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Lectura Dantis - INFERNO - (8)

 

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I canti XXI, XXII, XXIII

Si sbaglia, e di grosso, chi pensa che la Lectura Dantis, ad Acqui sia invenzione solo contemporanea.

I diavoli del 1927...

Dante è infatti "divin poeta, colui che tutto il mondo onora, e la cui fama durerà quanto il mondo lontana".
Così si esprime "Il Giornale d'Acqui" del 5-6 febbraio 1927, sul quale, ad esempio, si può trovare menzione di una conferenza che, nel salone comunale, tenne il grand'ufficiale prof. Armando Santanera, profondo cultore dell'Alighieri.
E Acqui, in allora si mobilitò per ascoltare dei barattieri e della lotta dei diavoli. In "cartellone" (allora come lunedì 14 marzo) il canto XXII, "uno dei più belli e interessanti dell'Inferno, commentato e recitato dal valoroso conferenziere, [canto che] sarà reso più dilettevole ed emozionante attraverso i suoi caratteristici episodi".
E il prof. Santanera, che pure coltivava interessi di storico (è noto un suo saggio sul castello vercellese di Moncrivello, pubblicato sul Bollettino Bibliografico Subalpino nell'anno 1931) a suo modo di Dante era uno "lettore" specialista: tanto che Lattes ripetutamente diede alle stampe le sue "conferenze": L'apparizione di Beatrice (sul canto XXX del Purgatorio) è il libricino che apparve nel 1917; L'amore passionale. Sul canto V dell'Inferno. La visione di Dio sul canto XXXIII del Paradiso, invece, sono i temi delle pagine date alle stampe nel 1920, riflettenti le conferenza tenute a Trento l'11 ottobre 1919, per incarico dell'Associazione per lo sviluppo dell'Alta Cultura di Milano, e a Casale Monferrato (e qui la data non c'è) al Regio Istituto Tecnico Leardi.
Ma il prof. Santanera intrattenne non solo studenti e colleghi: proprio la conferenza presentata ad Acqui, informa il trafiletto del giornale locale, fu tenuta anche dinanzi i Reali del Belgio, e sotto la Mole, nella città del Po, presso la Società Pro Cultura che raccoglie e il fior fiore della intellettualità torinese".
Ma abbandoniamo le cronache di una lectura "vetus" per presentare il prossimo incontro dantesco.

Dante Alighieri sui 2 euro italianiI diavoli del 2005

Lunedì 14 marzo, come di consueto alle ore 21, dunque, una triade diavolesca, con i canti XXI, XXII e XXIII. E anche il colore dominante sarà il nero, poiché i dannati sono immersi nella pece bollente, dal momento che le loro azioni furono nere e appiccicaticce. Eccoci nella bolgia quinta, del cerchio VIII. Innumerevoli gli incontri. Si comincia con un'anima fresca fresca, che un demonio, dopo una precipitosa corsa, precipita nel lago nero. A trafficare con gli affari pubblici un corrotto Anziano di Santa Zita (magistratura cittadina lucchese) che dovrà subire oltre al danno...anche le beffe: "qui non ha loco il santo Volto; qui si nuota altrimenti che nel Serchio".
Ma la pece bollente somiglia ad una minestra gorgogliante, e i diavoli (racchiusi collettivamente dal nome di Malebranche) a tanti cuochi, che non i loro roncigli "fan attuffare in mezzo la caldaia / la carne cogli uncin, perché non galli [galleggi]".
Ma Dante trova il modo anche di citare il vivente Bonturo Dati, specialista in tangenti e loschi affari.
E il bello è che i neri signori del luogo vorrebbero riservare la stessa fine (da pietanza) anche a Dante.
Alla fine, Malacoda, incaricato di parlamentare con i due viandanti, li indirizza su una falsa strada (poiché un ponte venne rotto alla morte del Redentore) e insiste per dare loro una scorta, che si incammina dopo che Barbariccia "avea del cul fatto trombetta". Lo sconcio segnale diventa l'occasione per una digressione che prende in esame i modi di impartire ordini - acustici o visivi - all'esercito; campane, trombe, bandiere, tamburi: mai Dante ascoltò una tale cennamella [strumento musicale ad ancia, assai diffuso nel Trecento, tipico dei pastori e per questo legato ai riti laici del Natale].
Dopo gli incontri con il barattiere Ciampolo di Navarra, che nomina i suoi compagni di sventura Frate Gomita e Michele Zanche, segue una zuffa tra diavoli che vede protagonisti Calcabrina e Alichino, che come nelle migliori comiche americane di Laurel e Hardy precipitano nello stagno. E così termina il canto XXII. Nel successivo largo agli ipocriti, bolgia sesta, oppressi da cappe di piombo dorate che simbolizzano l'apparenza di virtù e santità che occulta il vizio segretamente coltivato.
Anche qui Dante ha modo di parlare di personaggi ben conosciuti dai suoi concittadini: i bolognesi Catalano de' Catalani e Loderigo degli Andalò, entrambi podestà nella città del Giglio dopo la battaglia di Benevento (1266) che sancì il definitivo tramonto del partito ghibellino. Costoro, che appartennero all'ordine cavalleresco di S. Maria, e che nelle intenzioni avrebbero dovuto conservare a Firenze la pace, vennero chiamati volgarmente "frati gaudenti" per le dissipate inclinazioni e l'agiatezza del vivere.
Ma l'attenzione di Dante viene presto attirato da "un, crocifisso in terra con tre pali": è nientemeno che il grande sacerdote Caifa [Caifasso, un nome un po' da melodramma per la verità], che "consigliò i Farisei che convenia / porre un uom per lo popolo a' martiri".
Nudo, la giustizia divina impone a lui e al suocero Anna e ad altri membri del Sinedrio di essere calpestati da tutti gli altri dannati.
Ma il supplizio non è l'unica sorpresa: proprio alla fine del canto XXIII Virgilio si accorge dell'inganno dei diavoli che lo hanno indirizzato su una falsa pista. E di ciò è non poco turbato, temendo addirittura di restare definitivamente invischiato in queste appiccicose e labirintiche bolge.

Giulio Sardi

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