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L'omaggio ad Ando Gilardi
e alla sua digital art

 

Ando GilardiAcqui Terme. Continuerà per altre due settimane, presso la Biblioteca Civica "La fabbrica dei libri" di piazza Maggiorino Ferraris, la mostra delle opere che Ando Gilardi ha raggruppato sotto il titolo "Le belle infedeli".
Apertasi il 24 luglio 2003, questa esposizione d'arte digitale (una "discutibile mostra", per l'autocensorio Ando), esito di una riflessione del maestro indiscusso della fotografia italiana, potrebbe tranquillamente costituire un "evento" di prima grandezza se allestita a New York, Parigi o Londra.
E non è escluso che proprio alcune sedi prestigiose di queste metropoli possano, presto, ospitare le originali tele di Gilardi. Un motivo in più per avvicinarsi a tali elaborazioni che assumono in pieno le poetiche dell'avanguardia e si coniugano ai nuovi strumenti della post modernità.

Pixel e byte dopo la pittura

C'è chi come Giuseppe Tubi ("falso nome" ripreso da un personaggio minore anni Settanta - un idraulico - della saga Disney) manipola le immagini di incidenti stradali e cronache violente. Altri - ecco Giacomo Costa - racconta di metropoli virtuali. Vengono poi gli olandesi Erwin Olaf e Micha Klein, che si divertono ad agire sui corpi; e il macedone Gligorov che coltiva onirismo e surrealismo.
Sono questi gli ideali compagni di viaggio di Ando Gilardi: scanner e programmi di fotoritocco (meglio dire foto invenzione) gli strumenti di lavoro, ma ancor prima la macchina fotografica.
E qui lui è un maestro. Non a caso il Domenicale de "Il Sole 24 ore" - l'inserto culturale di riferimento per l'intera stampa italiana - attinge con straordinaria continuità alla sua fototeca storica (visitabile al sito www. fototeca-gilardi.com).
Parliamo di chi - dopo essere stato fotoreporter de "Il Lavoro" (diretto da Di Vittorio) e poi de "L'Unità", dopo aver diretto testate specializzate quali "Phototeca" e "Photo 13" - ha scritto per i tipi di Bruno Mondadori tanto una Storia infame della fotografia pornografica (2002), quanto una più canonica Storia sociale della fotografia (nel 2000 l'ultima edizione; la prima trent'anni fa, "il più bel libro di storia dell'immagine, di usi, abusi miti, seduzioni e menzogne di tutta la critica italiana").
Ebreo sionista e comunista, cultore dell'intelligenza viva e dell'umorismo dalla battuta fulminante, talora caustica, Gilardi - che è stato partigiano (specialità: esplosivi, un fior di sabotatore) - ha anche documentato, per gli americani, i crimini dei nazisti.
Poi mezzo secolo di scatti. Una vita, la sua, a guardare il mondo nell'obiettivo.
Uno così non può vivere in pianura. Deve poter guardare. Un po' come il Barone rampante di Calvino, che sale sugli alberi per ottenere una miglior visione, per assicurarsi un punto di vista ideale. Così Ando - barba immacolata da patriarca (quello di Celan?) e immancabile berretta; sembra uscito da un dagherrotipo (giusto per restare in tema) dell'ultimo Ottocento - da qualche anno ha scelto in Ponzone, tra i boschi, il suo eremo e il suo laboratorio. Di idee. In genere "scorrette". Sulla storia (lui che non ama i piagnistei della Shoah). E sull'arte.

Tutti creatori di capolavori,
con 1000 colpi di mouse

"I musei fanno sentire più stupide le persone: basta con il rispetto. Al diavolo ogni autorità".
Quella di Gilardi è una rivoluzione che parte sì dalle tesi di Adorno, ma non per questo è meno radicale.
"Il digitale permette di consegnare a tutti una tecnica sopraffina: è il mezzo ideale per esprimere la creatività".
Non esisteva la "messa -parodia" ai tempi di Bach? Non dice Borges che ogni libro non è altro che il frutto della condensazione di altri libri? Non si apprezza il valore della "citazione" (nel cinema, nella prosa, in qualsiasi gesto d'arte)?
Non può la fotografia (che ha fatto la fortuna di oli e tele: chi ha visto con i suoi occhi tutti gli originali del libro di storia dell'arte alzi la mano), allora, ambire a un ruolo diverso?
La sorpresa è scoprire che tutta la tradizione non è che una catena di copie, di copie, di copie: si tratti di Madonne con bambino o di paesaggi, di ritratti borghesi o di Crocifissioni.
Nel tempo degli animali clonati (da Dolly in avanti), la riproduzione (con variazione) può diventare superiore forma d'arte.
E sulla scorta dell'autorità di Picasso (uno dei tanti "grandi" incontrati dall'occhio fotografico di Ando Gilardi, che in quell'occasione raccolse in un'intervista - oggi su nastro - i pareri dello spagnolo) la stampa fotografica, a colori, di un quadro assume le stesse dignità della fonte.
Così Ando attinge ai capolavori - da Leonardo a Burri - spargendovi sopra tutta la sua ironia, e realizza la sua rivoluzione copernicana.
Un po' come se - al modo di Pirandello - "si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino", non quello della tragedia d'Oreste (come suggerisce Anselmo Paleari ne Il fu Mattia Pascal), ma in quello, smisurato, dell'Arte.
Non ci son dubbi: questo - pare dirci Ando Gilardi - è il futuro. (Giulio Sardi)

 

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