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Il dialetto racconta la storia

 

Cronaca della giornata di studi su Giuseppe Ferraro a Carpeneto

Dalla poesia alla botanica

Giuseppe Ferraro
Giuseppe Ferraro
Carpeneto. Si è tenuta sabato 27 maggio, presso la SOMS di Carpeneto, una giornata di studi in onore del poligrafo, appassionato del folklore monferrino, Giuseppe Ferraro (1845-1907).
Coordinata per la parte organizzativa da Lucia Barba, dall'Accademia Urbense e dal Comune di Carpeneto, con l'appoggio di Provincia e Regione, il convegno ha raccolto nove interventi che hanno cercato di restituire tanto il contesto sociale ed economico del paese tra XIX e XX secolo, quanto la poliedrica personalità del Ferraro.
Dopo Augusto Monti (il 13 maggio la giornata di Monastero Bormida), è ora toccato, nel paese di Carpeneto, a Giuseppe Ferraro. E sabato 3 giugno analogo momento di studio sarà organizzato in onore di Giovanni Maria Ivaldi, il "Muto" di Toleto di Ponzone.
Tre sabati, tre appuntamenti con la cultura, nati dall'incontro tra docenti universitari e ricercatori locali.
L'Acquese continua l'opera di riscoperta dei suoi maggiori. E lo fa nel segno della tradizione vernacolare, tanto presente nei Sansussì (uno dei percorsi trasversali, che è possibile inseguire capitolo dopo capitolo, è proprio quello del canto e della poesia: da quello "delle uova" alle strofe del Brofferio), quanto nell'opera del Ferraro, dove si trasforma in interesse prioritario.
E chi ha avuto la pazienza di attendere la chiusura della giornata di Carpeneto, nel tardo pomeriggio, ha potuto godere di una vera e propria sorpresa.
Quella che hanno offerto, "in canto", Amerigo Vigliermo e il suo gruppo canavesano, proponendo prima Donna Lombarda, poi la canzone de Gli anelli, quindi La sposa morta e altre melodie rese con discanti e controcanti.

Quando il canto ritorna

E questo epilogo, al di là degli eruditi interventi che lo hanno preceduto, ha avuto il pregio di ricondurre il canto monferrino alla sua dimensione concreta, materica, plastica.
Costantino Nigra (il famoso diplomatico e folklorista) e Giuseppe Ferraro (uomo di scuola), per Vigliermo sono due fratelli, che hanno operato soprattutto in nome di un atto d'amore (e non esclusivamente scientifico) nei confronti del canto. "Più cuore che ragione" (ed entrambi "dimenticarono" quell'aspetto musicale che poi tocco a Leone Senigaglia recuperare in ambito subalpino), e più cuore ancora nel Ferraro che non si preoccupa di regolarizzare i metri poetici.
E con Vigliermo il canto popolare torna ad essere "canto", musica, falsetti e bordoni; è narrazione coinvolgente; ritorna ad essere festa ("la nostra gente non era tetra come noi", anche se era attratta dalle "storie gotiche", piene di crudeltà, punizioni esemplari, crudi contrappassi e "finali" senza idillio); è ricordo di interpreti d'eccezione che non si chiamano Luciano Pavarotti o Josè Carreras, ma rispondono al nome delle semisconosciute splendide cantrici che erano le Sorelle Negro in Val Borbera. Quattro voci hanno, per quasi un'ora, resuscitato il canto popolare, quello più autentico: quello delle polifonie improvvisate, e non delle armonizzazioni dei maestri destinate ai cori, meritorie, raffinate, piacevoli, ma che rappresentano una considerevole deriva rispetto alla sempre più fragile e delicata tradizione dell'oralità.
Che quando fa però sentire la sua voce, costringe a chiudere tutte le partiture scritte.

Gli altri interventi

Il Ferraro poligrafo, dai mille interessi, ha allargato il campo tematico su un orizzonte larghissimo. Dopo l'intervento di Giancarlo Subbrero, dedicato "alla storia dei numeri" di Carpeneto tra Otto e Novecento (dal trend demografico di antico regime ai boom di fine Ottocento; alle emigrazioni; all'imporsi della vite tra le coltivazioni), e la biografia riassunta da Alessandro Laguzzi (per chi volesse rimandiamo alla voce Ferraro del Dizionario Biografico degli Italiani - DBI, ad Acqui disponibile presso la Biblioteca del Liceo Classico "Saracco") è stato Mauro Mariotti a rivisitare la "Botanica popolare di Carpeneto d'Acqui" del Ferraro e un corredo di piante (dal bun mejr, nientemeno che l'assenzio caro ai decadenti francesi, distillato nella "fata verde", al pulès, che in doti eccessive era in grado di provocare epatiti fulminanti dalla marcurora, utile per generare maschi o femmine, al pirfurà dalle molte virtù. E il discorso iniziato al mattino ha avuto, nel pomeriggio, con Antonella Rathschüler una prosecuzione nel nome della magia (argomento da cui "il professore" era attratto, ma forse professionalmente più lontano: citati sabba, grotte, gatti e caproni, maghi e streghe, per chiudere con il noce tardivo di San Giovanni).
E se la mattinata, con Enzo Conti, si è chiusa nel nome della danza etnica piemontese (tra monferrine, gighe, "alessandrine" e curente tra cui spicca anche il "tipo" di Villa Botteri), la prima relazione del pomeriggio, curata da Edilio Riccardini e G.Battista Garbarino ha messo a fuoco un altro Ferraro, lettore degli Statuti, editi per sua cura nel 1874. E se Riccardini si è soffermato sulle qualità filologico - interpretative (non eccelse, per la verità) del Ferraro, Garbarino ha cercato di ricostruire il volto di castrum e villa dell'antica Carpeneto.
Concludevano poi Carlo Prosperi e Paolo Bavazzano, l'uno ricordando Pasolini e il carattere reazionario di molti canti (ma non per un'imposizione dall'alto; quanto per il sospetto nei confronti del nuovo che i Francesi e Napoleone rappresentano), l'altro presentando un florilegio di proverbi e un corredo di devozioni che raccoglie Lucia, Simone, Caterina, Simone, Antonio Abate. Ultima citazione per i bigatti "andati a male" e per il vento marino infausto per i bozzoli.
Davvero proprio un altro mondo quello del Ferraro.

Napoleone nei canti
raccolti da Giuseppe Ferraro

Non è infrequente imbattersi, talora, in quei piccoli grandi acquesi che la storia, in effetti, di tanto in tanto, si ricorda di mettere al mondo.
Intendiamoci. Si tratta di grandi uomini. O, almeno, essi di sicuro per i contemporanei lo furono. Il problema, semmai, sono gli occhi presbiti dei posteri (problema ben evidenziato da Italo Svevo, proprio nel preambolo della Coscienza di Zeno), che finiscono per appiattire sotto il martello del loro giudizio tutti gli uomini (o omuncoli - dice Sciascia - o quaraquaqua etc.) che non hanno conosciuto di persona o che non vedono da meno di vent'anni.
Anche sull'"Acquesità" occorre precisare. La vogliamo intendere nell'accezione più larga possibile. Per non sbagliarci diremo che, in modo concreto, è acquese non solo chi è cresciuto affumicato dalle calde acque bollentine, ma anche chi, di martedì e di venerdì, ad Acqui veniva per il mercato (e naturalmente anche per la fiera di Santa Caterina e per quella di San Guido), prima accompagnando i genitori, poi portandoci la morosa, poi tornandoci -magari più di rado -con i figli, magari nati altrove. Prendete il compasso, puntate in Acqui e descrivete un diametro di raggio di 12 km. buoni che i nostri avi percorrevano allegramente a piedi o in bicicletta sulle strade sterrate: avrete con sicura approssimazione un'idea dell'Acquese.
In questi anni la "galleria" dei nostri piccoli grandi ha ospitato su "L'Ancora" penne poetiche e musicali (si veda l'inchiesta raccolta sul sito web, nella pagina delle monografie), politici e viaggiatori, artisti e attori.
In onore del canto popolare (e di tutti i cantori) tocca ora a Giuseppe Ferraro da Carpeneto d'Acqui.

Giuseppe Ferraro con la moglie
Giuseppe Ferraro con la moglie

Il pioniere del folklore

Laureatosi in Lettere alla Normale di Pisa, con una tesi sui canti popolari del suo paese natale, Giuseppe Ferraro non abbandonò questo interesse neppure quando incominciò la carriera scolastica. E anche quando divenne preside o provveditore, nel suo Piemonte o nell'Emilia o in Sardegna, non dimenticò gli interessi etnomusicologici.
Nonostante le rimostranze della famiglia, il ritorno estivo al paesello era d'obbligo e contribuiva ad alimentare le ricerche. Le edizioni del Ferraro (Canti popolari monferrini, 1870; Nuova raccolta di canti popolari monferrini, 1874-75, Canti popolari del Basso Monferrato, 1888; Spigolatura di canti popolari parmigiani e monferrini, 1889-1890), pur giudicate parzialmente scorrette già dai contemporanei, tradiscono però l'entusiasmo e il genuino appassionato interesse dello studioso. Da non dimenticare, inoltre, i suoi Racconti popolari monferrini che raccolgono in un manoscritto (oggi conservato al Museo delle arti tradizioni popolari di Roma) 127 fiabe della nostra zona (si veda in Gian Luigi Beccaria, Le forme della lontananza, Milano, Garzanti, 1989 il saggio che il linguista dedica alla raccolta in questione).
Rimandando alla riedizione moderna del corpus, curata per Garzanti da Roberto Leydi e Franco Castelli, in questa sede proveremo a soffermarci sullo spaccato che "gli antichi dialetti" offrono sui tempi della rivoluzione e di Napoleone.

Ra Rivolusion raccontata dal dialetto

La minaccia delle armate francesi mobilita il Monferrato già nel 1793. In quell' anno sarà il Reggimento Acqui, come ricordato dal testo La battaglia di Raus a distinguersi sulle Alpi Marittime con grande onore (...a Raus e Mìllefurchi/ u j sarà in batajun/ ch'u battrà ben da bun: si noti l'allitterazione che accentua il suono esplosivo della consonante o, con valenza onomatopeica).
L'eroe ha un nome: Giuan de la Frontiera, protagonista dell'omonimo canto, che con ra berta russa I la giacchetta gallunà I cun ra lansa e cun ra spa, cioè con rosso cimiero, con divisa bella e decorata dalle insegne, armato di lancia e spada, come un cavaliere antico, risponde ai propri obblighi.
La vicenda d'armi, nel momento della narrazione è ormai conclusa. L'eroe però rimprovera Girometta, l'amata, per i suoi discutibili costumi, in assenza del fidanzato (Vui fèive l'amur con tutti).
E annuncia il prossimo matrimonio, ma con un'altra donna.
Fin qui il conflitto contro la Francia non assume caratterizzazioni particolari. È una guerra come tante, un pretesto per riprendere situazioni tipologiche (il dovere del servizio militare per l'uomo; l'allontanamento dal paese; i comportamenti dell'amato e dell'amata una volta lontani). Quanto accade potrebbe valere per qualsiasi conflitto. La realtà è - più della guerra che il soldato si sente imposta, più del nemico - quella dell'abbandono della dimensione intima, domestica, della propria famiglia, di un mondo - quello della campagna - che sembra idillico ma che riposa, ossimoricamente, sulla fatica che è "guerra" quotidiana, proprio come dirà Levi, attraverso Mordo Nahum, ne La tregua.
Altri testi esibiscono caratteri specifici. L'insofferenza ha un primo epicentro nel 1799, l'anno delle Insorgenze (si pensi a quanto capitato a Strevi e ad Acqui con rivolte di popolo che comportarono la temporanea cacciata francese).
Ai tosoni (che non portano il codino), nel Canto contro i francesi 1799, bisogna far muovere le gambe.
Birbant franseis, jei mal pensà / di piantèe l'erba dra libertà; / pijèe cui bunett, c...drent.../ pijèe cul bunett dra libertà / l'è urinare di disbancà. (francesi birbanti, avete pensato male/ di piantare I'albero della libertà/prendete quel berretto [frigio], defecate al suo interno;/prendete quel berretto della libertà / è l'orinatoio dei falliti).
Un rintocco di campane chiude l'invettiva: dalla chiesa si suona I'"agonia" per la libertà. (fine 1ª puntata - continua)

Giuseppe Ferraro: in memoriam

Carpeneto - Piazza Vittorio Emanuele II
Carpeneto - Piazza Vittorio Emanuele II
Sarà il 2007 l'anno di Giuseppe Ferraro.
In occasione del centenario della morte (19 giugno 1907) è previsto l'allestimento di un convegno internazionale, coordinato da Franco Castelli, dalla sezione da lui diretta all'interno dell'ISRAL di Alessandria, e dal Museo della Maschera di Rocca Grimalda, che - dopo la giornata di studi di Carpeneto, definita "domestica" dagli organizzatori, ma certo ricca di stimoli - offrirà ulteriori contributi riguardo alla conoscenza e alle attitudini di questo appassionato ricercatore al quale si devono indagini davvero fondamentali per la conoscenza della lingua madre per eccellenza - il dialetto - all'interno del nostro territorio. Ma come era considerato Giuseppe Ferraro dai suoi contemporanei?
E, in particolare, quali attestati di stima rivolgeva il nostro circondario a chi, da anni, aveva condotto lunghe peregrinazioni su e giù per la penisola.
Alla domanda non è facile dare una risposta, anche perché le carte dell'archivio Ferraro risultano al momento disperse.
Grazie alla gentilezza di Alessandro Laguzzi e di Paolo Bavazzano (Accademia Urbense di Ovada) siamo in grado, però, di offrire un primo riscontro attingendo al numero del "Corriere delle Valli Stura e Orba" (pubblicazione ovadese attiva tra 1895 e 1926) che nel suo numero del 29 giugno 1907 presentava del Ferraro il necrologio che qui riportiamo, introdotto, come i tempi imponevano, da una epigrafe di Domenico Guerrazzi. Così recitava il testo.

Da Carpeneto

"Nessun'altra gioia in questa vita che la speranza di un sepolcro lacrimato" Guerrazzi

A nulla valsero l'affetto della sposa, le filiali cure della devota famiglia; né i fervidi voti degli amici e conoscenti di Carpeneto, ché l'inesorabile Parca [si tratta di Atropo, colei che ha il compito di tagliare il filo della vita - ndr.], nulla rispettando, il giorno 19 giugno alle ore 14, veniva a privarci di una delle esistenze a noi più care nella persona del compianto Provveditore Prof. Cav. Giuseppe Ferraro. Non contava che 62 anni, eppure la sua vita è stata una di quelle esistenze preziose, di quegli uomini probi che, sul punto di lasciarci, si volgono tranquilli ad osservare il passato, aspettando fidenti l'avvenire. Marito e padre esemplare, uomo onesto, probo, studioso e dotto, nella breve sua vita compì una brillante carriera, disseminandola di grandi e buone opere, che ora ne formano il miglior ornamento.
Fu preside del Regio Liceo di Ferrara, poi Regio Provveditore agli Studi a Reggio Emilia, e a Cuneo, ove per l'eccessivo lavoro e per lo zelo scrupoloso di adempiere il proprio ufficio, ebbe la salute molto scossa.
Nominato ultimamente Provveditore a Massa Carrara, ivi sperava rimettersi e riposarsi, ma da crudo morbo ci veniva rapito. Noi a Colui che mai dimenticossi e con tanto affetto parlava del suo bello, sebbene piccolo paese natio, di cui era gloria e vanto, mandiamo l'estremo addio, ed alla addolorata sorella e a tutta la famiglia le nostre più vive condoglianze.

Dino

Ulteriori ricerche, presso l'emeroteca della Biblioteca Civica di Acqui Terme, non hanno fornito riscontri sui periodici acquesi. Né "La Bollente", né "La Gazzetta d'Acqui", nonostante sulle stesse scrivessero penne "sensibili" come quella di Domenico Bisio - Argow, menzionano la morte del folklorista Giuseppe Ferraro. Entrambe le tastate sembrano attratte, invece, tra fine giugno e inizio luglio, da una ricorrenza che in piena età giolittina sembra assumere, sui piccoli e sui grandi giornali, una valenza specialissima. Ricorreva, infatti, il centenario della nascita di un altro "Giuseppe" importante della Storia Patria: il Generale Garibaldi. E forse l'applicazione del motto ubi maior, minor cessat può aver relegato nell'oblio la memoria dell'uomo di Carpeneto.

La rivoluzione e Napoleone

Cosa racconta il dialetto a proposito della storia dell'invasione francese del 1796 e di Napoleone? Attraverso la mediazione di Giuseppe Ferraro abbiamo provato a raccogliere un florilegio di versi che rimandano all'oralità, alle veglie di stalla, ai racconti dei trisnonni. Riprendiamo il filo del discorso dalla fine del secolo XIX.

Tra prigioni e processi

Nei Processi del 1799, invece, emerge il sentimento pietoso nei confronti di un giuvnot disfurtinà, imprigionato per motivi politici. Qui l'anima popolare dell'ispirazione del canto sembra avere il sopravvento. Non ci sono bandiere o coccarde da esibire, ma solo la compassione.

O che pena o che dulur,
che non si pò drumir
dar pirs e dai piogg.
(Che pena, che dolore/ non si dorme/ dalle pulci e dai pidocchi).

Dopo la notte insonne e una colazione abominevole (ina certa misculansa l e mi fa mà ra pansa), viene il momento del processo (mi meno-ho a zaminar, cioè all'esame). Pur nella laconicità estrema, il testo vuole suscitare lo spavento del recluso: da un lato sta la piccolezza dell'individuo, dall'altra la grandezza del sistema "giustizia", della sua macchina (o della sua macchinazione). E il punto di vista è proprio quello dell'imputato, che vede incombere sul proprio capo un destino chiaramente avverso.
Il generalista (l'inquisitore, chiamato generale, grado massimo della gerarchia) sta perciò su un cadregun. La direttrice è quella verticale, alto/basso, immediatamente chiara a qualsiasi lettore, tanto evidente da risultare, paradossalmente, trascurabile: (si pensi al Manzoni e alla collocazione nei Promessi Sposi, dei simboli del potere laico, palazzotto di Rodrigo o castellaccio dell'Innominato).
Il giudice inaugura l'interrogatorio con questa frase:

Balos d'in giacubin
at 'humma barbà ir ghette
( ...furbastro d'un giacobino, / ti abbiamo preso) che non lascia troppi margini di speranza. Non serve protestare l'innocenza. A sun francu nocentu: anzi, a ben vedere la frase si presta ad un'ambiguità palese, che non sfugge al lettore). Il giovane è condotto in galera da dove, nelle intenzioni, non dovrà più uscire.

La partenza del soldato

Dei primi anni napoleonici non ci sono che scarse testimonianze nel canzoniere raccolto dal Ferraro: una rimanda alla figura di Mariun, soldato francese che, attendendo un figlio da una popolana monferrina (che ne piange la partenza) non ha dubbi sul destino del nascituro:

Csa na farumne dir pcit
[anfant
quandi cu sarà grand?
"Ai bitrumma na cuccarda e
[d'rus bianc;
mandumle cun so pore au
[rigiment".
(Cosa ne faremo di questo piccolo bambino / quando sarà grande? / "Gli metteremo una coccarda bianca e rossa [e il bianco potrebbe voler dire monarchia; il rosso liberalismo e rivoluzione: un modo per metterlo al riparo da ogni pericolo; cfr. anche Italo Calvino a proposito di Delacroix (La libertà che guida il popolo) nel saggio Un romanzo dentro un quadro, in "Collezione di sabbia"] e lo manderemo con suo padre al reggimento)".

Si arriva così a L'addio 1812, ad un straziante canto d'abbandono. In un paesaggio romantico (è l'alba, le stelle luccicano, ma fanno chiaro a chi deve partire) il soldato si rivolge alla sua bella.

Fija, ra me fija
nun aba nent paira
u toi amant sighira
ben prest u turnirà
(Figlia, figlia mia/non aver paura / il tuo fidanzato di sicuro / presto tornerà)
La luna, comune agli occhi della donna e al soldato che andrà in Francia, a sutta Napuliun (sotto i potere del Bonaparte) sarà garante di un patto, sarà la fortuna del giovane.
Quandi tunrumma andrera
davanti ar capellano
as tucchirumma ra mano
e si andrumma a spusè
(Al ritorno/ davanti al sacerdote / ci daremo la mano/e andremo a sposarci).

Si evidenzia qui, dunque, la dimensione sentimentale, propria delle poesie "narrative" che si riferiscono alla guerra, sentita come estranea, incapace di coinvolgere, ma neppure di scatenare una reazione di segno contrario. La proscrizione la si subisce, come qualsiasi calamità (la grandine, la malattia, la siccità, la carestia). La si esorcizza con un processo di straniamento per cui non importa con chi combattere, o dove: emergono invece i temi "basici della vita" (Gian Luigi Beccaria, Convenzionalità e alterità nella letteratura degli ultimi, op.cit.) nella triade amore-affetti-casa.

Napoleon canaja

Analoghe preoccupazioni sono espresse dal testo de La madre del soldato. L'anno è sempre lo stesso, ma la speranza lascia qui il posto all'angoscia.

Ant cull luntan pais
u murirà mischin,
an mes a cui nimis
(in quel paese lontano [la Russia, ovviamente: un verso successivo cita esplicitamente Mosca] /egli morirà meschino, /in mezzo ai nemici).

Più della morte, il canto esprime l'orrore della madre nei confronti del corpo del figlio, degradato ad oggetto di cui far strazio.

Ticc i passran anan,
canun, omi, cavai,
il 'pestran cme in can
(tutti gli passeranno avanti /cannoni, uomini e cavalli/lo pesteranno come un cane)

Rispetto al brano precedente l'immagine del Bonaparte (là neutra) risulta deprivata di qualsiasi magnifica aura: Napuliun diventa l'amparatur canaja, il birbant; Ti e ra to bataja (te e la tua battaglia!). La madre da ultimo si rivolge a Dio affinché ella stessa, morendo, non possa vedere I'esito della spedizione.

Gli ultimi canti

Ne Dopo la guerra di Russia 1814 il testo racconta il conflitto in termini favolistici.
Napoleone, sicuro della vittoria, parte da Parigi (ra gran sittà) e in effetti, dopo tre giorni (novello Cristo) sconfigge il nemico.
Ma Giuda (in questo caso un generale francese) è dietro l'angolo: un grande tradimento I nun so scoprire.
Oltretutto, dopo la disfatta, il fuggitivo Napoleone, passeggero in incognito su una nave inglese (!) è riconosciuto.
Finita l'epopea di Napoleone, resta l'indigenza del dopoguerra, testimoniata da L'anno della fame 1817, quando, impegnati i lenzuoli e i rabatt (i mobili di casa non indispensabili), non resta che mangiare radiss e urtie, titte l'erbe dra campagna, la risorsa ultima di ogni carestia.
Il testo evoca ancora quello manzoniano, sia nell'immagine esplicita della poca pulenta, sia, implicitamente, nel richiamo alla pazienza, che di tutti i canti di guerra (da Napoleone, al Risorgimento, alla Prima Mondiale) diviene parola tematica, "parola d'ordine", che riflette I'accettazione - ma, si badi bene, anche in tempo di pace -del "come sono andate sempre le cose e sempre andranno".

Uno sguardo ad Augusto Monti

Napoleon Prim si intitola il capitolo II dei Sansossí: e mezzo secolo circa dopo i Ferraro testimonia la persistenza di Napoleone nell'immaginario popolare.
Se la prima immagine è dedicata al viaggio di Pio VII a Parigi per l'incoronazione dell'Imperatore (è il 1804, che è poi l'anno di nascita di uno dei personaggi più riusciti del libro, lo zio prete Pedrìn), subito sono esibiti solidi cenni alla saga napoleonica.
Come al solito "un'Italia divisa a metà" ( è il topos degli ultimi cento anni: interventisti e pacifisti nella prima guerra mondiale; repubblichini e partigiani nella seconda; monarchici e repubblicani il due giugno 1946; Coppi e Bartali, Mazzola e Rivera, centro sinistra e centro destra nelle ultime "politiche"): c'è chi è contro e chi è a favore del Buonaparte. Tra questi ultimi Papà, ovvero il Papà di Carlìn narratore (il giovane è Augusto Monti), che esalta in ogni modo "l'imperatore", "il Sovrano", "il Lucifero che s'era ribellato al mondo della regalità e l'aveva abbattuto", "il re di Spade che tante guerre mosse aveva ai re vecchi solamente per pareggiarli prima e soverchiarli poi in fasto e in potenza".
Dal mazzo di carte alle stampe popolari il passo è breve: e, allora, proprio nella canonica di Ponti, dove Papà vive la propria infanzia con lo zio, Carlìn può ammirare una collezione di incisioni che ritraggono l'empereur al Ponte d'Arcole, in Russia, a Fointanbleau, a Waterloo, o ad Austerlitz, con il granatiere senza nome che osa rivolgersi al Generale e proferisce le parole semplici semplici passate alla storia: Non pas. Non pas...Nous nous mettrons en travers".
Anche da noi ci sono - come nel Ferraro - soldati e i reduci: Giacolòn (dei Satragni) di Ponti che sapeva cos'era la guerriglia in Spagna, Foutre (dall'esclamazione che è un'eredità del servizio sotto il tricolore di Francia), e Giovanni del Muschiato, detto l'om noev, una sorta di Fu Mattia Pascal ante litteram, che si finge morto per scampare alle proscrizione obbligatoria, e vive da bandito, nei boschi, sino alla "liquidazione" dei Francesi.
Le pagine sono densissime è ed impossibile provare a riassumerle: certo che fa tenerezza l'immagine di un "Napoleone bonario e popolare, che capitava alla sprovvista come Federico di Prussia e montava lui la guardia per la sentinella sorpresa dormiente, nel cuore della notte".
Ma c'è anche Napoleone (e rieccoci ai due partiti) che diventa "Il merlo in gabbia", e che entra persino in una triste nenia per la culla, che sembra fatta apposta per spiegare la natura effimera dei sogni.

Napoleon mi l'era
Napoleon son stato
Padròn di tutto lo Stato
e adesso nol son più
e adèesso...nòol... sòn...più.

Postilla manzoniana
La guerra vista dagli umili

Sembrerà forse fuori luogo, ma un richiamo ai già citati Promessi Sposi si impone. In un romanzo bellico (sin dall'incipit con l'Historia guerra illustre contro il tempo), dove la parola ricorre continuamente come metafora ("guerra di ingegni" per Azzeccagarbugli è la discussione sulla cavalleria; ma non si può dimenticare che I'esercizio delle armi stia al primo posto nella scala di valori dell'hidalgo) e, tristemente, nella crudeltà dei conflitti tra individui e Stati, le considerazioni di cui sopra aiutano a capire una ulteriore differenza tra i due protagonisti, Renzo e Lucia.
Il primo personaggio - dinamico, dell'azione, della spontaneità, del fatto - è un borghese in divenire.
La donna incarna la staticità, la riflessione, il giudizio, ma rivela un'anima contadina.
Nell'ambito del conflitto pubblico e privato che si va configurando, Renzo interpreta la guerra come momento di rottura, atipico, che determina l'avventura (sarà l'atteggiamento del terzo stato, storicamente, che prende posizione rispetto agli avvenimenti dal 1789 in avanti, in Francia come in Italia).
Lucia rifletterà invece la posizione contraria: non sarà un caso che la triade amore- affetti-casa de L'addio 1812 ricompaia nelle parole dell'abbandono del più celebre Addio monti manzoniano del cap. VIII). E anch'ella, prima che nella fiducia in Dio, affida il proprio comportamento alla virtù della pazienza, di cui Cristoforo tesse l'elogio: "magra parola, una parola amara", cap. VII) che diviene ritornello per le la donna contadina Lucia (filatrice sì, ma "a tempo determinato"; lei è legata alla mentalità di chi coltiva i campi) così come lo è nell'espressione popolare.
Anche per questo aspetto, insomma, il buon Manzoni aderisce al vero.

Si conclude qui il nostro breve viaggio tra le poesie del Ferraro che raccontano la storia napoleonica - tra favola e leggenda - nel dialetto. E non resta, davvero, che auspicare una prossima edizione moderna dei canti monferrini di questo illustre carpenetese che ci ha conservato un patrimonio d'oralità che senza la sua passione di sicuro darebbe andato disperso.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 4, 11 e 18 giugno 2006

 

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