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Acqui nelle immagini di Mario Barisone

 

Acqui Terme. Piccola patria, piccolo posto, un po' paesone e un po' città (di provincia), custode della cultura popolare (gli uomini invecchiano e la città senesce; le classi a scuola sono le meno numerose di sempre), Acqui abbraccia il cammino del nostos. Ma in fondo è un dovere - atto necessario per edificare qualsiasi futuro - questo viaggio a ritroso verso un mitico mondo passato.
Se, la scorsa settimana, con la riedizione de I mè di Davide Lajolo, l'investigazione riguardava le colline del circondario, in questo numero de "L'Ancora" il lettore troverà immagini e storie nate all'ombra della Bollente. A conferma di quell'adagio che dice la forma della città cambiare assai più in fretta del cuore di un mortale.

Cattedrale di Acqui Terme
Una rara immagine della facciata della Cattedrale con tre nicchie (oggi scomparse) sistemate attorno al rosone, due volute a ricciolo alle estremità del fronte, l'orologio quadrato e, a destra, il vescovado intonacato.

Si è chiusa a Palazzo Robellini una delle più affascinanti mostre dell'anno.
Esibiva le immagini di un tempo, di Acqui (e del contado) immortalate dallo studio fotografico - ad inizio secolo - più rinomato della città: quello di Mario Barisone, con il padre, pioniere di quell'arte fotografica che il nostro centro termale "adottò" negli anni della Belle Époque (ben sei i fotografi attivi del secondo Ottocento).
Promosso dalla Galleria Repetto e Massucco, l'allestimento è stato curato da Piero Tronville, responsabile sia della scelta, sia della stampa delle immagini.
Proprio l'ultimo degli allievi (dal 1962 al 1984) dello storico studio, situato in Vicolo Pace, ci ha offerto un affettuoso ricordo del maestro che qui tentiamo, in poche righe, di riassumere.

Mario Barisone, un ragazzo del 1899

Mario Barisone nacque a Prasco, in frazione Orbregno ma visse ad Acqui, dove il padre Giovanni conduceva una avviata sartoria (era capace, raccontano gli aneddoti, di tagliare i vestiti a occhio, squadrando il cliente dal balcone).
Appartengono a Giovanni un paio di foto della mostra (datate 1895 e 1914): fu lui, personaggio eclettico, a comprare il primo "kit" fotografico, anche se ebbe la sventurata idea di aprire il primo pacco di lastre sensibili alla luce del sole (con i risultati facilmente immaginabili…).
Tempi eroici per la fotografia, con Acqui che diventa una sorta di piccola Ville Lumiere in cui, complici i Tacchella e Mario Barisone, al tornio viene costruito un prototipo di ingranditore.
Le fotografie, stampate in loco, sono ritoccate ad Alessandria. Spesso sono più nere del dovuto e allora la raccomandazione: "più acqua nel rilevatore…proprio voi di Acqui… non ne avete?".
Di scatto in scatto Mario Barisone, di ritorno dalle trincee del Carso, si costruisce una meritatissima fama: immortalerà il Ventennio, negli anni Quaranta si sposerà con Lyuba Bencovich, vivrà i tempi della rinascita e del boom italiano che coincidono con il declino della sua Acqui, che non è più quella delle Rolls-Royce e dei "pazienti inglesi".
Mario Barisone si spegne nel 1984, tramandando all'allievo Piero anche un "corpus" di circa mille lastre d'epoca.

La foto come memoria della piccola patria

Le dimensioni e il peso della macchina non lasciano dubbi: fare il fotografo non è professione che possa passare inosservata.
Così nel '14, quando Giovanni Barisone scatta una foto con il cavalletto collocato dinanzi all'ingresso dell'Asilo Infantile (il Liceo Classico di Corso Bagni), non può evitare che tutti gli sguardi (donne in lunghi abiti, qualcuna con ombrellino, garzoni con le maniche rimboccate, notabili con bastone; bambini) si catalizzino sull'obiettivo.
Due rotaie di pietre guidano i pochi carri sull'acciottolato, ma si leggono i manifesti del "Garibaldi" sul cui palco si rappresenta la Linda di Chamonix di Donizetti.
Poco maneggevoli queste macchine, ma quale definizione. In una foto di Piazza S. Francesco ai tempi del Carnevale (un tiro di sei cavalli traina figurine con alti cilindri; pastrani e sciarpe registrano la temperatura), scattata negli anni Trenta, si distinguono le pubblicità di una "Lame Italia cremagel", l'annuncio della partita di football "U.S. Genovese contro Acqui U.S." e il cartellone della Fiera [dei libri e dell'editoria] di Lipsia.
(Dunque, per una sorta di proprietà transitiva, anche Acqui ben doveva essere conosciuta nella lontana città tedesca).
E il concertino ai bagni, con orchestra schierata con archi e percussioni (ma si intravede un piano a coda nella pagoda), flessuosi tavolini in vimini e impeccabili camerieri in livrea, non lascia dubbi sull'esclusività della clientela.
Il fascino di alcune immagini nasce dalla "variazione" rispetto alla figura dell'oggi.
Ecco il collegio-convitto "De Amicis", dietro l'edicola della Bollente, ma anche il "Caffè Ristorante Venezia" con biliardo. Ecco la facciata della Cattedrale con tre nicchie (oggi scomparse) sistemate attorno al rosone, e due volute a ricciolo alle estremità del fronte.
Un cinquanta metri più a valle, sotto la porta della Schiavia, non ci sono gradini, ma un dolce piano inclinato.
Palazzo Lupi non è ancora Municipio (siamo nel 1895) e i panni sventolano alle finestre; l'albergo di Piazza Vittorio (Piazza Italia) ha solo un piano.
Il castello di Monastero, nel bianco e nero, sembra la bicocca dell'Innominato e la torre di Terzo è senza il tetto.

Varia umanità

Proprio la strada sotto le Rocche, polverosa, presenta un ignoto uomo - barbetta alla Pirandello - in attesa.
Chi sei? cosa aspetti?, viene voglia di chiedergli. Che stia ad aspettare la "signora con cagnolino" che, alla fonte dell'Acqua Marcia, si nasconde tra le colonne?
Dalla borghesia ai popolani.
Due i ritratti, entrambi degli anni Venti, in cui l'obiettivo ci consegna i personaggi più interessanti.
In uno troviamo il grinzoso volto (un calderaio? un girovago?), quale sarebbe stato quello di un Rimbaud capace di giungere alla vecchiaia. Ma la giacca di fustagno è lacera, neppure i bottoni ci sono tutti; a nobilitarla solo da una doppia barba alla Mosè.
Nell'altra marito e moglie, due contadini a vederli così, con quelle mani enormi e nere, tra i sessanta e i settanta.
Lui, asciutto e smilzo, due baffoni cadenti, tiene il cappello in mano.
Lei, meno elegante in un abito scuro lungo, ha un camicione che ricordo di aver visto, da piccolino, alla mia bisnonna Carolina. Su questo uno scialle traforato, il volto severo dinanzi a questa "novità" della fotografia.
Tanti i buoi: aggiogati vicino alla bigoncia di legno; al pascolo nella pianura verso Rivalta; legati al foro (due vitellini) in attesa di acquirente.
Ma tante anche le automobili: la fotografia più bella, forse, Piero Tronville l'ha esposta nel suo studio: il conducente rifocilla il radiatore della macchina con un fiasco d'acqua sotto lo sguardo incuriosito di un bottegaio.
Come in una favola
A veder tante immagini viene voglia di scrivere un romanzo: ma che abbia un lieto fine, come quelli di una volta.
Trasferiamoci in un'aia, in piena vendemmia. Si balla. Gli uomini hanno il fazzoletto triangolare dei coscritti. Le ragazze hanno tirato fuori dall'armadio il meglio del loro guardaroba.
Una botte. Sopra una seggiola e una fisarmonica (doppi bottoni) che suona.
Nessuno guarda l'obiettivo e si accorge del fotografo: altri sono i pensieri mentre la musica fa prillare le coppie.
"E vissero felici e contenti".

Giulio Sardi

(pubblicato su L'Ancora del 10 giugno 2001)

 

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