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Lectura Dantis - INFERNO - (7)

 

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I canti XVIII, XIX, XX

Dal 7 marzo sarà doppia la discesa nell'Inferno di Dante.
Non solo si continuerà a scendere la china dell'orrido imbuto che porterà i pellegrini alla vista di Lucifero, ma - letto già il XVII canto il 28 febbraio, raggiunta la metà dell'opera - il viaggio è ormai entrato nella seconda parte, quella finale.
Insomma: si scende "alla lettera". E per metafora: si potrebbe affermare (cercando volontariamente di far un po' di confusione con i gironi appena letti del cerchio XVII) che dal 7 marzo comincia il "girone di ritorno". Giusto giusto Dante da qui a poco sfiderà (ma non a pallone) una squadra di diavoli (canti XXI e seguenti, Lectura del 14 marzo: un incontro da "tripla").
Ma non divaghiamo. Chiudiamo il preambolo per venire all'appuntamento di lunedì 7 marzo.

Nel regno della malizia

Ci aspetta una triade di canti con cui inizia il percorso del cerchio VIII, quello delle cosiddette malebolge, questi dieci scompartimenti concentrici che somigliano ai fossati di un castello medioevale, su cui son gettati altrettanti ponti scogliosi.
Dante e Virgilio incontran così i seduttori per conto altrui e proprio, e gli adulatori (canto XVIII, bolgia prima e seconda rispettivamente). I diavoli percuotono di dietro i seduttori, mentre per chi usò sconce lodi, lo sconcio supplizio del trovarsi in un mare di sterco.
Quanto agli incontri ecco il ruffiano bolognese Venedico Caccianimico, e poi Giasone "che per core e per senno" privò "li Colchi [abitatori della Colchide] del monton [del vello d'oro], traditore prima di Isifile e poi di Medea, Alessio Interminelli da Lucca e l'etera ateniese Taide.
Al tema dei simoniaci (bolgia terza) è riservato un canto intero, il XIX canto celeberrimo, anche perché qui Dante - come si ricorderà - trova il modo di evocare l'ancora vivente (nell'aprile 1300, data in cui la finzione del viaggio si compie) Bonifacio VIII.
Fitto in buche di pietra, quasi avesse compiuto un tuffo, i piedi incendiati (e la fiamma evoca lo Spirito Santo calpestato), colui che fa per denaro commercio di cose sacre attende chi più profondamente lo caccerà nelle viscere della terra: c'è l'occasione per Niccolò III, che può leggere il libro del futuro, per nominare tanto Bonifazio [VIII, la cui morte cadrà nel 1303] quanto Clemente V [sul soglio di Pietro dal 1305 al 1314]. Non mancano i versi di fortissima invettiva: basti l'allusione al "puttaneggiar con i regi" del potere temporale, e la deprecazione nei confronti di quella "dote" di Costantino (la celeberrima Donazione) "che prese il primo ricco patre" (papa Silvestro).
Fattucchiere, oracoli e indovini con il capo volto innaturalmente all'indietro (chi "volle veder troppo davante/ di retro guarda") contraddistinguono la bolgia quarta (canto XX). Della truppa il più famoso è il tebano Tiresia, ma la presenza della di lui figlia, Manto, innesca in Virgilio (un sol rimbrotto gli basta per asciugare le lacrime di commozione nate in Dante al veder stravolta l'umana effigie) una digressione mitica. Essa riguarda la città natale Mantova, in antico isola di una palude che proprio la profetessa e il suo corteggio primeramente abitarono.
Tempi duri, quelli del Medioevo, anche per gli scienziati e in particolare per gli astrologi: nella bolgia Michele Scotto (anche alchimista) che operò presso Federico II, il forlivese Guido Bonatti, cortigiano di Guido da Montefeltro, e Maestro Benvenuto (alias Asdente), calzolaio di Parma. Severissimo il giudizio dantesco nei loro confronti, che rovescia il benevolo atteggiamento del francescano Salimbene de Adam (1221-1288) espresso nella famosa Chronica.

La curiosità

Attenti ai tranelli di Dante. Nel canto XIX il "novo Iasòn" [Clemente V, al secolo Bertrand de Got, che trasferì ad Avignone la sede pontificia] non ha nulla a che fare con il Giasone greco degli Argonauti (canto XVIII) che il mito sostiene imparentato addirittura, per via di madre, con Ulisse. Si tratta di un altro Giasone, un personaggio - citato nel II libro dei Maccabei - che comprò dal siriano Antioco IV Epifane (secolo II a.C.) il titolo di sommo sacerdote.

Giulio Sardi

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