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I nipoti acquesi di Nadar
Michele Gariglio & compagni

 

Acqui Terme. Non è finito sabato mattina, con l'incontro con gli studenti, l' "Acqui Storia". È vero: il premio dedicato alla saggistica e alla divulgazione storica, giunto alla XXXVI edizione, ha in effetti chiuso ufficialmente i battenti, ma un altro "Acqui Storia", quello organizzato dagli appassionati raccoglitori del Circolo Numismatico Filatelico Acquese, proprio nel pomeriggio di sabato 25 ottobre ha tagliato il nastro inaugurale a Palazzo Robellini.
Tanti gli espositori (con Giancarlo Arnera, Bruno Bacino, Carlo ed Elisa Baldizzone, John Keith Lilley, Giuseppe e Maurizio Libertino, Andrea Voglino, gli ospiti Maurizio Cramarossa ed Emanuele Montagna) e interessanti i temi (i francobolli ferroviari e quelli dedicati a Colombo, le monete antiche e quelle moderne, le carte telefoniche e l'originale raccolta delle capsule per spumanti).
Ma una sala, in particolar modo, ha "costretto" i numerosi visitatori ad un irrinunciabile viaggio nella memoria. Era questa la sala che ospitava una parte delle collezioni che Matteo Pastorino e di Emilio Trevisonno, con pazienza e passione, hanno dedicato alla cartolina d'epoca, aprendo una finestra sulla Acqui di fine Ottocento e sulla città dei primi decenni del XX secolo.

Acqui: quella città che non c'è più

Seguiamo un criterio annalistico, dettato dagli annulli (ma le immagini, ovviamente, possono riferirsi anche ad una decina d'anni prima).
1901: Viale di Porta Savona, con i platani napoleonici, vivente monumento creato per la nascita - giusto novanta anni prima - del Re di Roma (il Duca di Reichstadt, ovvero Napoleone II); 1902: Interno della Cattedrale di S. Guido; 1904: Portale quattrocentesco del Pilacorte (Duomo) e Abside di S. Pietro…
Poi, ecco, un pezzo d'Acqui che non c'è più (si tratta di una "viaggiata" del 1912): l'Entrata al Castello (lato delle carceri) con il muraglione orientale ancora integro. Degli anni Venti la cartolina militare del II° Artiglieria e quella del Congresso Eucaristico Diocesano promosso da Lorenzo Del Ponte e dal Cardinale Gamba (autunno 1928); nello stesso anno le immagini dell'inaugurazione del Monumento alla memoria dei soldati della guerra 1915-18, quello del Canonica, dinanzi la Stazione ferroviaria, con Umberto (il futuro Re di Maggio: lui che attraversò Acqui in sella ad un cavallo bianco, così la memoria orale, che grazie ai figli dei testimoni non s'è persa) in più occasioni immortalato (si notano i saluti romani: l'Italia ha già avuto sei anni per metabolizzare la Marcia su Roma). Poi eccoci alla data del 15 giugno 1930, con l'Inaugurazione dell'Asilo voluto da Carlo e Angelo Moiso.
I luoghi religiosi (le chiese, ma ci sono anche le statue: la Beata Vergine della Madonnalta; il Cristo nell'Orto dei Getsemani della Cappella dell'Orfanotrofio) si alternano a quelli laici (e turistici: Hotel Moderno Meublé, Nuove Terme e Palazzo Toso, i Bagni con gli Alberghi Eden e Roma… mentre per le strade circolano i carretti con le insegne di Carlo Dotto, G. Voglino, del torrone, dell'amaro Gamondi. Nelle fotografie anche i riflessi di una coscienza del valore dell'antico: "La Bollente" dell'11/12 febbraio 1897 riporta come l'Acquedotto romano e il Duomo siano stati ritenuti monumenti d'interesse nazionale; mentre la Vecchia Chiesa di S. Pietro merita (al pari dei castelli di Cremolino, Monastero e Rocca Grimalda) un interesse regionale.

I nipoti di Nadar: Michele Gariglio & compagni

A guardar una cartolina si può scrivere una poesia (Guido Gozzano insegna ne L'amica di Nonna Speranza). Ma anche ricostruire l'attività di una categoria di operosi - ma discussi - artigiani. I fotografi, quei nipotini di Gaspar Felix Tournachon (detto Nadar) che a Parigi colse anche lo sguardo allucinato di Baudelaire. Proprio il poeta dei Fiori che, dopo aver previsto il successo della fotografia, la aveva bollata come "facile e veloce", un' "arte triviale" (e in Italia, Carlo Cattaneo parla di "arte senz'arte").
Ad Acqui tali discussioni a fine Ottocento sembrano aver fatto il loro corso, anche se "La Bollente" del 10 luglio 1888 denunzia "gli ammorbanti odori" e le sporcizie nei pressi di un laboratorio (per completezza: quello dei Graglia). Sono passati i tempi della fotografia come un fenomeno da baraccone (che giusto giusto arrivava con la fiera, a San Guido o per S.ta Caterina, causando i pianti più disperati nelle fanciulle che decidono di provare la novità e non si riconoscono in tanta bruttezza: ne riparleremo con maggiore precisione…per la prossima festa della patrona, a novembre).
Michele Gariglio non è in città un precursore. Prima di lui sono Guido Ferrero (che ha stabilimento fotografico, in società con un certo Sismondi, in Via Caccia Moncalvo 3, e pure una succursale alle Terme), i coniugi Graglia (Corso Bagni, casa Zannone: loro la "Fotografia Alto Monferrato, che detiene per un certo periodo la "privativa" - il "privilegio" editoriale, si diceva nel Settecento - per le vedute d'Acqui: morto il marito, continuerà la vedova), Ernesto Rossi (figlio d'arte: i padre è l'alessandrino Giovanni) che nel 1888 apre lo studio in Corso Bagni, Casa Caratti già Serveille, un esercizio dichiaratamente a beneficio dei curandi (le notizie da "La Bollente" e dalla "Gazzetta d'Acqui", nonché dalla monografia Fotografi ritrattisti nel Piemonte dell'Ottocento, Aosta, Musumeci, 1980).
Michele Gariglio appartiene, dunque, alla "seconda generazione" (e rileva proprio il negozio che era appartenuto al Rossi, che con fratello Attilio - titolare di attività a Genova - aveva preso parte nientemeno che all'Esposizione Universale di Parigi del 1889, quella della Torre Eiffel, meritando una medaglia d'argento).
Il saggio sopracitato lo liquida con un perentorio giudizio: "modesto fotografo, attivo dalla fine del secolo soprattutto nel settore della veduta urbana". Ma quei locali pochi anni prima erano stati assai lodati, comprendendo un "gabinetto per toeletta" e una stupenda "sala d'aspetto".
È lui, il Gariglio, però, già nel 1893 a riprendere il nuovo ponte ferroviario sul Bormida (inquadrato almeno due volte); "La Gazzetta d'Acqui", poi, riporta di lui menzione nel numero del 14/15 gennaio dello stesso anno: è la consacrazione. Facile supporre lui sia stato apprendista dai Rossi. Le poche righe bastano per dire Gariglio, "notissimo in Acqui", ora unico proprietario dello Stabilimento Rossi, attribuendogli "un modo elegante di lavorare e una squisita gentilezza nel trattare i signori". Fino a qualche anno fa un album suo stava in Municipio a far bella mostra (troppo bella… ora non c'è più: fortuna ci siano le collezioni private), testimonianza di una attività da pioniere. Ma, ora grazie alle cartoline di Collectio 2003 possiamo attribuirgli con sicurezza gli scatti che ritraggono le applicazioni del fango curativo (editi dal Panara), e la facciata delle Nuove Terme. Poi ci sono le vedute di Viale Porta Savona (timbro postale1901), Via delle Loggiate (senza data), e del Castello (timbro 1912), inchiostrati da Elia Levi Libraio. Leggendo una pubblicità di quest'ultimo del 1883 (su "La Gazzetta del 29/30 settembre) sappiamo che Levi fa deposito di tutti gli oggetti per le scuole, di libri italiani e stranieri di scienze lettere e arti (e quelli che non ci sono arrivano su ordinazione). Non si parla di cartoline: forse è troppo presto.
Nei suoi locali, situati in Via Nuova (dal 10 agosto 1889 rinominata Via Vittorio Emanuele; oggi Corso Italia) ebbe sede per un certo periodo anche la Biblioteca Circolante (ava della nostra Civica). Ma poi le cose, per le cartoline, dovettero cambiare: anche perché i turisti - allora - arrivavano a frotte.
Non si spiegherebbe altrimenti il numero altissimo di pezzi (un migliaio, stimano Pastorino e Trevisonno) dedicati alla nostra città dagli albori all'avvento del supporto lucido (a proposito: anche il valore di certe immagini è consistente, arrivando a 250 euro e passa). Un corpus cui contribuirono, in seguito, Barisone padre e figlio (rimandiamo all'articolo de "L'Ancora" Acqui nelle immagini di Mario Barisone, pubblicato sul numero del 10 giugno 2001, sempre a cura dello scrivente, che potrete ritrovare nell'archivio telematico del giornale all'indirizzo internet lancora.com), ma anche la assai meno conosciuta "Fotografia Giovanni Caligaris" (si veda l'Abside di S. Pietro del 1904 esposto a Palazzo Robellini). E un cenno meritano anche Luigi Marzini, un triestino che ha studio sempre in Corso Bagni, Casa Parodi (e che con la collaborazione del pittore Enrico Gabbio eternerà, nel 1887, i funerali dell'esploratore Giacomo Bove; cfr. "La Gazzetta d'Acqui" del 3/4 settembre) e donna Antonietta Scovazzi (al momento solo un nome, ma importante, che segna un episodio d'emancipazione). Tutti quanti colsero - con alterne fortune - l'eredità di Nadar. Furono loro, grazie ad intraprendenti, editori, tanto locali (a cominciare da Pietro Righetti e da Luigi Bussi), quanto stranieri (una serie di immagini acquesi fu tirata in Germania), a tramandarci una città "in cartolina" altrimenti perduta.
Anche questo è un "Acqui storia" da studiare.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su l'Ancora del 2 novembre 2003

 

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