L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Lectura Dantis - PARADISO (25)

 
<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>
Gianfranco Barberis
Gianfranco Barberis
Elisa Paradiso
Elisa Paradiso
Eleonora Trivella
Eleonora Trivella
Claudio Camera
Claudio Camera
Massimo Novelli
Massimo Novelli
Maurizio Novelli
Maurizio Novelli

Paradiso: canti VII, VIII, IX

Riprenderà martedì 13 febbraio, alle 21, con ingresso libero, in Biblioteca Civica, il programma delle letture dantesche.

Dopo una settimana di pausa - che si è resa indispensabile per non andare a sovrapporsi con la sera dello spettacolo di canzoni, letture e riflessioni in omaggio a Luigi Tenco, il sei febbraio - in cartellone la lettura dei canti VII (affidato ad Ilaria Boccaccio), VII (Giovan Battista Garbarino) e IX (Monica Boccaccio).
Solisti al canto saranno, invece, Rossana Camboni e Claudio Ivaldi, accompagnati da Antonella Bongiovanni (flauto) e da Silvia Caviglia (salterio).

Tra i dubbi

A Giuseppe Baretti, "nato a Torino ma da famiglia oriunda di Rivalta Bormida nel Monferrato", come scrive Francesco Flamini nel suo Compendio di Letteratura (Livorno, Raffaello Giusti, 1904), la Commedia, e in particolare, Il Paradiso, non piaceva.
Era "cosa oscura e noiosa": i suoi gusti non erano i nostri, visto che "inimitabili, sublimi e sublimissimi" erano i versi del Metastasio, oggi al contrario di scarsa cittadinanza anche a scuola.
A riscattare il severo giudizio la Lectura Dantis, con il Paradiso che riprende le mosse dal cielo di Mercurio e dai dubbi di Dante. Da poco Giustiniano, protagonista della narrazione dell'epopea dell'Aquila nel canto VI, intonato un inno di lode al Dio degli eserciti (una invenzione dantesca, con tanto di rima difficile Sabaòth/ malacòth a parafrasare la lingua ebraica) ha lasciato i viandanti celesti.
Ancora una volta l'eccessiva riverenza attanaglia chi è tormentato dal dubbio, e come spesso è già accaduto nell'inizio della cantica, è la donna celeste, con la risposta, a precorrere la domanda.
Come è possibile che una giusta vendetta - la morte di Cristo - che piace a Dio, sia giustamente vendicata con la distruzione di Gerusalemme da parte dell'imperatore romano Tito?
L'apparente contraddizione si sana considerando il sacrificio nell'ottica umana - e allora è necessario - della Redenzione, e in quello opposto, assolutamente ingiusto se commisurato alla persona divina.
Altri quesiti riguardano la possibilità di individuare - in alternativa alla morte del Cristo - ulteriori vie alternative per arrivare alla Redenzione. Poi la parte dottrinale arriva al suo apice con la questione delle creature incorruttibili, create primeramente da Dio.
Cieli e angeli, sono tali, ma non gli elementi (acqua, terra, aria, fuoco), che provengono da altra virtù che quella divina, attraverso una genesi indiretta. Così l'anima sensitiva e quella vegetativa (e qui viene seguito Aristotele) sono mortali, ma non l'anima umana, destinata alla Resurrezione con il corpo alla fine dei tempi.

Profezie e invettive

Ma è tempo di salire al cielo di Venere, contraddistinto dagli spiriti amanti (canto VIII) e proprio la accresciuta bellezza di Beatrice è indizio dell'arrivo a questa nuova circoscrizione celeste.
Le anime sono luci che si muovono più o meno rapidamente, e accolgono Dante e Beatrice con il dolce canto dell'Osanna.
Ma quasi subito, dopo un paio di terzine, l'Alighieri trova modo di citare la sua terza canzone conviviale Voi che intendendo il terzo ciel movete, da lui rivolta proprio alle intelligenze angeliche (identificate qui come Principati, ma allora, nel Convivio, come Troni).
Giunge, finalmente, il tempo degli incontri. Prima con Carlo Martello, già amico di Dante, fratello di Roberto d'Angiò il cui malgoverno viene immediatamente condannato. L'indole del fratello è ben lontana da quella generosa del padre, Carlo II lo Zoppo, e questo dà adito ad un nuovo dubbio di Dante riguardante la trasmissione delle qualità personali di padre in figlio.
Seguono nel canto successivo, il IX, l'oscura profezia di Carlo Martello, che impone il silenzio al poeta pellegrino ("Taci, e lascia muover gli anni") e poi un incontro che ci riporta all'età cortese e agli omaggi tra domina e cantore.
Da un lato una dama, l'anima femminile di Cunizza da Romano, sorella del famigerato Ezzelino.
Dall'altro Sordello da Goito (che nei versi non è citato, ma che la cantò nella sua opera poetica) e il trovatore Folchetto da Marsiglia, citato esplicitamente, per quella "grande fama" di cui non si curano gli abitanti della Marca di Treviso. Per questi ultimi sono profetizzati futuri mali e gravi, alimentati anche dal dispotismo di Rizzardo da Camino e dal crudele e traditore vescovo di Feltre.
Citato lo spirito amante della meretrice redenta Raab, che a Gerico nascose le spie di Giosuè, chiude il canto l'invettiva del rimatore marsigliese contro l'avarizia dei prelati, da pastori trasformati in lupi e soggetti al "maladetto fiore" (il fiorino, moneta della città del giglio).
Dimenticati il Vangelo e la povertà di Nazareth (Annunciazione), sono in auge i Decretali (come dire: la forma al posto della sostanza). "Ma Vaticano e l'altre parti elette...tosto libere fien de l'avoltero (adulterio)".

Paradiso: canti X, XI, XII

Ancora tre canti del Paradiso per la Lectura che si tiene in Biblioteca Civica. Sono il X, l'XI e il XII, e saranno proposti lunedì 19 febbraio, sempre alle 21, ingresso libero, con il consueto accompagnamento dell'ensemble vagamente medioevale coordinato e diretto da Silvia Caviglia, autrice delle musiche.
Nell'occasione protagoniste saranno il coro d'anime (Ivana Bazzano, Monica Canepa, Vilma Cevasco, Agnese Darin, Laura Ivaldi e Carla Tamberna) e le armonie del salterio.
Quanto agli interpreti dei versi, tre i lettori, Massimo e Maurizio Novelli oltre a Elisa Paradiso. Come di consueto le letture saranno precedute dalle introduzioni critiche, che coinvolgeranno il prof. Carlo Prosperi.

Tra santità e corruzione

"Io fui de li agni de la santa greggia/ che Domenico mena per cammino/ u' (ubi= dove) ben s'impingua, se non si vaneggia": tornano della Commedia i versi celeberrimi. Ed è una sorta di ritorno a casa. Le terzine lette in gioventù, sui banchi di scuola, mettono subito a proprio agio. E queste sono davvero universali.
"Ci si arricchisce di meriti, nell'ordine religioso, se non si devia dalla regola": è San Tommaso, doctor angelicus, a fissare questa aurea norma comportamentale nel cielo IV, quello del Sole, popolato dagli spiriti sapienti, cui Beatrice e Dante ascendono nel canto X. I beati appaiono in forma di corona luminosa che si muove circolarmente. La danza e un soave canto contraddistinguono le 12 anime che rendono "voce a voce (cantano accordandosi tra loro: un problema aperto se in omofonia o se con andamenti polifonici) "in tempra / e in dolcezza ch'esser non pò nota (conosciuta; ma il termine richiama su un piano complementare l'altezza del suono) / se non colà dove gioir s'insempra".
Inutile negarlo: raro incontrare nella Commedia un trittico di canti così felice: il X funge da introduzione, aperto da un invito al lettore affinché contempli il sapiente ordine del Creato ("Leva dunque a l'alte rote meco la vista...") e si snoda nelle parole di Tommaso che presenta sé stesso e anche gli altri undici beati che compongono la prima corona, "figura" dei dodici apostoli.
Ma veramente centrale, per questo canto e per i successivi, è l'endecasillabo sopra ricordato: "U' ben s'impingua, se non si vaneggia". E l'affermazione generale sarà declinata, di qui a poco, nei casi concreti, attraverso il ricorso all'exemplum, al cammeo della santa vita.

L'elogio di Francesco

Il canto XI, occupate poche terzine da due dubbi di Dante (che hanno il pregio di innescare il meccanismo di cui si è detto poc'anzi), è dedicato al panegirico di San Francesco. Versi celeberrimi, che anche Angelo Branduardi ha qualche anno fa contribuito a divulgare, ponendoli in musica: "Intra Tupino e l'acqua che discende / del colle eletto dal Beato Ubaldo... Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso...".
Nascita, amore per la povertà, diffusione della regola e sua approvazione, stimmate e morte sono le tappe che le terzine dipanano, suggellate dalla rampogna di Tommaso al suo ordine, ai domenicani non più animati dallo spirito del loro fondatore.

Esaltazione di Domenico

Biografia e rimprovero contraddistinguono anche il canto XII, ma muta qui il narratore.
È Bonaventura da Bagnoregio, francescano, che tesse ora l'elogio di San Domenico e biasima il proprio ordine.
Una nuova corona di Dottori si è avvicinata a Dante. È la specularità a definire l'architettura: "e moto a moto, e canto a canto colse / canto che tanto vince nostre muse". Due ghirlande di sempiterne rose, paragonate a due arcobaleni paralleli e concordi, si muovono in corrispondenza perfetta. Nella seconda corona, sempre composta da 12 spiriti, un corifeo, spinto dall'amor divino, è indotto a ragionare dell'altro campione della Chiesa.
Si elogia qui Domenico, "santo atleta, benigno ai suoi e ai nemici crudo". Nascita (in Spagna, a Calaroga, in Castiglia), presagi di santità, guerra all'eresia e fondazione dell'ordine (anzi, degli ordini: Domenico è un torrente da cui nacquero diversi rivi: quello dei Predicatori, quello femminile e il Terz'Ordine).
Ma, poi, ecco subito, come nel canto XI, le due terzine di Bonaventura dedicate al biasimo del proprio ordine, il francescano: "L'orbita che fé la parte somma/ di sua circunferenza è derelitta" e le orme del fondatore non son più seguite, anzi la direzione presa è quella opposta.

L'erba di Glauco

E, a proposito di direzione sbagliate, la curiosità con cui suggelliamo l'invito a Dante ci spinge a citare Barbara Reynolds, famosa dantista, e il suo nuovo libro, in imminente uscita, che ha fatto scalpore sostenendo che furono gli stupefacenti i "motori" dell'invenzione dantesca.
Lo spunto sta in Paradiso I, verso 68, in quell'erba che consentì a Glauco pescatore di "trasumanar". La chiosa di Cesare Segre è stata più o meno la seguente: "Vero che Dante conoscesse la scienza degli erboristi, ma di droghe, in vent'anni, per la Commedia, gliene sarebbero serviti chili".

Dante vendemmia

Martedì 13 e lunedì 19 febbraio 2007 tre (VII, VIII e IX) più tre (X, XI e XII) canti.
A commentarli la prof. Cinzia Raineri (Liceo di Nizza Monf.to) che ha cominciato, attingendo a Ferdinando Camon e a Gad Lerner, con una domanda. Davvero la "terribilità" del Signore degli Eserciti, che fa vendetta, è inevitabile?
Un dubbio che si trascina dai tempi di Dante (che però la risposta pone in Beatrice).
Insomma, il Nostro non è un poeta petrarchesco, della perplessità: semmai incerti siamo noi lettori, che ci stupiamo di come l'Alighieri possa aver anticipato, nella sua ansia enciclopedica, anche la fondazione della psicologia moderna.
Si è poi parlato di spiriti amanti, di caritas che dell'amore è la forma più alta, della fiducia dantesca nell'umanità, del linguaggio che il poeta sempre piega allo scopo....
Vivo l'interesse per le introduzioni dei docenti: ogni insegnante "attacca" la pagina da punti di vista differenti: c'è chi, come la Cinzia Raineri, ama gettare tanti semi/problemi che potranno in seguito fruttificare nella coscienza; c'è chi si attiene al divenire cronologico delle terzine, cercando di piallare le asperità; chi sottolinea la centralità del testo citandone a memoria ampi stralci.
(E' questo il caso del prof. Carlo Prosperi, Liceo scientifico di Acqui, che martedì 19 ha reso, con le sue parole, assai agevole l'inquadramento della materia poetica).
Convincenti le letture di Ilaria e Monica Boccaccio, e di G.Battista Garbarino. Dal flauto di Antonella Bongiovanni e dal salterio di Silvia Caviglia le musiche (con il Regina Polorom che si sta imponendo all'attenzione come sigla), solisti Rossana Camboni e Claudio Ivaldi.
Martedì 19 tre canti consacrati - come ha riferito Carlo Prosperi - dalla tradizione scolastica, dedicati a Francesco e a Domenico, letti (in dialogo) da Massimo e Maurizio Novelli, sempre convincenti, e infiorati dalle musiche del coro d'anime (sei voci assai cresciute rispetto alla passata stagione dantesca) e dalle armonie del salterio.

Dante in vineam

Non è il caso di ritornare sui contenuti teologici evidenziati in sede di presentazione, sullo scorso numero del giornale. Più utile, forse, insistere su una serie di "curiosità agricole ed enologiche" che la lettura parziale dei canti non evidenzia, ma che la presentazione integrale non manca di segnalare.
Vale la pena di citare, allora, per primo il termine "bigoncia", così popolare sui nostri colli del Monferrato, citato da Dante al v. 55 del canto IX (si veda la Profezia di Cunizza da Romano), con cui si indica quel recipiente di legno, a doghe, lungo e capace (circa cinquanta litri, e anche più) in uso per lo più nella vendemmia per la raccolta dell'uva.
Non mosti, ma sangue (Dante avrà conosciuto l'uva tintoria?") la bigoncia dovrà accogliere: ecco un termine realistico, crudo e sarcastico che viene rafforzato dalla rima con l'aggettivo sconcia (v.53).
Un salto di tre centinaia di versi e, nel canto XII, ecco comparire la vigna (la Chiesa) che "tosto imbianca" (secca) se il vignaio è reo.
Non solo: i filari devono essere "circuiti", cioè difesi da una siepe. Che in molte nostre vigne "vecchie" è costituita da un filare di una varietà meno pregiata (in genere barbera) disposto perpendicolarmente alla serie parallela dei filari, che delimita la cabiogna della proprietà da quella del vicino.
Del resto lo dice anche il Vangelo - Matteo XXI, 33 - "plantavit vineam et saepem circumdavit", afferma il Cristo.
Poche terzine (XII, 114) ed eccoci in cantina, con Dante enologo a disquisire tra muffa, nociva alle botti, e gromma, incrostazione di tartaro che è del tutto naturale.
Ma la botte è qui l'ordine francescano, di cui si biasima la degenerazione e la decadenza.

Giulio Sardi

<<< PRECEDENTE - SUCCESSIVO >>>

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]