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Lectura Dantis - INFERNO - (11)

 

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Santa Giustina - Sezzadio
Sezzadio - La "porta inferni"
Abbazia di Santa Giustina
Madonna della Neve - San Michele Mondovì
San Michele Mondovì
Cappella della Madonna della Neve
San Fiorenzo - Badia di Mondovì
Bastia di Mondovì
Cappella cimiteriale di San Fiorenzo

Lectura Dantis d'autore
per Ulisse e compagni

Raccontare con i gesti l'Inferno. Prima di Gerardo Placido e degli attori della sua scuola - sabato 2 aprile in Biblioteca Civica, inizio ore 21, con ingresso libero - tanti gli esempi. Addirittura medioevali. "Pictura est laicorum literatura".

Poemi di immagini

Ovviamente l'Inferno dipinto c'è in Toscana. A Firenze, nel mosaico del Battistero di S. Giovanni, inizi sec. XIV - in cui forse c'è la mano di Cimabue - ben prima che Dante cominciasse a scrivere la Commedia. E poi negli affreschi di Andrea di Firenze, dedicati al Cristo che scende nel Limbo, e di Nardo di Cione, che ritrae i gironi del regno dell'oscurità in S. Maria Novella. Ma non bisogna dimenticare le visioni della Cattedrale di S. Gimignano o del camposanto e di Pisa.
Ed ecco poi le fiamme dei dannati a Padova, nella cappella voluta da Arrigo Scrovegni, quella del Giudizio Universale giottesco - per intenderci subito - che trovò il suo mecenate nel figlio di quel Reginaldo che gli ascoltatori della Lectura acquese hanno conosciuto (o rinfrescato nella memoria) nel canto XVII, quello degli usurai (strani davvero gli scherzi del destino).
E ancora un bell'Inferno di ispirazione dantesca si trova anche ad Albenga, presso la chiesa cimiteriale di San Giorgio di Campochiesa datato 1446, dove son raffigurati anche Dante e Virgilio (e il ciclo si guadagna un asterisco nella Guida del Touring).
E a ben guardare, una efficace rappresentazione del regno di Satana sta anche vicino a noi, nella Badia di S. Giustina di Sezzadio, con tanto di Porta Inferni, drago sputafuoco (il Leviatano di Giobbe) e un demonio che con le proprie corna infilza i dannati (quasi a ribaltare l'immagine dell'Albero della vita).
Ma, per chi volesse compiere un tour infernale nel basso piemonte degli affreschi gotici e tardogotici, non mancano i due esempi che da soli "valgono" davvero il viaggio.

Non sul Bormida, ma sul Tanaro

Lasciamo stare le immagini tradizionali del S. Michele che pesa le anime, o qualche diavoletto che fa capolino, da solo, sparuto, certe volte letteralmente lapidato (nel senso proprio del termine: l'intonaco è caduto proprio a seguito del tiro a bersaglio dei devoti) in certi affreschi dalle contenute dimensioni.
Se volete ricrearvi gli occhi nulla di meglio che visitare la Chiesa cimiteriale di S. Fiorenzo (Bastia di Mondovì), con i suoi straordinari cicli, e la Cappella della Madonna della Neve di S. Michele di Mondovì.
In entrambe un Inferno piemontese con i fiocchi.
Tanti i motivi d'interesse: a cominciare dagli strumenti di tortura: bastoni uncinati, ruote dentate, spuntoni con cui si cavano gli occhi, addirittura l'oro bollente fatto bere agli usurai, fuochi e tanti, tanti serpenti. Solo fantasia? Non proprio. In un recente saggio "Il diavolo nell'arte" (Bruno Mondadori, Milano 2001) l'autore, che si nasconde (ma chissà perché) sotto lo pseudonimo di Luther Link, ci ricorda che "dietro le torture dell'Inferno, dal salterio di Wincester a Giotto, non ci sono soltanto la teologia o delle perverse fantasie, ma anche gli strumenti effettivamente usati".
E poi quelle figure grottesche e irreali, quasi astrazioni: i diavoli, depositari del male - che è assenza di qualcosa - proprio per questo finiscono per diventare problema insuperabile per gli artisti: ecco ora un Pan deformato, un flagello peloso, con o senza corna, con piedi palmati ed artigliati, e tante idee (l'uomo nero, il selvaggio) prese a prestito dalle sacre rappresentazioni.
Se ne riparlerà meglio all'ultimo canto, al cospetto delle tre bocche di Lucifero. Per ora occupiamoci dei dannati che all'angelo caduto stanno in bocca: negli affreschi di S. Michele troviamo - canonicamente - Giuda; a Bastia - sorprendentemente: si vada alla voce Azzeccagarbugli - advocatores et procuratores.

Dante: verba ... pictant

Avvolti dalle fiamme, invece, nel canto XXVI Ulisse e Diomede. Il tema è quello della deriva (letterale e metaforica) di quell' "ultimo viaggio" di Odisseo, così simile a quello di ser D(ur)ante Alighieri, a suggerire la Commedia come vero e proprio labirinto di specchi, che - a star a sentire la gnosi ermetica - dovrebbe rivelare un raffinato codice occulto. Insomma, protagonista sembra sempre esser la lingua, qui di fuoco perché dalla scintilla della parola nasce l'incendio di azioni che portano a perdere l'anima.
"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute et canoscenza". Dante sembra divertirsi a capovolgere il nostro "sentir comune", un po' come aveva fatto, piangendo, nel canto V: "Amor - ch'al cor gentil ratto s'apprende, ch'a nullo amato amar perdona - condusse noi a una morte".
Nel canto XXVII rieccoci ad un tema prediletto dai frescanti: il diavolo che contende all'angelo (spesso S. Michele) l'anima. Avvolto da una fiamma Guido da Montefeltro, prima uomo d'armi ma anche esperto di "coperte vie" e d'opere "di volpe", poi "cordigliero" (minore francescano), racconta l'inganno del "gran prete" (Bonifacio VIII) che lo fa ricadere in errore. Verba volant: l'assoluzione papale non è valevole in presenza di una volontà di peccare. Il canto, come il precedente, esalta "la lingua", la logica e la dialettica di un diavolo advocatus, poiché

Assolver non si può chi non si pente
nè pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente.

Per finire un bello spezzatino di anime, con i corpi tagliati, mutilati, fatti a fette (nasi tronchi, orecchie mozzate, busti senza capo, mani mozze) per punire i seminatori di discordie dalle parole indemoniate. E senza parole "sciolte" (anche in prosa) rischia di trovarsi il Poeta:

ogni lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
ch'anno a tanto comprender poco seno.

Un canto, il XXVIII, quasi culinario (manca solo un girarrosto o una griglia) in cui - direbbero certi studenti bontemponi - con Maometto e Bertram dal Bornio, fa da dessert il novarese Fra Dolcino.

Giulio Sardi

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