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Lectura Dantis - PURGATORIO (22)

 

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Lunedì 13 febbraio il Purgatorio di Dante

Canti XXV - XXVI - XXVII

Con la ripresa di gennaio, dopo la bella conferenza di Daniela Scarrone (il 16), le serate hanno confermato il successo della manifestazione; lettori all'altezza, commenti musicali adeguati, un coro di voci femminili (ma presto arriveranno anche quelle maschili...) sempre più sicuro e numericamente interessante (lunedì 23 gennaio erano sei le coriste), così come i commenti, efficaci, che nelle due serate sono stati offerti da Carlo Prosperi e da Claudio Camera.
Il successo, ne siamo convinti, viene dalla varietà: ogni interpretazione, si tratti di leggere, si tratti di chiosare, è diversa, così ognuno può essere gratificato dalle "corde" che preferisce.
Purgatorio: meno tre. Nulla a che vedere con le temperature polari di questo rigido inverno. Sembra incredibile, ma anche questo viaggio nel secondo Regno ultraterreno, in cui si scontano temporaneamente i peccati in attesa della beatitudine eterna, iniziato nell'ottobre dello scorso anno, sta per giungere alla conclusione.
Eccoci, allora, proiettati verso il terz'ultimo appuntamento, il tredici febbraio, sempre alle 21, con ingresso libero.
In lettura i canti XXV, XXVI e XXVII, affidati a Monica Boccaccio, Elisa Paradiso e Giampaolo Testa, con gli interventi intercalati di introduzione e di commento curati dalla prof.ssa Cinzia Raineri (Liceo Scientifico di Nizza Monferrato).
Ricca anche la partitura musicale, affidata a Silvia Caviglia (salterio), e consistente l'apporto dei cori preparati da Anna Maria Gheltrito.

Silvia Caviglia - Salterio
Silvia Caviglia al salterio

Simmetrie divine

Giungere, arrampicandosi, alla sommità dell'isola divina, è un po' come circumnavigarla. Si finisce per guadagnare un arrivo che è anche il punto di partenza. E se il binomio Inferno & Purgatorio viene a costituire un'isola metaforica, ecco che queste ultime cornici finiscono per trovarsi in una posizione simmetrica, a specchio, rispetto ai famigerati cerchi dell'Inferno.
Quale il peccato più veniale, sembra dirci Dante? La lussuria, che campeggiava nel secondo cerchio infernale subito dopo l'oggi controverso limbo. Non solo. Quanto all'incontinenza (ovvero ai peccati " di misura"), l'ordine che si incontra scendendo la voragine (prima la lussuria, è il canto di Paolo e Francesca; poi gola; avarizia & prodigalità; ira & accidia) è esattamente lo stesso che si osserva nella salita, solo distribuito in cinque gradini anziché quattro (perché iracondi e accidiosi sono divisi su due spianate).
Non solo: la divina foresta (il paradiso terrestre) che si trova alla sommità del colle (se ne sentirà parlare dal canto XXVIII, dunque occorrerà aspettare il 20 febbraio), sembra il remake della foresta in cui Dante all'inizio dei tempi si era sperso. E così come il viaggio terreno (verso le profondità) era iniziato attraversando il fiume Acheronte, ora - quasi giunti al culmine dell'ascesa- torneranno le acque del Lete e dell'Eunoè, a conferire una sorta di nuovo battesimo, che cancella il ricordo del Male compiuto e ricorda tutto il Bene operato in vita.
Per dare solidità alla struttura, nulla di meglio di un effetto- cornice. Come direbbe Eugenio Montale, il filo s'addipana....
Ma non andiamo troppo innanzi.

Verso il Paradiso

Nel canto XXV, alle due dopo il mezzodì (ora del pasto) la mente di Dante è ancora tutta presa dalla pena espiativa dei golosi e dunque, nella salita alla settima cornice, i dubbi del viandante (che mai si ferma per rifocillarsi nel suo cammino), sono tutti rivolti al come e al perché un corpo aereo possa dimagrire se non ha bisogno di nutrimento.
Da ciò nasce la consueta digressione filosofica, nella quale l'Alighieri manca, per una volta, di rifarsi (per bocca di Stazio) all'autorità della Summa Theologica di San Tommaso. E, spiegate le prerogative di anima vegetativa, anima sensitiva e poi ragionevole, il discorso scivola sulla sorte delle anime dopo la morte (e torna la citazione per il Tevere, che già l'amico Casella aveva indicato come "porto di partenza delle anime" nel canto II).
Quanto ai lussuriosi, che bruciano nelle loro fiamme cantando l'inno della Chiesa Summae Deus Clementiae, essi gridano gli esempi di castità che hanno per protagonisti Maria Vergine, Diana e la ninfa Elice che aveva perduto la sua purezza, e mogli e mariti temperanti e rispettosi della santità del matrimonio.
In questo scenario, che nel canto successivo si arricchisce degli esempi di lussuria punita (ecco le città di Sodoma e Gomorra; e poi Pasifae, moglie di Minosse, ingravidata da un toro con la complicità di Dedalo), comparirà il poeta Guido Guinizzelli, precursore della nuova scuola dello stilnovo. Continuano, dopo gli incontri con Bonagiunta e con Stazio, i discorsi di poesia e "per i dolci immortali versi" che spingono Dante a rivolgersi come ad un padre all'autore bolognese morto in esilio nel 1276, e a pensare di abbracciarlo nonostante le fiamme.
Insomma, sembra dirci Dante (partigiano: ognuno tira acqua al suo mulino): la poesia è l'arte più prossima alla beatitudine.
E, per sovrammercato, ecco che compare tra le fiamme (a chi non viene in mente Ulisse?) l'anima di Arnaldo Daniello, che non manca di esprimersi in provenzale. L'attacco è il celebre "Tan m'abellis (tanto mi piace) vostre cortes deman (domanda), qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire (che non posso nascondermi). Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan" (Sono Arnaldo che piange e canta...).
È quasi il tramonto, e Dante (canto XVII) è atteso da una ulteriore prova di coraggio: come capitò al fanciullo Daniele nella fornace (come racconta la sacra rappresentazione del Ludus Danielis), deve entrare nel fuoco e, compiuto - dopo la paterne rassicurazioni di Virgilio - quest'atto, il cammino può proseguire. Ma per poco. La notte incombe e Dante si paragona ad una capra mansueta, stanca - con il resto del gregge - dopo aver a lungo pascolato durante la giornata, vegliata dai pastori (Virgilio e Stazio).
Le stelle, all'imbrunire, sembrano più luminose e, sul far dell'alba, viene in sogno la donna giovane e bella, che canta di esser Lia, e che coglie fiori per farsi una ghirlanda.
Quasi è un'anticipazione della donna della beatitudine che, presto, il poeta potrà presto, di nuovo, incontrare.

I canti XXVIII - XXIX - XXX

Prof. Claudio Camera
Il prof. Claudio Camera
Lunedì 20 febbraio, alle ore 21, presso la Biblioteca Civica, è in programma il penultimo appuntamento con l Lunedì con Dante - Il Purgatorio.
Alla lettura della triade composta dai canti XXVIII, XXIX e XXX si alterneranno Gianfranco Barberis, Tiziana Boccaccio e Egle Migliardi, mentre le introduzioni critiche saranno affidate al concittadino prof. Claudio Camera (Scuola Media Statale di Nizza Monferrato).
Tra le novità della serata l'esordio dei cori maschili, preparati nell'ambito della Corale "Città di Acqui Terme" da Annamaria Gheltrito e da Silvia Caviglia, che offriranno il loro contributo ad una delle sere più musicali della stagione dantesca.

"In selva, foresta o boschetto": per un Purgatorio musicale

A voler una regola, ma "all'impronta", verrebbe da dire che "più si sale, e più il secondo Regno diviene armonioso". Dunque, gli ultimi due appuntamenti del Purgatorio (il 20 e il 27 di febbraio) delle melodie costituiranno l'apoteosi. E non è una scoperta da poco, perché è la conferma che davvero la Musica è proprio una delle sette Arti che della Teologia, la disciplina medioevale per eccellenza, sono ancelle.
E, a conferma di questa prospettiva, ecco comparire proprio nel canto XXVIII Matelda (forse da intendere come la vita attiva, o l'Arte - così propone il Pascoli - o la natura umana perfetta e felice), mentre nei successivi XXIX e XXX si può ammirare la processione con l'arrivo del monumentale carro della Chiesa.
Ma per non far pasticci, converrà procedere per gradi. Cominciando da quella sorta di "panismo" di dannunziana memoria che qui, ante litteram, Dante/autore sembra proporci, dipingendo un Dante/ personaggio che è diventato Adamo.
Non è una gran scoperta: il paesaggio che pellegrino e lettore vedon cambiare non è altro che una proiezione della metamorfosi dell'Alighieri che "cammina" sulla strada della perfezione.
Ma "nel canto della beata e vergine natura... e di tanto gaudio" (son parole tolte all'esegeta Arturo Graf), a tu per tu col Paradiso Terreste sono i suoni a costituire la più evidente cornice. "La divina foresta spessa e viva" - che è specchio della "selva selvaggia e aspra e forte" - propone gli augelletti canori, per nulla spaventati dal lieve soffio del vento che "tiene bordone (ovvero: una nota musicale lunga; ma, si noti: il termine può anche valere bastone del pellegrino) alle rime". Ecco un esempio di primitiva polifonia in cui un suono - oggi diremmo di pedale - nel registro basso, accompagna la melodia, così come il legno è d'ausilio al viandante.
Ma perché la Musica? Perché a lei è destinata l'espressione dell'ineffabile, così come teorizzava Sant'Agostino (l'ineffabile: ovvero ciò che "dicere non potest"; se mancan le parole, possono i suoni...).

La bella Matelda, che "canta più dolce che non fa Serena"

E, allora, non stupisce la comparsa di una donna musicale come Matelda, che non solo si appressa all'Alighieri con "dolce suono", ma si muove armoniosamente assecondando le coeve regole della danza, girandosi senza alzare i piedi da terra, anzi tenendoli stretti l'uno accanto all'altro... E Dante subisce il fascino della donna innamorata dell'amore divino: "vegnati in voglia di trarreti avanti...tanto ch'io possa intender che tu canti". Eccoci al salmo Delectasti (il 99), in cui Matelda intona le lodi della creazione: "Mi hai allietato, Signore, con le cose create da te, e io esulterò nelle opere delle tue mani".
E il bello è che la divina interprete, "cantando come donna innamorata" rievoca non solo l'incipit della ballata In un boschetto di Guido Cavalcanti, ma un filone tematico - quello della donna/Sirena nel bosco - che è proprio delle poesie musicali del Trecento, quelle della cosiddetta Ars Nova italiana.
Anche solo qualche esempio sarà sufficiente, in questo caso però non attingibile alle antologie scolastiche, ma ad una collezione di opere inedite o rare (vol.131) promossa dalla commissione per i testi di lingua di Bologna (che ha sede in casa Carducci) e che è stata in questo caso curata, nel 1970, da Luigi Corsi.
Un madrigale del maestro Piero riferisce: "A l'ombra di un perlaro (un bagolaro, albero oggi dei parchi)/su la rivera d'un corrente fiume/, donna m'accese di suo vago lume.// Questa con gli atti accorti / canta più dolce che non fa Serena/ a chi la mira tra' fuor d'ogni pena...". Il fiume & la donna gentile tornano anche in Giovanni da Firenze: "Appress'un fiume chiaro / donne e donzelle ballavan d'intorno / ad un perlaro di bei fiori adorno.// Tra queste una ne vidi / bella, leggiadra e amorosa tanto / che 'l cor mi tolse con soave canto".
Gli elementi tipologici ritornano anche nel madrigale O dolze apres'un bel parlaro fiume di Jacopo da Bologna, che nasconde il senhal della donna Anna nel moto di luogo a nave, e ancora in Maestro Piero, che indugia nel citare il canto di una bella Iguana, specchio di quella per cui "obliò suo cammin più tempo el greco" (cioè Ulisse) di cui si lodan però le virtù, paragonate a quelle di una perfetta gemma margherita.
C'è l'Iguana in Dante? Si direbbe di no, a meno di non vedere un senhal in quel igualmente (avverbio), un po' sospetto, che ci dice del correre parallelo delle rive del Letè ad inizio del canto XXIX.
Ma torniamo a Matelda: le sue nuove parole in musica sono quelle del salmo della liberazione: "Beati quelli le cui iniquità son state rimesse e i peccati perdonati". Ma la donna non solo canta; ella invita: "Frate mio, guada e ascolta".
"E una melodia dolce correva per l'aere luminoso": è quella della processione della chiesa, che si accompagnerà al canto della salvezza, l'Osanna, e poi a quello dei vegliardi, diretto a Maria: "Benedicta tue, nelle figlie d'Adamo". La comparsa di Beatrice, invece (canto XXX) si legherà al Veni sponsa de Libano, eseguito tre volte dai vegliardi alleluiando, e a lei gli angeli offriranno anche un saluto che contempera la festosa accoglienza di Gerusalemme al Cristo (Benedictus qui venis) e il libro VI dell'Eneide (Datemi gigli a piene mani).
Si chiude con la melodiosa linea angelica del In te, Domine speravi.
Anche la cerimonia olimpica di Torino 2006, a paragone, impallidisce.

Giulio Sardi

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