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Lectura Dantis - PURGATORIO (18)

 

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Dante, i canti X - XI - XII del Purgatorio

Dopo la pausa osservata in occasione del "ponte" dei Santi, riprende l'appuntamento con la Lectura Dantis del lunedì. Il primo dei tre incontri - programmati in questo mese - con i versi e con la musica della seconda cantica del Divin Poema è fissato il 7 novembre. In programma i canti dal X al XII, affidati alle voci di Giampaolo Testa, Eleonora Trivella e di Massimo Novelli, e al commento del prof. Carlo Prosperi. Sempre di Silvia Caviglia le musiche, nel cui ambito è prevista l'esecuzione (con il coro) del Beati pauperes spiritu, prima delle beatitudini evangeliche del Sermone della montagna narrato da Matteo.

Arte & Musica

Completati i primi nove canti, entriamo, con Dante, nel Purgatorio vero e proprio. Dal canto X una nuova sezione, e analogamente succedeva con l'Inferno (ecco le profondità dell'imbuto), e così capiterà con il Paradiso (ecco cieli più alti).
E torna, in certo qual modo, quel leone, che con altre due fiere Dante aveva incontrato uscito dalla selva oscura, nel canto I dell'Inferno, tentando di salire al monte: protagonisti delle terzine sono i superbi, gravati da pesanti macigni, che recitano il Pater noster e che possono osservare, con gli occhi bassi, tanto gli esempi d'umiltà scolpiti in bassorilievo (canto X), quanto quelli della superbia punita intagliati nel pavimento (canto XII) dello spazio a loro riservato.
Da un lato la scena dall'Annunciazione di Maria. E poi il trasporto dell'Arca Santa a Gerusalemme, così perfetto nella riproduzione figurativa che a Dante sembra di percepire il canto delle schiere osannanti, mentre il re David, "umile salmista", esprime la sua gioia nella danza trascurando gli atteggiamenti regali - suscitando così la riprovazione di Micol. Segue l'episodio di Traiano imperatore che va in soccorso di una vedova.
All'opposto sta un carnet che narra della superbia punita: ecco, allora, Lucifero e Briareo trafitto da Giove, i Giganti atterrati, Nembrot, Niobe, Aracne, Oloferne, per concludere con la altezzosa città di Troia.
Ma al di là dei tanti riferimenti a storia e mito, si coglie, davvero, nelle terzine il vento nuovo della scultura, legato ai nomi di Nicola e Giovanni Pisano.
Davvero, in questi tre canti, la Commedia conferma di essere straordinaria enciclopedia del sapere medioevale.
Dopo aver proposto divagazioni astrologiche, disquisizioni teologiche, ricostruzioni storiche e politiche, questioni di poesia, Dante sembra proprio approfondire il tema dell'espressione artistica. Non a caso l'XI canto è uno dei più noti, tanto per le virtù delle opere leggiadre dei mecenati della famiglia Aldobrandeschi (qui rappresentata da Omberto), quanto per il discorso - celeberrimo - di Oderisi, miniatore cui si devono ascrivere, forse, le "illuminature" di sei corali oggi conservati presso l'Archivio di Stato di Gubbio.
Un discorso magistrale, che prende in considerazione il mutare degli stili e delle prassi artistiche. Il modo tradizionale di decorare di Oderisi, che segue i canoni bizantini, è stato superato dalle innovazioni legate al nome del più giovane Franco Bolognese, che - è legittimo pensarlo - ai francesi e al gotico si ispira. Anche Cimabue è stato sorpassato da Giotto; e, anche in letteratura "ha tolto l'uno a l'altro Guido (cioè Cavalcanti a Guinizzelli) la gloria della lingua".
Ecco poi la terzina celeberrima: "Non è il mondan romore altro ch'un fiato / di vento, ch'or vien quinci or vien quindi, / e muta nome perché muta lato".

L'orgoglio di poeta

Sarà pure il canto dei superbi, ma poco vale dire agli uomini "la vostra nominanza (la fama) è color dell'erba, che viene e va", e che poi il sole tutto discolora. Dante proprio non resiste alla tentazione di porsi dentro il testo. E non solo perché si sente già sulle spalle il peso del macigno. Anche nelle parole che presagiscono la nascita di colui che "caccerà dal nido" i due contendenti - i già ricordati Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti -, naturale pensare all'Alighieri. Che del resto, già nel canto II dell'Inferno, affermava che è "viltade" il fuggire "onrata impresa". Immaginando poi, di lì a poco (canto IV, nella valletta del Limbo), "l'onrata nominanza" in terra elemento di merito tale da indurre Dio Padre a riservare, agli eccellenti uomini, un particolare trattamento. E in Paradiso XXV non spera Dante che dal poema possa venirgli il premio dell'incoronazione (con il lauro caro ad Apollo) nel suo bel San Giovanni? Come la si mette, allora? Il fatto è che Dante - per fortuna - non assomiglia ad una castigatissima Lucia Mondella (che noia, altrimenti), e dunque vive il conflitto tra aspirazioni metafisiche e pulsioni terrene. Cui richiama anche l'ultima sezione del canto, in cui campeggia colui che fu, per un certo tempo, il più celebre uomo di tutta la toscana: quel Provenzan Salvani, che guidati i senesi alla vittoria ghibellina di Montaperti, nove anni più tardi morì sotto i colpi fiorentini a Colle Val d'Elsa. Da lui un ulteriore accenno di profezia (che si aggiunge a quelle raccolte dalle parole di Ciacco, Farinata, Brunetto, Vanni Fucci, Corrado Malaspina) e che ha per tema l'umiliazione legata al chieder elemosina, che Dante, di lì a poco, potrà ben "chiosare".

La Lectura... e la memoria

Eleonora Trivella, Giampaolo Testa e Massimo Novelli
"Quanto dura la Lectura Dantis?".
"Quanto un film".
Domanda (ma anche la risposta) vengon da Paolo Repetto, direttore della Biblioteca Civica, soddisfatto, al termine del quarto appuntamento con il Purgatorio.
Un'ora e un quarto di spettacolo, "il tempo giusto", e poi Dante non annoia mai. Il pubblico gradisce, e rimane costante, oscillando tra ottanta e novanta presenze. E vanta sempre qualche nuovo spettatore. Numeri grandissimi, se si pensa che è lunedì, giornata non facile. Compaiono anche alcuni allievi delle superiori. Lo spettacolo è sempre di ottimo gradimento: la concentrazione è favolosa, così il silenzio; gli applausi soddisfatti.
A reggere la serata, per la parte critica, Carlo Prosperi, come di consueto chiarissimo, puntuale e preciso, le voci "cantanti" di Monica Canepa, Vilma Cevasco e Agnese Puppo, accompagnate dal salterio di Silvia Caviglia, e quelle "recitanti" di Giampaolo Testa, Eleonora Trivella e Massimo Novelli. Serata di qualità.
Dedicata (ma questo lo si poteva dedurre solo partecipando all'incontro) alla memoria. Una dedica estemporanea, "all'improvviso" direbbe Roberto Benigni, ma anche filologicamente corretta. Anche l'Alighieri sarebbe stato contento. "O mente che scrivesti ciò ch'io vidi, qui si parrà la tua nobilitate": parole del secondo canto dell'Inferno da mettere in esergo all'appuntamento del 7 novembre, serata dal sapore antico.
Già Carlo Prosperi ama spesso citare a memoria le terzine; ma la sorpresa viene dalla recitazione dell'intero canto da parte di Eleonora Trivella, che unisce lo sforzo mnemonico ad una efficace actio. E actio (il saper porgere il discorso) e memoria son le ultime due parti in cui si suole dividere la retorica. Serata d'altri tempi, da scuola fine Ottocento, dunque "scolastica", ma non nel senso, certe volte deteriore, che al termine talora si conferisce. Nell'era del computer, la rivincita di una facoltà, che dal medioevo al primo Novecento, era considerata di primissima importanza. E versi e terzine, citazioni e date si portavan dietro una predisposizione a ragionare che oggi è anch'essa, in classe, spesso obliata. Come al solito ciò che vale è l'esempio. Da domani una buona ragione per studiare almeno qualche terzina a mente. Per ragionarci meglio su.

Dante, i canti XIII - XIV - XV del Purgatorio

Si sta approssimando a terminare il primo ciclo delle letture dantesche dedicate al Purgatorio. Il 14 novembre il penultimo appuntamento (canti XIII-XV) sarà affidato ad un trio di lettori che annovera Giampaolo Testa, Eleonora Trivella e Egle Migliardi. Di Giorgio Botto le introduzioni ai canti, che - dopo l'ulteriore lectura del 21, osserveranno una lunga pausa, per riprendere - poi - nel mese di gennaio. Altre cinque serate nel 2006 (più una conferenza) e anche la seconda cantica giungerà alla sua conclusione.
Quante alle musiche, continua il ciclo delle Beatitudini con l'esecuzione corale del Beati Misericordes, accompagnata al salterio da Silvia Caviglia.

Sapia, Guido e Rinieri

Sono gli invidiosi protagonisti della seconda cornice sulla quale i due pellegrini ascendono. E, appena qui giunti, la sorpresa è quella di non cogliere - come nel precedente settore - quello degli invidiosi, alcuna traccia di bassorilievo.
Neppure le anime si profilano.
Dunque, le attese son deluse. Ma per poco. Fatta un poco di strada, alle orecchie dei viandanti giungono frasi (Vinum non habent; Io sono Oreste; Amate da cui male aveste) che illustrano esempi di carità tratti dal Nuovo Testamento (Maria alle nozze di Cana; il Cristo agli Apostoli) e dal mito greco.
È quanto basta a Virgilio per dedurre che il livore della pietra rimanda a quello degli invidiosi, costretti a stare lungo la ripa del monte, coperti di cilicio e con gli occhi chiusi da fil di ferro, quali sparvieri addomesticati.
Ma un'altra similitudine li paragona a ciechi che chiedon l'elemosina davanti alle chiese nei giorni d'indulgenza.
Raggruppati, si sorreggono gli uni con gli altri, al contrario di quanto fecero in vita, e recitano le Litanie dei Santi poiché non conobbero l'amore del prossimo.
Il Canto XIII è poi quello di Sapia senese, che come recita il suo nome, esaudito il desiderio di veder sconfitti i suoi concittadini nella battaglia di Collevaldelsa (1269), combattuta contro Firenze, a Dio si rivolse con faccia ardita. "Ormai più non ti temo": ecco la frase terribile, che riprende le parole del merlo "uscito dal verno" della novella di Franco Sacchetti.
Immagini forti, realistiche, dunque quasi infernali, e che inducono Dante al pianto, vengono a connaturare questo settore del Purgatorio: e se in Sapia "folle già discendendo l'arco dei miei anni", si rintraccia, prima del ravvedimento, una orgogliosa e tenace propensione al peccato, nella invettiva di Guido del Duca (canto XIII) si ritrova una mostruosa metamorfosi che trasforma in animali gli uomini della Valle dell'Arno.
Rieccoci al bestiario di medievale memoria: i porci del Casentino, i botoli ringhiosi aretini, a Firenze i cani che si fanno lupi, a Pisa le volpi esperte d'ogni frode. Ma se la Toscana (come sa bene anche Dante) piange, non migliore è la situazione della Romagna, degenerata nei costumi così diversi da quelli degli antichi campioni di liberalità e cavalleria, che si colgono nei Valbona, nei Traversaro, nei Di Carpigna.
Nella struttura del discorso di Guido, cui è presso Rinieri da Calboli, si rinnova dunque il binomio "ferza e freno" che accompagnerà la salita del Purgatorio: da un lato le esortazioni, gli incitamenti alla virtù attraverso exempla illuminanti; dall'altro i rimproveri con esempi contrari.
All'appello mancano quelli della giustizia divina, che chiuderanno il canto XIV con il ricordo delle punizioni di Caino e di Aglauro, invidiosa della sorella amata da Mercurio, e da lui convertita in sasso.

Tra i fumi dell'ira

Dopo due canti di grande intensità, il XV assume valore di momento di trasferimento: i due pellegrini giungono alla cornice successiva, quella degli iracondi, ma non prima d'aver incontrato un angelo, sfolgorante di luce, che li indirizza ad una scala assai meno erta delle precedenti.
Manca in queste terzine l'incontro con il personaggio di vaglia: e anche per questo aspetto occorre rilevare la sapiente regia dell'Alighieri, maestro nel combinare, nel segno della varietà, tensioni e rilasci, e nello stabilire profonde relazioni nel tessuto testuale.
Così una dozzina di terzine sono dedicate ad approfondire un dubbio che è nato dalle parole di Guido del Duca (l'amore per i beni celesti, inesauribile, a differenze di quello per le cose terrene, non comporta l'esclusione del compagno e fa tutti ricchi; dunque Dio, bene assoluto, è luce che si riverbera in infiniti specchi che accrescon la beatitudine).
È invece una nebbia soffocante (il contrappasso risulta evidente) ad avvolgere le anime degli iracondi, cui la Provvidenza divina sottopone, attraverso tre visioni, gli esempi della mansuetudine (Maria Vergine che non rimprovera Gesù tra i dottori; Pisistrato generoso e comprensivo; Santo Stefano che prega per i suoi assalitori).

La nostra commedia

Salutata il 7 novembre una triade di canti "artistici", non possiamo non segnalare ai lettori le sculture di un vero maestro del legno, originario delle nostre parti, ma da qualche tempo attivo a Rodi.
Si tratta di Gianfranco Timossi, nativo di Campo Ligure, che ha realizzato tre spettacolari "allegorie" dedicate alle tre cantiche dantesche.
Scolpite in enormi olivi, alti tre metri, le tre opere sono esposte a Cogoleto, in altrettante piazze, e si segnalano per uno straordinario impatto che unisce spettacolarità ad emotività.
Corpi e volti, entrambi straordinariamente espressivi, si innestano gli uni negli altri, seguendo le volute del legno, che davvero si fa parlante, in una metamorfosi che sarebbe piaciuta tanto ad Ovidio quanto a D'Annunzio.

Giulio Sardi

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