Depetris, maestro elementare ma anche chirurgo veterinario, "bell'ingegno e spirito arguto", poeta e drammaturgo per diletto, che nelle sue prose In giro per la fiera immortala per noi scene altrimenti per sempre perdute.

I fuochi

Non ai Bagni. Ma sulla piazza del Pallone. È questo il luogo dei "fuochi". La piazza della Ghinghetta [oggi Piazza S. Guido]. Non di lunedì poi, ma di domenica. Così capitava tra 1879 e 1888. E non si pensi che i "fuochi musicali" degli ultimi anni a cavallo del secondo millennio siano stati per Acqui una assoluta novità. Le cronache (GdA del 14 e 15 luglio 1885) ci dicono che la banda musicale cittadina (che in quell'occasione sfoggiò la nuova uniforme "semplice ed elegante") già usava accompagnare "l'accensione" schierandosi vicino alla fontana della Rocca.
E parecchio dovevano suonare, poiché lo spettacolo poteva protrarsi, certi anni (vedi il 1887) anche per un paio d'ore, se si mandava per aria un razzo per volta con intervalli interminabili.
"Tic, poom, poom, trac, trac: un quattrocento lire vanno in fumo", chiosa Depetris nel suo Giro del 1884.
Quanto alle cronache, esse prendono ovviamente in considerazione la qualità estetica dello spettacolo.
Anni "magri" il 1879 e il 1883: in questa ultima occasione - cfr. GdA 10-11 luglio - i fuochi "riuscirono meschinissimi, e non per colpa del pirotecnico, il quale non ha dato più del corrispettivo ricevuto. Ci pare che anche in fatto di fuochi artificiali calzi proprio a cappello la massima del marchese Colombi, che, cioè, le cose si fanno o non si fanno. Inutile dire che l'epoca era quella del concreto amministratore Giuseppe Saracco: non certo "una cicala" il nostro sindaco.
Le cose vanno un po' meglio qualche anno dopo. Un breve trafiletto anonimo della GdA del 7-8 luglio 1888 riferisce di "una capatina nel deposito dei fuochi artificiali che il distinto pirotecnico torinese Ghigino presenterà domani sera nel piazzale del Pallone. Abbiamo veduto una miriade di apparecchi: girandole, fuochi fissi, bombe di enormi dimensioni le quali lanciate a due o trecento metri di altezza faranno piovere sul capo degli spettatori una pioggia di stelle d'ogni colore".
Ma gustiamoci una pagina di Francesco Depetris: leggiamo da In giro per la Fiera, appendice della GdA del 16/17 luglio 1887.

Un cronista straordinario

"L'unica novità gustata quest'anno furono i fuochi artificiali, bruciati fra i battimani di diecimila persone sulla piazza. I palloni che si gonfiavano con abbastanza celerità furono assi applauditi perché, dopo essersi lanciati nello spazio, lasciavano cadere come una pioggia di stelle, le quali man mano impallidivano e, poscia, si ravvivavano di nuova luce, ed una nubetta bianca, bianca, diafana, circondava il pallone che saliva, saliva, impiccioliva, e la nube mai l'abbandonava, sicché l'effetto ottico era sorprendente.
L'altra novità furono i siluri, questi figli del fuoco […] hanno destata l'ammirazione e l'entusiasmo dei buoni acquesi; non so perché un mio vicino li abbia battezzati siluri; forse perché questi razzi, giunti a vistosa altezza, si spandevano per vasto circuito in tante strisce guizzanti di fuoco, mandando sibili come quelli dei serpenti.
Io non credeva che si potesse dar anima e sentimento ed amor proprio agli aerostati, alle girandole, eppure la sera di domenica ho dovuto convincermene". E il Nostro paragona il primo pallone che "salì maestoso nella regione delle nubi", al secondo che, giunto "stentatamente" in una certa regione… si abbruciò le cervella". Fuochi eroici e altri… depressi.
Gran fantasia quella del Depetris. Che se prima, tanto preciso, sembra verista, sa anche esser…dantesco (o apocalittico, se preferite).
Dalla GdA del 17/18 luglio 1883, uno stralcio dalla cronaca Quattro giorni di febbre [da fie..ra]: "Udii squilli di tromba, per la qual cosa credetti che quelli mi chiamassero al Giudizio Universale, perché una gran folla di gente si urtava per la vasta piazza, chi io pensai fosse la valle di Giosafatte. Molti vidi seduti per terra, uomini e donne e ragazzi alla rinfusa, le tenebre erano calate, e io vidi una cosa gonfiarsi e poi salire in alto, io giudicai essere un pallone, poi vidi gonfiare un altro pallone, poi un altro, un altro ancora, e la gente pareva gonfiare anch'essa…
Poi vidi una pioggia d'oro, credeva che fosse Magliani [Agostino, in quegli anni ministro del tesoro con Depretis e Cairoli] che la mandasse, ma ad un tratto cessò, e non vidi Magliani, ma solo una girandola che agitava le semispente bracia."

La colombina

Tradizioni resistono, altre sono dimenticate. La GdA del 15/16 luglio 1884 ricorda la "solitissima colomba guizzante per Via Nuova (Corso Italia) ad accendere qual e là fuochi di bengala". Due anni più tardi viene ricordata (GdA 6/7 luglio) una colomba con la coda di scintille e "la solita illuminazione della Bollente".
Che passione i fuochi! E allora non fa specie trovare la pubblicità di un "gran deposito di globi per illuminazione aerostatici e fuochi d'artificio" presso la Libreria Levi.

Tra banchi e baracconi

Il cuore della fiera è però tra Pisterna, Piazza Bollente (illuminata a festa), piazza Addolorata e l'orto S. Pietro. Ben quattro (certi anni tre) i giorni dedicati alla baraonda (cioè alla fiera, perché la festa cade di domenica), che inizia il lunedì.
Certo, in alcune edizioni (Cfr. GdA 16-16 luglio 1882), si fanno economie:" non sappiamo perché quest'anno la Società degli Esercenti non abbia, come pel passato, apprestato pubblici divertimenti"; in altre (1883) i lavori urgenti della campagna "mietitura e zappatura delle viti", ritardati dalle piogge, riducono il concorso di gente e animali. Ma questo non arresta la penna del Depetris (proprio 1883, GdA del 17/18 luglio): "Sulla piazza dell'Addolorata si piantavano pali per deliziare quei fortunati abitanti e colla musica del ballo astigiano e colla gran cassa delle baracche s'invitavano i c…uriosi a vedere i fenomene straordinari mai più visti".
Fiera e masochismo: "Sulla piazza era piantato l'albero della libertà, cioè della cuccagna, ossia un albero che aveva tutti i requisiti per far rompere l'osso del collo per la tenue moneta di lire dieci". E ancora. "Sulla piazza dei maiali, volevo dire dove si tiene il mercato di essi [si noti che su quella piazza il Nostro ha abitazione] era pure un trave fisso al piano inclinato nel muricciolo della Ghinghetta, levigato e insaponato a dovere per far battere qualchecosa di sacro sulla paglia, a coloro che non avessero potuto tenere il loro centro di gravità su quel trampolino".

Ars & scientia

Leggiamo da GdA dell'11-12 luglio 1885.
"I prodromi della fiera sono arrivati, la Piazza Addolorata ne è piena, dalla proverbiale giostra al ballo da baston..e, e cavallerizzi e sonnambule, teatri meccanici, l'esercito di re Pipino, quadri p..lastici, insomma un pandemonio. Fortunati gli abitanti di quell'Eldorado […]. Però, in mezzo a quel caos multiforme di spettacoli, la scienza volle erigere il suo padiglione per provare come, fra l'assordante frastuono delle trombe dei saltimbanchi, dei tamburi, dei piattelli, delle campane e di tutti gli altri strumenti fragorosi, da chi ama veramente il bello e il vero si possa esser isolati e studiare la… natura".
Anonimo il pezzo, ma lo stile è del giocondo Depetris, che divertito si dedica al padiglione del Museo Anatomico, "colle sue preparazioni in cera, e naturali, con tutte le sue curiosità teratologiche, patologiche e cronologiche" […] per gli studenti "pascolo per i loro studi zoologici; essi vedranno campioni di mammiferi, cominciando dalla famiglia dei quadrumani (dal tipo il Gorilla) scendendo al quadrupede domestico".
Ma la grand'attrazione è un'altra. "Havvi per gli amanti delle leccornie la cintura di castità del Medio Evo; ed il libro vi dà la spiegazione finora non vi fossero che tre cinture come preservativo contro la infedeltà delle donne, ma nel museo ve ne ha una quarta".
Tra le grandi attrazioni del 1879 il Ciclorama posto sulla piazza del Fieno [presso Via Monteverde]. Con 15 centesimi è possibile realizzare "un viaggio a Parigi e le più interessanti città del globo, e per l'ora di cena essere di ritorno fra le pareti domestiche" (GdA 24 giugno).

Dal foro boario

"La fiera, per concorso di popolo e per mostra di bestiame specialmente bovino è a niun'altra seconda". Così recita il manifesto che l'amministrazione fa affiggere nel 1884. Ed è la Società degli Esercenti a distribuire annualmente i premi che toccano alla più bella coppia di buoi, di manzi, alla più bella giovenca e alla più bella vacca.
Non solo boves. Sunt etiam le Cose asinine (GdA 7/8 luglio 1888):" Il mercatino di questi utili e modesti quadrupedi venne finalmente portato via dalla Piazza delle Nuove Terme. Fu stabilito sul piazzale del novello Foro Boario, all'estremità di Via Jona Ottolenghi [oggi Piazza Matteotti].

La musica

La banda, concerti di organetti, trombe, tamburi, campane d'ogni sorta, tam tam, "strumenti inventati dal Santo Uffizio buon'anima", muggiti e ragli: non si esaurisce qui "la musica dla fera".
1884 (sempre dal manifesto): "Al Dagna continuerà lo spettacolo colle opere Gemma di Vergy [Donizetti], Un ballo in maschera e Don Checco [dimenticata opera buffa di Nicola De Giosa], con intermezzi danzanti. 1886 (GdA, 17/18 luglio). "Il Faust, il Trovatore e la Norma. Acqui è decisamente il paese dei miracoli, è la terra dei suoni e dei canti per eccellenza; e poi calunniano il Sindaco dicendo che è poco amante della Musica… Nel breve giro d'un anno si diedero ben quindici spartiti, e nel momento in cui scrivo ne sono minacciati cinque, tre al Dagna e due al Politeama colla giunta di un ballo con delle Tersicori seducenti".

La fiera dei pericoli

Tra coltellate in agguato e il Bormida traditore (che promette refrigerio e poi annega) non c'è proprio da star tranquilli. E dire che le forze di P.S. vigilano e schiaffano in gattabuia: essere sorpresi in atteggiamento sospetto, e in più essere da nessuno conosciuto e senza recapito, basta a determinare l'arresto.
Il ballo pubblico, volgarmente "da bastoni", [è] così detto per ricordarci che i suddetti qualche volta finiscono per cadere sulle spalle dei focosi ballerini". Non c'è edizione che non ricordi sbornie e risse.
Assai disgraziata la fiera dell'1888. "La fiera quest'anno fu veramente fiera". Ai fuochi artificiali ben due bimbi restarono malconci per una bomba scoppiata malamente prima d'innalzarsi; martedì un uomo cadde dal cavallo di legno e nel cadere diede un calcio, tanto poderoso sulla faccia d'una bambina, da gettarla a terra come morta"; "un giovinastro attaccò briga all'albergo del Cavallo Bianco; è poi "il giovane e robusto Don Ricci a cogliere in flagrante una megera mentre spogliava tranquillamente una signora di orologio catena e portamonete".
L'anno prima, da "La Bollente" del 12 luglio sappiamo di "tristi della peggior risma che gettarono sul nuovo ed elegante velario del ballo pubblico del vetriolo"; altri durante i fuochi si introdussero dalla tipografia del giornale al negozio di cancelleria Scovazzi, facendo man bassa del denaro.
Attenti, poi, a mendicanti e borsajuoli. "Non intendo parlare di quelli che giocano alla borsa, ma di quelli che giocano la borsa", precisa Depetris. "Quest'anno (è l'87) fecero furore". Non manca l'aneddoto: "Un tale aveva avanzata a colazione un pezzo di focaccia e se la pose nella tasca interna. Giunto a casa si tolse la giubba ma invece della focaccia trovò un lungo taglio al disotto della saccoccia".
Un dubbio, pur dopo tanto tempo: il più meravigliato sarà stato il buon uomo o il ladruncolo?

Gabriele d'Annunzio dedica delle LaudiLe "penne acquesi" e il divino Gabriele

Si doveva tenere venerdì primo ottobre, a Palazzo Robellini, una conferenza (poi annullata) concernente la figura di Gabriele D'Annunzio. E proprio questa suggestione, unita alla lettura di qualche pagine dell'epistolario di Benigno Palmerio - veterinario fiorentino, ma poi anche fedele amico e amministratore tuttofare dell'"imaginifico", figura devota capace di assicurare all'abruzzese un determinante appoggio negli anni del soggiorno trascorsi alla Capponcina, a Settignano (Fi) -ha suggerito la domanda che cerca, anche ad Acqui e tra i suoi concittadini, i segni della frequentazione con chi, imponendo alla vita di somigliare all'arte, fu capace di costruire - ai danni del lettori - un raffinatissimo esercizio di camaleontismo (o, se si vuole essere più severi, un catalogo sterminato di menzogne).
Nella sua vita anche qualcosa della nostra città. E poiché a D'Annunzio si addice lo stile coturnato, anche i suoi interlocutori bollentini - penne davvero auree - saranno di prim'ordine.

D'Annunzio e gli acquesi: Gabriele e Maggiorino

Dunque anche gli acquesi ebbero a che fare con quello che si potrebbe chiamare "il più ingombrante" letterato del suo tempo.
Una prima connessione concerne i nomi di Maggiorino Ferraris e di Guido Baccalario che - con ruoli differenti, ma ugualmente delicati: l'uno direttore, l'altro segretario di redazione - troviamo alla guida de "Nuova Antologia" (d'ora innanzi N.A.) dal primo luglio 1897.
La "rivista di lettere, scienze ed arti", già nel numero del 16 giugno 1889, ancora proprietà Protonotari, presentava - con una articolata recensione de Il piacere a firma di Enrico Nencioni - una pagina pubblicitaria (ad apertura di rivista, su carta colorata rosa) che raccoglieva alcuni giudizi relativi al romanzo in cui presto si identificherà il Decadentismo italiano, da parte delle principali testate giornalistiche ("Capitan Fracassa", "Fanfulla", "Illustrazione Italiana", "Corriere di Napoli", "Tribuna").
Una strategia pubblicitaria impeccabile (e soprattutto assai in anticipo sui tempi) accompagnava così l'uscita delle avventure dell'esteta Andrea Sperelli, e di lì a poco (1 settembre) D'Annunzio, suo alter ego, pubblicando Villa Chigi, della raccolta delle "Elegie Romane", sulle pagine della N.A., sembra voler ringraziare per la notevole attenzione ricevuta.
Anche quando la proprietà passò a Maggiorino Ferraris (della rivista giovane redattore, ma ora, nel 1897 politico collaudato da dieci anni di vita parlamentare) i contatti proseguirono.
Il 17 dicembre 1896 era mancato, a Firenze, Giuseppe Protonotari e con lui "si spegneva la dinastia che ha fondato [con il fratello Francesco, che era morto oto anni prima], e per trentuno anni diretto la maggior Rivista d'Italia" : così recitava N.A listata a lutto il 1 gennaio 1997.

Poi era arrivato l'intraprendente Maggiorino

Proprio nel tra fine 1897- e inizio 1898 (dal marzo Gabriele eleggerà a residenza la Villa di Settignano, amministrata da Benigno Palmerio) i fascicoli del 16 dicembre e quello del 1 gennaio testimoniano due ulteriori collaborazioni con la rivista che ha da poco inaugurato un nuovo corso: D'Annunzio (che è fresco d'elezione alla Camera: il ruolo istituzionale viene sempre messo in evidenza - cfr. anche l'indice della prima pagina - poichè N.A. viene fatta stampata presso la tipografia del Senato) licenzia prima la Parabola delle vergini fatue e di quelle prudenti, quindi La parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro.

Gabriele D'Annunzio dedica a Maggiorino FerrarisDel resto, proprio la statura artistica dell'uomo (indiscutibile; che poi D'Annunzio possa piacere o meno è un'altra questione) lo legherà strettamente per tutti questi anni alla testata, e - potremmo ipotizzare - anche al Ferraris.
Senza pretesa di esaustività, è possibile produrre ulteriori esempi, nei quali il Nostro ora ha ruolo di Autore, e ora diviene oggetto del discorso.
Quanto alla prima eventualità segnaliamo come D'Annunzio inauguri il fascicolo di N.A. del 16 novembre 1900 con i versi dell'ecloga L'oleandro; nel 1898 invece è la rubrica "Tra libri e riviste" a riassumere un saggio su I romanzi di D'Annunzio, pubblicato a dall'inglese Virginia M. Crawford su "Cosmopolis"; il primo aprile 1900 è Enrico Panzacchi a rivolgere all'autore de Il fuoco una lettera aperta; infine nel 1901 Luigi Lodi (N.A. primo aprile) dedica un suo saggio a La canzone di Garibaldi, altro parto del vulcanico Gabriele (collezionista - ma la cosa non stupisce - anche dei cimeli delle camicie rosse).
Ovviamente i rapporti editoriali, e naturalmente la frequentazione del mondo romano (più quello delle feste e dei ricevimenti che quello della politica) contribuirono ad avvicinare i due personaggi che appartengono ad una medesima generazione (Gabriele, che nasce nel 1863, è sette anni più giovane rispetto a Maggiorino), forse al punto da poter ipotizzare un soggiorno al Cartino, alla Villa Maddalena di Melazzo o nelle altre proprietà dei Baccalario e dei Ferraris sparse sui bricchi vicini alla città della Bollente.
Alla questione ha solo accennato, su un numero di "Aquesana" (il settimo, 1999), Patrizia Martellozzo Baccalario che - nel tratteggio del "ritratto familiare" di Maggiorino - segnala una dedica che D'Annunzio vergò sulla seconda edizione del quarto libro delle Laudi. Quello di Merope.
Che porta queste parole. "A Maggiorino Ferraris - Per ricordargli lietamente che un giorno mi recò di Turchia una "testimonianza di gloria". Dalle Laude: febbraio 1912". Segue la firma.
Troppo poco per trovar conferma di un soggiorno acquese. Abbastanza per giustificare ulteriori ricerche negli archivi di famiglia.

Gabriele, Hans Barth e GB Bistolfi

Rimandando ad altra sede il computo del "peso acquese" sulla rivista negli anni tra i due secoli (su cui si trova la pubblicità del Terme, della Beccaro, gli interventi di Giuseppe Saracco e Maggiorino Ferraris, le note redazionali di Guido Baccalario, gli interventi di Paolo Mantegazza, già direttore delle cure ad Acqui; e pure un saggio di Costantino Nigra, diplomatico ma anche folclorista, che ospite di Maggiorino attorno al 1890, attinse ai documenti di Melazzo per dirimere la questione se davvero Edoardo II, principe di Galles, sovrano d'Inghilterra avesse soggiornato presso il romitorio del castello acquese), non resta che citare un ulteriore, più tenue legame, che lega Gabriele d'Annunzio alla nostra città e ad un altro suo "figlio".
Si tratta di Giovanni Battista Bistolfi (Sancho), giornalista prima de "La Gazzetta d'Acqui" (al pari dei quasi coetanei Carlo Chiaborelli e Carlo Alberto Cortina), quindi corrispondente romano de "La Lombardia", penna del "Don Chisciotte" e quindi del "Nuovo giornale di Firenze".
Bistolfi (manco a dirlo è un avvocato), che nel 1890 ha sposato Lina Ferraris, sorella di Maggiorino (e gli amici, per prenderlo in giro, gli dicono che si è immaggiorinato), è buon amico di Hans Barth, corrispondente dall'Italia del "Berliner Tageblatt". Quando questi (che è ad Acqui nel l'agosto 1898, cfr. "Gazzetta d'Acqui" del 20-21 di quel mese) compila la sua famosa Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri (Roma, Voghera, 1910), ovvero "quel ghiotto libro confezionato bevendo un sorso ad ogni insegna", sarò l'acquese Bistolfi il traduttore e - udite, udite - il divino Gabriele estensore di una prefazione che non poco contribuirà al successo dell'opera.
E, a proposito di tale scritto, Benigno Palmerio non ha dubbi nel giudicarla "mirabile".
Teatro della scrittura non la Capponcina ma, a Marina di Pisa, la villetta di Bocca d'Arno.
E il poeta (che si definisce "miglior fabbro del parlar materno") proprio al tedesco si rivolge, soddisfatto, per nulla a disagio nell'introdurre questa "guida per buongustai": "Eh, mio modesto Hans Barth, bisogna a quando a quando bruciare un granello d'incenso anche nella taverna. È ufficio salutevole per l'anima e pel corpo".

Bibliografia. Gabriele D'Annunzio, Carteggio con Benigno Palmerio, Torino, Aragno, 2003. Benigno Palmerio, Con D'Annunzio alla Capponcina, Firenze, Vallecchi, 1938 (nuova edizione 1995).

Giulio Sardi

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