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Lectura Dantis - PARADISO (27)

 
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I canti XXII, XXIII, XXIV

Lunedì 26 marzo presso la Biblioteca Civica, con inizio alle ore 21 "larghe", proseguirà la lettura de Il Paradiso (canti XXII, XXIII, XXIV) accompagnata da musiche e canti e dal commento del prof. Claudio Camera.
Massimo Novelli (Dante), Monica Boccaccio (Beatrice) ed Enzo Bensi (Benedetto e Pietro) i lettori "concertanti", mentre con il coro delle anime ci sarà la solista Rossana Camboni accompagnata da Silvia Caviglia (salterio a pizzico).
Una introduzione stringata, asciutta asciutta, per lasciare spazio ai contenuti che, approssimandosi al termine dell'opera, si fanno sempre più densi.
"Ecco i canti stilisticamente tra i più sostenuti" nei quali più che mai è presente il ricordo dei poeti classici: dal Somnium Scipionis di Cicerone preso a modello per la contemplazione del mondo planetare, a Stazio, a Virgilio (Eneide e Georgiche). Il tutto per legittimare quell' "entusiasmo umanistico" dantesco che la critica ha giustamente scorto in queste pagine. Oltretutto popolate da personaggi di rango altissimo.

Ancora contro la corruzione

Si comincia con San Benedetto, che spiega come con lui siano le anime di quei frati che tennero il cor saldo nella vita contemplativa. Segue la domanda prematura di Dante che all'interlocutore chiede di poter vedere l' "imagine scoverta".
Ma ciò sarà possibile solo nell'Empireo, dove tutti i desideri sono appagati e dove termina una scala d'ora di cui il pellegrino scorge solo l'inizio.
Segue il topos della rampogna nei confronti della corruzione dei monasteri: "la carne dei mortali è tanto blanda / che giù non basta [dura] buon cominciamento [inclinazione] / dal nascer de la quercia al far la ghianda [per un lungo tempo: tutto è, insomma, mutevole].
Si sale quindi al cielo delle stelle fisse, e precisamente nella costellazione dei Gemelli (secondo le credenze del tempo inclinava alle arti, agli studi, alla gloria; il sole era in tal segno al momento della nascita del poeta) e ad essi Dante si rivolge con devozione: "A voi divotamente ora sospira / l'anima mia per acquistar virtute / al passo forte che a sé tira".
Visioni di Gloria

Quale il "passo"?

Si tratta del trionfo di Cristo e di Maria che contraddistingue il canto XXIII, che conferma come la terza decade dei canti sia ispirata da un acceso e sublime misticismo.
E come era accaduto nel canto I, dove erano stati citati il "trasumanar" e Glauco, anche qui il dato sensibile è quello del naufragio nell'Infinito: "Come foco di nube [il fulmine] si disserra...la mente mia così a quelle dape [vivande] fatta più grande, da sé stessa uscio.
E il tema è quello metaletetterario dell'ineffabile; venissero in soccorso anche tutti i poeti ispirati dalla musa Polimnia, "al millesimo del vero non si verria".
Segue il trionfo e l'incoronazione di Maria, accompagnato da una melodia dolcissima, intonata dall'arcangelo Gabriele.
Ma come descriverla? Da un lato Dante attinge alla tradizione degli angeli musicanti che accompagnano l'Assunzione della Vergine; ma subito ribadisce che il più bel inno ascoltato in terra è nulla più che un disarmonico tuono al paragone "del sonar di quella lira".

Tempo di esami...

Dal canto XIV una nuova prospettiva narrativa: Dante pellegrino, chierico vagante, anzi meglio "baccelliere" (lo studente candidato all'esame di chiusura di un corso di studi inferiori al dottorato, nella facoltà di teologia) sostiene la prima di tre prove teologiche che concerneranno le virtù teologali.
San Pietro lo interrogherà sulla Fede; San Giacomo sulla Speranza, Giovanni evangelista sulla Carità.
Detto " di un canto tanto divo / che la mia fantasia nol mi ridice" ecco le domande. Cos'è la Fede? (e Dante risponde citando San Paolo); Da dove giunge? (dalle Sacre scritture); Chi le ha ispirate? (Dio).
Il tempo di ricordare il contenuto della Fede (Dio uno e trino, motore immobile dei cieli) e Pietro cantando lo benedice.

Una lectura da inventare

E il prossimo anno? Cosa mettere in scena, terminata la trilogia dantesca? In attesa di un nuovo assessore (o della eventuale riconferma dell'attuale) il gioco dei prossimi mesi potrebbe essere - da parte dei lettori de "L'Ancora" - quello di suggerire un capolavoro in lettura (con tanto di breve ma essenziale motivazione, s'intende).
In attesa dei contributi, abbiamo raccolto in redazione, da Don Giacomo Rovera, un'idea.
Quella di riavvicinare l'epica rinascimentale, anche tenendo conto dei veri e propri "tesori" della Biblioteca del Seminario, intitolata a Mons. Capra.
Tra i volumi di pregio (siamo andati a scartabellare sul preziosissimo Librinlinea della Regione Piemonte, che fornisce il catalogo on line di un sacco di biblioteche piemontesi, e dunque anche quella di salita Duomo) un Orlando furioso di m. Lodouico Ariosto, tutto ricorretto, & di nuoue figure adornato. E non stiamo a citare la paternità di annotazioni, avvertimenti & dichiarationi e altri corollari: diremo solo di un impareggiabile corpus xilografico che potrebbe costituire un commento iconografico alla lettura.
Se son rose...

Poesia, carita e "il Gloria"
I canti XXV, XXVI, XXVII

Martedì 3 aprile, in Biblioteca Civica, alle ore 21 sono in programma i canti XXV, XXVI e XXVII di cui saranno interpreti musicali Silvia Caviglia al salterio e le voci di Ivana Bazzano, Monica Canepa, Vilma Cevasco, Agnese Darin, Laura Ivaldi e Carla Tamberna. In programma una lettura scenica che coinvolgerà Maurizio Novelli (Dante), Leonora Trivella (Beatrice), Gian Battista Garbarino (San Jacopo e Adamo) e Massimo Novelli (San Giovanni e San Pietro). L'introduzione e il commento sarà invece curato da Cinzia Raineri.

Canto XXV

Esiste un rapporto tra eccellenza dell'eloquio e l'insistere del poeta sugli argomenti metapoetici, quelli in cui la poesia parla di se stessa? Si direbbe proprio di sì osservando questi canti finali del Paradiso. Ecco allora subito, quattro terzine con un incipit celeberrimo.
"Se mai continga (accada) che 'l poema sacro (non solo la Commedia, ma più precisamente la terza cantica) / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sì che m'ha fatto per molti anni macro (logorato) / vinca la crudeltà che fuor mi serra... /ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò il cappello (la corona d'alloro)".
Ma non c'è un attimo di pausa: compare San Giacomo Maggiore, il santo della strada per eccellenza, di quel cammino che era strada di Spagna, diretta a Compostella (Galizia), strada detta anche "di Francia" e "di Roma", e che proprio con l'area di strada delle colline di Langa e di Monferrato, per le valli di Tanaro e Bormida tagliava l'odierno Basso Piemonte.
L'apparizione di Giovanni Evangelista chiude il canto.

Canto XXVI

Il tempo di sfatare la leggenda di un corpo che si credeva assunto in cielo (al pari di quello del Cristo e della Madonna), e si arriva ad una nuova interrogazione, che ha per tema la Carità, e che viene ben superata dal nostro visitatore, Appena Dante ha terminato di parlare, Beatrice e tutti beati intonano il Sanctus come ringraziamento.
Ma la galleria dei personaggi eccellenti non è ancora completa: ecco il padre Adamo, il progenitore della stirpe umana, "figura" del Cristo, primo uomo che apre all'umanità una prospettiva di salvezza.

Canto XXVII

È un trionfo per Dante, che ha raccolto intorno a sè negli ultimi canti le anime di Pietro, Giacomo, Giovanni e Adamo: e non è un caso che i beati tutti intonino solennemente il Gloria. Ma siccome una tinta monocorde rischia di stancare il lettore, ecco la novità di un canto che riprende il linguaggio arido e deciso, realistico e violento, decisamente "poco paradisiaco".
Il canto XXVII è quello della invettiva di Pietro contro la corruzione del papato e della chiesa, e poi di Beatrice che si scaglia contro la corruzione umana: ecco il cimitero (la tomba di Pietro) che diviene cloaca (fogna); i"n vesta di pastor lupi rapaci / si veggion di qua su per tutti i paschi"; ecco "la pioggia continua che converte in bozzacchioni (cioè in frutta guasta) le sosine vere". Nel bel mezzo del discorso, l'immancabile riferimento metaletterario a sottolineare l'alto valore della missione dantesca: "E tu, figliol, che per lo morto pondo/ ancor giù tornerai, apri la bocca, e non asconder quel ch'io non ascondo".

Si sta per concludere la lettura della terza cantica, che giungerà lunedì 16 aprile al suo penultimo appuntamento.
Musicisti e cantori, lettori e il commentatore di turno (in questa occasione Giorgio Botto, docente presso il Liceo Scientifico di Acqui) danno appuntamento alle ore 21 presso la Biblioteca Civica "La Fabbrica dei Libri" di Via Maggiorino Ferraris.
Attesa anche per il gran finale: molti i nomi di rilievo contattati dall'Assessore Vincenzo Roffredo (da Umberto Orsini a Paolo Ferrari), ma la tanto sperata "fumata bianca" non c'è ancora stata. E proprio questa incertezza rende ancora variabile la collocazione dell'atto conclusivo, che presumibilmente dovrebbe cadere agli inizi di maggio.

I canti XXVIII, XXIX e XXX

Un punto luminoso. Un punto luminoso insolitamente lucente, che l'occhio umano non può sopportare. Intorno ad esso nove cerchi, anch'essi lucenti, che girano con velocità inversa alla distanza del punto.
Così inizia il canto XXVIII, che ritrae il paesaggio del cielo IX (il primo mobile).
Ecco una prima visione di Dio e delle intelligenze celesti, con il movimento che non è altro che l'espressione di un ardentissimo amore.
E' sempre Beatrice magistra a spiegare, precedendo - come sempre avviene - la domanda del viator: "Da quel punto / depende il cielo e tutta la natura [ecco Aristotele citato fedelmente; "ex tali igitur principio dependet caelum et natura... hoc enim est Deus"].
Non può mancare il giubilo dei canti: quando Beatrice ha terminato i cerchi sfavillano di innumerevoli scintille, osannando il punto luminoso. Non solo presto viene spiegato l'ordinamento delle schiere celesti, ognuna organizzata in tre ordini: Serafini, Cherubini e Troni; Dominazioni, Virtù e Potestà; Principati Arcangeli e Angeli.
Ecco la "primavera sempiterna che notturno Ariete non dispoglia, e che perpetuamente Osanna sberna [canta] con tre melode, che suonano in tree [sic, epentesi] ordini di letizia".
Un passaggio teologico sul confronto delle concezioni di Dionigi l'Areopagita e San Gregorio Magno (il pontefice cui si attribuisce la leggenda dell' "invenzione" del canto romano, secondo tradizione ispirato dalla colomba dello Spirito Santo) e le terzine del canto XXVIII terminano.
Nel successivo il tema è quello angelico. Perché gli angeli furon creati? Non certo per accrescere il benessere di Dio, ma come atto di amore. Quando? Prima del tempo. Dove? Nell'Empireo, buoni e perfetti e di pure forme.
Non può mancare l'accenno a Lucifero e alla sua ribellione: "Principio del cader fu il maladetto/ [si noti la fortissima spezzatura] superbir di colui che tu vedesti / da tutti i pesi del mondo costretto".
Ma il trattato angelico non è ancora concluso: gli angeli possiedono volontà ed intelletto, ma non memoria, poiché tutto vedono in Dio: è lo spunto che riconduce al motivo della fallibilità umana e alla condanna di filosofi e predicatori. "Voi non andate più per un sentiero / filosofando; tanto vi trasporta / l'amor de l'apparenza e'l suo pensiero".
E ancora.
"Non disse Cristo al suo primo convento / 'Andate e predicate al mondo ciance'... / or si va con motti e con iscede [freddure, lazzi] / a predicare e, pur che ben si rida, [si] gonfia il cappuccio [d'orgoglio e vanità] e più non si richiede".
Segue la vivida immagine dell'uccello nero [Lucifero] che si contrappone alla bianca colomba, e il canto XXIX si chiude

Beatrice e la beatitudine

Come descrivere la donna? Come un angelo, certo.
Era il topos degli stilnovisti renderla come creatura celeste, che opera istantanee conversioni, che tiene a distanza ogni malvagio.
Esempi in Guinizelli e nella lirica dantesca.
E il problema, con drammaticità maggiore si presenta nel canto XXX. Ecco il filo rosso dell'ineffabile, della bellezza sovraumana che continua a tessere la sua trama.
E la luce della donna anticipa quella dell'Empireo cui Dante e Beatrice sono saliti. Ecco il fiume di luce di Paradiso, e poi la rosa celeste, costituita da più di mille gradini su cui sono assisi i beati: vicino e lontano è ugualmente nitido, poiché Dio governa "sanza mezzo" e la legge naturale non può esercitare i suoi diritti. Tante le anime, ma anche un seggio vuoto: così come era accaduto per Bonifacio VIII, con uno stratagemma Dante anticipa il destino della augusta figura imperiale a lui più cara, quella di Arrigo VII di Lussemburgo (morirà nel 1313): a lui è riservato un seggio.
Ma all'Italia e alle sue tristi condizioni è riservato un altro verso celeberrimo, che la equipara "al fantolino che muor per fame e caccia via la balia".
I colpevoli di tutto ciò?
Dante non ha dubbi? Quel d'Alagna - ovviamente Bonifazio da Anagni - e poi Clemente V, attesi entrambi nella bolgia dei Simoniaci.

Giulio Sardi

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