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Lectura Dantis - PURGATORIO (21)

 

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Lunedì 30 gennaio il Purgatorio di Dante

Canti XXII-XXIV: il trionfo dei poeti

Botticelli - DantePer Sandro Botticelli i golosi, dai volti scavati, sembrano uscire da un campo di concentramento.
Con straordinario tempismo la giornata della memoria troverà una ideale prosecuzione la sera di lunedì 30 gennaio, quando le letture dantesche in Biblioteca riprenderanno con i canti XXII, XXIII e XXIV del Purgatorio.

Devo fare... Dante

A leggere i versi che ci porteranno dalla V (avari e prodighi) alla VI cornice (golosi), la voce di un professionista del teatro Massimo Bagliani, atteso anche pochi giorni più tardi, l'otto febbraio, con lo spettacolo Devo fare un musical (da lui scritto a quattro mani con Enrico Vaime).
A commentare i versi sarà invece chiamato il prof. Claudio Camera, mentre la parte musicale (nella quale sin d'ora segnaliamo l'esecuzione della prima canzone del Convivio, la celeberrima Donne che avete intelletto d'amore) avrà per interpreti il duo di salteri (e voce) "Le armonie di Ariel" formato da Tabitha Maggiotto e da Silvia Caviglia (autrice delle musiche originali).

Da un angelo all'altro

È questa la figura che domina questa triade di canti, che inizia (canto XXII) con l'angelo della giustizia che cancella la quinta P dalla fronte di Dante, e che termina con il cosiddetto angelo dell'astinenza, il quale compie analoga operazione sul finire del canto XXIV.
Ma, poco prima, ecco l'immagine della donna-angelo, richiamata dall'incontro con Bonagiunta Orbicciani e dall'esposizione in versi della poetica dello Stilnovismo.
Difficile trovare un canto "meno scolastico" di questo: e dunque più amato (poiché vale da sempre la regola che piace sempre di più ciò che si conosce).
Dunque appare superfluo, o quasi, citare i celeberrimi versi con cui Dante afferma "Io mi son un che quando / Amor mi spira, noto, ed a quel modo / che ditta dentro, vo significando" che spiegano come l'ispirazione e il coinvolgimento emotivo siano il discrimine che divide la poesia delle nuove rime, da quelle vecchie che appartengono a Guittone d'Arezzo, a Bonagiunta e a quel Jacopo da Lentini che è sì "notaro", ma che - sembra dire Dante con un'arguzia quasi boccacciana - non "notò" seguendo le parole schiette e sincere del cuore, ma guidato solo dalle aride regole della maniera altrui e da una retorica vista solo come esercizio.
Per il resto nella triade di canti che glorifica "l'invenzione" poetica dantesca, il resto degli onori - in una sorta di par condicio applicata persino in periodo non elettorale - è per Virgilio. Questi trova in Stazio un discepolo appassionatissimo, grato perché un verso dell'Eneide, dal terzo canto (pressappoco: "a cosa non conduci, o voluttà dell'oro, gli animi dei mortali? - le parole son di Enea) ha operato in lui un radicale mutamento dei costumi. Il primo di una metamorfosi che - sulla scorta dell'ecloga del Puer (quella IV, scritta da Virgilio per il figlio di Asinio Pollione, tanto cara a Giovanni Pascoli, che da qui trasse il titolo della raccolta di lui forse più famosa, Mirycae) - nel Medio Evo elesse Virgilio agli altari della santità (in quanto profeta annunciante la nascita del Cristo) e Stazio alla conversione, non pubblica, ma anzi nascosta, nel timore delle persecuzioni (e che gli costò quattrocento anni di espiazione nella cornice degli accidiosi).
Dunque, più che in altri canti sono i pellegrini (non due ma tre: c'è anche Stazio) i veri protagonisti. E la conferma viene anche dalla similitudine che si trova all'inizio del canto XXIII, quando il terzetto viene superato da una turba d'anime tacita e devota (un gruppo di golosi) che si volge indietro con intenzione di saluto, ma non rallenta, né si ferma a conversare, perché ha ben chiaro che la meta è da raggiungere senza indugio. La densità è la caratteristica dei tre canti in lettura: e così anche noi, con altrettanta sollecitudine, citiamo la presenza di un altro degli amici dell'Alighieri, quel Forese Donati, riconosciuto dalla voce e non dall'aspetto (canto XXII: si tratta di un compagno degli anni del traviamento giovanile) e il grido di una doppia apostrofe che riguarda Firenze.
Quasi volendo ritrattare i contenuti di una celebre (e triviale) tenzone apertasi tra i due poeti, Dante pone nelle parole di Forese l'elogio della di lui moglie Nella, seguito dall'attacco contro le scostumate donne di Firenze. E dopo il colloquio con Bonagiunta lucchese, nel canto XXIV, la città del giglio torna alla negativa ribalta poiché Dante si dice testimone di una progressiva, sempre più grande corruzione del Comune, avviato a certa rovina. A conforto la profezia della dannazione di Corso Donati (fratello di Forese), che in pochi anni verrà trascinato nel regno di Lucifero.

Botticelli - DanteLa nostra commedia

Molto resta da dire dei canti, in cui campeggian due alberi carichi di frutti (il secondo ripropone una sorta di supplizio di Tantalo alle anime ingenue, e per questo sempre più sante) e in cui il poeta non manca di proporci esempi di golosità punita, e di virtù.
Come da noi, i tre canti vivon nel segno dell'acqua (dalla Bollente a tutte le altre nostre fonti) e del vino.
Son così ricordati l'episodio delle Nozze di Cana, la morigeratezza delle donne romane che bevevano solo acqua, i centauri che alle nozze di Piritoo e Ippodamia, ebbri di Vino, furon vinti da Teseo.
Nessuna notizia, invece, di Noè, che i versi del nostro Carosa (cfr. I sgaientò) danno per ubriaco tra le nostre colline - Terra Promessa.

Cronache dantesche in attesa della ripresa

Dopo i primi tre appuntamenti di gennaio (qualche presenza in meno, rispetto ai numeri vertiginosi dell'autunno, con quasi cento persone in sala; ma l'attenuante del freddo, e adesso della neve, è reale) la Lectura osserverà un "turno di riposo" in occasione del cinque di febbraio.
Dunque, l'appuntamento con i Lunedì con Dante riprenderà una settimana più tardi, il tredici febbraio, sempre alle 21, con la triade che va dal canto XXV al XXVII (sarà il terz'ultimo appuntamento della stagione).
Sul palco, al leggio, ci saranno interpreti Monica Boccaccio, Elisa Paradiso e Giampaolo Testa, mentre la parte critico-introduttiva sarà affidata alla prof.ssa Cinzia Raineri.
Per quanto concerne la musica (con Silvia Caviglia al salterio e cori di Annamaria Gheltrito) la partitura attingerà al Summae Deus clementiae, al salmo Beati mundo corde, al Venite, benedicti patris mei e alla canzone in volgare Sappia qualunque, rivelando, davvero, la natura straordinariamente melodica di questa ultima parte della seconda cantica.

Cronache degli ultimi due appuntamenti

Con la ripresa di gennaio, dopo la bella conferenza di Daniela Scarrone (il 16), le serate hanno confermato il successo della manifestazione; lettori all'altezza, commenti musicali adeguati, un coro di voci femminili (ma presto arriveranno anche quelle maschili...) sempre più sicuro e numericamente interessante (lunedì 23 gennaio erano sei le coriste), così come i commenti, efficaci, che nelle due serate sono stati offerti da Carlo Prosperi e da Claudio Camera.
Il successo, ne siamo convinti, viene dalla varietà: ogni interpretazione, si tratti di leggere, si tratti di chiosare, è diversa, così ognuno può essere gratificato dalle "corde" che preferisce.
Non mancano neppure le "invenzioni" e i fuori programma: lunedì 23 la proposta "all'improvviso", per dirla con Benigni, è venuta dalla poetessa Egle Migliardi, che si è conquistata il palcoscenico con una poesia dedicata alle interpreti musicali.
Lunedì 30, invece, riflettori tutti per Massimo Bagliani (voce recitante) e per Tabitha Maggiotto (un ritorno il suo, che l'ha vista impegnata tanto al salterio quanto come soprano: bellissima la sua interpretazione della canzone conviviale Donne ch'avete intelletto d'amore, le cui note hanno il pregio di imprimersi con sorprendente facilità nella memoria dell'ascoltatore).
Dall'artista alessandrino al leggio una proposta nel segno della levità, del "narrar leggero", nel segno di una "lezione" che Bagliani riferisce appresa, a scuola, a Firenze, da Vittorio Gassman (che, poi, umilmente, riferiva che quella non era solo la sua impressione, ma di quei grandi interpreti del teatro elisabettiano). 'Il poeta è già grande, così l'opera; dunque non occorre 'strafare': all'attore il compito di far sentire la parolina. E, allora, conviene anche recitare Ibsen sorridendo, od abbreviare - rispetto a certi esempi ottocenteschi - 'le morti assai melodrammatiche degli eroi romantici.
E, nell'attesa dell'inizio della Lectura, Massimo Bagliani si è intrattenuto con i presenti raccontando di quegli autori un po' più appartati (Ernesto Ragazzoni, Aldo Palazzeschi, Raphael Alberti) che sono da lui più frequentati e amati, per poi suggellare la lettura con un gradito fuori programma, un racconto breve di Achille Campanile - uno dei più grandi umoristi italiani - dal titolo Dante e l'uovo.

Ucronie dantesche: cosa sarebbe successo se....

Di fuori programma in fuori programma, viene voglia di proporne uno anche a noi.
Saremo brevi.
"In voce" o "in immagine", la ripresa dantesca è a rischio. Niente di terribile, ma ad esser coerenti (e nei secoli passati gli uomini di potere lo erano), forse la Lectura sarebbe non più da fare.
Quanto alla Teologia e comparti affini, dopo la "cancellazione del Limbo" da parte della Chiesa (mandato in soffitta, del tutto eraso dalla nuova concezione dell'aldilà: il luogo sancito dal catechismo...), Jacques Le Goff, medievista di fama internazionale, è propenso ad ipotizzare addirittura una abolizione del Regno cui Dante dedica la seconda Cantica, luogo non menzionato esplicitamente dalla Bibbia, nato "solo nel Duecento" (poco dopo "l'invenzione" del Limbo, che risale grossomodo al secolo prima).
I luoghi dell'immaginario cristiano come atolli spazzati dallo tsunami, che - per una volta - è benefico: prevale l'idea di un Dio generoso, di una compassione divina che viene esercitata in modo misericordioso.
E per fortuna che siamo nel XXI secolo: ai tempi di Bonifacio VIII o del suo poco amati successori Clemente V e Giovanni XXII, niente niente che per Dante (e per le sue pergamene) ci potesse scappare il rogo: cancellato il Purgatorio dall'immaginario, non sarebbe stata tollerata la dantesca voce contraria. Ed eretica.
Oggi, invece, immaginazione popolare e poetica possono convivere accanto alle "riforme".
E, dunque, anche il Purgatorio è salvo, e con lui i versi, le musiche e i disegni.

Giulio Sardi

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