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Penne agricole, Flaminio Toso e la filossera vastatrix

 
Damigiana Beccaro - Acqui
Una damigiana usata
dalla ditta Beccaro
di Acqui.
Un contributo, inviatoci da Ennio e Giovanni Rapetti.

Spazio, dunque, alle penne agricole: conosciuta meglio la personalità di Flaminio Toso (non solo direttore della "Gazzetta d'Acqui", ma appassionato scrittore georgico e bucolico), con l'aiuto degli amici di Morsasco provvederemo a fare i conti con la filossera, peste e flagello della vite sul finire dell'Ottocento. E a metterla a confronto con i pericoli della flavescenza.

Avventure di viaggio

Flaminio Toso, cui la Bibliografia Storica Acquese (1887) del Barone Antonio Manno ascrive anche la direzione del periodico "Il diavolo verde" (pochi numeri nel 1872), rilevò la "Gazzetta d'Acqui" dal Lavezzari nell'estate 1879. Nello stesso anno questa, che si stampava ancora presso Borghi, (si veda il numero del 7 giugno, uno degli ultimi della vecchia gestione) propone la positiva recensione di un'opera (la prima?) del Toso, Un mese a Gerusalemme e dintorni, un libro, "che possiede la magia di fermare l'attenzione di chi legge", destinato ad appagare la brama di esotismo degli acquesi.
Del resto, sul numero del 15 aprile de "La Giovane Acqui" (testata che proprio con Toso si fonderà con la GdA) il volume - in ottavo, con copertina in cromolitografia e una veduta in due tinte di Gerusalemme - viene annunziato come di prossima pubblicazione, in vendita a lire 3.
L'indice delle "cose notevoli" lo si può leggere sulla GdA del 7 settembre 1883, a rilevare chiare finalità da guida turistica. Senza pretese di esaustività leggiamo alcuni titoli dei capitoletti: Giaffa, Lydda, Ramle, Gerusalemme, Il santo Sepolcro, La moschea d'Omar, Per la città, La valle di Giosofat, Il monte degli Olivi…
Non rispettano il criterio geografico due sole sezioni (Costumi e I beduini); per il resto ecco Toso passare per Il Mar Morto, Il Giordano, giungere a Gerico e concludere il suo viaggio a Betlemme il giorno di Natale.
Sempre nel 1879 il Toso, "giovanissimo nostro concittadino" (così il Lavezzari, nella precedente recensione) diviene uno dei membri della Società del Casino, luogo di buone letture, in cui sono disponibili le più diverse testate (si va da "Il Pasquino" a "Nuova Antologia"), giornali specialistici italiani come "Il diritto" e "La finanza", e stranieri come "La republique francaise".
Nel 1880 (l'annata della GdA risulta mancante nella serie della Biblioteca Civica, ed è inutile rilevare sia una lacuna gravissima: chissà che qualche collezionista non si faccia avanti, consentendo una copia fotografica del suo patrimonio), in data primo ottobre nasce - sempre presso la tipografia Dina - "La Gazzetta del Contadino", giornale popolare di agricoltura pratica, in edicola con periodicità quindicinale.

Flaminio Toso: una vita per i fiori

Su questi fogli il direttore Toso si firmerà con lo pseudonimo di Yole.
Attraverso alcune inserzioni pubblicitarie della GdA del 1882 possiamo evincere il titolo di alcuni contributi di Toso/Yole: I fiori a piena terra, Novità orticole (GdA 25/26 febbraio), Il nuovo nemico della vite (GdA 16/17 maggio) e via dicendo.
Del resto la stessa presenza di Giuseppe Cirio ad Acqui, la sua stessa attitudine alla sperimentazione (per le sue colture forzate si veda proprio la prima puntata della nostra inchiesta sulle "penne", su "L'Ancora" del 2 marzo 2003) faceva sembrare naturalissima questa presenza editoriale. (E sembra confermarlo un altro progetto del vulcanico Cirio, che - lo sappiamo dalla GdA del 23/24 ottobre 1882 - reduce dalla vittoria di una medaglia d'oro all'Esposizione di Torino - ha la ferma intenzione di fondare "L'esploratore", giornale commerciale agricolo "il cui intendimento è promuovere l'esportazione di generi agricoli").
Nel 1884, Flaminio Toso - per i prestigiosi tipi di Paravia, a Torino dà alle stampe un Manuale di Floricultura.
Di tre anni posteriore (è del 1887) un'altra monografia. Si tratta di Fiori in vaso, opera che le Messaggerie Pontremolesi nel 1989 hanno ristampato anastaticamente, riproducendo le 173 immagini che corredavano in origine l'opera, premiata con medaglia d'argento all'Esposizione Generale Orticola di Firenze [Maggio 1887].
Flaminio Toso, come si evince sempre attraverso lo spoglio della "Gazzetta" (n° 30/31 maggio 1882), era inoltre proprietario dell'Albergo Reale del Moro.
Così "Il Giornale d'Acqui" (numero del 10-11 gennaio 1931) lo ricorda in occasione della morte, avvenuta a Torino.
"Faceto, di larga coltura [sic], si dedicò con brillante intelligenza allo studio dei problemi cittadini che trattò sulla "Gazzetta d'Acqui" da lui fondata e diretta per molti anni. Esplicò anche una nobile passione per la coltura dei fiori, intraprendendo lunghi viaggi in Oriente e tesoreggiando i suoi studi e ricerche in una preziosa enciclopedia Il giardinaggio che ebbe il consenso lusinghiero e l'onore di continue citazioni dalle più spiccate competenze del Regno di Flora.
Spirito aristocratico, indipendente, seppe coltivare larghe profonde amicizie. Anche la sua salma fu trasportata nella quiete del nostro camposanto".
Il necrologio, anonimo, si chiude con la poetica immagine degli acquesi che portano alla sua tomba i fiori più delicati, "dall'estinto prediletti".

Giulio Sardi

Dai fiori… ai grappoli con il contributo che segue.

La pianta della vite e la filossera

La vite è un arbusto rampicante, diffuso in vaste aree del nostro pianeta, predilige i terreni calcarei, ben drenati, e una buona esposizione al sole. Teme le gelate nel periodo della fioritura: esse compromettono il raccolto distruggendo le gemme e i fiori impedendo la formazione dei frutti.
L'umidità nella fase di maturazione dell'uva favorisce l'insorgere del marciume e della muffa grigia o botrite. Anche alcuni parassiti vegetali quali l'Oidio e la Peronospera possono danneggiare il raccolto; essi vengono combattuti con trattamenti preventivi a base di zolfo (per l'Oidio) e rame (per la Peronospera).
La vite coltivata in Europa prende nome di vitis vinifera; alla metà de XIX sec., a seguito dello "sbarco" in Francia proveniente dall'America del Nord di un insetto della famiglia degli afidi, la Philloxera vastatrix (filossera), la vitis vinifera rischiò di estinguersi. L'azione patologica di questo afide si estrinseca con la distruzione delle radici della vite attraverso l'assorbimento degli umori vitali della pianta; le radici diventano nodose, secche e quindi marciscono. Dalla Francia la malattia si diffuse in tutta Europa; in Italia la fillossera giunse parecchi anni dopo ed ebbe un andamento abbastanza lento, raggiungendo il culmine della sua infettività nel periodo che divideva le due guerre mondiali.
Gli sforzi profusi nella lotta di questo insetto furono per lunghi anni vani. La terapia fu trovata grazie al professor Planchoin, di Montpellier, il quale individuò l'origine americana della filossera; la soluzione, all'apparenza semplice, è stata quella di impiantare dei portainnesti con radici di vite americana, sui quali sistemare i vitigni europei desiderati, resistenti alla filossera per quanto riguarda l'apparato fogliare. Secoli di convivenza hanno, infatti, permesso alle viti americane di sviluppare efficaci armi di difesa nelle loro parti radicolari.
Vediamo, in primo luogo, che cosa è stata la filossera. Essa fu una delle calamità naturali più gravi dell'agricoltura, la causa principale della povertà che colpì le masse rurali tra la fine del Ottocento e l'inizio del Novecento, inducendo la forte emigrazione verso le "Americhe".
Questo parassita micidiale, una volta attaccato un vigneto, lo distrugge lentamente e completamente. La soluzione al problema, come abbiamo visto, fu trovata con l'accorgimento dell'innesto; è in questo modo che la maggior parte delle varietà europee di grande qualità sono riuscite a resistere e a giungere sino a noi.
Questa introduzione di viti dall'estero ha portato anche all'impianto di ibridi in grado di produrre direttamente uva: si tratta del Clinton e di Isabella (uva fragola). La legge italiana ne ha vietato la vinificazione dal 1931 perché si tratta di uve poco interessanti dal punto di vista enologico.

La filossera nell'Acquese

L'inizio dell'invasione della filossera tra le nostre colline la possiamo fare decorrere dal 1898. Il primo caso di infezione la troviamo a Valmadonna, nei dintorni di Alessandria. In Italia essa era comparsa qualche anno prima, in Lombardia, a Valmadrera nel circondario di Lecco. La lentezza nella propagazione della malattia nel Monferrato (in due ondate successive, nel 1900 e nel 1914) fece classificare il morbo "filossera addormentata".
Le cause di questo rallentamento furono molteplici; in primo luogo la natura del terreno, particolarmente resistente alla espansione della malattia, e i fattori climatici, con inverni lunghi che ostacolano la riproduzione del parassita ed estati brevi. È questa la caratteristica del clima della fine dell'Ottocento.
Nonostante ciò, anche se lentamente, l'invasione filosserica non si arrestava. Prima della grande guerra tutto il Monferrato era praticamente infettato. Non dobbiamo pensare a questa lentezza come ad un fattore positivo; in un certo senso "addormentò" anche la reazione dei contadini e dei Comuni; essi tardarono a denunciare le vigne infestate come era invece imposto dal Ministero dell'agricoltura e caldamente raccomandato dalla stampa locale (vedi "Gazzetta d'Acqui" dal 1879 e seguenti), sottovalutando la gravità del fenomeno.

Ennio e Giovanni Rapetti

Le penne agricole e la peste quando la filossera faceva paura

Flaminio Toso, Maggiorino Ferraris e Davide Lajolo

"Il bacillo della filossera distruggeva vigneti rigogliosi con una voracità spaventosa e non c'erano anticrittogamici che valessero ad estinguerlo. Divorava le viti alle radici e le colline diventavano brulle d'estate come d'inverno. Era la fine.[…] Era la crisi, la miseria nuda e cruda senza bisogno di altri aggettivi.[…] La filossera ingialliva così gli abitanti, fattisi più cupi nelle case. Erano abituati a vivere di poco, ma almeno che si potesse lavorare. Ora con la filossera, di vendemmia non si parlava più".
Così racconta Davide Lajolo, a proposito dell'epidemia del 1924, ne I mè.
È una ulteriore prova della tenacia di un flagello della vite che contrassegnò l'esistenza di tante generazioni di contadini del nostro Monferrato.
Mentre si avvicina la vendemmia, riannodiamo - scusandoci con i lettori per il ritardo - le fila di un discorso interrotto il 23 maggio. Sul quel numero de "L'Ancora" avevamo introdotto l'argomento delle "penne agricole", puntando dapprima i riflettori su Flaminio Toso (pseudonimo "Yole"), direttore de "La Gazzetta d'Acqui" e del quindicinale "La Gazzetta del contadino", e poi sulla comparsa, nel 1879, dei primi segni della filossera nell'Acquese.

La peste della vite: "dagli all'untore"

A tal riguardo può essere utile rammentare una prospettiva cronologica non solo locale.
Eccola, in sintesi: tra il 1858 e il 1862 l'insetto parassita della filossera giunse in Francia (complice le veloci navi transatlantiche); nel 1879 la sua presenza fu accertata in Lombardia, ma probabile che già nel 1875 abbia fatto la sua comparsa nelle vicinanze di Lecco.
L'infezione, negli anni successivi, procedette secondo molteplici itinerari di propagazione: nel 1880 nuovi focolari sono individuati a Caltanissetta, a Messina e a Porto Maurizio (Imperia); senza contare i numerosi i casi sospetti.
Nel 1898 la situazione precipita. E anche "Nuova Antologia", la rivista di scienze, arti e lettere diretta dal deputato acquese Maggiorino Ferraris, accoglie sul numero del primo marzo il contributo dell'On. Sciacca della Scala dal titolo la Fillossera e l'economia nazionale (il tema è quello dei finanziamenti a vivai, della necessità di barbatelle e non di talee).
A fine Ottocento sono 900 i comuni colpiti, con una superficie interessata di oltre 350.000 ettari, destinata a triplicarsi ad nuovo secolo iniziato.
Profonda l'incidenza del fenomeno sul tessuto sociale, e non solo per le migrazioni forzate che indusse. Si cercarono colture alternative (il cardo ad esempio) ma anche surrogati (in Sicilia Michele Testagrossa, enologo e chimico, nonché sacerdote, provo a "vinificare" il succo d'arancia, riscuotendo l'attenzione delle diverse esposizioni internazionali agricole). Molte qualità si estinsero (solo un 10% delle 80 qualità di vitigni ancora largamente diffuse nel 1909 poté sopravvivere alle successive ondate infettive - in cui va computata anche la filossera di Lajolo - che obbligarono a vaste operazioni di reimpianto: 60.000 ettari in Piemonte, nel 1935), altre - è il caso di Chardonnay e Pinot - furono "emarginate" in quanto credute responsabili della diffusione della filossera.
Ma vediamo ora gli esiti della ricerca di Ennio e Giovanni Rapetti.

Giulio Sardi

1879. Prime avvisaglie

Abbiamo provato a studiare la storia della diffusione della filossera nell'Acquese. La "Gazzetta d'Acqui" ci è sembrata un buon terreno di indagine.
Iniziamo dal settembre del 1879, quando si dà la notizia della comparsa della filossera a Valmadrera (Como). Il giornale riferiva già nei numeri precedenti di numerosi falsi allarmi: il 24 giugno 1879 a Monastero e il 14 agosto 1879 a Montabone. Nel pubblicare la notizia che la vigna a Montabone non era malata, si dice che si sospetta delle viti della villa Gardini Blesi in Acqui. Notiamo tra le righe dei diversi numeri un crescendo di paura. Dapprima si dà notizia della filossera con trafiletti in terza pagina, poi lentamente queste notizie migrano in prima; mercoledì 8 ottobre 1879 il cronista pare allarmato, infatti si esprime con queste parole: "La filossera ha già messo la sua dimora in Italia e senza dubbio, un giorno o l'altro verrà, ad insinuarsi nei nostri vigneti".
Il numero di mercoledì 31 dicembre 1879 informa che finalmente è iniziata la discussione sulla pericolosità della filossera alla Camera; si decide di vietare l'importazione di viti, barbatelle, pali ecc. dalle zone infette; ed inoltre di punire chi trasgredisce tale legge.
Tra falsi allarmi ed articoli che invitano alla prudenza, gli anni passavano, e l'acquese pareva "risparmiato" dalla terribile malattia.
Sono, infatti, Puglia e Campania le regioni più colpite, proprio quando - grazie alle maggiori esportazioni verso il Francia - la viticoltura del Sud è in pieno sviluppo.
Tutti gli agricoltori d'Italia tirano un sospiro di sollievo quando, il 24 marzo 1883, la Camera approva i provvedimenti straordinari per combattere l'epidemia.

Un'emergenza sottovalutata

È a fine secolo che il problema si ripropone in tutta la sua drammaticità.
Ne dà notizia il nostro giornale nel numero del 13/14 agosto 1898 con un trafiletto in terza pagina dal titolo La filossera si avvicina. "Pur troppo di questi giorni vennero scoperte diverse vigne infette a Valmadonna presso Alessandria. Speriamo che i provvedimenti presi d'urgenza varranno a distruggere i focolai d'infezione". Dopo pochi giorni si costituisce il Comitato Mandamentale Antifilosserico di Alessandria, il quale dà notizia ufficiale della malattia in corso; da questo momento in poi gli eventi precipitano.
Altri articoli invitano a costituirsi in associazioni e consorzi che, in effetti, funzionano già a Nizza ed Ovada; occorre prendere seriamente la malattia ed impiantare vivai di viti americane.
Un lungo articolo in prima pagina (GdA del 3/4 settembre 1898) porta il testo di un decreto governativo per la distribuzione gratuita delle barbatelle di viti americane.
Ma, dieci giorni più tardi (12/13 novembre), titola Filossera e rivolta. "A S. Salvatore (AL) nella scorsa settimana si ebbe una fiera rivolta contro le squadre antifilosseriche governative mandate ad esplorare i vigneti ed a distruggere quelli trovati infetti. Si ebbero morti e feriti" [e tali tumulti si aggiunsero a quelli determinati dal forte aumento del prezzo del pane, raccolti dal deputato Napoleone Colajanni nel saggio L'Italia del 1898, con lo stato d'assedio proclamato in molte città e le famose repressioni di Milano, ordinate dal Generale Fiorenzo Bava Beccaris].
La causa di questa rivolta, con tanto d'assedio alla casa del Sindaco - cui il "Corriere Illustrato della Domenica" dedicò una litografia a colori, numero del 6 novembre - sembra attibuirsi al fatto che non sono stati risarciti i danni che il Governo aveva promesso ai proprietari dei vigneti infetti e per questo distrutti. A proposito: l'infezione filosserica non rovina immediatamente il vigneto ma si protrae per un lungo periodo e le vigne, anche se infette producono lo stesso; è difficile per questo motivo accettare che qualcuno venga ad estirparle.
Da questo momento in poi gli inviti della stampa locale ad innestare i nostri vitigni su viti americane sono sempre più pressanti. E fortuna che il governo, con Decreto Ministeriale 12 agosto 1898, avesse stabilito che i viticoltori delle Province di Alessandria, Torino, ecc. una distribuzione gratuita delle viti americane (ad esclusione delle sole spese di spedizione).
Tutti questi inviti sembrano però cadere nel vuoto; pare che la malattia non debba mai colpire, anche quando è vicinissima, proprio per le caratteristiche di lentezza; sono cinque gli anni che la malattia impiega a distruggere la vite, inoltre la propagazione avanza solo di pochi metri l'anno: cammino lento ma inesorabile. Nei numeri seguenti della "Gazzetta" assistiamo ad un dibattito continuo sull'efficacia dell'innesto con viti americane. S. E. Saracco Sindaco di Acqui indice una conferenza - primi di Aprile del 1899 - sul tema La difesa dalla filossera; le conclusioni sono la presa d'atto della diffidenza dei contadini, l'importanza delle disinfezioni con solfuro di carbonio e la sperimentazione con diversi tipi di viti americane.

1907: la grande epidemia

La filossera, alla fine, purtroppo arrivò anche da noi. Nel numero della "Gazzetta d'Acqui" del 13/14 luglio 1907, leggiamo che la filossera è stata segnalata a Lussito. Il numero del 3/4 agosto dichiara che la malattia è in espansione, si prendono molteplici precauzioni, ma che si rivelano di scarsa efficacia.
Il giornale del 22/ 23 febbraio 1908 dà la terribile notizia che Il comune di Acqui è stato dichiarato infetto dalla filossera.
Nonostante questo disastro, le nostre campagne si ripresero, non furono trasformate in campi come forse sarebbe stato più semplice, le viti furono innestate sul "piede" americano (come allora si diceva) i nostri padri ed i nostri nonni "scassarono" il durissimo tufo a forza di picconate nei rigidi inverni dell'inizio del 900. E se qualcuno si improvvisò anche vivaista, tutti poi piantarono le viti nuove, salvando così la grande qualità dei nostri dolcetti, dei nostri barbera, dei nostri moscati e l'economia locale. La caparbietà dei nostri antenati vinse ancora una volta.

Anche le "penne" acquesi contribuirono al successo.

Vorremmo citare le parole di Flaminio Toso, direttore del giornale oggetto dei nostri studi. Già in un lontanissimo mercoledì 8 ottobre 1879, compare in prima pagina un suo fondo: Colla filossera in casa si debbano piantare nuove viti?
È l'occasione per apprezzare la saggezza di un uomo di agricoltura.
Lucida la premessa: la filossera ha già messo la sua dimora in Italia e, senza dubbio, un giorno o l'altro verrà ad insinuarsi nei nostri vigneti. Meglio piantare nuovi vigneti, allora, o trasformare tutto in praterie od in campi ed avere per questo guadagni più sicuri, come si ventila da alcune parti?
Flaminio Toso non alza bandiera bianca. Egli cita il settimanale "Il Coltivatore" di Casale che insegna ai contadini come riconoscere le nodosità prodotte dalla filossera sulle radici delle viti; e dà inoltre consigli sulla distanza da piantare le viti. "Per chi si procurerà dei vinacciuoli americani e li seminerà subito con quelle migliori cautele che diremmo un'altra volta, può essere certo di avere piantine da trapiantare due anni dopo e ciò in mezzo ad altri filari ed averle buone da innestarle a spacco tra due anni con le varietà nostre. Infine averle in piena produzione tre anni dopo, e così prima che la filossera abbia distrutto le vigne attuali". Insomma, occorre fare come in Francia, non scoraggiarsi.
"Come si vede adunque, questa volta è proprio il caso di dire che il diavolo non è poi tanto brutto come lo si fa. Contuttociò bisogno ricordarsi dell'altro proverbio ancora più saggio: chi si aiuta Iddio l'aiuta, e state ben desti".

Una nuova filossera?

Dopo un centinaio di anni le nostre belle vigne sono nuovamente minacciate dalla flavescenza dorata, una pericolosissima malattia della vite arrivata anch'essa dagli Stati Uniti, anch'essa osservata per la prima volta in Francia. Questa malattia è diventata un pericolo concreto per le viti, giacché per la sua estensione ha preso caratteristiche epidemiche. Già presente in Italia dal 1963 (a Pavia), si è manifestata in Emilia Romagna nel 1982, in Veneto nel 1983, in Friuli nel 1986, in Piemonte e Lombardia nel 1987. La malattia è causata da un fitoplasma trasmesso dalla cicalina Scaphoideus titanus. Tutte le varietà di Vitis vinifera sono più o meno sensibili alla malattia, altre specie (Vitis berlandieri, rupestris e riparia) sono resistenti o tolleranti. Sono stati provati diversi rimedi, alcuni insetticidi sembrano funzionare, a volte le viti sembrano riprendersi; i nostri agronomi stanno studiando la terapia più appropriata.
Cerchiamo quindi di fare nostro il positivo pensiero che emerge dall'articolo di Flaminio Toso. La flavescenza dorata non distruggerà i vigneti; e i nostri vini continueranno a nobilitare le nostre tavole, quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti. Prosit.

Ennio e Giovanni Rapetti

Pubblicato su L'ancora del 23 maggio e 5 settembre 2004

 

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