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Norberto Bobbio riposa a Rivalta Bormida
L'Acquese fiero di un suo figlio onorario

 

Si è conclusa a Rivalta Bormidada, il paese degli avi, la parabola terrena di Norberto Bobbio, il filosofo e senatore a vita, che, a 94 anni, è deceduto a Torino, all'ospedale Molinette, dov'era ricoverato dallo scorso dicembre. Nato a Torino nel 1909, è stato uno tra i più importanti filosofi contemporanei. Ha fatto parte del gruppo torinese di Giustizia e Libertà e successivamente del Partito d'Azione. Ha insegnato nelle università di Camerino, Siena, Padova, Torino (qui, dal 1948 al 1972, ha insegnato Filosofia del diritto e, dal 1972 al 1979, Filosofia della politica. Dal 1979 era professore emerito della stessa Università). Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, dal 1966 è stato socio corrispondente della British Academy. Nel luglio del 1984 è stato nominato senatore a vita. Ha avuto la laurea ad honorem nelle università di Bologna, Buenos Aires, Chambéry, Madrid, Parigi. È stato a lungo direttore della "Rivista di filosofia" con Nicola Abbagnano.

Spadolini e Bobbio
Giovanni Spadolini e Norberto Bobbio "Testimoni del Tempo" assieme ad Altiero Spinelli al Premio Acqui Storia nel 1984.

Fin qui solo pochi cenni di una biografia invece ricchissima. Ma dalle nostre parti era conosciutissimo per diversi motivi: ad Acqui Terme era stato presidente del Premio Acqui Storia dal 1977 al 1983, quindi aveva ricevuto il riconoscimento di Testimone del tempo insieme a Spadolini e Spinelli nel 1984, pochi mesi dopo la sua nomina a senatore a vita. Rivalta Bormida gli aveva attribuito la cittadinanza onoraria nel 1995. Alla sua figura ed ai particolari avvenimenti che lo legarono alla nostra zona, L'Ancora dedica ampi servizi all'interno.

Esequie nel paese degli avi

Lunedì 12 gennaio 2004. Il giorno dell'ultimo saluto di Rivalta Bormida a Norberto Bobbio. All'inizio è un'attesa di pochi. Intorno alle 11 giungono i più previdenti, nel timore di una folla oceanica che, per fortuna, non ci sarà.
Si, perché il commiato, composto, che viene offerto - complice la giornata feriale e il freddo gelido - al filosofo sarebbe piaciuto. ("Funerali semplici, privati, non pubblici" aveva scritto). Un saluto da paese, misurato nei gesti e nei discorsi, non da metropoli, e neppure da media città.
Un saluto - per alcuni - all'amico. O all'insegnante. Per altri ad un conoscente. Per altri ad un paesano illustre, ma sempre paesano.
Le autorità rimangono sullo sfondo. Ci sono i gonfaloni di Rivalta, di Acqui, della Provincia, i sindaci con la fascia, deputati, consiglieri, e altri amministratori, ma la consegna della "non ufficialità" (nonostante telecamere e obiettivi indagatori) dà alla giornata una dimensione umana. D'altri tempi.
Anche nell'attesa del feretro. Perché - come accadeva una volta ad ogni funerale di paese, agli uomini che non entrano in chiesa - una discreta e riservata conversazione, laica e terrena, coinvolge la piccola comunità in attesa. Un modo antico (e umano) per esorcizzare l'ultima ora. Alle 11.40 si diffonde la notizia che il corteo tarderà, e di molto. Si cercano i raggi di sole che penetrano tra le case. Si ascoltano le storie di un paese che non è il tuo, storie che tu comunque hai ascoltato dai tuoi vecchi.
L'attesa finisce verso la mezza. Arrivano, discrete, tre automobili. Ad accogliere Bobbio una piccola folla, nulla di straordinario o eccessivo.
La sosta - la prima - è all'inizio del paese. Qui c'è l'abitazione di famiglia, il cui cortile confina con la Chiesetta della Madonnina. A due passi il vecchio municipio, ora trasformato in casa di riposo. Un condominio nel luogo prima occupato dal mulino. Su un muro di un basso fabbricato un cartello arrugginito e quasi illeggibile della Croce Rossa Italiana. Più avanti, sotto un voltone, due biciclette anch'esse rosse di ruggine, che sembrano quasi tenersi per mano. Sull'orizzonte, libero tra le case, verso il Bormida, il profilo dei pioppi e gli orti. Apparentemente gli stessi di mezzo secolo fa, ma anche qui, come in collina, le proprietà si stanno concentrando. È quasi il ritorno (chi la vuole più la terra?) al latifondo. Una vecchia Rivalta, ormai, non c'è più. E un'altra resiste nelle memorie dei cantori, dei patriarchi, di Jean Servato, che stringe le mani ai parenti dei personaggi del suo Maso Desnudo.
Il luogo deputato per l'incontro tra Rivalta e Bobbio ti accorgi che non è solo vuoto scenario. Ma più delle parole dei presenti (che ora, infatti, tacciono), valgono i gesti (gli uomini che si levano il cappello, che accennano ad un rispettoso saluto, qualche segno di croce) e i silenzi. Come quando il carro entra per l'ultima volta nel giardino di casa, quando i soli suoni ad imprimersi nella memoria sono quelli delle cornacchie, invisibili nel cielo grigio (ora il sole non si vede proprio più), e della campanella alla cancellata, alla quale nessuno ha chiesto di assumere un timbro meno argentino. Ma, forse, è più giusto così. La vita di ieri, la vita che sarà in un cortile storico. Esso, quando la vista poteva spaziare libera intorno, aveva accolto giovani certo promettenti: Pavese, Ginzburg, Antonicelli e altri ancora. Nella piazza "grande" una seconda tappa. Siamo dinanzi al municipio nuovo. Andrea Bobbio legge con la voce rotta gli appunti che il padre aveva preparato per Rivalta nel luglio 1995 (e che proponiamo qui a fianco in una fedele trascrizione). Il passato certo, ma anche il futuro, segnato dall'attesa dell'"ultimo dan alla campana", quasi a riprendere gli ultimo versi di Nebbia dai "Canti di Castelvecchio" di Giovannino Pascoli. È l'una. Alle ultime parole scandite nell'emozione risponde un rintocco che viene dalla campana municipale.
Si conclude l'ultima lezione di Norberto Bobbio, di fronte ad un uditorio commosso. Un applauso si leva, né breve né lungo. Il tempo giusto. L'intensità giusta. Come non se ne sentono più. Un applauso da paese. Di amici, compaesani, allievi e colleghi. Di bimbi delle scuole, che Bobbio non l'hanno letto, ma che, prima o poi, lo cercheranno in biblioteca. E che, allora, ricorderanno nelle ossa il freddo gelido di quella mattinata di gennaio di tanti anni prima...
Un breve tragitto e si è all'ultima dimora, fuori il paese. Una lapide dirà di Norberto Bobbio "figlio di Luigi e di Rosa Caviglia". La dimostrazione del valore delle radici e della continuità tra generazioni.

(G.Sa.)

Norberto Bobbio a Rivalta
Norberto Bobbio riceve la cittadinanza onoraria di Rivalta Bormida nel 1995.

La Rivalta di Bobbio

Nel luglio 1995 Rivalta Bormida attribuì la cittadinanza onoraria a Norberto Bobbio. A quell'occasione e a quell'epoca risalgono otto foglietti che - secondo abitudine consolidata - costituirono la traccia del suo discorso. Alle parole allora pronunciate dal filosofo, il figlio Andrea, a nome della famiglia, ha affidato il compito di testimoniare, per l'ultima volta, il legame intenso dell'estinto con il paese del fiume e degli orti. Un canovaccio. Certo. Che Norberto Bobbio arricchì improvvisando al microfono. Ma che, oltre a condensare i suoi convincimenti più profondi, lo vede a paragone del Renzo manzoniano (cap. 38), ormai uomo savio. "Ho imparato… Ho imparato…" diceva il filatore di seta, al termine del romanzo. E così altrettanto l'uomo del XX secolo, che non dimentica il valore dell'umiltà.

Rivalta, paese musicale

Mi avete fatto un grande piacere. Un grande onore. Ma mi avete messo un po' in soggezione. Anche la Banda. È una delle espressioni più belle, più genuine e tradizionali di Rivalta. Bisognerebbe scriverne la storia. I miei ricordi risalgono a molto lontano. Dopo la prima guerra mondiale ce ne erano tante. La banda che suonava alta nel piazzale vicino a casa. Rivalta, paese musicale: cori in chiesa, l'oratorio. È la prima volta che vengo accolto dalla Banda.

Autobiografia

Non mi sono mai considerato un uomo importante, ho sempre guardato in alto e non in basso. Mi considero, soprattutto, un uomo fortunato. Fortunato per la famiglia in cui son nato. Per la famiglia che Valeria e io abbiamo costruito. Fortunato per i professori, per gli amici, per i discepoli e - perché no - per questo paese pacifico e laborioso in cui ho passato tanta parte della mia vita. Fortunato perché ho trascorso indenne il corso della terribile storia del secolo XX, indenne quando molti hanno sofferto morte e prigionia e tortura […].
Non mi sono mai preso troppo sul serio: bisogna guardare a se stessi con distacco e ironia.

Le radici

La lunga favola della mia vita, il futuro passa dal paese. Benedetto Croce, il maestro della nostra generazione, diceva molto saggiamente che bisogna avere amore delle cose, non di se stessi. Che quanto più amiamo le cose, cioè l'opera, le opere, tanto più si riesce a distaccarsi da se stessi.
Questo ritorno a Rivalta ha aperto la stretta ai ricordi dell'infanzia. Sono i ricordi più teneri. Oggi dimentico quello che ho fatto il giorno prima, anche i giorni più felici. [Ma non] i ricordi dell'età dell'innocenza, dell'inizio della grande avventura, del viaggio di scoperta del mondo protetto dal calore degli affetti.
1914: la morte dello zio Luciano. La famiglia di mia madre. La prima guerra mondiale e l'acquisto della casa nel 1916. L'albergo Tripoli. La festa di S. Domenico. Il gioco del pallone. Le scorribande verso la collina, il fiume, e le gite in bicicletta. La seconda guerra. L'occupazione tedesca e i partigiani. La guerra civile
Dimentichiamo, ma non confondiamo chi è stato dalla parte giusta e [chi] dalla parte ingiusta, anche se chi è stato dalla parte giusta ha commesso ingiustizie.

Il sugo di tutta la storia

Permettetemi, per finire, alcune considerazioni di carattere generale, deformazione professionale del professore.
È bene mantenere le proprie radici: guai agli sradicati. Le radici si hanno solo nel paese d'origine, nella terra, non nel cemento delle città.
[Seguono i seguenti settenari, senza paternità dichiarata, ma che hanno un che di filastrocca infantile: versi da sussidiario elementare?]

O terra dei miei vivi
O terra dei miei morti
Se la mia fe' ravvivi
Il mio dolor conforta
O terra ove desio
Morir per sempre anch'io

Solo nel paese esiste il prossimo. In una città non c'è prossimo. C'è quello che oggi si chiama la gente.[…].
A Rivalta giocavo con i bambini del paese, che non sapevano parlare italiano: andavano scalzi, erano vestiti con una camiciola e con i calzoncini tenuti su con lo spago. Non ho mai sentito alcuna differenza tra noi, i signori, e loro, i contadini. Ho imparato che gli uomini sono uguali. Sono più uguali che diversi. Ho imparato a dire no ad ogni forma di razzismo, di odio di razza, la malattia che infesta il mondo. Ho imparato che, se una madre di una tribù africana piange e si dispera per la morte di un bambino, piange nello stesso modo con cui piange la madre italiana.
Torno al principio. Ho imparato che non bisogna darsi troppe arie, anche quando c'è la banda che suona per te. Sei anche tu uno per cui verrà l'ora in cui, anche per te, come per tutti gli altri, suonerà l'ultimo dan della campana.

Norberto Bobbio
[riduzione e titoletti
a cura di G.Sa]

(pubblicato su L'Ancora del 18 gennaio 2004)

 

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