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Alle origini del giornalismo acquese (8)

 

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Francesco Depetris, una penna per il teatro

Una penna acquese, anzi, una penna "teatrale e poetica" acquese di fine Ottocento: eccoci a parlare di Francesco Depetris.
Un nome non nuovo per i lettori de "L'Ancora". I più fedeli in lui riconosceranno il "cantore della fiera" cui si è dedicata, la puntata, che ebbe per tema la tradizione dei festeggiamenti di S. Guido.
In quella un Depetris "cronista".
In questa, invece, proveremo a ricostruire la consuetudine con il proscenio - non sono neppure lontani i giorni in cui si presenterà la nuova stagione teatrale 2004-2005 - che, a dir la verità, era di molti rimatori dilettanti.
Anche ad Acqui, infatti, era il Teatro (si trattasse del vecchio Dagna, o del Politeama Benazzo) il catalizzatore della vita mondana (sugli scudi soprattutto le opere brillanti di Leopoldo Marenco).
E le compagnie di prosa ospiti erano di stimolo non solo per le filodrammatiche, ma anche per volenterosi versificatori (che, uomini di penna, poi ritroviamo collaboratori della "Gazzetta d'Acqui", che come al solito abbreviamo in GdA, e della "Giovane Acqui", d'ora innanzi GA, de "La Bollente" e poi delle altre testate). E poi scrivere per il teatro diventò arte anche "politica". Non stupisce, nel marzo 1882, che si proponga ad Acqui la "scamiciata" (o "eretica", altro aggettivo d'epoca) commedia Il Cantico dei Cantici di Felice Cavallotti (GdA 18/19 marzo), seguita poi, nel 1888, da un Otello "dramma condensato umoristico" del deputato Desiderato Chiaves, più volte eletto nel nostro collegio (quest'ultima pièce andò in scena al Politeama Benazzo ad opera della compagnia Gemelli; GdA 14/15 luglio).
Un penna profana, quella del Depetris, che talora non disdegna di mettersi al servizio del sacro. Non sfugge così, alla Bibliografia Storica Acquese (1887) del Barone Antonio Manno l'epicedio Nel trigesimo giorno della morte di S.E. monsignor Modesto Contratto, vescovo d'Acqui, Carme, impresso per i tipi di Borghi con data 14 gennaio 1868.
Ma certo le prove sono più numerose intorno al periodo carnevalesco, tempo assai propizio per i versi di Isacco Vitta Zelman (si veda la tredicesima puntata), di Caro Core e di Guido Baccalario (di cui si dirà), di Giuseppe Marenco, e dello sfortunato Francesco Depetris.
Che veterinario, già maestro elementare, in una compagnia di avvocati e funzionari finisce per fare la figura di un "simpatico", quanto scalognato calimero, cui la sorte - oltretutto - non permetterà di raggiungere l'avanzata età.

In scena, in scena

Le prime notizie (per la verità una messe piuttosto abbondante) si riferiscono al 1879, anno ricco poiché le voci della città (per noi disponibili), per gran parte dell'anno sono due ("Giovane Acqui" e "Gazzetta d'Acqui", che dall'autunno si fonderanno).
Iniziamo dalla GA, che sembra assai più sensibile, rispetto alla testata del Lavezzari, a spettacoli e intrattenimenti.
Il catalogo comincia con il 14 gennaio. La Compagnia Diligenti si appresta a lasciare Acqui, e il Nostro scrive "un coro a 12 voci senza musica che è una rivista pepata scritta dal multiforme Depetris, da non confondere con il suo semiomonimo di Stradella [Agostino Depretis, leader della sinistra storica: ma, attenzione, il deputato sarà ad Acqui nell'agosto dello stesso anno per la cura termale]". Interessante la chiosa: "...quello fa un altro genere di commedie a totale benefizio del contribuente".
L'approccio scanzonato alle opere dell'Autore è un topos vero e proprio. Quindici giorni più tardi (GA, 28 gennaio) si annunziano dell'indispensabile Depretis due pezzi che hanno titolo Disperazioni di un poeta e Gli amori di un brigante.

Paperin Depetris
Di questo ultimo lavoro due le recensioni.

Così si esprime l'ignoto Menico (forse che sia l'avv. Giuseppe Marenco?) sulla GA del 25 febbraio.
"Il titolo lascia supporre a tutta prima che si tratti di scene truci, di fatti di sangue ecc. ecc. Nulla di tutto questo: la commedia non ha nulla di orribile né di spaventoso, il brigante del sig. Depetris è un brillante vestito da brigante da burla che per una serie di casi, più comici che verosimili, riesce a far ammattire dallo spavento un poveraccio di albergatore di campagna, il quale finisce col dare la sua figlia in sposa al temuto brigante apocrifo".
Questa la fabula, che sembra rivelare un intreccio deboluccio nelle scene lunghe e talora noioso. "Se il sig. Depetris volesse usare sapientemente dell'operazione cesarea, potrebbe con certezza procacciarsi una larghissima messe di applausi...faccia come io gli dico, tagli qualche cosa, raccorci le scene, rimescoli, dia una piallatina di qua, un colpo di martello di là e ne uscirà un delizioso scherzo".
Una sbirciata alla GdA del primo marzo permette di precisare meglio il quadro. Lo spirito del pezzo (anonimo) è umoristico e leggero.
"L'amico nostro Depetris, il quale si trova sempre in prima fila ogni qual volta si tratta di coadiuvare allo squattrinamento del prossimo a fin di bene, ha cercato di venire in sussidio alle sorti pericolanti del teatro con una produzione sui generis, battezzata con un nome altissimo da mettere i brividi addosso alle ragazze, con quello cioè di Amori d'un brigante.
Riconosciuta "l'attrattiva poco comune della novità e qualche sprazzo di vero umorismo, comprovante la vis comica dello scrittore", l'articolista aggiunge ripetuti ma.
"Il ma c'è, ed è questo. Depetris è d'Acqui ed è malvisto ...dalla fortuna, prerogative codeste più che bastevoli per non riuscire profeta, ed anzi per essere in uggia agli uomini e agli dei".
Non basta certo questo per scalfire la volontà versificatoria del nostro, che (come sappiamo da GA del 18 marzo) confeziona un altro Addio, questa volta "recitato col massimo impegno dalle ultime reliquie della compagnia Regoli".
È il monologo (anzi l'indispensabile monologo) la forma che impazza. La GdA afferma il 15 febbraio: "la monologomania ora invase i prosceni e chissà fin dove si estenderà". Ed è proprio vero: in questi anni la frequenza è formidabile e i dicitori non sono solo i filodrammatici, ma anche gli ufficiali della caserma e i bimbi delle recite.
Tra i più tenaci di quest'arte Isacco Vitta, Carlo Ivaldi (suoi versi in onore del Sindaco Saracco, quando l'11 maggio 1879 si inaugurò la nuova edicola della Bollente; giusto un anno prima lo troviamo direttore del giornale "Il progresso") ... e il Nostro (GA del 12 agosto: "signor proto, non scriva monocolo" si implora dal testo, in occasione della rappresentazione di un dramma in 5 atti - si tratta de Il nuovo giuda - da parte di una filodrammatica acquese.

Còrn e urigia d' ghen:
L'abracadabrà,
l'antisemitismo,
...e una famosa vacca
La sfortuna è la sfortuna.

Così quando nel 1879 Acqui è turbata dalla pubblicazione dell' Abracadabrà, rimedio infallibile contro l'usura. Chiunque porti questo amuleto sarà subito guarito e per sempre preservato dalle piaghe cancrenose degli insetti usurai (un foglio volante di sole due pagine, in quarto, senza indicazione della tipografia, misto di dialetto monferrino e d'ebraico), ad esser tirato in ballo è il povero Depetris.
Occorre dire che la pubblicistica acquese, in merito alla discriminazione, sembra "illuminata". Così vale la pena di ricordare il rammarico con cui la GA, il 18 febbraio 1879, constata l'esistenza di una Via del Ghetto, "che rammenta tempi che la presente civiltà vuole cancellare anco dalla memoria", e tre anni dopo (GdA 25-26 luglio 1882), di cogliere la soddisfatta gioia per il prossimo abbattimento - si parla proprio testualmente di "ultimi giorni per il ghetto" - di alcune case fatiscenti del quartiere, così da poter collegare la Via Nuova (Corso Italia) alla Piazza Bollente (sarà Via Saracco).
Roccaforte della tradizione antiebraica sembra essere la scuola. Già Marco Dolermo (infra) aveva segnalato un episodio relativo ad un maestro elementare che aveva distrutto le cartelline acquistate da alcune allieve presso la Tipografia Dina (la stessa che stampa la "Gazzetta"; GdA 27/28 febbraio 1883). Di pochi mesi posteriore (GdA 2/3 giugno) è la notizia relativa "ad una pubblica scuola di una città che potrebbe essere Acqui [in cui] un professore ha dato per temi di composizione d'italiano ai suoi allievi prima La descrizione della processione fatta il giorno della Festa del Corpus Domini, e poscia La conversione di un israelita al Cattolicesimo".
Sulla GdA del 9 agosto 1879, "tirato pei capelli", il Nostro al direttore Lavezzari (e ai lettori) indirizza la seguente lettera aperta.
"Alcuni pietosi mi dicono che vox populi (ma io non credo voce di Dio) mi fa reo della Abracadabrà.
Sono sulla quarantina, i miei antecedenti non autorizzano certo tale voce; se la mia penna recò qualche insulto, questo fece alle Muse soltanto, ma esse son dee, e perciò perdonano.
Io non so quale sia il movente di codesti fannulloni che vivono di pettegolezzi, a cercare di rovinare il nome d'un poveraccio quale mi son io che devo farmi in cento pezzi per guadagnarmi la vita".
Insomma, è tutta "una panzana nata nelle tarde ore della notte in un caffè o in una bettola dai vapori alcolici".
Questa parte di testo, a dir la verità, è già conosciuta perché pubblicata da Marco Dolermo (Gli ebrei di Acqui, demografia di una comunità in via di estinzione, in "Quaderno di Storia Contemporanea" de l'ISRAL, n.27, anno 2000), che trascurò una seconda parte non meno importante.
"I sibilloni cercarono pure di vulnerarmi da un altro lato, dicendo che io aveva rilasciato una dichiara [sic: da intendere dichiarazione] colla quale faceva sana quella tal carne che fece parlar di sè le nostre gazzette. Mi appello alla lealtà del direttore del dazio e del mio collega Bistolfi, veterinario municipale, se io rilasciai qualche dichiara in tale senso, e se non fui d'avviso di tumulare la disgraziata carne con tutte le cautele a che i corvi non l'avessero a dissotterrare". Un motto latino e il testo, firmato Vostro amico, si chiude.
Qual è "la carne che fece parlare le gazzette"? Quella di una bestia morta, introdotta in città e presentata al Dazio da certo Ricci (GA, 5 agosto) "da questo veterinario [si deduce sia lo scrivente: o è il Bistolfi o è il Depetris] e dal sig. Maestri [Amilcare se è il veterinario citato su GdA il 13/14 giugno 1885] fatta sotterrare". Una bestia celebre. È infatti citata quale "famosa vacca" (da GdA 9 agosto) che un gruppo di macellai acquesi indica come diretta al banco del pizzicagnolo Giacinto Rognone.
La cosa alimentò una vivace polemica tra le parti (altro contributo doveva portare il n. 27 della GdA, che in Biblioteca Civica non è posseduto), surriscaldando animi che già nella primavera del 1879 erano stati provati da un grosso problema alimentare: il contagio delle carni suine (di provenienza americana) da parte della Trichinella spiralis (volgarmente trichina).
Ma abbandoniamo la macelleria e i problemi della igiene alimentare.
Un salto di due anni (le annate della GdA per 1880 e 1881 in Biblioteca Civica non ci sono), ed eccoci alla primavera del 1882.

Poesie patrie e atti comici

Finalmente qualche sprazzo di felicità artistica.
Sul numero del 21/22 marzo le cronache teatrali portano il resoconto di una poesia in onore di Garibaldi (di cui ricorre l'onomastico) scritta dal Depetris in versi martelliani.
A declamarla la sera del 19 marzo è la prima attrice sig.ra Brignone, della compagnia Carlo Borisi. Siamo al Teatro Dagna, dopo il III atto dell'Amleto di Sakespeare [sic], negli intermezzi.
"La poesia piacque, perché i versi son robusti e ben torniti, e vi sono concetti ben trovati e bene espressi, la qual cosa dimostra se pur ve ne fosse stato bisogno, che al nostro amico Depetris non sono ancor mancati i sorrisi dolcissimi della Musa".
E mentre "la caratteristica silhouette del poeta sale alla ribalta", veniamo ad interrompere la narrazione. Alla prossima.

Un palco al Dagna

Eva Cummings era la star, negli anni Ottanta del XIX secolo, di una compagnia chiamata "Grand'Opera di Milano". Essa fu ingaggiata per cantare a Chicago, e la Cummings tenne benissimo la scena per i primi tre atti della Lucia.
Poi il sipario salì, ma non la cantante - vittima della tensione, sembrerebbe di evincere da un laconico testo presente su internet - che non tornò più sul palco.
Da noi, invece, la Cummings meritò recensioni strepitose. Dalla "Gazzetta d'Acqui del 13 dicembre" 1882, a firma di C[oniglio] leggiamo "del rondò della Lucia eseguito con tutta l'ideale soavità. La bianca immagine della povera pazza tenne sospeso in una religiosa contemplazione tutto l'uditorio - non si sarebbe sentito volare una mosca tant'era alto e generale il silenzio - che scoppiò fragoroso in applausi quando l'ultima nota si ripercosse straziante come un gemito nell'aula gremita".
E questo nel minuscolo Teatro Dagna di Via Nuova.

Questa volta andiamo a teatro

Francesco Depetris
librettista di provincia

Commedie, monologhi, epicedi, poesie d'occasione, addii, testi lacrimosi e prose brillanti: in questa varietà spazia la penna di Francesco Depetris, di cui tentiamo di ricostruire il catalogo. E poiché di umili condizioni (maestro e veterinario), questo "ostinato" dilettante ha lasciato traccia, purtroppo (tranne che per una eccezione di cui tra un po' diremo), solo nelle memorie della pubblicistica di fine Ottocento, i suoi drammi essendo affidati (così pare) solo a brogliacci e poi alla recitazione. Niente libri, nessuna raccolta poetica conferma l'indice SBN delle Biblioteche Italiane.
Certo, parafrasando il divin Gabriele, allora la poesia non era in ribasso sui mercati. Anzi. Quanti accorrerebbero, oggi, al trattenimento poetico estemporaneo dato a fine secolo dal prof. Luigi Ridolfi - siamo al Convitto diretto da Don Pertusati (anche direttore delle elementari) - nel quale furon composti sonetti a rime obbligate suggerite dai numerosi astanti, cioè maestri, professori e irrequieti studenti?

Negli intermedi del teatro musicale

Anno 1882. La "Gazzetta d'Acqui" (come di consueto GdA) del 25/26 aprile riferisce di quanto si tiene al Politeama Benazzo. Siamo all'inizio di una serata (allora si chiamava beneficiata) in onore dell'attore brillante Sanatori.
Ad introdurla (andranno in scena le commedie L'importuno e l'astratto di Augusto Bon e l'anonimo Casino di Campagna) ancora un lavoro del Nostro.
Si tratta dello scherzo comico Terzetto a tre voci scordate "il quale (lo scherzo, non Depetris) provocò spesso le risate del pubblico e procurò e chiamate al proscenio dell'autore e degli attori. Il lavoretto di Depetris scritto senza pretese, alla buona, non manca di brio e di vivacità, e a ragione il pubblico gli fece accoglienze oneste e liete, anche per i frizzi d'attualità che l'autore vi sparse".
Dal giornale del 30/31 maggio sappiamo che altri versi del Depetris sono stati musicato in una romanza dal Tarditi. La canta, al Politeama Benazzo, il tenore Doerfles, vero e proprio beniamino delle recite de I due Foscari di Verdi.
Dopo i versi martelliani composti per giorno onomastico del comandante dei Mille, il Nostro, sull'onda dell'emozione provocata dalla sua morte (il due giugno, giorno in cui cadeva la festa religiosa di S. Guido), redige l'inno L'Italia a Garibaldi (GdA 10/11 e 13/14 giugno), poi messo in musica dal M° Arturo Cabib.
"Con accompagnamento d'orchestra e cori interni, con slancio commendevole", la soprano Ersilia Arcarani (è la sua sera), si guadagna il plauso del teatro, lei che è la prima donna di una compagnia di canto che annovera anche i signori Doerfles e Tenuschi (tenori), Olivi (baritono) e Polonni (basso).
Sempre al Dagna subentra, nel luglio caldissimo dello stesso anno, un nuovo cast vocale melodrammatico (orchestra e coro sono locali), che farà beniamina del pubblico acquese la soprano Eva Cummings.
Vanno in scena - l'impresario è il sig.Terzi - Lucia di Lammermoor, Barbiere, Lucrezia Borgia: è una felice stagione (anche per noi: la segue attentamente un avvocato giornalista che sceglie quale soprannome Il coniglio - talora semplicemente abbreviato in C - che con l'appendice "Alla ribalta", chiosa puntuali prose) alla quale contribuisce anche il nostro Depetris.
Dalla GdA del 15-16 luglio 1882 sappiamo fu lui l'autore del testo Chi amo (musicato poi dal M° Maffezzoli) eseguito nel corso della beneficiata per Maria Azagna.
Quindici giorni (cfr. GdA 1/2 e 5/6 agosto) e il Nostro "torna a colpire" con il testo de L'Addio ad Acqui, che sempre il M° Maffezzoli pone in partitura, cantato dalla Cummings "in modo sorprendente, tra il silenzio più assoluto", con la soprano "che filava dei re sopracuti da far strabiliare; il pubblico proruppe in prolungati battimani e volle vedere più volte autore ed esecutore, chiamando e ottenendo il bis).

Signori, la commedia

La primavera 1883 vede sbocciare un altro "fiore" teatrale. Leggiamo dalla "Gazzetta" del 3/4 marzo.
Il pezzo è di una penna anonima che si firma Un intruso che, seguendo le rappresentazioni della Compagnia Benincasa, in omaggio al genere, non trova di meglio che confezionare questo dialogo.

- Nella settimana avremo un'altra novità dovuta alla penna dell'infaticabile Depetris, Il suffragio universale...
- Immagino che pienona!
- Sfido io, in questa commedia l'autore ha fatto entrare persino la società dei cugini (accenno scherzoso alla società segrete? o, più semplicemente, ad una "trama familiare"?).
- Avremo dunque da divertirci immancabilmente!

E ancora, attingendo alla GdA 6/7 e poi del 10/11 marzo: "Chi vorrà mancare al Politeama? Certo nessuno. Chi mancasse si renderebbe colpevole (scusate se è poco) di lesa... Depetris e meriterebbe di essere condannato a...non andare più al teatro sua vita natural durante".
Per il maestoso Depetris - ma soprattutto per i teatranti - un giudizio di scarso riguardo. "La commedia non sarà certo la migliore fra le commedie possibili, ma quei pregi che pur vi sono non vennero fatti risaltare dalla esecuzione, la quale fu veramente insufficiente. Gli attori non sapevano neppure la parte, falsarono nell'interpretazione e nel carattere dei personaggi".
A dicembre l'ultima notizia del 1883 (e di questa puntata): un Depetris in versione ...veterinaria impedisce, con il collega "municipale" S. Bistolfi la vendita della carne di un manzo, tra i più belli del metaforico "palio" che in città si tiene sotto le feste. La bella bestia improvvisamente muore nelle stalle del macellaio Giuseppe Borgnino e i due sanitari intervengono con prontezza.
Maestro, veterinario, poeta, con una innata propensione ai ritrovarsi nei guai: ne parleremo prossimamente.

Francesco Depetris le prove del drammaturgo

Nella torrenziale produzione di Francesco Depetris da segnalare anche l'attribuzione (per gioco) della farsa Partuma per l'america (GdA 27/28 settembre 1884) e del necrologio per l'amico Giuseppe Crosio, (GdA 17/18 gennaio 1885).
In entrambi i casi l'ipotesi della paternità viene conforta da buone prove a supporto.

Una gherminella...

Nel primo caso ecco un bozzetto, in due atti, proposto dalla Compagnia piemontese "La Torinese" diretta da Costanzo Bertolotti, che la GdA indica essere "di un tale D...di Acqui", precisando che il Politeama Benazzo accolse tali scene.
E l'ipotesi che qui avanziamo è che del trafiletto "critico" comparso sul giornale possa essere stato vergato dallo stesso Depetris.
Leggiamo del lavoro che "se non ebbe proprio lietissime sorti, non dispiacque affatto e qualche applauso in certe situazioni, abbastanza d'effetto, salutò gli attori.
Il pubblico voleva conoscere l'attore concittadino, ma siccome non si poteva fare un miracolo, facendo comparire uno che non c'era, per la semplicissma ragione che... l'autore concittadino era ancora di là da venire, così l'attore Caire venne alla ribalta ad annunziare che l'autore, forse impaurito dagli applausi, era probabilmente anch'egli partito per l'America. Il pubblico mandò giù, da quel buon diavolaccio che è, la leggera gherminella [l'inganno birichino, la marachella: dunque si deve pensare ad un artificio per riempire il teatro, cosa che regolarmente avvenne] e rinunziò a vedere uno... che non c'è" (o, meglio, come si precisa nelle ultime righe, si trova nelle fila della... compagnia piemontese).

Per la morte di un compagno di scuola

Risale al 17/18 gennaio 1885, invece, il necrologio, assai retorico e strappalacrime che il Nostro indirizza ad un compagno di scuola, tal Giuseppe Crosio (nome che potrebbe essersi, quanto a stretta parentela, a quello del pittore acquese - ma erroneamente indicato quale albese di nascita Luigi, 1835-1915, di cui già dicemmo nella nona puntata della nostra inchiesta), mancato all'età di 44 anni, di professione segretario della Regia Procura d'Acqui.
Anche questo caso l'indizio (le iniziali F.D.) è rafforzato dal fatto che Depetris e Crosio erano coetanei e che il necrologio era specialità, come abbiamo visto nella precedente puntata, del Depetris.
"E tu, Crosio, tu scendesti nella tomba! Sebbene aspettata la triste nuova pur giunse crudele! Il mio dolore può essere eguagliato da quello del tuo vecchio padre, da quello delle sorelle, poiché come essi io ti conobbi dall'infanzia, mi fosti fratello, amico sempre: mi pare ieri ancora che noi gareggiavamo sui banchi di scuola, con una non piccola schiera di condiscepoli vispi, chiassosi, pieni di vita. Ahimè! vedemmo insieme, o Giuseppe, il sai, scendere molti di essi nella bara come foglie che cadono ad una folata di vento, non ingiallite ancora, ma verdi tuttavia" [...]. Il pianto mi cancella quanto la penna vorrebbe vergare sulla carta e ricordare le tue virtù...".

Una sorpresa dal Fondo Tarditi

Ma una vera gemma viene dal Fondo Tarditi della Biblioteca Civica "La Fabbrica dei Libri di Acqui Terme", nella quale è stato possibile rinvenire lo scherzo buffo Compare Antonio.
Si tratta di un libretto d'operetta, composto di 27 carte non datato [ma erroneamente attribuito al secolo XX; è invece di fine Ottocento], autografo di Francesco Depetris, conservato nel fascicolo 8 del faldone LO (libretti d'operette).
È la prova che la collaborazione con Giovanni Tarditi non si arrestò a quella romanza cantata nel maggio 1882 al Politeama Benazzo.
Non solo: dalle note che il compositore acquese appose sulle carte, si può supporre l'esistenza di una partitura (o di un suo abbozzo) che al momento non si trova nel Fondo Tarditi (il vecchio) recentemente riordinato da Paolo Brosio, ma che potrebbe benissimo essere rinvenuta tra le nuove carte giunte nel gennaio scorso in Biblioteca.
Ma di cosa tratta questo libretto, che declina settenari, ottonari ed endecasillabi variamente assortiti? Eccone un riassunto.
Compare Antonio è il padre di Rosa, una bella fanciulla amata da Alfredo. Ma il matrimonio tra i due giovani, per Antonio, proprio non "s'ha da fare". Tanto che, in una vivace discussione con Giovanni (che è il padre di Alfredo) Antonio scaglia un vaso dalla finestra colpendo il fidanzato della figlia.
Questi si finge moribondo per strappare il consenso ad Antonio sul finto letto di morte, ma un giuramento vincola il vecchio padre, che accetta anche il carcere, pur di non desistere dai suoi propositi.
Quando la situazione sembra del tutto compromessa, un nuovo piano viene messo in atto.
Alfredo si traveste da medico, Antonio è addormentato e, al risveglio, l'oscurità artificiale viene fatta passare per conseguenza di una improvvisa cecità.
Di qui l'intervento di Alfredo/finto medico, con l'immancabile lieto scioglimento della vicenda, alla quale fan cornice cori di studenti, popolani, operaie e damigelle.
Della fabula non è difficile trovare le suggestioni ispiratrici: se la coppia Alfredo /Rosa può agevolmente essere connessa a la Traviata verdiana, se il vincolo del giuramento rimanda per via diretta a quello della Lucia manzoniana, l'esempio de La mandragola doveva essere ben presente al Nostro.
Esaurito lo spazio a nostra disposizione in questo numero, rimandiamo alla prossima puntata le necessarie esemplificazioni, con cui metteremo alla prova le capacità di "penna teatrale" del Depetris.

Giulio Sardi

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