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Norberto Bobbio, la Liberazione
e una memoria condivisa

 

Norberto BobbioAcqui Terme. Il primo anniversario della morte di Norberto Bobbio che cade nel Sessantesimo della Liberazione dovrebbe pur dir qualcosa. Anzi aggiungere.
Non sarebbe di sicuro contento il Professore, se "si assolutizzasse" la ricorrenza nel suo nome e in quello di quella promettente combriccola di studenti e insegnanti (Vittorio Foa, Massimo Mila, Luigi Einaudi, Carlo Levi, Franco Antonicelli, Cesare Pavese, Carlo Zini, Leone Ginsburg) che incrociarono le loro strade prima con quelle, polverose, di Rivalta, e poi con quelle, assai meno agevoli, del regime.
Certo il ricordo della Liberazione implicherà la memoria di Aureliano Galezzo, della Divisione Viganò, dei rastrellamenti della Bandita di Cassinelle e della Benedicta, degli eccidi, delle persecuzioni degli ebrei, dell'assalto alla caserma acquese all'indomani dell' otto settembre, e anche la menzione, sicuramente scomoda, di chi si trovò a combattere - magari anche in buona fede - "dalla parte sbagliata".
Non per fare processi, che non vennero istituiti neppure all'indomani della Liberazione; figuriamoci ora. Solo per capire un po' di più.

È vero, però, che ci furono "giovani scomparsi", in tanti regolamenti di conti (di cui furono testimoni i parroci di campagna, che raccolsero in confessione le notizie di quegli eventi), eredità della violenza del conflitto intorno alla data del 25 aprile '45, nei giorni e nei mesi successivi, ed è questa una storia - in gran parte - da scrivere, solo se si potesse accedere alle documentazioni.
"Il signor Caso", direbbe Bobbio.
Si entra nell'anno del Sessantesimo, e la questione concernente la vicenda degli ebrei battezzati e delle direttive in merito impartite da Pio XII, ha riproposto il tema delle fonti .
"Se la Chiesa aprisse gli archivi [quelli Vaticani certo, ma anche quelli delle sedi episcopali]" invoca Alberto Melloni, sul "Corriere della Sera" di domenica 9 gennaio, questo gesto "sarebbe fondamentale per uscire dalle polemiche sterili, le provocazioni si spunterebbero e verrebbero alla luce gli intrecci complessi che fanno la storia".
Se le carte potessero essere consultate, forse, ogni cosa potrebbe essere chiamata con il suo nome: ci sono gli omicidi, ci sono le vittime, un clima - nel 1945 - ancora da "guerra civile" e, naturalmente, non è detto che oppressi e oppressori si suddividano esattamente a seconda dei colori. La storia ama le complicazioni, le zone grigie, gli ossimori e le contraddizioni.
Che sono anche quelle di Norberto Bobbio: la lettera a Mussolini del 1935 (che abbiamo citato sul numero scorso del nostro giornale) e l'arresto a Padova nel 1943.

E chissà se anche Bobbio lesse il fondo del "Giornale d'Acqui" del 27 ottobre 1934, vigilia dell'anniversario della marcia di Roma.
Il pezzo anonimo - dal titolo XXVIII ottobre - ricordava la prossima sepoltura di trentadue martiri dello squadrismo fiorentino in Santa Croce (accanto alle tombe dei grandi cantati da Foscolo nei Sepolcri), fatto che "eleva alla gloria dell'eternità l'insurrezione delle Camicie Nere, fondamento della nuova storia italiana e del nuovo ordine europeo e mondiale", ammonimento "della via da seguire, sui compiti da raggiungere, sulle mete da non dimenticare".
Forse basta già questo testo, in cui le parole gloria, luce ideale, spirito di fede, martirologio, sublimi prove di abnegazione si rincorrono, per avere qualche buon indizio della capacità "persuasive" di una ideologia che tra anni Venti e Trenta incontrò il largo favore delle masse e pochissimi oppositori.
Anche qui un documento: ciò che cambia è l'approccio, non più ingenuo (con il senno di ciò che poi sarebbe stato). Solo con l'aiuto del documento si può capire.

In tempi di "defascistizzazione del fascismo", quando se ne pone in discussione il totalitarismo (che si vorrebbe edulcorare in una diarchia, attribuendo responsabilità esagerate ad un Vittorio Emanuele debolissimo sino alla data del 25 luglio), quando i rischi di banalizzarne la portata sembrano evidenti, l'anniversario della Liberazione può contribuire a riaprire "i conti" proprio con quel passato inglorioso.
E poi anche con quella "storia complessa" in cui si incrociano le idee del comunismo e quelle del Partito d'Azione (e un testo di Bobbio dal titolo Nè con loro nè senza di loro, espressamente rivolto al partito di Gaincarlo Pajetta - riproposto sempre domenica 9 da "La Repubblica" - ricordava l'uscita, a caldo, dopo il 25 aprile '45, del libretto enaudiano di Augusto Monti, Realtà del Partito d'Azione), quelle dei monarchici, dei cattolici, dei funzionari dello Stato e della sostanziale continuità degli apparati burocratici tra prima e dopo.
Nè con loro nè senza di loro: un bel modo per operare una distinzione di pensiero, uno smarcamento dalle posizioni incondivisibili, ma anche per riconoscere il pieno diritto di cittadinanza per una visione del mondo diversa dalla propria.
Quasi a testimoniare che, riconosciuti i limiti e gli errori dell'altro, su certe questioni, sui progetti di fondo del vivere civile - la creazione di una repubblica, di una società libera e democratica; la formazione di una coscienza etica nei giovani - ci si deve intendere necessariamente.
Parole quanto mai attuali, dopo le recenti polemiche sul prossimo 25 aprile.
Ce la faremo, quest'anno, ad Acqui e nell'Acquese, a ricordare la Liberazione tutti insieme?
Almeno provarci, ricordando la frase di Bobbio.

(G.Sa)

La figura di Norberto Bobbio
nelle pagine di Jean Servato

Rivalta Bormida. All'antologia di ricordi su Norberto Bobbio, pubblicata su "L'Ancora" la scorsa settimana, come qualcuno ha notato mancava qualche tassello. Non c'era nessun riferimento ai testi di Jean Servato. Perché? Semplice: vista la ricchezza dei riferimenti, diventava difficile limitare in poche righe quelle tante pagine, ora in poesia, ora in prosa, che il vulcanico ed estroverso Jean ha condensato in un volume chiuso in tipografia proprio poco prima della morte del professore.
Il libro è quello delle Cronache, la data di edizione è l'ultimo mese del 2003.
Norberto e Jean. Due rivaltesi. Quanto a personalità difficile trovarne di più diverse. Se per Bobbio fondamentale era "non esagerare" (anche nell'autostima, nella sopravvalutazione di se stessi, "poiché la disposizione al dialogo non può fare a meno di questo atteggiamento"; e questo lo ha confermato anche Michelangelo Bovero nell'intervista riportata da "La Stampa" l'otto gennaio, spiegando come il termine "Maestro" fosse assolutamente bandito nella cerchia degli allievi di Bobbio), Jean - già solo allestendo i suoi libri, irripetibili, con estro e genialità, nel rispetto totale di una scanzonata eversione dal canone editoriale: prose, poesie, memorie, fotografie e disegni, testi ospiti d'autore e degli amici - sembra andare in una direzione opposta.
Ma con risultati interessanti ed efficaci, come ognuno potrà giudicare. Certo, quel che si nota è una discontinuità tra le pagine, anche perché l'autore mostra di dover esprimere tutto ciò che l'ispirazione gli detta. Le gemme, però, non sono certo rare.
Bobbio: la Grecia sul fiume
Eccoci giunti, allora, a Jean cronista, che quando si rivolge a Norberto non trascura accenni foscoliani, quasi si trattasse dell'Ippolito Pindemonte de I Sepolcri.
"È ben vero, Norberto! Gli anni fuggono, / anzi restano qual pagine scritte/ e cantate, E tu le canti bene ai tiranni / di turno con il naso di cartone che fan / monumenti ai luoghi dannati / servi del padrone. Beati noi, amico, che in quel di Rivalta crescemmo a fianco / di forte gente di campagna. Ci sentimmo / liberi come folaghe lungo le rive / d'una Bormida ospitale coi falò di Bigio / e la musiche indiavolate di [un altro Norberto] Caviglia".
E nelle fotografie di gruppo, accanto ad un Bobbio composto e sempre impeccabile, se ne sta un po' defilato Jean ragazzo, il più verde d'età della compagnia, la mascotte, ancora in calzoncini corti, lui più giovane di quattordici anni, che poi sottoporrà al cugino prove di prosa e poesia. Non è un mistero che Bobbio (lo testimonia una lettera del 12 giugno 2000) del Maso desnudo di Servato apprezzasse proprio le pagine sulla visita di Mussolini ad Alessandria, meritevoli di entrare "in una antologia del fascismo visto da coloro che ancora ritengono che il fascismo sia stato un disastro per il nostro paese (ma diventiamo sempre più pochi)".
Inizio anni Trenta. Anche Cesare Pavese frequenta la villeggiatura nella casa di Rivalta. "Io non t'ho conosciuto e mi spiace - dialoga con lui Jean - so che una volta hai percorso la strada da Strevi a Rivalta. Sei sceso dal treno e l'hai fatta a piedi...".
È l'inizio di settembre del 1931, come testimonia la minuta di una lettera a Rosa Caviglia scovata nell'Archivio Pavese: Cesare, Ginsburg e Antonicelli son lì per una vendemmia abbastanza precoce.
"Credo che Betino [diminutivo di Norberto] tirerà finalmente un respirone riprendendo possesso dei suoi appartamenti. Anche da parte di mia sorella la Ringrazio del gentile dono campagnolo che più davvicino mi ricorderà l'ospitalità di Rivalta".
1931: quattro moschettieri a Rivalta. Il fiume, i sentieri, la musica, le speranze di un roseo avvenire.

L'ultima fotografia

2001, aprile: una circostanza triste detta il ritorno a Rivalta. Norberto Bobbio accompagna le ceneri della moglie Valeria.
E il ritorno dal cimitero, terminata la cerimonia, fu - secondo Jean Servato - più di un semplice trasferimento: "Norberto ardeva dalla voglia di rivedere frammenti della sua giovinezza, anfratti amati, per risentire negli orecchi gli urli del fossato del pallone, quando a San Domenico si sfidavano Wilson e Bigio sino allo spasimo [...]. Norberto stava dando un saluto "toto corde" alla sua Rivalta, passando prima davanti a Casa Caviglia dov'era nata sua mamma Rosina e anche mia madre. Poi si infilava nelle straducole del vecchio borgo che dalla sua villa, in fondo alla Madonnina, ormai trova coperto da un imponente casermone, incassato sul Mulino dei Balocco. Che ieri gli consentiva di smarrir lo sguardo sulle mura del borgo antico, caro a Baretti, che laggiù ritrovava il gergo familiare, i cortili rustici oltre il portico e spaziava dall'alto sui campi e sugli orti attorno al fiume, assediato da boschi e da fittissimi canneti.
Ma la gioia più grande scosse Norberto quando vide il viso di Garibaldi infisso nel marmo appeso al muro dalla Società Operaia e Contadina del primo Novecento, ripulito di ogni impurità come lo stesso Bobbio aveva richiesto e che ora risplendeva nella luce.
Con quel modo d'essere "garibaldino" il novantenne filosofo rivaltese tornava alla cocente passione civile dell'avo Caviglia, gran spirito umanitario, che nei primi anni del Novecento con Bruni fondava una Banca Cooperativa Agricola per riscattare dalla servitù economica l'umile gente del contado, sulla scia di Giuseppe Garibaldi e della Società di Mutuo Soccorso".
Jean commenta "Bei tempi, coi tempi che corrono, amici miei!".

(Giulio Sardi)

Il ricordo di Rivalta Bormida
per il cittadino Bobbio

Rivalta Bormida. Ad un anno dalla scomparsa del filosofo Norberto Bobbio, Rivalta Bormida, il paese dei ricordi della sua giovinezza che gli ha conferito la cittadinanza onoraria nel 1995, a cui rimase da sempre e per sempre legato e che ne accoglie oggi le spoglie dopo avergli reso sommessamente l'ultimo saluto il 12 gennaio del 2004, ricorderà la figura del grande intellettuale che non voleva essere mai chiamato "Maestro".
Della Memoria appunto si parlerà nell'iniziativa organizzata dall'Amministrazione comunale guidata dal sindaco Walter Ottria, che avrà luogo sabato 15 gennaio, alle ore 16.00, presso la Sala Comunale di via Paolo Bocca. Scriveva Thomas Jefferson, padre fondatore degli Stati Uniti scriveva: "La nobiltà dell'uomo si misura dall'ostinazione della Memoria". E proprio con questa frase gli organizzatori dell'incontro hanno voluto rendere il senso di questa commemorazione, che vedrà susseguirsi testimonianze di personaggi che conobbero bene Norberto Bobbio durante gli anni; e poi del figlio, degli amici, di rivaltesi che con lui spartirono tempi e momenti di vita. Tutto questo per ricordarlo, attraverso le vivide testimonianze di chi ha incrociato la vita con la sua e per ricordare i suoi insegnamenti, così attuali e puntuali.
Ricordi, appunto. Sostantivo che Bobbio adoperava con gioia e semplicità, anche con forza talvolta e con tenerezza: di questo sentimento, come si poteva capire anche dal tono della sua voce erano imbevuti i ricordi legati a Rivalta Bormida. Norberto Bobbio diceva: "Le radici si hanno solo nel paese d'origine, nella terra. Non nel cemento delle città". E Rivalta, a tutt'oggi, mantiene la sua vocazione agricola, l'indissolubilità con le sue colline, le sue pianure, la Bormida.

(S.Ivaldi)

(articoli pubblicati su L'Ancora del 16 gennaio 2005)

 

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