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Lectura Dantis - INFERNO - (6)

 

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I canti XV, XVI, XVII

"L'Alighieri sarà sempre maestro di chi ama dipingere con verità oggetti patetici, teneri ed ispirati da nobile carità di patria; ed il Conte Ugolino, la Francesca d'Arimini [sic], il Sordello saranno sempre la maraviglia di tutti i secoli".
Così, scrisse nella sua storia della Let teratura Italiana (Torino, 1830), il cavalier Giuseppe Maffei, "regio bavaro consigliere, professore nel Regio Liceo e nella Regia Paggeria in Monaco, accademico padovano e aretino" (e da non confondere con il più famoso Scipione, attivo nel secolo XVIII, né col classicista Andrea seguace del Monti).
E al di là dell'incerta grafia di alcuni cognomi (che dovevan sembra balzani agli stampatori, la vedova Ghiringhello e i fratelli Reycend, pur libraj di S.S.R.M.) non si può non dargli ragione.

Tre canti fiorentini

Il motivo civico, ampiamente dissodato dal canto VI, torna nel XV (nel cerchio - il settimo - dei violenti contro Dio nella natura: i sodomiti) nell'apostrofe nel notaio Brunetto Latini, autore del Tresor.
I fiorentini? "Gente avara, invidiosa e superba", con le fazioni che vorrebbero riavere ciascuna con sé l'esule poeta, "ma lungi fia dal becco l'erba". E il revival cittadino continua nel canto XVI. Tre spiriti, piagati dalle bruciature, si avvicinano al Dante (siamo sempre sotto la pioggia di fuoco): tra loro il Tegghiaio [Aldobrandi] e Jacopo Rusticucci, che proprio nel canto VI "politico" eran stati indicati dal poeta come modello di virtù, e di cui Ciacco aveva indicato l'ingloriosa sorte.
E, sempre a proposito delle mali arti fiorentine, dinanzi all'anima di Guglielmo Borsiere è Dante a dare la stura ai suoi sentimenti:

La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, che già ten piagni.

L'intermezzo di un rito (il cordone del Terz'ordine francescano, che prima cingeva i fianchi del poeta, annodato, è gettato da Virgilio in un abisso, da cui compare il mostro Gerione, immagine della frode, custode del cerchio ottavo, che alla fine del canto si presterà a trasportare i due pellegrini alle sottostanti malebolge) e Firenze ritorna.
Nell'arco di una quindicina di terzine Dante ha ancora tutto il tempo per descrivere l'incontro con gli usurai (violenti contro Dio nell'arte), accovacciati e piangenti che, invano, con le mani cercan di allontanare le fiamme cadenti. Dal collo di ognuno pende una borsa, che è ornata di blasone. Subito è riconosciuto lo stemma della famiglia fiorentina Gianfigliazzi (leone azzurro in campo giallo), quello del padovano Reginaldo degli Scrovegni (una scrofa in campo bianco), che annuncia la prossima venuta di un altro "banchiere" della città del giglio: Giovanni Buiamonti (con tre becchi d'uccello in arma).

La nostra commedia.

Da Dante a Pasquino

Dunque è di scena la città e il suo censore. Anche noi, ad Acqui abbiamo il nostro. Al quale attingiamo.
Si tratta dell'anonimo Pasquino che ripetutamente, negli anni passati, ha affisso i suoi versi d'invettiva qua e là per il vecchio quartiere pisternino.
Cambian i tempi. Non più pergamena e atramentum steso dai calami, ma fogli stampati a computer. Che anche a noi è capitato - come a molti acquesi - di leggere (e conservare per i posteri: a chi volesse aver maggiori notizie sul Corpus Pasquini aquensis scriptoris consigliamo di chiedere informazioni a Lionello Archetti Maestri, documentarista della Civica).
Ma torniamo al nostro "censore" acquese: come si conviene, è la Musa Politica ad armar l'ispirazione.

Veniamo alla trascrizione.

È fosco l'aere
il cielo è muto
ed io sul querulo
fonte seduto [verrebbe da suggerire sulla Bollente]
in solitaria malinconia
rimiro attonito la patria mia.

dice la prima strofa.

Addio diletto
bel borgo antico:
in ogni casa
c'era un amico,
un cantastorie
ed un poeta;
ora è un'unica
grande enoteca.

(...anche ai poeti capita di far cilecca: Pasquino non immaginava l'attuale impasse del Quartiere del Vino).
I quinari poi scoprono il nervo vivo di un recente passato (la composizione ha titolo La continuità):

Non più Peo
non il Francois
varia ed onesta
umanità;
nelle magioni
senza splendori
d'affari brigano
procacciatori....

Ma accenti davvero danteschi rivela il nostro Pasquino ne All'amica risanata? che, nonostante l'intitolazione palesemente foscoliana (solo l'interrogativo è in più), con i suoi endecasillabi ben distesi e, soprattutto, per "affinità contenutistiche" ricorda proprio lo stile che fu di Ciacco e di Brunetto.

Acquese, che per la città del vino
lieto ten vai pensando al tuo dimane,
piacciati d'ascoltare un po' Pasquino:
la tua città, addobbata di fontane,
che ha il volto imbrattato di belletto
imparruccata come le battone,
mortali piaghe cela dentro il petto.

Seguon non tre, ma ben sei vizi (e già, da noi si "costuma" far le cose in grande):

Superbia, villania e presunzione
abuso, strapotere e intolleranza
travaglian sì la tanto illustre inferma
che il core ci riempie di doglianza...

Ma dove Pasquino davvero si supera è nella strofa nella quale - sull'esempio dantesco, ma del Paradiso - si evoca San Bernardo:

Ma ecco che dall'alto del suo scanno
il divino Bernardo un uom ci addita;
quale maestro di color che sanno,
i cittadini a designar invita
chi con somma sapienza, perizia e intelletto
riporti la malata a nuova vita.

Diavolo d'un Pasquino, verrebbe da esclamare. E chissà che non ci sia anche lui in quella brigata diavolesca che troveremo nel canto XXI (dei barattieri) che ha per capo Malacoda.

Giulio Sardi

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