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Lectura Dantis - PARADISO (26)

 
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Paradiso: canti XIII, XIV, VX

Riprende la Lectura del Paradiso. Lunedì 5 marzo la compagnia artistica coordinata da Silvia Caviglia (salterio a pizzico e composizione; ci saranno anche il salterio ad arco, proposto da Federica Baldizzone, le voci cantanti del coro d'anime e quelle declamanti - il quartetto concertante annovera Massimo e Maurizio Novelli, "Beatrice" Trivella ed Enzo Bensi - le introduzioni critiche) riprenderà dal canto XIII per giungere al XV e all'incontro con Cacciaguida, avo del poeta.
L'appuntamento, come di consueto è alle ore 21, con ingresso libero, presso la Biblioteca Civica di Via Maggiorino Ferraris.

Nel segno dell'estasi e della musica

Inutile negarlo: i due primi due canti della serata, se si adottasse il gergo ciclistico, sarebbero poco più di "due tappe di trasferimento". E, infatti, a scuola (almeno nella superiore), la tendenza è di saltarli a piè pari, anche se l'uno vede come protagonista Tommaso (che spiega in cosa consista la sapienza di Salomone, e che poi ammonisce sulla necessità di non dare giudizi affrettati), e l'altro Beatrice e il citato re sapientissimo.
Ma poiché - come afferma Agostino "Ineffabile est enim quae dicere non potest" - il Paradiso pone il problema dell'inennarrabilità della perfezione, canto e danza vengono a rovesciare la scala delle priorità.
Le prime terzine si aprono allora con un canto e con la danza di due corone di beati, due "ruote" che si muovono l'una in senso opposto all'altra.
"Lì si cantò non Bacco, non Peana / ma tre persone in divina natura/ e in una persona essa e l'umana": non sono celebrate le divinità pagane (ecco anche Bacco, ovvero Dioniso, a proseguire il filo rosso ...enologico) e Apollo ma l'unità e la trinità di Dio, e le due nature, umana e divina del Cristo.
Tanti sono i dubbi di Dante e, nei beati, la gioia di poter risolvere un quesito (XIV, vv.28-33) viene manifestata con il canto: "Quell'un e due e tre che sempre vive (si veda il parallelo con i versi poc'anzi citati: ovviamente si parla di Dio), e regna sempre in tre e'n due e'n uno, / non circunscritto e tutto circunscrive / tre volte era cantato da ciascuno / da quelli spirti con tal melodia / ch'ad ogne merto saria giusto muno" (che sarebbe adeguato compenso a qualunque merito): nelle parole l'allusione alla perfezione del canone? E quale testo rivestirà "tal melodia"? Un Kirie? O un Gloria?
E' Salomone a disquisire sulla resurrezione dei corpi, poi Dante, salito al cielo di Marte (spiriti militanti), vede nuove anime beate, disposte in forma di croce luminosa. Da segnalare sono nuove terzine musicali in cui sono citate la giga (seu rota; così spesso nella trattatistica medievale) e l'arpa, "in tempra tesa /di molte corde (ben tirate, ben accordate)" che fanno dolce tintinno.
I suoni armoniosi sono paragonati alla melodia che rapisce nell'estasi: "Io m'innamorava tanto quinci, / che infino a lì non fu alcuna cosa/ che mi legasse con sì dolci vinci" (vincoli) .
Segue il primo canto della trilogia dedicata a Cacciaguida, l'avo di Dante, la cui figura si staglia in un improvviso silenzio.
Seguono terzine, nel complesso, celeberrime. Le più note in assoluto quelle che ritraggono l'antica Firenze che "se ne stava in pace, sobria e pudica". Anche in questi luoghi la musica (del verso) ridiventa protagonista: l'insistito ricorrere (anafora: una delle più esemplari) alla negazione "non" segna il distacco dalla contemporaneità: ab antiquo Firenze non aveva "catenella (ornamenti sfarzosi), non corona, non gonne contegiate (riccamente ricamate), non cintura, non aveva case di famiglia vote..., non era vinto ancora Montemalo" (Montemario; qui si allude allo sfarzo dei palazzi).
L'intertestualità rende servigi premurosi: l'invito è quello di riprendere i versi del VI dell'Inferno e, magari, anche il canto di Farinata (il X di quella cantica), per ricomporre un primo quadro d'insieme della città natale del poeta, per scoprire rimandi e affinità tematiche.
Ed è qui, in queste operazioni, che la lettura può realmente acquistare profondità.

Divagazione prima: sulla giga

Un bel rebus sciogliere l'identità di questo strumento: l'Enciclopedia Dantesca (voce redatta da Raffaello Monterosso) prende le mosse dal termine gigot (cosciotto di montone) alludendo alla forma di una ribeca incurvata. Ma poiché la diffusione della parola è tarda (pieno Quattrocento), migliore l'etimologia dal verbo geigen (andare su e giù dell'archetto).
E' per questo che salterio a pizzico (arpa) e ad arco (giga) si combineranno insieme, anche se un'ulteriore chiosa di Monterosso rivela che, contro la documentazione filologica, la globalità dell'immagine poetica, dominata dalla sensazione vaghissima perché indistinta del dolce tintinno induce a sentire e a "vedere" la giga dantesca come strumento a pizzico.

Divagazione seconda: ancora sul vino
Domenico sommelier

Nello scorso numero eravamo andati in cantina con Dante. In attesa di fare una capatina...in cucina (prossimamente), riprendiamo - complice la citazione di Bacco - i termini gromma e muffa (Paradiso XII,114).
L'antico commentatore Benvenuto da Imola dice che la gromma (metafora dei francescani spirituali, osservanti la regola) "solida est, sapida, odorifera et bona, ita quod conservat vinum" (soda, saporita, odorosa e buona, favorisce la conservazione); la muffa (la parte conventuale dell'ordine francescano) "ver est lubrica, insipida, fetida, mala et inficit omne vinum, quantocumque de se sanum et bonum" (è dunque viscida, sgradevole al naso, cattiva, e guasta il migliore dei vini).
Ma le fonti dicono anche di un'altra notizia: le razioni individuali, nelle annate abbondanti, superavano un litro al giorno, talora anche i due.
In vino veritas, e non solo perché l'ebbro "canta".
Chi nega "il vin de la sua fiala (ampolla) / per la tua sete", è colui che si rifiuta di soddisfare il desiderio di verità di un altro.
Visto che è San Tommaso (Paradiso X, 87 e 88) a parlare, come dargli torto?

Paradiso: canti XVI, XVII e XVIII

Cacciaguida

Lectura Dantis del Paradiso. Lunedì 12 marzo una nuova tappa, con cui si doppia - nel nome di Cacciaguida, avo del poeta - la boa della metà del terzo Regno.
In programma sono infatti i canti XVI, XVII e XVIII.
L'appuntamento, come di consueto, è alle ore 21, con ingresso libero, presso la Biblioteca Civica di Via Maggiorino Ferraris.
Dopo la Festa della Donna, una serata dantesca al femminile. Tre le lettrici - Elisa Paradiso, Eleonora Trivella, Tiziana Boccaccio; tre le "musiche" - Antonella Bongiovanni al flauto; al salterio ad arco Federica Baldizzone, Silvia Caviglia al salterio a pizzico e autrice delle pagine; commenti introduttivi ai canti della prof.ssa Cinzia Raineri.
Eccoci nel mezzo del cammin del Paradiso. Eccoci ad uno dei canti più noti, il XVII quello della profezia di Cacciaguida, incorniciato da XVI e XVIII con funzione di valletti.

Genealogia

Dal passato al futuro: così si può leggere la prima coppia di sezioni: Dante, rivolgendosi all'avo con un "voi" che fa sorridere di compatimento Beatrice, chiede notizie dei suoi antichi, apprendendo che Cacciaguida è nato nel 1091, e che ai suoi tempi solo un quinto della popolazione attuale di Firenze era atta a portare le armi. Passate in rassegna le principali famiglie fiorentine (Ughi e Catellini, Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, Soldanieri, Ardinghi e Bostichi, Sacchetti e Galli...) si giunge al canto centrale non solo della serata, ma di tutto il Paradiso.

Alla scoperta del sacro

E il riferimento mitologico (Dante come Fetonte) è indizio di un attacco nobilitante, che valorizza e qualifica ciò che il narratore afferma. Insomma: il mito non solo è indizio di erudizione, ma celebra uno stato d'animo individuale.
E allora non bastano poche righe (le nostre) ad introdurre convenientemente quei passi diligentemente annotati sui libri delle superiori:
"Qual si partio Ipolito d'Atene (ecco di nuovo il mito, sedimentatosi poi nella tragedia Fedra, che deriva da Ovidio e giunge a Racine).../ tal di Fiorenza partir ti convene [con un bel chiasmo, ovvero con verbi e località incrociate]... La colpa seguirà la parte offesa... Tu lascerai ogne cosa diletta...Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui...primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo (Bartolomeo della Scala)"... Ecco, infine, l'inganno perpetrato da Clemente V, "il guasco" nei confronti di Arrigo imperatore.
Non poteva mancare una sezione metapoetica, che alza ulteriormente (oltretutto con una metafora che afferisce la tavola, e il "cibarsi di parole") la qualità stilistica del canto: "Ché se la voce tua sarà molesta/ nel primo gusto vital nodrimento/ lascerà poi, quando sarà digesta". Ha annotato, relativamente a questo passo, Umberto Bosco: "Qui la sostanza del poema dantesco.... nato come messaggio di salvezza all'umanità, come grande insegnamento, affinché essa si liberi delle condizioni di miseria in cui l'hanno gettata la cupidigia e l'errore". Conseguenza: La Commedia diviene libro sacro.

Come una Bibbia

E, convenientemente, su di esso si possono leggere cartigli che potrebbero stare sugli affreschi di Giotto o del Giudizio Universale di Santa Giustina di Sezzadio. Diligite iustitiam qui iudicatis terram (amate la giustizia voi che giudicate la terra), con l'emme (littera gotica) del vocabol quinto che presto allude alla Monarchia e si trasforma in un'aquila: sono i beati del cielo di Giove (spiriti giusti) - cui Beatrice e Dante nel frattempo son giunti, con le loro evoluzioni, "volitando", a disegnare la parola eterna tratta dal Libro della Sapienza.

Dante tra i fornelli
Pane, sale e ortaggi

Furono i Fiorentini dei crapuloni?. Certo Ciacco, nome di porco - così il Buti, per il protagonista del canto VI dell'Inferno; certo Forese (che amava petti di starne e la lonza del castrone, come si evince dalle Rime (XXXV-XL) e da una famosa tenzone poetica. Ma per il resto il poeta preferisce scagliarsi contro il lusso (si veda a proposito delle donne fiorentine, Paradiso XV, 98-102).
Tipico della città del giglio era (ed è), nei forni, un pane senza sale. Ecco l'espressione della pagnotta "altri" che sa di sale, un esempio classico di polisemia poetica.
Ovvero di quell'espressione ricca che, al contrario, dà sale al testo. Oltre al significato letterale, è dà intendere metaforicamente, allusiva di qualcosa "caro come il sale" (e vie del sale erano quelle che il nostro entroterra si dirigevano alla marina).
Non solo. Da computare c'è anche il detto biblico Nos autem memeores salis, quod in palatio comedimus (I Esdra, 4,14).
Canti dai gusti assai pronunciati: il sale per rimandare all'amarezza dell'esilio; al "sapor di forte agrume" (Paradiso XVII, 117), per alludere non solo ad arance e limoni, ma anche agli "ortaggi che hanno sapore forte o acuto" (la fonte è il vocabolario della Crusca). Per Iacopo Passavanti, che cita i savi, allora "porri, cipolle e agli e ogni agrume crudo fanno avere sogni terribili e noiosi".
E, dunque, un vero incubo doveva essere l'Alighieri "censore" (o all'"arrabbiata") ai suo sciagurati contemporanei.

Paradiso: canti XIX - XX - XXI

Dante e la caccia divina

Prosegue la Lectura Dantis del Paradiso. Lunedì 19 marzo (ore 21, con ingresso libero) in cartellone sono i canti XIX, XX e XXI, proposti in versione semiscenica e "concertata". Dinnanzi alla grande tela dipinta da Erica Bocchino interpreti in costume saranno Giovan Battista Garbarino (Dante), Enzo Bensi (Pier Damiano), Eleonora Trivella (Beatrice) e Ilaria Boccaccio (l'Aquila).
La parte musicale accoglierà le esecuzioni di Silvia Caviglia al salterio a pizzico, mentre la parte vocale sarà assicurata dal solista Claudio Ivaldi. Commenti introduttivi ai canti di Carlo Prosperi.

Canto XIX

Che il tema della giustizia (negata) sia caro a Dante risulta evidente. E ogni commento (ma noi ci rifacciano a quello di Umberto Bosco) non manca di ricordare, per il dittico XIX e XX (perché proprio di un dittico si tratta), la canzone Tre donne intorno al cor.
Vecchio è l'artificio di presentare le virtù astratte in figura di fanciulla (ecco Severino Boezio che riceve la visita di Filosofia, dal venerabile aspetto, dagli occhi fiammeggianti dotati di acutezza sovraumana; ecco Marianna in Francia ad impersonare la Nazione che spezza le catene nella stampa della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo); e Dante non si esime di ricorrervi: le tre donne sono la Drittura (la Giustizia di Dio) da cui discende lo Ius gentium (la giustizia degli uomini) che si esprime nella terza figura, simbolo della legislazione civile. Ebbene, in sé l'aquila, già protagonista del canto VI (e anche della Storia) riassume le tre entità sopra evidenziate: la perfetta Giustizia di Dio, quella assai più fallibile dell'uomo, e poi l'impero che è investito di un ruolo, non secondario, di strumento.
Siamo non a caso nel cielo di Giove, quello dei Giusti, e siamo soprattutto nel momento successivo alle profezie di Cacciaguida.
Ancora una volta la regia dantesca risulta impeccabile.
L'aquila, formata da innumerevoli spiriti, si staglia luminosa e, dopo un breve dialogo con Dante, esamina il tema dell'imperscrutabilità della giustizia divina. È ancora una volta il tema dell'ineffabile, dell'abisso divino ad essere presentato al lettore: e i modi d'espressione che il poeta sceglie sono assai significativi. L'aquila si comporta come quel falcone (ancora l'immagine della caccia) liberato dal cappuccio che batte le ali quasi a far festa a sé stesso; immancabile seguono le parole cantate, quai si sa chi là su gaude (con cui fan festa i beati e che solo loro san comprendere). Il brano non è identificabile, ma verrebbe da ipotizzare qui la presenza di uno giubilo allelujatico.
Ecco poi, relativamente alla salvezza e al suo conseguimento, la necessità di credere e di manifestare una Fede non solo formale, Insomma, la giustizia di Dio non guarda in faccia a nessuno, e neppure a quei re che si sono macchiati di infamia: tra questi (ma l'elenco è più lungo e abbraccia ogni latitudine) Filippo il Bello, Carlo II d'Angiò, Federico II di Sicilia.

Canto XX

Terminata l'esposizione ancora un intermezzo musicale: le anime cominciaron canti / da la mia memoria labili e caduci. Quindi è l'aquila a rivolgere a Dante l'invito di guardare al suo occhio: qui le anime più degne, a cominciare da Davide, "sommo cantor del Sommo Duce", autore del Salterio, o Libro dei Salmi (la pupilla), Ezechia, Costantino, Guglielmo il Buono, re di Sicilia, Rifeo compagno d'Enea e Traiano (il ciglio).
Ma come è possibile che due pagani siano entrati in Paradiso se, come si diceva nel precedente canto a questo regno / non salì mai chi non credette 'n Cristo / né pria né poi che si chiavasse al legno?. Ecco una nuova prova della Misericordia di Dio.
Un ultimo accenno alla predestinazione (imperscrutabile), e il canto si conclude, con l'immancabile similitudine del buon citarista che, con il guizzo della corda, accompagna il valente cantore: essa serve a rendere l'intermittenza, il lampeggiare delle anime di Traiano e Rifeo.

Canto XXI

Da un dittico ad un altro, che sarà, purtroppo, spezzato: Dante riannoda i fili del discorso con la battaglia da lui iniziata contro gli ordini monastici degenerati. Dopo Francescani e Domenicani (canti XI e XII), la rampogna tocca prima all'alto clero e poi ai Benedettini. Ma prima occorrerà salire al cielo di Saturno (spiriti che si predispongono alla meditazione e al raccoglimento), osservare una scala d'oro, provare stupore perché questa volta è muta la dolce sinfonia di Paradiso...
Una caccia divina
alla ricerca della verità
L'aquila e il falcone, oltretutto nel canto in cui si cita Federico II (cui si attribuisce il De arte venandi cum avibus). Non è una coincidenza. Il campo metaforico della caccia è centrale nella commedia, sin dal Canto I con le tre fiere che il dotto Giovanni da Salisbury non ha dubbi nell'indicare quali più ambiti trofei di caccia. Il team ideale per inseguirli, secondo Federico imperatore, è costituito da falcone più veltro.
C'è chi è inseguito (e la lonza nel de Vulgari Eloquentia è figura de volgare illustre, rincorso da Dante nell'Ytala silva), e chi insegue.
Ma il cacciatore ora è negativo (venator diaboli: ecco Giuda, ecco Nembrot e Gerione), ora positivo (venator Domini).
E Dante era stato già falcone in Purgatorio XIX.
Nel Paradiso, tra VI e XIX canto, l'esaltazione di quegli animali, peregrini "poiché costruiscono i nidi nei più alti dirupi dei monti (e qui seguiamo lo Speculum naturae Vincenzo di Beauvais) a cui non si può accedere se non dall'alto della montagna". O - verrebbe da aggiungere - dai cieli.

Sempre più bravi

Il pubblico si è ristretto - quest'anno, si viaggia tra le quaranta e cinquanta presenze, contro le quasi cento dell'edizione "infernale" - ma non certo perché lo spettacolo sia inferiore rispetto al passato.
Semmai è la difficoltà del Paradiso ad operare una selezione nella platea.
Dal punto di vista squisitamente artistico i lunedì con Dante vanno a gonfie vele. La serata di lunedì 12 marzo, che proponeva i canti XVI, XVII e XVIII, costituisce un esempio probante.
Presso la Biblioteca Civica di Via Maggiorino Ferraris applausi prolungati per una stratosferica lettura (canto XVI) di Elisa Paradiso in un silenzio teso a cogliere ogni sfumatura della voce.
Ma anche Eleonora Trivella (canto XVII) e Tiziana Boccaccio (XVIII) hanno dato un validissimo contributo alla riuscita della serata, ulteriormente impreziosita da flauto traverso, salterio ad arco e a pizzico (Antonella Bongiovanni, Federica Baldizzone, Silvia Caviglia) e dai ben calibrati commenti introduttivi della prof.ssa Cinzia Raineri (Liceo di Nizza Monferrato).
Un peccato che il Paradiso sia avviato verso la conclusione: la compagnia "dantesca" in tre anni ha compiuto passi da gigante.

Giulio Sardi

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