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Lectura Dantis - PURGATORIO (17)

 

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Dante, i canti VII - VIII - IX del Purgatorio

È il Purgatorio delle corti, del tempo di Federico II, dei signori. Ecco allora, nella lectura di lunedì 24 ottobre, i prìncipi della valletta del canto VII ("figura" dell'Eliso, ma anche del nobile castello del Limbo), cui Sordello conduce i pellegrini. Qui i regnanti negligenti, che trascurati i doveri verso se stessi e verso i sudditi, in vita tardaron a pentirsi.
Dalle loro voci si eleva il canto del Salve Regina, riconoscimento di una superiore potestà, e nello stesso tempo invocazione di aiuto.
La preghiera, che nella giornata liturgica segue i Vespri, ribadisce la cornice crepuscolare di questi tre canti, che viene ulteriormente sottolineata dall'incipit del successivo canto. "Era già l'ora che volge il disio ai naviganti e intenerisce il core...".
Con la seconda cantica una dimensione più vicina al sentire umano: non più una eterna notte, ma l'alternarsi della luce e delle ombre. E, quando la sera cala completamente, il momento è suggellato dal devoto canto del Te lucis ante terminum della Compieta (l'ultima delle ore di preghiera della giornata), attribuito ad Ambrogio, a protezione delle tentazioni, dei fantasmi e dei pericoli notturni. Ma questo è anche il canto di Nino Visconti (ecco ancora un amico del poeta) e di Corrado Malaspina, alla cui famiglia Dante rivolge un appassionato elogio per il valore e la cortesia, apprendendo poi del proprio futuro esilio, che si concretizzerà nell'arco di sette anni.
Trascorsa la notte, in cui sogna di essere rapito da un'aquila che lo ha portato sino alla sfera dl fuoco, Dante apprende dell'intervento di Santa Lucia, con cui l'ampio dislivello tra la valletta dei principi e l'ingresso del Purgatorio è superato.
Da tre gradini (il più basso è di marmo bianchissimo, il secondo è turchino e screpolato, il terzo è di porfido massiccio: nelle notazioni si allegorizza il sacramento della confessione che prevede dapprima il rimorso del cuore puro, poi l'esposizione dei peccati, con cui si frange la durezza d'animo; e infine il fermo proposito di non peccare più) si accede alla soglia sorvegliata da un angelo guardiano, con tanto di spada sguainata.
La ritualità viene continuamente esaltata ora dagli atti di contrizione del pellegrino, ora dai gesti del custode, che incide sulla fronte di Dante sette P, e mostra le chiavi del regno ricevute da San Pietro.

A teatro con Dante

Solo ora Dante può accedere al Purgatorio vero e proprio, accolto dall'inno di lode del Te Deum, che richiama l'esperienza di "quando a cantar con organi si stea, ch'or sì or no s'intendon le parole". E su questo penultimo verso, vivissimo è stato il dibattito musicologico, tale da scatenare una vera e propria querelle sul senso dell'espressione.
Se la parola "organa" può alludere alle primitive polifonie, "organum" rimanda allo strumento che già dal XII secolo è attestato nelle cattedrali. Ma quale la prassi? La chiusa del canto IX sembrerebbe allora suggerire una esecuzione "alternatim", in cui ad una frase vocale segue un interludio strumentale.
Il canto di ringraziamento, inoltre, richiama le forme medioevali del dramma liturgico, poiché - al termine della rappresentazione - proprio questo inno era posto a suggello. Quasi a dire che dramma sacro è la storia (inaugurata da una visione) che trova svolgimento nel primo mattino di questo lunedì di Pasqua.

La nostra commedia

"Quel che più basso tra costor s'atterra/ guardando in suso è Guglielmo marchese/, per cui e Alessandria e la sua guerra / fa pianger Monferrato e Canavese".
Questa la celebre chiusa del canto VII, che ci riporta al suol d'Aleramo, alla cui stirpe appartiene il battagliero Guglielmo, detto "Spadalunga" nato nel 1240, strenuo combattente, avversario dei Savoia e dei Visconti, che finì i suoi giorni ad Alessandria, il 6 febbraio 1292, dopo una lunga prigionia in una gabbia di ferro.
Ma ben altro fu il personaggio cui si rivolsero gli Acquesi nel 1278, quando - trovandosi la città "vessata e soverchiata dai guelfi alessandrini" - si deliberò, come ricorda Guido Biorci nelle sue Antichità e prerogative d'Acqui Statiella (1818), di mandare al potente signore una ambasceria. Questa - guidata dal ghibellino Andrea Bellingeri - stipulò un atto di dedizione e fedeltà che, articolato in 17 punti, fu sottoscritto il 2 maggio 1278 (tra l'altro in un anno di sede vacante dell'ordinario episcopale) nella Loggia del Palazzo Marchionale, entro il Castello di Moncalvo. Per il Comune acquese molteplici i vantaggi (a cominciare dalla sicurezza), barattati con la perdita dell'indipendenza: essendo il podestà da eleggersi tra i sudditi [più fedeli] del Marchese, Guglielmo, questi divenne difatti Signore della città. Ma non per molti anni.
Non solo Guglielmo terminò - come detto - i suoi giorni in cattività nel 1292, ma suo figlio Giovanni, un anno più tardi, non indugiò a far vendetta, riprendendo una sfortunata guerra contro Alessandria, che coinvolse gli Acquesi, i fuoriusciti ghibellini di Cassine e altri uomini di Strevi e Gamondio. E alla quale Dante potrebbe alludere con i laconici suoi versi.

Continua il successo delle serate dantesche

Cinzia Raineri
Silvia Caviglia
Anche lunedì 24 ottobre in biblioteca un notevole concorso di pubblico (questa volta si è superata la novantina), che ha potuto apprezzare i mutamenti della scenografia.
Alle spalle dei protagonisti dei "canti" (recitati e suonati) è comparso un rosso sipario; alle pareti della "zona teatrale" della biblioteca, si potevano leggere i pannelli curati da Silvia Caviglia relativi alla storia e alla costruzione del salterio; nello stesso spazio anche una vetrina, in cui rimarranno in bella mostra alcuni esemplari di salterio.
Nel silenzio più immacolato gli astanti hanno potuto ammirare e poi applaudire l'interpretazione di due ottimi lettori quali Gianfranco Barberis (che si è cimentato con VII e IX) e Ilaria Boccaccio (VIII), nonché le "lezioni" introduttive di un efficacissimo prof. Claudio Camera.
E davvero, osservando l'approccio alle spiegazioni, non si poteva non rilevare quella propensione "peripatetica" - che porta il docente "a passeggiare e a dire", un po' alla maniera degli antichi filosofi - e quella, più propriamente didattica, che consiste nell'iterare, in sintesi estrema, i motivi del canto, affinché si fissino nella memoria dell'ascoltatore. Belle, infine, le musiche del Salve Regina, del Te lucis ante terminum e del Te deum, realizzate da duo "Le armonie di Ariel" Caviglia & Maggiotto, e dal coro preparato da Annamaria Gheltrito, che si sono combinate con le immagini del Gonin, distribuite sui fogli di sala. Convintissimi applausi hanno salutato la fine della lettura di ogni canto: e Gianfranco Barberis e Ilaria Boccaccio, che hanno scelto i modi di una interpretazione estremamente equilibrata, hanno reso davvero il testo intelligibile. Bravissimi.
La Lectura Dantis osserverà ora un "turno di riposo" in occasione del prossimo lunedì (31 ottobre), a ridosso del ponte di Tutti i Santi.

Giulio Sardi

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