L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Lectura Dantis - INFERNO - (5)

 

<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>

Commedia: canti XII - XIII - XIV

La paura (e l'influenza)

Niente Commedia, lunedì 14 febbraio. Dunque, la "divina" protagonista osserverà una prima giornata di riposo in questo "girone d'andata" prossimo a concludersi. Si riprenderà il 21 del mese, sempre alle ore 21, con i canti XII-XIV, ormai nelle vicinanze del "mezzo del cammin" della prima cantica.

Cronache dall'Inferno

Lunedì 7 una Biblioteca "bollente"... soprattutto di febbre (e medico in sala). L'influenza ha provocato defezioni nel pubblico e nei lettori preposti. Alte temperature per gli eresiarchi, negli avelli incendiati, e per tanti acquesi con i termometri di fuoco.
Assente per malattia Lucia Baricola, è stata Egle Migliardi - rimessasi a tempo di record - a sostenere, da sola, la recitazione, assai efficace ("pur con la voce al minimo sindacale", come ella stessa ha affermato) dei canti della città di Dite.
Grazie alle improvvisazioni di Enrico Pesce è tornata la musica (di cui, nel precedente appuntamento, si era sentita la mancanza), che questa volta ha fatto da delicato sottofondo ai versi.
Bravissima anche la prof.ssa Elena Giuliano ad entrare nelle pieghe dei tre canti a lei affidati, per sottolineare prima l'atmosfera di dubbio, di mistero e incertezza del IX, che quasi sembra addipanare la Commedia al suo esordio. Non un caso che sia la paura a tornare sentimento dominante; così, riconosciuta la limitatezza dell'intelletto umano, l'aiuto può venire solo dall'intervento divino. In tal senso ecco i diavoli figura delle tre fiere, e il messo celeste (cum baculo: con la bacchetta che testimonia una investitura, un po' come capitava quando, nel M. Evo, l'acquirente - davanti al notaio - riceveva dal venditore un bastoncino che simboleggiava il bene trasferito di proprietà) che giunge provvidenziale quanto era stato nel canto I Virgilio.
Poi ecco un Dante umanista (dal momento che humare vuol dire, anche, seppellire) nel senso che ai morti dà voce tra gli avelli. Ma, a pensarci bene, tutto il poema è costituito da una molto foscoliana "corrispondenza d'umani sentimenti" tra i vivi, (ovvero l'Alighieri e i lettori) e le ombre dei trapassati. (Su questo tema consigliamo, appena uscito, Il dominio dei morti di Robert Pogue Harrison, edito a Roma da Fazi).
Assai puntuale, da parte della commentatrice, la ricostruzione delle vicende fiorentine del XIII secolo, che si combina con i temi della condanna delle qualità intellettuali (filo rosso del poema) e dell'amor di patria che il dialogo serrato (ma nobile) tra Dante e Farinata bene evidenzia.
E richiamando fonti del poema e illustri dantisti del passato remoto e recente (da Benedetto Croce a Maria Corti, che ha sottolineato - nella concezione strutturale dell'Inferno, contenuta del didascalico canto XI - le affinità con l'islamico Libro della Scala), Elena Giuliano ha scavato il testo come si fa (bene) a scuola.

Il codice della strada... infernale

Serata un pochino più lunga delle precedenti (quando si taglia il traguardo dell'ultimo verso scoccano le 22.45), ma le lezioni son state efficacissime, e rispondenti alla difficoltà della materia. L'avvertimento dantesco del canto IX - O voi ch'avete li intelletti sani / mirate la dottrina che s'asconde / sotto 'l velame de li versi strani - ammonisce chiunque scorazzi a cuor leggero tra le terzine. (E sarà Lucia Baricola, ovviamente, a comminare la sanzione).

Lunedì 21 in biblioteca

Riprende, presso la Biblioteca Civica, lunedì 21 febbraio la "Lectura Dantis". In programma i canti XII-XIV. Invariata la formula: introdotti da un breve commento a cura degli insegnanti delle Superiori acquesi, i versi saranno quindi declamati da Egle Migliardi e dagli attori de "La Soffitta".
La serata avrà inizio, come di consueto, alle ore 21.

Dante e i fiumi di porpora

Tutti giù nel cerchio VII, custodito dal Minotauro (per la verità assai goffo), ad inorridire dinanzi alle pene dei violenti. Ci aspetta la commedia più medioevale, lo scenario più "gotico", più truculento e raccapricciante (a dispetto di tanta mitologia richiamata, oltre che dalla creatura del labirinto di Creta, anche da Centauri e Arpie: anime immerse nel sangue bollente del Flegetonte (questa volta nessun traghettatore: i due pellegrini lo guaderanno con l'aiuto del centauro Nesso) e, soprattutto, due cacce infernali, le più celebri nel Trecento insieme a quella del Decameron (che ha per protagonista Nastagio degli Onesti).
Roba da far inorridire l'età dei Lumi francese, ma anche cugini e zii d'America, un secolo più tardi, della Dante Society.
Nel canto XII sono le creature metà uomini e metà cavalli (in cui la critica ha visto la rappresentazione delle truppe mercenarie) a saettare i violenti contro il prossimo (tra cui era anche Alessandro Magno, prima che scappasse a Hollywood per prender parte, con Colin Farrell, Angiolina Jolie e Anthony Hopkins, al kolossal di Oliver Stone); nel canto XIII ecco invece le Arpie, che costrinsero alla fuga dalle Isole Strofadi Enea e i suoi (Eneide, libro III), ora impegnate a dilaniare con gli artigli sanguinanti alberi-anime, mentre gli scialacquatori sono inseguiti da nere cagne.
Mentre copioso fuoriesce il "sangue bruno", è Pier delle Vigne, ministro della corte imperiale di Federico II di Svevia, a raccontare la sua storia (suicida) e a produrre la celebre invettiva nei confronti de "la meretrice (l'invidia) che mai da l'ospizio di Cesare (la corte del sovrano) non torse li occhi putti (lerci e disonesti)". E Dante non riesce a nascondere la partecipazione per questa vicenda che sembra ricalcare la propria (dalla calunnia deriva non la morte, ma l'esilio). E, come non bastassero, le immagini "forti" continuano nel canto successivo, con i dannati supini su un deserto incandescente, che devon subire per soprammercato anche una pioggia di fuoco. Tra questi il superbo Capaneo, uno dei sette re che assediò Tebe, già in antiquo, fulminato da Giove.
Dopo tanta arsura, un fiumicello, ma sempre dalle acque sanguigne. Esso ha origine nella statua (ma forse si tratta, più propriamente, di simulacro e uomo insieme) di un "gran veglio", nascosto a Creta - luogo d'innocenza perduta; regno di Saturno e delle più antiche, felici, civiltà; versione pagana del Paradiso Terrestre - nelle viscere del monte Ida. Davvero strana la creatura: testa d'oro, braccia e petto d'argento, rame giù sino all'inguine, gambe e un piede (il sinistro; l'altro è di terracotta) di ferro. Dante attinge alla Bibbia e ad un sogno di Nabucodonosor, ma innova immaginando ogni parte de corpo (tranne il capo) ferita. Ecco l'allegoria dell'umana gente e della sua dolorosa decadenza, malferma sulle estremità (il piede di coccio - e Manzoni se ne ricorderà per don Abbondio - allude secondo i commentatori alla Chiesa), che vede compromessa la ragione (l'argento), la volontà (il rame), gli affetti sensitivi (il ferro), ormai dominata dalla concupiscenza (la terracotta). Intatto solo il libero arbitrio (l'oro).

La nostra commedia
Due dantisti dell'Acquese

Doveroso cominciare da Jacopino d'Acqui, segnalando del dotto concittadino trecentesco (cui furon dedicate nel settembre 1997 due giornate di studio, cui parteciparono docenti e ricercatori delle università di Genova, Pavia e Torino, nonché studiosi del territorio) proprio un consistente fuoco d'interesse per la figura di Pier delle Vigne.
Il testo di riferimento è il Chronicon Imaginis Mundi, analizzato - proprio in relazione al segretario di Federico II - da Angelo Monteverdi sulla rivista "Studi mediovali" dell'annata 1931.
Più vicino a noi il contributo dell'anglo-rivaltese (per le origini familiari) Giuseppe Baretti, tornato agli onori delle cronache anche per la mostra Joshua Reynolds e l'invenzione della celebrità, prima rassegna dedicata in Italia, apertasi domenica 13 febbraio (si concluderà il primo maggio) a Ferrara, presso le sale del Palazzo dei Diamanti (celeberrimo l'olio che ritrae il letterato che aguzza lo sguardo in un volumetto a pochi centimetri dal proprio naso; non sarà mica - giusto per rimaner in tema - la Divina versione livre de poche?).
Ma il Nostro, a Londra, sul finire del Settecento, oltre a pensare ai dolcetti e ai moscadelli delle colline di Rivalta, divenne paladino della Commedia attaccata duramente dai filosofi dell'illuminismo francese e, in particolare da Voltaire.
La Dissertation upon the italian poetry in which are interspersed some remarks on Mr. Voltaire's essay on the epic poets (1753) e il Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire (1777) costituirono un'appassionata difesa, che ribadì la centralità dell'autore fiorentino non solo nell'ambito della letteratura nazionale. La querelle (che coinvolgeva anche il tema delle traduzioni volteriane) fu così l'occasione per divulgare biografie e poetica dell'Alighieri oltre Manica, e per fornire ai sudditi del Regno Unito qualche assaggio del poema (corredato da opportune versioni nella lingua inglese).
E ulteriori passi danteschi trovarono collocazione nella Italian Library, la raccolta antologica che Baretti allestì nel 1757. Immaginiamo il prediletto: "guarda il calor del sol che si fa vino" (Purgatorio, XXV). Da che si potrebbe - assai liberamente - interpretare che il vino è "anticipo" del premio dell'eterna beatitudine. Prosit.

Giulio Sardi

<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]