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Lectura Dantis - INFERNO - (9)

 

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Dagli inchiostri di Augusto a Dante "drammatizzato"

La Biblioteca… in palcoscenico. Così si è trasformata la nostra "Civica", che sta sempre più proponendosi come spazio non solo di cultura, ma di vero e proprio spettacolo.

Augusto Daolio
Un'opera di Augusto Daolio
esposta
alla Biblioteca
di Acqui Terme

Gli inchiostri di Augusto

Venerdì 11 marzo, complice la mostra dedicata ad Augusto… in arte, un buon pubblico (ma non straboccante, come era nelle attese) ha potuto applaudire il Falso Trio interprete delle canzoni dei Nomadi (pezzo finale Io vagabondo, cantato da tutti i presenti).
Numerose le presenze dei Fan Club piemontesi (Novara, Asti, Cuneo…) convenuti per ricordare Augusto Daolio e la sua attività grafico-pittorica "complementare" alla musica.
E proprio le chine colorate (per la facilità nel trasporto e nell'utilizzo il mezzo ideale per chi si trova a vivere una "vita d'artista" fatta di continui spostamenti, da un concerto all'altro) non hanno mancato di sollecitare l'attenzione dei presenti, ammaliati dalla vivace fantasia che i soggetti esprimono.

Dante "dramaticus"

"Tutti voglion fare jazz" dicevano Gli Aristogatti in un celebre film d'animazione (e proprio tale vena si è ben riconosciuta, a tratti, nei pezzi proposti da Biagio Sorato, Antonio Pirrone e Stefano Zoanelli).
Ma gli exempla della stagione - bella, bellissima - del teatro hanno invitato anche alcune delle voci dantesche ad applicare alle rime le regole drammatiche.
Detto, fatto. Così ha pensato soprattutto Egle Migliardi ("lettrice" di giornata, con l'assessore Roffredo e con Enzo Benso de "La Soffitta"), lunedi 14 marzo, esaltando "teatralmente" il canto XXII a lei affidato.
Si è cominciato con i clamori dei segnali militari, con le "rumorose" terzine che hanno lasciato poi il campo ai diversi timbri dei personaggi, e ai plastici movimenti - con tanto di piroetta - della lettrice, interprete delle evoluzioni dei dannati descritti dal divin poeta.
"Parole in libertà" dicevano i Futuristi; non c'è da scandalizzarsi per questo Alighieri (certo: può piacere o no, son gusti) andato "alla deriva" scenica (ma deriva non è termine negativo: anche il testo, pur sempre uguale, appare sempre diverso: siamo noi che lo rivestiamo in differente modo, a seconda delle esperienze personali e collettive).
Tra gli altri "attori" della sera "infernale" Paolo Repetto, direttore della Biblioteca, che si è cimentato con le introduzioni critiche, accompagnato alla tastiera da Enrico Pesce.
Oltre una trentina le presenze tra il pubblico.

I canti XXIV e XXV dell'Inferno

Solo due canti in lettura il 21 marzo, in biblioteca civica (inizio alle ore 21), ultimo appuntamento prima della Pasqua. A commentare il XXIV e il XXV dell'Inferno il prof. Claudio Camera (SMS "Dalla Chiesa" di Nizza Monferrato), insegnante che unisce alla solida preparazione un efficacissimo approccio didattico di cui è testimone una lunga, riconoscente schiera di allievi e genitori.
Comincia per Dante, il gran finale: dopo la lettura della coppia XXIV & XXV (che darà modo a chi commenta di entrare con tutta la dovizia del caso nelle terzine), sabato 2 aprile (ore 21) sarà la volta di Gerardo Placido, con la triade di canti che comprende anche il mito d'Ulisse (commento del prof. Mario Timossi).

La commedia e l'acquese Guido Manacorda

Acqui e i dantisti: ci sono i forestieri ospiti della città come il prof. Santanera (ricordato la scorsa settimana) e Giuseppe Baretti da Rivalta (e anche un po' il Pasquino della Pisterna), il "quattrocentista" (a fine Ottocento si diceva così) Stefano Talice da Ricaldone, e Raffaele Ottolenghi sostenitore della "Società Dante". Non mancano neppure veri e proprio personaggi di statura internazionale. Per i quali, addirittura, non c'è da pescare nel circondario, ma da guadare all'interno del perimetro delle antiche mura.
Veniamo così a ricordare che Guido Manacorda, filologo e storico della nostra letteratura (ma anche di quella tedesca), nacque presso la Bollente il 5 giugno 1879.
Direttore delle Biblioteche di Catania e di Pisa, il nostro si impose come germanista, dedicandosi all'analisi dei reciproci influssi tra Italia e tradizione nordica.
Particolarmente minuzioso fu il suo lavoro riguardante la produzione drammatica di Richard Wagner, con I drammi (1920-1936) di cui curò una edizione arricchita da introduzione e commento (tedesco e versione poetica a fronte) ancora ristampata da Sansoni all'inizio degli anni Ottanta.
Particolarmente apprezzata la sua versione del Faust di Goethe, ammirata in particolare da Giovanni Papini.
Tra il 1910 e il 1940 insegnò tedesco nelle università di Napoli e Firenze (coltivando anche curiosità mistiche e misteriosofiche), ma soprattutto fu coinvolto nelle relazioni diplomatiche "a tre" tra nazismo, regime fascista e Santa Sede (Manacorda, riavvicinatosi al cattolicesimo, era amico di Bottai e di Padre Agostino Gemelli; i diari di Goebbels lo ricordano con fastidio, per il suo andirivieni negli uffici).
Splendido filologo, nelle analisi politiche Manacorda non riuscì a far a meno di aderire al pensiero razzista: nel suo saggio Il bolscevismo, uscito all'inizio degli anni Quaranta interpretò in chiave discriminante il comunismo, ritenendolo fortemente inquinato da influenze semitiche, e perciò da rigettare proprio in nome della causa antiebraica (e purtroppo non fu il solo a lasciarsi contagiare da tali suggestioni).
Quanto agli interessi danteschi, anche Acqui poté vagliarne direttamente il magistero. La Biblioteca Civica di Acqui Terme (Documenti del Fondo Locale) conserva ancora il grande manifesto che ricorda la conferenza da lui tenuta il 22 maggio 1953, nell'ambito di una serata d'alta cultura che aveva per tema Le armonie eterne del Paradiso dantesco.
Essa, organizzata dall'avv. Augusto Vivanti, direttore degli Stabilimenti, e dal Sindaco Giacomo Piola, ebbe svolgimento presso il Salone delle Terme.

Dante tra i ladroni

Da via XX Settembre a via Maggiorino Ferraris, con i due canti del 21 marzo.
Il cerchio è sempre l'ottavo, "lunghissimo" (le malebolge petrose e ferrigne hanno avuto inizio con il canto XVIII), e ora che siamo al XXIV Dante e Virgilio giungon alla bolgia settima, quella dei ladri.
Il passaggio ai novelli tenebrosi spazi è non poco problematico: dapprima c'è l'esperienza dello sgomento di essere finiti in un labirinto senza uscita. Con fatica arrampicatisi al sommo dell'argine, percorso il ponte, i due viandanti vedono i ladri tormentati dai serpenti e trasmutati negli animali striscianti. Tra questi il pistoiese Vanni Fucci, "ladro alla sacrestia di belli arredi [quelli della chiesa di S. Jacopo]", che predice il destino politico della sua città (a Pistoia saranno i Bianchi a prevalere), al contrario di quanto capiterà a Firenze a seguito della venuta di Carlo di Valois, con allusioni all'esilio del poeta.
La cieca bestialità accomuna i due canti: la sacrilega ribellione di Vanni Fucci - che inveisce contro Dio nei primi versi del XXV - esemplarmente punita, permette l'entrata in scena del ladrone Caco, centauro tutto coperto di serpi che, grazie ad un drago posto sulla nuca, incenerisce le anime che si parano dinanzi.
Ma questo è il regno della metamorfosi mostruose: un'anima (Cianfa dei Donati) subisce l'assalto di un serpente (Agnolo Brunelleschi) e con esso dà vita ad una creatura confusa. Poi un'altra anima nuda (Buoso degli Abati) viene morsa all'ombelico da un altro serpentello (Guercio de' Cavalcanti). Mentre il fumo fuoriesce dalla bocca dell'animale e dalla ferità che la serpe ha inferto, la metamorfosi cambia i connotati degli esseri: l'uomo diventato serpente fugge sibilando rincorso dal serpente diventato uomo, che lo insegue e parlando sputa (Dante, Virgilio, e il ladro Puccio Sciancato assistono interdetti).
Quanto al tempo della Commedia, siamo ormai al mezzogiorno del 9 aprile (Sabato Santo) del 1300. Ulisse e Diomede ormai sono dietro l'angolo.

Dante Alighieri e gli studiosi nostrani

Stefano Talice da Ricaldone
un'interessante lectura del XV secolo

Acqui Terme. Dopo i nomi "antichi" - Jacopino d'Acqui- e "moderni" - Giuseppe Baretti da Rivalta Bormida - ricordati nel numero del 20 febbraio, andiamo ora a rammentare tra i commentatori nostrani della Commedia la figura di Stefano Talice da Ricaldone. Per una volta disgiungeremo il riassunto dei tre canti in lettura lunedì 7 marzo dalle note che provano a scoprire i legami tra la Commedia e gli studiosi del nostro territorio.

La nostra commedia
Un ricaldonese all'Inferno

Furono due eruditi di prim'ordine quali Vincenzo Promis e Carlo Negroni (il primo è il Bibliotecario del Re, il secondo un bibliofilo che colleziona codici danteschi, nel 1888 ideatore della Società Dantesca Italiana, sindaco di Novara e senatore) a curare l'edizione della Commedia commentata da Stefano Talice. Due le stampe: a quella torinese del Bona (1886), seguì quella di Hoepli (1888), lussuosissima, voluta espressamente dal sovrano Umberto I.
L'opera fu presentata come autografo, ovvero creazione originale del Talice (operante tra XV e l'inizio del XVI secolo, ma lontano dal suo paesello), anche se un filologo attento quale il Rodolfo Renier aveva avanzato già nel 1884 forti dubbi quanto all'originalità del contenuto della fonte, un codice cartaceo della Biblioteca Reale. Le glosse, infatti, potevano più facilmente appartenente all' "albero di famiglia" dei codici che derivavano da un famoso commento trecentesco di Benvenuto da Imola.
Una delle preoccupazioni dei curatori, fu ovviamente quella di ricostruire la figura del dotto letterato: non solo quella dei Talice di Ricaldone (ma l'etimo del cognome potrebbe essere D'Alice) era nell'alto Monferrato famiglia "tra le più antiche e cospicue", ma il dotto Stefano, sulla scorta delle ricerche condotte da storici considerati affidabili quali l'acquese Guido Biorci e il torinese Emanuele Vallauri, fu identificato con quel magister, nonché egregius grammaticae professor, rector - direttore - scolarum Savillani (qui la fonte è la Storia di Savigliano del Canonico Casimiro Turletti, 1883-1888), nonché il trascrittore di un libro - Le Comodità in villa - del filosofo e agronomo Pier Crescenzio.
Ma, in effetti, come si capisce bene, sul Talice sembran oggi più le lacune che le certezze (e forse c'è più di un sospetto che diverse identità possano essere confluite in una). Dal 1904, invece, un dato sicuro giunge da Michele Barbi, che individuò la fonte del commento del Talice da "una lettura fatta nel 1375 a Bologna da Benvenuto da Imola", mentre già nel 1891 un altro filologo, il Rocca, si era occupato del problema ritrovando somiglianze fortissime col commento del Talice nell'edizione del commento di Benvenuto da Imola, contenuta nel codice Laurenziano Ashburnhamiano 839.
Concludeva il Barbi che, in entrambi i casi, si trattava di "stesure dell'esposizione bolognese di Benvenuto da Imola ma scritte "per opera di due diversi uditori" (cfr. Chiara Bentivegna, Il canto XVI del Purgatorio. Storia della critica, all'indirizzo www. ehi.it).
Ma "d'autore" risulta, almeno, la sottoscrizione, posta al termine del codicillo.
Apprendiamo così che opera e lectura Dantis Aldigherii, poete florentini furon concluse per me Stephanum Talicem de Ricaldono in Burgo Liagniaci (Lagnasco), 15 kalendis novembris [il 18 ottobre, quindici giorni prima del 1° novembre] 1474, hora 12a (circa le sei di sera). La fatica della scrittura giunge a termine sotto la protezione della Trinità e della Vergine Maria, e trova nelle parole Laus tibi Christe. Amen il suo suggello.

I contesti: la nazione e la corte

Il nome di Dante è fondamentale per la giovane nazione che è l'Italia a fine XIX secolo. Nel 1865 cade il sesto centenario della nascita di Dante quando l'Unità è proclamata da soli quattro anni; in fondo basta questo per farne una bandiera nazionale. E neppur quarant'anni dopo è un altro monferrino illustre, Manfredo Terragni da Cremolino - che sul supplemento 1902 della "Rivista di Storia, Arte e Archeologia della Provincia di Alessandria" esorta i ricaldonesi a far sorgere "nel comunello ove Stefano Talice ebbe i natali... un degno e permanente ricordo che eviti al suo nome il rinnovarsi dell'oblio secolare"- a proporci una interessante chiosa.
"È davvero confortante il rinnovellato culto pel Divino poeta. Alla deplorata mancanza di una cattedra dantesca, tra le tante inutili che si mantengono, sopperiscono egregiamente tanti valorosi letterati che, sull'esempio non recente di Germania, d'Inghilterra e d'America, vanno oggidì recitando e spiegando in geniali conferenze per le grandi città nostre questo o quel canto".
E sempre l'articolo del Terragni non manca di evidenziare la propensione "dantesca" della casa sabauda, citando ora il Codice Eugeniano della Biblioteca Imperiale di Vienna (detto così poiché appartenente al guerriero Eugenio di Savoia), ora la stretta parentela che lega la Regina Margherita al Re Giovanni di Sassonia "fra i più reputati dantisti della dotta Germania". Non può mancare un pensiero alle edizioni del Talice che il compianto (il regicidio si è consumato nel 1901) Umberto I, "con saggio e valoroso intendimento" dedicò "al figlio suo diletto [Vittorio Emanuele] in premio del suo amore agli studi e perché nel divino poema fortifichi la mente ed educhi il cuore al culto della patria letteratura".
Ma con un procedimento che è tipico del Carducci, la corte sabauda viene avvicinata a quella ghibellina del Marchesato di Saluzzo, in cui, alla presenza del signore del luogo, "dei suoi baroni e cavalieri e delle dame più adorne di gentilezza e leggiadria, si leggevano componimenti in prosa ed in versi, e si occupava il tempo in geniali disputazioni d'ogni più eletta parte dello scibile d'allora, nel suonar l'arpa e giuocare agli scacchi". Per cui - e qui le parole son di Vincenzo Promis - "non si giudicherà congettura priva di verosimiglianza" quella che rappresenta Stefano Talice mentre "in atto rispettoso e con nobil portamento e bel tono di voce sta leggendo nel castello di Saluzzo la Commedia Divina ad un eletto e stipato uditorio ... in cui l'illustre figliuolo di Guglielmo VII di Monferrato, e poscia la bella e amabile Margherita di Foix cugina di quel Gastone il quale nelle sanguinosa battaglia di Ravenna perdé la vita e acquisto la gloria".
[Proprio come in Purgatorio XVI: "le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi" quasi come nei due primi versi del Furioso- ndr.].

Solo fantasie?

Nel 1898 lo storico Ferdinando Gabotto, ritrovando alcune pagine (una dozzina) di un codice trecentesco della Commedia nell'Archivio Comunale di Verzuolo (Cuneo), le riferì proprio all'esperienza delle "lecturae" di Stefano Talice; più recentemente due studiosi, Adriana Muncinelli e Paolo Pezzano (cfr. I Frammenti di Verzuolo in "BSSSAA della provincia di Cuneo, n. 106, 1° semestre 1992) hanno ipotizzato una lettura "piemontese" del manoscritto coeva alla data della sua stesura (fine trecento).
Saluzzo come la Ferrara degli Este (e Talice da Ricaldone precursore dell' Ariosto), come la vecchia Torino, come Firenze, nuova capitale del giovane Regno d'Italia, patria della Letteratura nazione e del Divin Poeta che meglio la rappresenta. E poi la dinastia che ribadisce quanto attivo sia stato il suo impegno nel tramandare un poema. Edizioni, monumenti, celebrazioni: con queste strategie culturali - che si inerpicano anche sui nostri "vitiferi colli" - l'Italia di allora provava a riconoscersi nazione.

Giulio Sardi

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