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Lectura Dantis - INFERNO - (12)

 

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Gerardo Placido
Gerardo Placido
Presa di Troia
La presa di Troia (da un'edizione dell'Eneide del 1608)
Santa Giustina - Sezzadio - Inferno
Una scena dell'inferno in un affresco nell'abbazia di Santa Giustina a Sezzadio

Parola scenica
di Gerardo Placido

Sabato 2 aprile, alle ore 21, si è svolta in Biblioteca Civica l'attesa lettura di alcuni canti dell'Inferno da parte di Gerardo A. Placido e della sua scuola di recitazione lodigiana "Sipario sull'Adda".
Quando, una decina di minuti dopo le 21, la Lectura Dantis comincia, è Gerardo Placido a presentare i tanti protagonisti della serata: il prof. Mario Timossi introdurrà i canti; a Silvia Caviglia (al salterio) e Sandra Ghiazza (voce) sono affidati i commenti musicali; e tanti lettori - giovani e meno - si trovano intorno al tavolo, in cui si identifica un ideale palcoscenico. Si comincia facendo "laboratorio della parola", esperienza che mira a scoprire le valenza espressive della lingua. Magister ac puer. L'insegnante e l'allievo. L'attore (in questo caso Gerardo Placido, cresciuto con Giorgio Strehler ed Enrico Maria Salerno, che si rifa agli esempi di Carmelo Bene e Vittorio Gassman) e l'assessore Vincenzo Roffredo, nelle vesti di discepolo, che legge i versi iniziali del canto d'Ulisse, e viene interrotto e corretto continuamente.

Godi, Fiorenza...

No. No. La pausa. Fai un bel respiro... La prima parola va isolata, se ne deve percepire tutta la piacevolezza. Parleremo dopo dei fiati dell'attore...
Godi, Fiorenza, poiché sei sì grande...
Hai dimenticato l'accento... Senti come pronuncio questi primi due versi...
Nasce un simpatico siparietto, in cui Roffredo si presta al ruolo di "spalla", e Placido dà un bel saggio delle proprie capacità improvvisative.
Dopo il primo brano, solo strumentale, al salterio, la serata entra nel vivo con l'introduzione di Mario Timossi ("Il canto XXVI è quello cui sono più legato"...) nascono considerazioni su conoscenza esteriore (del mondo fisico) e interiore (quella dell'anima che ad Ulisse manca); segue un intervento a più voci degli allievi (una quarantina di versi del canto primo) e, quindi, la recitazione del canto di Ulisse da parte di Gerardo Placido, che tocca davvero ogni registro. Parole sussurrate, ora urlate; sillabe ora digrignate, strascicate, ora filanti, frasi aperte e chiuse, diversi timbri...
Sarà un canovaccio (musica + critica + lettura) destinato a ripetersi altre due volte: alla fine della serata l'attore si sobbarcherà la fatica dei tre canti; i lettori lodigiani (tra cui sono dilettanti e professionisti, ma difficile è cogliere la differenza) offriranno una bella lettura integrale del canto I; il commento musicale proporrà testi medioevali, tra cui una bellissima Ave Maria, virgo serena, che segue l'annuncio della morte del Papa. Pochi minuti prima la citazione del discusso Bonifacio VIII (è Guido da Montefeltro a coinvolgerlo nel discorso), inventore del giubileo; e il pensiero va, da parte di molti, all'ultimo, quello dell'anno Duemila. È poi lo stesso Placido a richiamare le sofferenze patite dall'uomo; la Lectura Dantis continua nel segno della compostezza (anche l'attore rinuncia a presentare all'aneddoto promesso relativo al timbro sottile del giovane Gassman).

Cosa fatta capo ha

Si ritorna in argomento. A Mario Timossi il canto XXVIII piace per la sua modernità, per il fatto che insiste su quella rappresentazione oscena (occorre riandare al valore etimologico, al fuori scena), alla necessità di rappresentare il non rappresentabile, in questo caso costituito dalle immagini violente e truculente della bolgia dei seminatori di discordia.
Su un versante complementare vengono le interessanti considerazioni sull'uso - nelle convenzioni sociali - dei versi danteschi. Gli apporti cui attingere nella serata sono particolarmente ricchi: si va dal "Fatti non foste a viver come bruti..." al "folle volo" d'Ulisse, al "capo ha cosa fatta" dal congedo del canto XXVIII, motto nientemeno di quel Mosca Lamberti, dai moncherini sanguinanti, che era uno dei fiorentini "presunti degni" ricordati da Dante nel canto VI.
Un'azione, quando è compiuta, ha un fine, sempre; mentre nelle mezze misure, dall'incertezza nulla si ottiene. È questa l'etica dei Fiorentini prima di Machiavelli.
Lunghi applausi chiudono questo sabato di letture dantesche, in cui il suono della parola è stato davvero protagonista. Placido sottolinea le valenze di un gemellaggio culturale che sta nascendo tra Acqui e Lodi.
Il 14 aprile) dopo sarà Ielui di Enrico Pesce a debuttare nel Teatro lodigiano.

Invito alla lettura

Canti XXIX, XXX, XXXI

Ultimi versi. L'inferno sta finendo. Penultima "puntata" l'undici aprile (si ritorna al Dante del lunedì) con i canti XXIX, XXX e XXXI. Come al solito in Biblioteca Civica, alle ore 21.

Per un inferno musicale

Le suggestioni vengono ora dalla pittura (gli affreschi di Sezzadio e Mondovì), ora dalla musica. Anzi: dall'organologia, la scienza degli strumenti musicale. Volendo si può leggere la Commedia come trattato. Fin qui (sino al canto XXVIII) non è che i riferimenti siano stati troppo ricchi: la musica e il canto, in particolar modo, si addicono meglio a Purgatorio e Paradiso. Solo accenni rari: dopo le "dolenti noti" del canto di Paolo e Francesca, un duplice richiamo all'angelica tromba (canti VI e XIX) con la degradazione della trombetta di Barbariccia (XXI) che induce Dante, subito dopo, (XXII) ad arricchire il catalogo con campane, tamburi, cennamella. Se zufolare è proprio dei diavoli (XXII) e dei serpenti (XXV), il ballo della tresca viene richiamato per rendere la danza delle mani (XIV) dei violenti contro Dio; ma il ballo è anche proprio dell'anzian di Santa Zita "roncinato" nel canto XXI (bolgia quinta). Quanto alle belle melodie, neppure l'ombra tra le tenebre del regno luciferino: l'accenno a Beatrice "che si partì da cantare alleluja" (XII) rimanda infatti al Paradiso. Dai canti XXX e XXXI, invece, una ricca messe di interessanti riscontri. Maestro Adamo, dall'epa gonfia, affetto da idropisia (come la vecchia in un celebre Spleen di Baudelaire) è paragonato ad un liuto senza gambe. Si tratta dello strumento a corde d'origine araba - assai raro ai tempi di Dante, ma destinato ad incontrare una grande fortuna a cominciare dal pieno Trecento - che il M° Massimo Marchese ha suonato nel penultimo concerto della stagione concertistica, il 23 febbraio.
Nel XXXI canto, invece, l'alto corno (ipallage: l'altezza si riferisce all'intensità dinamica, e infatti "non sonò così terribilmente Orlando" a Roncisvalle) del gigante Nembrot.
Vengon in mente le immagini di Bosch, con l'inferno musicale del Trittico delle delizie (1499-1599): anche là un liuto, trasformato in strumento di tortura, e accanto dannati che cantano leggendo le note stampate sul fondoschiena di un peccatore (e poi ecco ghironda, cennamella, arpa e zampogna...). Infine ecco il "falsatore di persona" Gianni Schicchi de' Cavalcanti (defunto ante l'anno 1280) che sostituitosi nel letto di morte a Buoso Donati, dettò un nuovo testamento a favore di Simone Donati (non mancando di "beneficarsi" con una giumenta del valore di oltre 200 fiorini). Qui la musica è quella di Giacomo Puccini, cui si deve l'opera Gianni Schicchi, (1918) un atto che è un piccolo capolavoro (ricordiamo che con Tabarro e Suor Angelica compone il Trittico) che Giovacchino Forzano seppe organizzare intorno ai pochi versi danteschi, aumentando considerevolmente i beni destinati a Gianni Schicchi (al furfante la mula, i mulini di Signa e la casa di Firenze).
E il librettista scrisse poi endecasillabi (si veda l'aria di Rinuccio, Firenze è come un albero fiorito) che Dante avrebbe sottoscritto:

E Firenze germoglia e alle stelle
salgon palagi saldi e torri snelle
L'Arno prima di correr alla foce
canta baciando piazza Santa Croce
[...]
e di Val d'Elsa giù dalle castella
ben venga Arnolfo [da Cambio] a far la torre bella
e venga Giotto dal Mugel Selvoso
e il Medici mercante coraggioso!
Basta con gli odi gretti e coi ripicchi
viva la gente nova e Gianni Schicchi.

Invito ai tre canti

Sono i falsari i protagonisti della prima coppia di canti, puniti da schifose malattie (lebbra rabbia, idropisia, febbre: quattro tipi per quattro categorie) che sfigurano coloro che alterarono il vero. Si comincia dagli alchimisti (tra cui Griffolino d'Arezzo e Capocchio da Siena), per passare al già citato Gianni Schicchi e alla principessa Mirra di Cipro (che si finse un'altra donna per congiungersi al padre), ai falsari della moneta (Maestro Adamo che trasformò in zecca clandestina il castello di Romena) e della parola (tra cui Putifarre, moglie di Giuseppe, e Sinone che convinse i troiani a ricevere il cavallo). Ed è così che termina il cerchio VIII.
Con il canto XXXI una "tappa" di trasferimento verso la ghiacciaia del cerchio nono, che comparirà, infatti, negli ultimi versi. Ma prima di giungervi le terzine narreranno di alcuni giganti simili a torri: Nembrot, che ideò la torre di Babele, apostrofa i viandanti con parole incomprensibili (Rafael maì amech izabi almi, ma dal timbro vagamente ebraico: il senso è minaccioso e Virgilio consiglia a Nembrot di sfogarsi soffiando nel corno). Fialte, più grande e fiero del precedente, è legato da cinque giri di catena; simile a lui ma più violento è Briareo (che però Dante non incontra); infine Anteo, lusingato da Virgilio (che gli indica Dante, che potrà dare a lui, uccisore dei leoni di Zama, ulteriore fama nel mondo), depone i due pellegrini sul fondo del pozzo. Qui il Cocito ghiacciato.

C'è da fare una beffa nuova e rara
è Gianni Schicchi che la prepara

Poiché la primavera fresca e il Cocito pare Siberia, proviamo a riscaldarci con una battuta di Gianni Schicchi: quella che chiude l'opera pucciniana.

Ditemi voi, signori,
se i quattrini di Buoso
potevan finire meglio di così!
per questa bizzarria
m'han cacciato all'inferno...e così sia
ma, con licenza del gran padre Dante
se stasera vi siete divertiti
concedetemi voi
l'attenuante.

Giulio Sardi

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