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Lectura Dantis - PURGATORIO (20)

 

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Dante nei disegni di Sandro Botticelli

Riprende, lunedì 16 gennaio, il Purgatorio di Dante. Dopo la pausa dicembrina, si ricomincia.
Il luogo: la Biblioteca Civica "La fabbrica dei Libri". L'orario: il solito. Ore 21 ("larghe": il che vuol dire poi attorno alle 21,10) con ingresso libero. Ma "nuovo" e originale risulta l'appuntamento, dedicato a Botticelli pittore dantesco, in una serata condotta dallo storico dell'arte Daniela Scarrone, che presenterà il Purgatorio nei disegni di un maestro del XV secolo.

Il poema nel disegno

Botticelli PurgatorioAttesa per le terzine (dal canto XIX la ripresa, ma a far data da lunedì 23: Dante cullato dal sonno, al risveglio ci racconterà dei suoi sogni). Attesa per la musica (tantissima: il carnet accoglie il Gloria in excelsis Deo del canto XX, la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore dalla Vita Nova del canto XXIV; il Veni sponsa de Libano, brano tratto dal Cantico dei Cantici e inserito nel canto XXX, il Salmo 78, Deus venerunt gentes dell'ultimo del Purgatorio: ma abbiamo scelto solo i pezzi più celebri, tralasciandone altrettanti, vocali e strumentali, affidati al salterio di Silvia Caviglia, che è anche l'autrice delle musiche).
Attesa per il primo appuntamento della Lectura Dantis 2006 che coltiverà, dunque, gli orizzonti delle arti visive. Sempre il medesimo, invece, il "luogo del delitto", con Firenze non più divisa tra guelfi di parte bianca e nere, tra sostenitori del papa e Ghibellini, ma proiettata verso l'età moderna, e già innamorata nel Quattrocento della cultura greca e neoplatonica.
Ma certo divisa sempre, tra i gaudenti, e i piagnoni seguaci di Savonarola (cui si sospetta appartenesse anche Botticelli).
Racconta Giorgio Vasari, allora, che ultimati gli affreschi alla Sistina, nel 1482 il Botticelli "tornò a Fiorenza dove, per essere persona sofistica [precisa paziente certosina], comentò [sic] una parte di Dante e figurò lo Inferno, e lo mise in stampa. Dietro al quale consumò di molto tempo; per il che, non lavorando [ad altro], fu cagione di infiniti disordini della vita sua".
Nella villa di Castello di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, Botticelli intraprese, lasciandolo incompiuto, un commenti visivo che supera abbondantemente, nelle dimensioni, la "notizia" vasariana.
Un'impresa ciclopica, che rese impossibile assumere altre committenze, non certo un evasivo divertissement: il progetto prevedeva un'illustrazione completa del poema, e 100 fogli avrebbero dovuto stabilire la misura per ogni cantica.
Il risultato finale, pur inconcluso (si va dagli schizzi più tenui, alle correzioni in diversi colori, dal giallo chiaro al bruno, alle tavole interamente colorate, come la celebre Voragine Infernale), pretende una ammirazione incondizionata, e questo stupore si unisce a quello di un vero e proprio "caso" della Storia dell'arte.

Disegni perduti, disegni ritrovati

E sì, perchè questo corpus capolavoro da poco è riemerso, ed è balzato agli onori delle cronache da noi solo nell'anno 2000, in occasione di una riuscitissima mostra allestita a Roma presso le Scuderie del Quirinale, che prima aveva fatto tappa a Londra e a Berlino.
Dimenticate per secoli, le preziose carte pictae botticelliane riemergono nel 1854 nella collezione di Lord Hamilton, segnalate da Gustav Waagen nel suo Tresures of art in Great Britain. E quando, nel 1882 (che da noi è l'anno della morte di Garibaldi), vengono battute all'asta da Sotheby's, scatenano un putiferio internazionale, perchè è la Prussia ad aggiudicarsele, suscitando il malumore dei Preraffaeliti e di John Ruskin, e anche dei patrioti inglesi, che si sentono scippati di una gloria nazionale. Qualche anno dopo e altri fogli sparsi della serie botticelliana (appartenuti a Cristina di Svezia), sarebbero stati ritrovati nella Biblioteca Vaticana. Poi la guerra, la seconda mondiale, avrebbe diviso le carte tra Repubblica Federale di Germania e DDR, sino alla riunione finale, a Berlino, dopo la caduta del muro e la fine del Comunismo.

Daniela ScarroneCon lo storico dell'arte Daniela Scarrone

Tutti incantati dai disegni di Botticelli

È ripresa lunedì 16 gennaio, presso la Biblioteca Civica "La Fabbrica dei Libri", la seconda parte della Lectura Dantis dedicata al Purgatorio. Ad inaugurare questa seconda serie di letture una introduzione dedicata alle arti visive, condotta da Daniela Scarrone, storico dell'arte, che con una appassionata e puntuale esposizione ha presentato il corpus dedicato da Sandro Botticelli (1444 o 1445-1510) alla Commedia, e in particolare ai trentatre canti del Purgatorio.
Buono il concorso del pubblico, superiore alle cinquanta unità.
Dante ...in TV
C'era una volta, in tv, l'annunciatrice che, negli sceneggiati a puntate, riassumeva e ricordava ai telespettatori la trama degli episodi precedenti. Un'operazione essenziale per giovarsi a pieno delle immagini che da lì a poco il video avrebbe proposto.
Ebbene, una esperienza tutto sommato simile l'hanno potuta godere gli appassionati di Dante che si sono ritrovati numerosi in via Maggiorino Ferraris per la ripresa della Lectura.
E questo intermezzo d'arte è stato davvero strategico, sia perché ha rinfrescato i presenti riguardo alle 18 tappe lette in precedenza, tra i mesi di ottobre e novembre, sia perché ha anticipato i contenuti del resto del viaggio, che proprio lunedì 23 gennaio è felicemente ripreso.
E anche questo "salto in avanti" è stato non poco gradito, in quanto la seconda cantica, come quella successiva, non è certo nota quanto il plastico Inferno.
E la relatrice, con l'ausilio di PC portatile e videoproiettore, è riuscita a far gustare ai presenti un insieme di opere che per semplicità potremmo definire "di disegno", poco o nulla conosciute, non mancando di presentare ulteriori immagini (l'Adorazione con l'autoritratto del pittore; o la sintesi famosissima della Commedia, con tanto di mura fiorentine, che si deve al pennello di Domenico di Michelino).
Citata anche l'edizione a stampa del 1481, per i tipi di Niccolò della Magna, con il commento del Landino, che potrebbe dividere le fasi del lavoro botticelliano.
Infatti è possibile che il pittore, chiamato a Roma alla Sistina verso il 1481, avesse potuto prima preparare solo un piccolo insieme di disegni (poi tirati in incisione da Baccio Baldini: le illustrazioni della stampa sono perciò solo 19 negli esemplari sino a noi giunti), riprendendo solo più tardi, tornato a Fiorenza, la paziente opera.
E va dato il merito alla relatrice Daniela Scarrone di aver combinato sapientemente la scientificità del dato visivo con un approccio divulgativo, che ha spinto molti presenti a chiederle di proseguire anche il prossimo anno (con il Paradiso di Botticelli, e magari riprendendo i fogli dell'Inferno) l'esperienza della "lettura visiva".
All'interno della quale si sono analizzati i vari problemi legati alle finalità, assai controverse, dell'opera (sulla sua genesi rimandiamo a quanto anticipato nel numero scorso).
E se c'è chi immagina che il prezioso album (prima sono venuti i disegni, poi la cucitura dei fogli nel codice) possa essere stato confezionato per offrire un dono prezioso all'imperatore Carlo VIII, c'è anche chi pensa ai lavori preparatori per l'illustrazione di uno studiolo, chi ad un ausilio all'analisi dei primi dantisti, chi ad un aiuto visivo per una lectura (il che si è realizzato ad Acqui cinque secoli più tardi), chi addirittura suggerisce un'opera preparatoria per un affresco colossale da collocare sulla volta della cupola della Cattedrale di Firenze.
La rivincita del disegno: un film book della fine XV secolo
Certo che a nessuno è sfuggito il fascino di questi disegni, tracciati in modo evanescente ora con la punta d'argento, ora più decisi nelle linee lasciate dal piombo, poi ripassate ad inchiostro in diversi colori, e poi rifiniti (ma in pochissime tavole) al modo delle miniature.
Ed è proprio la povertà a permettere di cogliere il miracolo di una narrazione che sembra possedere, in effetti, una vera e propria vita autonoma, che "anzi suggerisce qualcosa di più rispetto a Dante" - ha detto Daniela Scarrone -, in cui il piano generale si combina con quello dei particolari, pure quasi schizzati in pochi movimenti dello stilo e della penna.
Insomma: con la stampa di Gutenberg, il Quattrocento sembra aver inventato anche il film.
Ora le vesti sono increspate dal soffio di una brezza leggera, i muscoli sono in tensione, colti in ogni contrazione, le ali degli angeli che ora si spiegano, ora si uniscono nell'atto di cancellare la P al viandante che sale.
Nel canto X del Purgatorio, poi, le architetture relative ai vv. 67-69 (episodio di Micol e di David salmista) sembrano richiamare la loggia romana del Belvedere di Bramante, e sembrano spostare la datazione di questo disegno alla prima decade del Cinquecento (molti critici affermano, invece, che il terminus ante quem, ovvero la data di termine dell'opera dantesca, è invece da stabilire nel 1497, anno della fuga del committente Lorenzo de Piero Francesco de' Medici da Firenze).
Quando Dante si trova alle prese con i bassorilievi marmorei che i superbi osservano (canto XII), è l'informazione metavisiva a prevalere. E così il disegno ci invita a gustarne uno più interno, contenuto da un ulteriore riquadro.
Ora è solo una fascia della pergamena ad accogliere la fabula, ma presto i "lettori" acquesi del Botticelli hanno imparato a seguire i vari momenti delle scene simultanee, ora muovendo da sinistra a destra o all'inverso, ora in modo diagonale dal basso in alto.
Da un lato appare la semplicità del tratto, con pochi ripensamenti, si direbbe, ma capace di offrire all'occorrenza la sensazione del movimento o la sua negazione; dall'altro costruzioni ardite come l'albero della cornice sesta, o il carro della chiesa del canto XXX (sistemato su un fondale che richiama preziose tappezzerie): davvero, come sostenne l'Anonimo Gaddiano, "Botticelli dipinse e storiò un Dante in cartapecora [...] il che fu cosa meravigliosa tenuta".

Ricomincia il Purgatorio con i canti XIX - XXI

Ricomincia la Lectura del Purgatorio. Lunedì 23 gennaio si interrompe il sonno di Dante, un sonno che aveva chiuso - in data 21 novembre - il canto XVIII.
Riprenderanno, dopo due mesi di pausa, i commenti, curati - nell'occasione - da Carlo Prosperi, e poi da altri docenti acquesi, e le recitazioni, affidate questa volta a Ilaria Boccaccio, Eleonora Trivella e Gian Franco. Riprenderanno le musiche (i canti sono ricchissimi di spunti) delle "Armonie di Ariel", e i cori, curati da Silvia Caviglia e da Annamaria Gheltrito, e Dante, finalmente, si risveglierà nelle prime ore del mattino del 12 aprile 1300 (primo martedì dopo Pasqua).
Si fosse ancora nella foresta dell'inferno, avrebbe senso dire di un "bell'addormentato - l'Alighieri, ovviamente - nel bosco", ma ovviamente ciò non è possibile. Siamo ben lontani dall'inizio del poema; anzi, ormai superato è il centro dell'opera, avendo avviato le letture, da un paio di canti, la china discendente: le terzine che mancano all'ultimo del Paradiso son meno di quelle già lette.
Quanto all'itinerario della finzione, certo si continua a salire: e l'ascesa, dopo il risveglio, porta alla cornice V, quella degli avari e dei prodighi.

Nel segno della coerenza

Si ricomincia in tutti i sensi. Nel senso che lo si fa "alla grande": già si è detto di un sonno che evoca quello - reale e metaforico - che segnava l'inizio del poema.
Ma ora troveremo una strega che evoca il fantasma di Ulisse, poi un papa e una fiera che è una nostra vecchia conoscenza, poi un re. Non mancan boati improvvisi (come nel canto III dell'Inferno) e, addirittura, un nuovo poeta epico dell'antichità.
Insomma, verrebbe da dire, della Commedia un "concentrato", a ricordare i topoi del poema.
Casualità? Ai lettori l'ardua risposta.
Si comincia dalla femmina balba (balbuziente), che rovescia l'immagine non solo delle tre donne salvifiche che avevano intercesso per il pellegrinaggio (Beatrice ovvero colei che dona beatitudine; Lucia, la Vergine Maria), ma anche della donna angelo che lo stilnovismo esaltava.
Altro che donar salute, altro che impedire malvagi e maliziosi pensieri agli astanti: la donna balba, questa donna da incubo riassume in sè i peccati (avarizia e prodigalità, gola e lussuria) che son puniti nelle cornici che separano i pellegrini dal paradiso terrestre.
Vera Circe, incerta nella parola, diviene una sirena nel canto. Da un lato l'essere. Dall'altro il sembrare.
E le apparenza - almeno certe - ingannano. Dante era sicuro che alla bellezza fisica corrispondesse la virtù interiore della donna: ecco così che in lei colpisce il contrasto tra l'orrido aspetto esteriore e quell'espressione sonora che conquista gli astanti anche nella musica.
Non un caso che la donna dalla voce suadente si vanti di aver preso nelle sue reti anche l'Ulisse navigatore. Rieccoci. Non si fa a tempo a riprendere che ti arriva l'eroe dei viaggi, che rischiava di approdare al Purgatorio complice remi e vele, facendo a meno del motore della Grazia.

Nel segno della lupa... francese

Quanto ai personaggi, non manca il contributo di un papa come Adriano V (dei Fieschi), uno dei pontefici che potremmo mettere tutto sommato nell'insieme dei "promossi" da Dante, e l'immancabile lupa.
Nel canto XX proprio quei versi celeberrimi che a lei son riferiti, in un'apostrofe che è di rara violenza. "Maledetta sie tu, antica lupa, / che più che tutte l'altre bestie hai preda, / per la tua fame senza fine cupa".
Ma questo è il canto dell'indignazione, e dunque non è casuale che la parola presto passi a quella "radice della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia [infesta]".
Eccoci al re, a Ugo Capeto (anzi: per Dante Ciappetta; e sarebbe interessante sapere se il nostro poeta avesse conosciuto il significato del nostro dialetto), insomma un "rammendo, una toppa" di re, da cui viene una progenie all'inizio incapace di grandi imprese. Ma, più tardi, ecco, allora, Carlo d'Angiò, poi Carlo di Valois e Filippo II "novo Pilato" (per gli ultimi due il tono è quello della profezia, essendo gli avvenimenti cui si allude compresi tra 1301 e 1307: si va dalle vicende fiorentine alla persecuzione dei templari); per loro, però, tutta la riprovazione possibile. Tanto che i sibillini versi "quando sarò io lieto a veder la vendetta che, nascosa fa dolce l'ira tua nel tuo segreto?" possono alludere - naturalmente a posteriori - alla decapitazione di Luigi XVI nel bel mezzo degli eventi della rivoluzione francese.
E come se non bastasse - mentre i purganti giacciono bocconi a terra, con mani e piedi legati perché non ebbero coscienza dell'attaccamento ai beni terreni, ascoltando esempi di avarizia punita (ecco, tra gli altri, Mida, e Crasso nella cui bocca fu versato oro fuso) e di povertà (tra cui la Vergine a Betlemme; e nel corso della serata non mancherà neppure l'angelico Gloria in excelsis Deo) - un terremoto improvviso scuote la montagna che si erge dal mare (come sarà spiegato ciò accade quando un'anima sale al regno della felicità eterna).
Ma ecco nel canto XXI anche la comparsa di Stazio, imitatore di Virgilio, autore della Tebaide e dell'Achilleide. Sembra un remake dell'incontro tra poeti del canto primo. E anche qui gli omaggi si sprecano: "Or puoi la quantitate comprender dell'amor ch'a te mi scalda": così Stazio saluta Virgilio.
E chissà se quel calore superava quello dell'acqua della nostra Bollente.

Carlo d'Angiò, Dante e la "nostra" Commedia
1270: gli Angioini e l'assedio di Acqui

Non era ancora nato, Dante, nel 1259, ma quella storia, evidentemente, bene la sapeva.
Dal 1259 il potere angioino prende a diffondersi in tutto l'odierno Piemonte. Pochi anni prima Carlo d'Angiò (1226-1285), fratello di Luigi IX il Santo - sposo a vent'anni di Beatrice di Provenza, figlia di Raimondo Berengario - aveva cominciato ad esercitare un interesse sempre più pressante su uomini e territori d'oltralpe.
Davvero tante le città che si schierano con la bandiera francese: Cuneo, Savigliano, Mondovì, Cherasco, Alba (vera e propria testa di ponte sulla Valle Bormida), tutte unite nel sostenere - accanto ad Alessandria - le ragioni del partito guelfo.
Dall'altra parte Asti, la piccola Acqui e il Marchese Guglielmo VII di Monferrato (protagonista della politica europea di fine sec. XIII, già da Dante citato al termine del canto VII, anche se seduto più in basso in quella augusta congrega di principi, pur negligenti).
Guerra vel discordia: sono questi gli anni (e cogliamo l'occasione per rimandare ad un omonimo dossier della rivista "Aquesana", curato agli inizi degli anni Novanta da Angelo Arata), che seguono la morte di Federico II (1250), ago della bilancia come lo sarà più tardi di due secoli Lorenzo il Magnifico.
1250 & 1492. Due date storiche (ma poi, a ben vedere, tutte lo sono): un mondo si chiude e un altro si apre, più violento e confuso.
Tra tregue e riprese, nel 1265 (anno di nascita di Dante) Gugliemo si accorge che è rischioso anche solo permettere il transito a Carlo l'angioino e alle sue truppe che scendono in Italia. Anche perché le città incontrate sul cammino fan gola.
Di qui il volgersi della sua bandiera, in amicizia, verso le pretese imperiali di Alfonso di Castiglia.
Gli eventi precipitano. 1266: battaglia di Benevento; 1268: il sangue scorre di nuovo in Tagliacozzo. Per Manfredi prima, e poi per Corradino non c' è scampo. Così i libri di storia.
Il 1270 (data che invano cerchereste sui manuali scolastici) invece, è l'anno della caduta di Acqui, cinta d'assedio dagli alessandrini. E poiché, come verga il cronista Jacopo, la città fu conquistata proditorie (con l'inganno: ma la storia non dice chi fu l'Ulisse, e quale fu il cavallo di legno) ciò lascia presupporre una profonda lacerazione nel tessuto interno.
È bello, però, pensare al castello come alle mura di Troia, ma non chiedete quanto ciò fosse piacevole per Rainerio Bastardo [sic], luogotenente del marchese Guglielmo, che asserragliato nella parte alta della città continuava - già durus rector e gravis nel governo cittadino, vero soldato verrebbe da aggiungere - la sua personale battaglia con gli assedianti, mentre già tanti acquesi - più opportunisti - avevano voltato pagina.
Avremmo voluto una città più solidale con i soldati. Avremmo voluto qualche bel gesto da consegnare agli annali. Un Carducci avrebbe potuto immortalare qualche atto di patrio coraggio.
Ma, bando ai rimpianti.
A noi ciò che più interessa è "quel nome": quello di Carlo d'Angiò, e di un fronte di invasori che stringeva in una morsa tutto l'Acquese. Con il territorio che trova, insperati, paladini e irriducibili in Genova (che libererà dal presidio francese le aree delle Valli Stura e Orba, sino a Morbello: che sospiro per i commerci sulle "marenche", le vie che vanno alla costa) e nel Marchese Manfredo del Carretto, tenace ghibellino.
È il biennio 1272- 1273. Acqui è tornata con Guglielmo di Monferrato. Dante ha otto anni, non ha ancora visto Beatrice.
Ma questa storia acquese, anche senza scriverla, sì, è probabile che la ricordi, anche se il Piemonte è solo una tappa (Carlo d'Angiò al Regno di Napoli mira, mira al dominio che è degli Svevi e che a loro, con tutte le violenze del caso, strapperà).
E così la Commedia diventa un po' di più la "nostra Commedia".

Giulio Sardi

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