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A Monastero Bormida scopriamo
lo scrittore Augusto Monti

 
Monastero Bormida. Ricorre nel 2006 il 40º anniversario della morte dello scrittore Augusto Monti, nativo di Monastero Bormida, una delle voci più autorevoli della letteratura e della pedagogia italiana del Novecento.
Antifascista, insegnante, cultore dei classici e al tempo stesso della tradizione piemontese, Monti rappresenta un mondo di valori, di ideali, di certezze politiche e letterarie che forse appare anacronistico rispetto ai relativismi, ai "pensieri deboli", alle crisi delle ideologie che caratterizzano la nostra epoca. Eppure il suo insegnamento rimane attuale proprio perché, attraverso gli esempi degli antichi e la pratica quotidiana dell'opposizione netta a ogni compromesso, egli ci trasmette una lezione di grande rigore morale unitamente a una forte passione per un modo letterario in cui utile e piacevole sono indissolubilmente congiunti.
Monastero Bormida, come altri Comuni "montiani", ricorda Augusto Monti con una serie di manifestazioni che si svolgeranno il 13 e il 14 maggio prossimi (presentazione di volumi, premiazione delle tesi di laurea, inaugurazione del centro di documentazione e della biblioteca, visita al castello, convegno sui luoghi letterari ecc. ecc.). L'evento non resterà isolato, ma, grazie all'azione congiunta di amministratori locali e studiosi montiani, con l'apporto della Casa Editrice Araba Fenice di Cuneo, sarà preceduto a Torino dalla presentazione al Salone del Libro di un volume di lettere inedite di Monti pubblicate a cura del prof. Giovanni Tesio, e sarà seguito da convegni e giornate dedicate ad Augusto Monti che si terranno a Giaveno (dove Monti ambienta "Val d'Armirolo ultimo amore"), a Torino, a Chieri, ad Asti.
Ma chi era Augusto Monti? Quali sono le sue opere, quale il suo ruolo nella cultura torinese tra le due guerre? Per andare un po' oltre il solito stereotipo - "Monti era il maestro di Cesare Pavese" - il Comune di Monastero Bormida e L'Ancora si sono impegnati in un progetto di divulgazione di questa figura di scrittore e insegnante, che ci accompagnerà fino alle giornate "montiane" di maggio.
Con la speranza che nuovi lettori si avvicinino all'opera - non facile né leggera - di Augusto Monti, ne scoprano le qualità letterarie e linguistiche e imparino ad apprezzare quel magistero di princìpi e di valori che hanno ispirato la sua vita, il suo agire e la sua scrittura.
La conoscenza di Augusto Monti ha anche una valenza di promozione territoriale, in quanto l'autore è inserito tra quelli a cui è dedicato il Parco Paesaggistico Letterario ideato e promosso dalla Società Consortile "Langhe, Monferrato e Roero": Monti, ma anche Pavese, Fenoglio, Arpino, Lajolo, Alfieri come ambasciatori di un territorio che alle tante qualità enogastronomiche, artistiche e paesaggistiche unisce il fascino particolare della letteratura e della riscoperta di quei luoghi - a volte intatti a volte purtroppo degradati dal passare dei decenni - che sono stati immortalati in pagine famose, lette e tradotte in tutto il mondo.
Il sito internet del Parco Letterario e Paesaggistico di Langhe, Monferrato e Roero, ancora in via di ultimazione ma già ricco di informazioni e dalla piacevole veste grafica, soprattutto per quanto riguarda i luoghi letterari, è visitabile all'indirizzo: www.parcoletterario.it.

La prima parte della sua vita (anni 1881 - 1913)

Augusto Monti nasce il 29 Agosto 1881 a Monastero Bormida, nel vecchio mulino ancor oggi visibile lungo il canale che si diparte dalla Bormida, ultimo di otto figli nati da due matrimoni del padre.
La madre, una maestra genovese, muore un paio d'anni dopo. Il padre, mugnaio inadatto al mondo degli affari, in seguito ad un'alluvione che lo rovina definitivamente, si trasferisce a Torino: Augusto - Carlo per i familiari - ha tre anni.
Dal 1897 al '90 frequenta le classi elementari alla "Federico Sclopis": brucia le tappe, saltando la seconda e la quarta per volere del padre, desideroso di avviarlo al più presto agli studi classici, da lui iniziati e non conclusi. Frequenta le prime classi ginnasiali al "Cavour" ed il terzo anno, sotto la guida paterna, si presenta come privatista al ginnasio "Internazionale", per tornare nuovamente al "Cavour" al tempo del liceo.
Nel 1898 si iscrive alla Facoltà di Lettere, laureandosi nel 1902 con una tesi in letteratura latina su " Lettere e letterati nel Satyricon di Petronio Arbitrio". Trascorre i primi due anni d'insegnamento in una Scuola Tecnica Pareggiata a Giaveno (Torino), dove comincia anche la sua sindacalizzazione che ne provocherà il licenziamento. Nel 1904 consegue una nuova laurea in Filosofia e nello stesso anno ottiene una cattedra al Ginnasio inferiore di Bosa, in Sardegna. Qui inizia finalmente l'insegnamento della lingua latina, la "disciplina principe" a cui subordina le altre e che considera la più idonea delle lingue moderne per abituare gli studenti al ragionamento.
Matura la convinzione che la professione dell'insegnante sia una specie di missione nell'ambito della società: "Tu insegnante, i tuoi scolari devi allenarli, temprarli in vista delle inevitabili difficoltà della vita per il loro bene, qui parcit virgae odit filium suum, proprio perché ami quei tuoi figlioli tu devi usar con essi (idealmente) la virga, se non lo fai procuri il loro danno, li mandi allo sbaraglio inermi e nudi, prepari in essi il terreno per le delusioni, le angosce, le disperazioni" (da "I miei conti con la scuola").
Si iscrive alla Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie ed inizia una intensa attività di giornalista e di saggista su periodici autorevoli, dove rievoca spesso le esperienze fatte con i propri allievi, approfondisce tematiche educative, riflette sui problemi della scuola del suo tempo. Monti attribuisce all'organizzazione sindacale e alle riviste idealistiche la propria maturazione di insegnante e cittadino.
Partecipa al dibattito sull'abolizione del "componimento d'italiano" aperto dai "Nuovi Doveri" affermando che non esistono temi buoni e temi cattivi, tutti sono "assurdità didattiche", sono un "invito alla bugia, alla retorica e al plagio": il tema è "un argomento che il maestro impone unico a molti scolari, tutti diversi da lui e tutti diversi fra loro, perché tutti nello stesso tempo, esprimano su di esso idee che non hanno, in una lingua che non sanno". All'origine di questa posizione critica c'è una personale esperienza scolastica: all'esame di ammissione al ginnasio, Monti era stato rimandato per un tema che chiedeva di descrivere uno spettacolo di saltimbanchi, a cui il bambino non aveva mai assistito. La scuola secondo Monti ha il compito di insegnare le leggi "dell'intelligenza, del conoscere, dell'esprimersi, dell'entrar in relazione - in società", e a questo scopo egli ritiene più idonee altre prove.
Istituisce una piccola biblioteca di classe, che contribuisce anche a responsabilizzare gli scolari, da cui è direttamente gestita con la rotazione degli incarichi, e ad abituarli all'idea dell'interesse collettivo, lasciando in dono alla scuola i libri acquistati di tasca propria. Viene trasferito in un ginnasio a Chieri, (1906-11) dove continua la sua attività nella Federazione come segretario della sezione locale, e qui sposa una giovane maestra, Camilla Dezzani: nel 1911 nasce la sua unica figlia, Luisa.
Ottiene la cattedra di latino e greco a Reggio Calabria, considerata "sede disagiata" a tre anni di distanza dal terremoto: entra in contatto con l'"Associazione per il miglioramento del Mezzogiorno" e conosce personalmente i suoi ideatori, tra cui Gaetano Salvemini, alla cui "Unità" inizia a collaborare (1911-12).
Tema centrale dei suoi interessi e programmi didattici diventa la "questione meridionale" e il fatto che la gente del luogo preferisca mandare i propri figli alle scuole libere ed incontrollate dalle autorità piuttosto che a quelle statali dell'obbligo.
Salvemini lo convince delle sue idee neoliberiste, per cui sostiene che lo Stato debba lasciare libero l'insegnamento privato, limitandosi alla verifica finale dell'esame: solo in un clima di aperta concorrenza può nascere una scuola seria e capace di rinnovarsi.
Monti si persuade inoltre che, solo se risiedono nel posto in cui lavorano gli insegnanti sono in grado di rendere viva la scuola, legandola ai problemi e alle tradizioni locali. Nel 1913 vince la cattedra al regio liceo ginnasio di Sondrio dove affina la sua didattica, da cui emerge l'importanza riservata soprattutto allo studio degli autori classici, gli unici in grado di trasmettere gli ideali di libertà e di formare l'uomo e il cittadino.

Gli anni dal 1914 al 1966

Si avvicina il momento dell'intervento dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale e anche Monti decide di parteciparvi come volontario, dopo essere stato riformato per la sua fortissima miopia.
Nel 1917 si trova a combattere sul Carso e viene internato per due anni nel lager di Theresienstadt in Boemia, e proprio in questo periodo perde il padre, figura centrale della sua infanzia e punto di riferimento. Torna a lavorare nella nuova sede cui è stato designato, a Brescia.
Aderisce all'Associazione Nazionale Combattenti di cui è attivissimo membro, e con la quale condivide la richiesta di radicali riforme sociali e la politica antigiolittiana, considerata politica delle "camarille, dei compromessi, dell'incultura e della camorra".
Contribuisce alla stesura del programma elettorale della Lega Democratica di Salvemini, soprattutto dalle pagine de L'Unità, e nel 1919 aderisce all'avventura di Fiume, a cui partecipa come insegnante con la speranza di dar vita a libere sperimentazioni didattiche, e che si conclude appena cinque giorni dopo per la delusione di non poter svolgere il proprio lavoro e per il malcontento prodotto dalla crisi di valori del dopoguerra.
Torna a Brescia, dove appoggia la riforma scolastica proposta da Benedetto Croce del 1920 e pubblica Scuola classica e vita moderna, "un'autobiografia didattica" progettata da tempo.
Il libro, partendo da esperienze didattiche personali apporta un'importante contributo al problema dell'istruzione con la proposta di "un rinnovamento affidato più alla spontanea iniziativa degli uomini di scuola che non a decreti e programmi governativi": il Ministero deve limitarsi ad una sommaria indicazione quantitativa dei programmi da svolgere, lasciando libero l'insegnante di scegliere autori e testi, di distribuire le ore di lezione nella maniera più opportuna, tenendo conto degli interessi degli alunni e delle condizioni ambientali e sociali in cui agisce.
Grazie alla pubblicazione di "Scuola classica e vita moderna" Monti vince la cattedra al Liceo Classico D'Azeglio di Torino, dove ritorna dopo vent'anni.
La città gli rinnova il ricordo degli anni che vi ha trascorso con il padre, sulla cui figura incentra un'opera narrativa progettata da tempo: nel 1929 dà alle stampe il primo volume della Storia di Papà, e nel '34-'35 gli altri volumi della trilogia, Quel quarantotto, L'iniqua mercede.
A quest'epoca risalgono la sua amicizia con Piero Gobetti e la sua collaborazione a "Rivoluzione Liberale", e dal 1924 anche a "Il Corriere della Sera" fino a quando il giornale, nel dicembre del '35 passerà in mano ai fascisti.
Tra i suoi allievi al D'Azeglio e tra coloro che entrano in contatto con lui per la sua attività di bibliotecario nel liceo torinese, vi sarà una generazione di uomini straordinari: da Cesare Pavese a Massimo Mila, da Leone Ginzburg a Norberto Bobbio, da Giulio Einaudi a Giulio Carlo Argan, da Vittorio Foa a Tullio Pinelli. Tutti insieme formano la "banda" dei ragazzi del D'Azeglio, con cui ogni settimana il professore si incontra al caffè Rattazzi o nelle trattorie di periferia a discutere, confrontarsi, e a litigare, nel senso leopardiano dell'affermazione secondo cui "si può discutere solamente con le persone con le quali si è già d'accordo".
L'impegno politico si esprime nel suo modo particolare di insegnare i classici, e quindi con la formazione di giovani antifascisti, e con altre iniziative, tra cui la pubblicazione dei suoi scritti sui Quaderni di "Giustizia e Libertà".
Nel 1932, dopo svariati rifiuti di iscriversi al Partito Nazionale Fascista, aveva lasciato l'insegnamento di sua volontà poiché temeva di essere radiato dall'insegnamento, e nello stesso anno perde la moglie, inferma da tempo.
L'attività editoriale ormai sospetta lo conduce ad un primo arresto nel 1934 e a un secondo nel 1935, che segue quello di molti suoi allievi.
L'accettazione serena della propria sorte, una condanna a cinque anni di carcere, è affermata nelle Lettere a Luisotta, testimonianza vivissima d'amore e di fermezza.
Scarcerato nel '39, trascorre un anno a Torino come sorvegliato speciale, quindi si ritira a Cavour per sfuggire ai controlli molesti della polizia e dell'OVRA e mantiene contatti con il movimento antifascista.
Quando nel '43 viene indicato come pericoloso sovversivo su un giornale fascista si rifugia sotto falsa identità a Chieri, e qui incontra Caterina Bauchiero, che diventerà sua seconda moglie e a cui dedicherà "Ragazza 1924", edito da Einaudi nel 1961.
Nel '58 pubblica un nuovo romanzo, "Vietato pentirsi" e nel 1958 si trasferisce a Roma per motivi di salute; quasi completamente cieco ma ancora attivissimo e pieno di interessi, detta alla moglie i nuovi lavori. Si avvicina al partito Comunista e collabora all'Unità, mentre la casa editrice Einaudi pubblica nel 1965 "I miei conti con la scuola", in cui parla della sua esperienza scolastica legata alle vicende storiche e politiche dell'Italia dal 1902, e la stesura definitiva de "I Sanssossi" nel 1963.
Muore a Roma nel 1966 colpito da una malattia polmonare e per sua stessa volontà viene sepolto a Monastero Bormida, suo paese natale, accanto all'amato padre Bortomlin.

Scuola classica e vita moderna

"Scuola Classica e vita moderna" è, tra le opere di Augusto Monti, quella più legata al mondo della scuola, la più tecnica, quella in cui affronta tematiche specifiche e settoriali dell'insegnamento degli antichi autori nei licei. Un saggio didattico, che molti a prima vista giudicheranno superato da ottant'anni di evoluzione e di riforme della scuola italiana.
La lettura di questo libro - ripubblicato da Einaudi alla fine degli anni Sessanta e recentemente riedito dalla Casa Editrice Araba Fenice di Cuneo - consente tuttavia di inquadrare la figura di Augusto Monti nei suoi rapporti strettissimi tra esperienza personale, vita vissuta, letteratura, scuola, autori. Una figura di insegnante "a tutto tondo", che identificava la scuola con la vita e credeva fortissimamente nella missione del trasmettere il sapere alle giovani generazioni e nel rapporto personalissimo e simpatetico che si instaura tra il "vero" professore e i suoi allievi.
"Scuola classica e vita moderna" fu pubblicato nel lontano 1923, agli inizi della carriera scolastica di Augusto Monti, che, pur giovane, aveva tuttavia accumulato una buona esperienza in varie scuole e ginnasi d'Italia, da Giaveno a Bosa a Sondrio a Brescia. "Scopritore" ed editore del Monti letterato e pedagogo fu Piero Gobetti, giovanissimo ma già autorevole protagonista della cultura torinese con la sua rivista "La Rivoluzione Liberale". A Gobetti interessava soprattutto la questione della riforma scolastica come problema sociale e morale, mentre Monti - sotto questo aspetto non distante da Benedetto Croce che proprio in quegli anni ricopriva la carica di Ministro della Pubblica Istruzione - vedeva il rinnovamento affidato più alla spontanea iniziativa degli uomini di scuola che non a decreti e programmi governativi (di qui il successivo scetticismo montiano per la riforma Gentile che contava di migliorare la scuola "riformisticamente", "cioè abolendo, mutando, inventando, tutto per estrinseco intervento statale" noncurante della tradizione storica, poco fidando sulla libertà d'azione degli insegnanti).
Il punto di partenza del libro è questa dichiarazione: "per noi di lettere portare la vita nella scuola vuol dire portare nella scuola i classici: essi sono la vita viva, la realtà reale, sempre fresca, sempre accessibile". Classici da leggere con partecipazione, da far comprendere ai ragazzi nel testo originale, senza troppi commenti, senza troppe chiose, senza la sovrastruttura del pensiero di questa o di quella corrente interpretativa. I classici in sé e per sé, un patrimonio che ciascuno deve far proprio, deve macinare dentro, deve utilizzare per la vita. Il maestro della scuola - dice Monti - null'altro può fare che "leggere i suoi classici con i suoi scolari", e non c'è altro esercizio che "leggere, leggere, leggere", ma bisogna leggere dal presente, ben radicati nel presente e allora i classici avranno una voce anche per noi, non solo la voce del loro tempo, ma una voce eterna, quindi moderna, contemporanea. L'arte dell'insegnamento classico è tutta lì: "trattar gli antichi come i contemporanei".
Monti non vuole creare generazioni di filologi e di grammatici, ma di uomini veri e completi, desumendone l'ammaestramento dai più classici degli scrittori classici, cioè dai "più uomini, quelli che la tradizione ha universalmente ritenuto i più grandi" e dalle loro opere più classiche, "cioè quelle in cui l'autore pose la maggior parte di sé e del suo mondo, dell'umanità sua e dell'umanità circostante; cioè ancora quelle che la tradizione chiama le più belle".
Insomma, quello di Monti, come scrive Franco Antonicelli, è un libro che "proponeva un ideale che diremmo eroico della scuola: il maestro era quell'eroe rappresentativo della scuola, la quale, intesa a quel modo, è tutto, è mezzo e fine, e Monti innalzava a se stesso quel modello, e anzi in esso si riconosceva, com'era naturale".
Un libro che, pur nella apparente diadascalità dell'argomento, è permeato di autobiografia e non manca - come faceva rilevare lo stesso Gobetti in una sua recensione - di movimento ironico e di qualche pagina poetica. Un libro che è testimonianza di amore e di culto per gli autori classici - che nel laico Monti prendono quasi il posto di una fede religiosa - e di altissima considerazione per il ruolo dell'insegnante, visto come tramite tra gli autori del passato e gli scolari-discepoli che di quella cultura e di quegli insegnamenti devono permearsi.

I conti con la scuola

Oltre a "Scuola Classica e Vita Moderna", l'altra opera di Augusto Monti che tocca in modo diretto il rapporto con il mondo della scuola e i valori dell'insegnamento è "I miei conti con la scuola - Cronaca scolastica italiana del secolo XX". Pubblicato nel 1965 da Einaudi e riedito recentemente dalla Casa Editrice Araba Fenice di Cuneo, il libro non è un saggio per addetti ai lavori, ma piuttosto una narrazione autobiografica che riassume e rievoca l'esperienza pluridecennale del Monti insegnante in varie scuole d'Italia e soprattutto al Liceo "D'Azeglio" di Torino, dove ha allevato una schiera di personaggi - da Mila a Paletta, da Ginzburg a Pavese solo per citare i più noti - che sarebbero diventati esponenti di primo piano della cultura e della politica nazionale.
L'autore ripercorre dunque le tappe della sua vita "con la scuola e per la scuola" e ricorda le esperienze e gli uomini che hanno contribuito alla sua maturazione e gli alunni che gli sono stati più vicini, facendoli riviere con una estrema varietà di toni, dalla commozione delle bellissime pagine dedicate a Renzo Giua, Emanuele Artom, Cesare Pavese, al brio con cui sintetizza una lezione dantesca. Pur se a cavallo tra il romanzo e la memoria, "I miei conti con la scuola" è un libro di pedagogia a tutti gli effetti, intesa sia nel senso più specifico di indicazione didattica - Monti, infatti, racconta al lettore con quali criteri sceglieva i programmi e come svolgeva le sue lezioni di latino e di greco, oltre che d'italiano - sia nel senso più generale del rapporto insegnante - alunno. Ma è anche un libro di storia delle riforme della scuola secondaria italiana e di storia civile del complesso periodo che va dalle agitazioni sociali degli inizi del Novecento al preludio alla seconda guerra mondiale. Nell'edizione einaudiana in appendice è pubblicata una serie interessante di articoli di Monti, comparsi su riviste difficilmente reperibili, che illustrano e completano i nove capitoli del testo.
Proprio il settore delle riviste - letterarie e pedagogiche - è quello dove Monti operò con maggiore costanza nell'arco di quasi tutta la sua lunga vita di insegnante e di uomo di cultura. Decine di saggi e di articoli - in gran parte ancora da studiare e analizzare - costituiscono il necessario completamento delle idee e degli spunti di riflessione che un libro come "I miei conti con la scuola" espone nelle linee generali.
"I miei conti con la scuola" sono un atto d'amore verso il mestiere di insegnare, inteso nel senso classico del termine, come formazione delle coscienze, delle intelligenze, delle idee dei ragazzi. Scrive di Monti insegnante uno dei suoi più illustri allievi, Massimo Mila: "Siamo una confraternita di gente per cui essersi scontrati in quell'uomo e nel suo insegnamento, vuol dire averne riportato un'impronta che non si cancella, vuol dire essere diventati tali e non altri, esserci così e così comportati, avere assunto quelle tali responsabilità, in quel modo essersi schierati. Si capitava sotto la sua ferula finito il ginnasio, tra i 14 ed i 16 anni, un groppo indistinto d'aspirazioni confuse e d'inclinazioni malsicure, ed egli in tre anni quel gnocchetto di materia umana ancor tutta malleabile te lo formava e ti sortiva di là, da quel liceo, ch'eri un piccolo uomo, con la tua via davanti, con le tue convinzioni, con la tua bussola, armato e pronto per il viaggio".
E Monti stesso, ricordando e riassumendo in una frase il suo straordinario rapporto con il mondo della scuola e dei ragazzi, dice: "I conti tout-court sono questi: io ai miei scolari, a quelli di Torino, a quelli più miei, ho dato una cosa che potevano benissimo trovare da sé: la lettura dei classici, e una cosa di cui avrebbero benissimo fatto a meno: la politica, l'antifascismo. Essi a me hanno dato infinitamente di più, m'han dato la mia vera vita, m'han dato la loro vita"

Vietato pentirsi

Parlare di Augusto Monti letterato abitualmente significa parlare de "I Sanssossi", l'ampio romanzo storico-famigliare che abbraccia il periodo dall'invasione napoleonica alla prima guerra mondiale. E senza dubbio è a "I Sanssossi" - la sua opera più completa e più complessa - che Monti deve gran parte della propria fama di scrittore. Tuttavia non vanno dimenticati altri libri che, pur raggiungendo una minor fama, ben individuano le qualità letterarie e lo stile narrativo di questo scrittore.
Il più agile e scorrevole tra questi libri "minori" di Augusto Monti è senza dubbio "Vietato pentirsi", un agile romanzo pubblicato da Einaudi nel 1956, che narra la storia di un "cambrioleur", un ladro svizzero coinvolto nella cospirazione antifascista, che Monti ha conosciuto nel periodo di reclusione a Civitavecchia: lo scrittore vi sviluppa gli appunti e i frammenti stesi in carcere, facendo parlare in prima persona il protagonista con il nome di Leon Donà.
Il protagonista vive fin dall'infanzia le piaghe dell'emarginazione: la miseria, che lo costringe a piccoli furti per concedere alla madre una birra o un regalino, la scoperta traumatica del sesso, l'amicizia con un ragazzo straniero che si fa largo da sé nel difficile mondo degli adulti.
Appassionato delle imprese di Arsenio Lupin, impara a rubare e negli anni del primo dopoguerra si impone nel modo del furto, compiendo anche "prove" di solidarietà nei confronti di altra gente del "giro" o improvvisate vendette di ingiustizie a cui assiste (in questo Donà è in qualche misura assimilabile al tipo idealistico del "Sanssossi" che ha un ruolo centrale in tutta la produzione narrativa di Monti.
Parallelamente alle tappe della sua carriera di ladro, Donà rievoca le sue avventure amorose, con una serie di gustosi quadri della vita "facile" della belle époque. Deciso ad abbandonare il furto dopo l'esperienza delle galere francesi e svizzere, Leon si dedica al commercio, ma ben presto si stanca di quella vita piatta e monotona e entra nella rete dell'antifascismo per cui presto viene arrestato e condannato a 25 anni di carcere a Civitavecchia, dove conosce Leone Ginzburg, che lo spinge a un esame obiettivo della sua vita e all'acquisizione di una più dignitosa coscienza civile. Memore di questo insegnamento, partecipa alla resistenza e decide di lavorare e sposarsi in Italia, ma, schedato come sovversivo per le sue manifeste idee comuniste, viene espulso dalle autorità governative: l'Italia post-resistenziale gli vieta di pentirsi e di riscattarsi con una vita onesta e normale, costringendolo a tornare in Svizzera, dove si sentirà un disadattato, non più ladro di professione e non ancora uomo "normale" e inserito in una società civile.
È un libro d'avventura, avvincente, fresco e piacevole, ricco di scene di genere e di gustose rappresentazione della vita vissuta di un'epoca che ci appare ormai lontanissima. Anche in "Vietato Pentirsi" si avvertono la sostanza morale e la vena educativa de "I Sanssossi", e questo non tanto e non solo per la purificazione finale attraverso cui passa questo "onesto ladro", ma, come ricorda Massimo Mila, il più acuto lettore di Augusto Monti, "per la parte più viva del racconto, quella che mostra il cambrioleur in azione: furti, scassi, contrabbando, guapperie da bellimbusto nei dancing di barriera, casanoviane prodezze sia in fatto d'evasioni carcerarie sia in campo amoroso.

Ragazza 1924

Dopo i "Sansossi" l'opera letteraria più vivace e riuscita di Monti - anche per implicazioni biografiche che contiene - è senz'altro "Ragazza 1924", composto nel 1958 e pubblicato da Einaudi nel 1961. Come tutte le opere di Monti, non è una storia fantastica ma si ispira alle vicende di una persona reale, una ragazza conosciuta a Chieri durante l'ultima guerra e diventata la sua seconda moglie. Lo schema della narrazione è ricalcato su quello di "Vietato Pentirsi". Anche qui la protagonista - Angelina Vochieri, alias Caterina Bauchiero - parlando in prima persona, rievoca con occhio critico i momenti della sua esistenza, dalla prima infanzia all'età scolastica, dal lavoro in fabbrica all'esperienza amorosa, vissuti nel clima del Fascismo e della Resistenza.
Ragazza cresciuta stretta tra le rigide regole etiche della famiglia e gli obblighi imposti dalla scuola fascista e dal lavoro, Angelina scopre la dura realtà del mondo negli anni terribili della guerra e della lotta partigiana. Ospite clandestino di una vicina, è arrivato un maturo avvocato antifascista (che nella realtà è Monti stesso), che tiene i contatti con i partigiani. Tra lui e la ragazza nasce una tacita intesa sentimentale ed una comprensione che la rende più matura, più concreta e cosciente di sé. In un incontro in campagna li sorprende la pioggia: le gocce cadono sulle piante che "fanno da tetto". L'umorismo e la vivacità dei primi capitoli (quelli che narrano l'infanzia della giovane) si smorzano nelle pagine raccolte, a volte patetiche, che presentano il "clandestino" attraverso gli occhi affettuosi della protagonista. Mantenendo l'equilibrio tra dimensione privata e storia civile, fra introspezione psicologica e avvenimenti esterni, alla narrazione dei colloqui amorosi si intreccia quella dell'arrivo dei partigiani nel paese. Il passagio di Angelina da una innaturale solitudine ad un legame che le permette di realizzarsi in modo pieno avviene contemporaneamente alla liberazione civile, di cui Monti fa una cronaca estremamente realistica.
È stato scritto che "Ragazza 1924" rappresenta, come del resto tutte le opere di Monti, "una lezione di ottimismo", in quanto sviluppa una storia pulita e serena, senza ombre e senza torbidi equivoci, senza i miti e i mostri di Pavese. Un racconto forse un po' schematico, legato a una concezione tradizionale del mondo di provincia. La protagonista, per la sua indole sognatrice e generosa con una sfumatura di sventatezza, rientra pienamente nella categoria montiana dei "Sansossi", apparendo al lettore con tutto il suo temperamento umano, spregiudicato e irrequieto.
Il romanzo si svolge dunque sul duplice filo della analisi psicologica e della notazione di fatti storici: come "Metello" di Pratolini, è una "storia italiana" che lega le vicende personali della protagonista a quelle sociali e civili del fascismo e della resistenza.

"Val d'Armirolo ultimo amore"
e "Torino falsa magra"

"Val d'Armirolo ultimo amore", a cui, dopo la pubblicazione di Mursia del 1966, sono seguite due edizioni dell'Araba Fenice di Cuneo (di cui una recentissima), è la riproposizione in forma di agili capitoletti di impressioni colte e annotate nelle vacanze dell'anteguerra trascorse a Giaveno, un mondo rurale ("terra di uomini e bestie") che si è inesorabilmente spento dopo gli anni Sessanta. Monti ne ha carpito gli ultimi palpiti, intuendo l'essenza dell'esistere nelle "vicende uguali e pur sempre mutevoli" di quella società arcaica e pastorale che si lega agli "antichi e pur sempre nuovi miti di vita e di morte" e dandone una dimensione al tempo stesso lirica e storicamente problematica. L'Armirolo è il rumoroso torrente che scendendo dalle montagne ha scavato la valletta dove si svolgono le vicende di contadini e pastori, di famiglie povere e di schiere di trovatelli allevati per tirar su braccia da lavoro. Nello scorrere dell'acqua è simboleggiato il contrasto fra temporalità ed eternità, che è la dimensione di fondo del libro e che dà significato alla minuziosa registrazione dei momenti dell'esistenza quotidiana nella valle.
Il libro, nonostante le ridotte dimensioni e l'apparente semplicità, è interessante per la narrazione scarna e semplice, aliena da certi compiacimenti letterari e classicisti tipici di Monti: un linguaggio colorito di dialetto disegna l'affresco di un mondo che inconsapevolmente ripete i riti ancestrali senza rendersi conto che questi stanno finendo per sempre e senza preoccuparsi - come invece fa Monti nella sua qualifica di cronista "estraneo", di villeggiante - di salvare almeno nel ricordo quelle usanze che oggi chiamiamo "civiltà contadina" e che nei primi anni Sessanta erano bollate come arretratezza culturale di fronte alle magnifiche e progressive sorti del boom industriale.
Proprio questa rivoluzione culturale e sociale interessò - a pochi chilometri di distanza dall'isolata Val d'Armirolo - la città di Torino, simbolo dello sviluppo industriale postbellico e di una vertiginosa crescita demografica e urbanistica, a cui Monti dedica una delle sue opere più intime e piacevoli.
"Torino falsa magra" è un volumetto composto da appunti che Monti scrisse per se stesso tra il 1956 e il 1959, forse senza pensare alla pubblicazione, e comprende ricordi, impressioni, riflessioni su aspetti e momenti della storia civile della sua città adottiva, passando dalla lingua italiana a un vivacissimo dialetto piemontese nel brano conclusivo.
Il testo, ordinato dall'autore e corredato di materiale fotografico, è stato scoperto dopo la sua morte dal critico letterario Mario Fubini e pubblicato nel 1968 nelle edizioni torinesi Aeda. L'aggettivo "falsa magra" vuol essere una rivelazione degli aspetti fantasiosi e segreti di Torino, contrastanti con il luogo comune della sua uniformità e monotonia. Il fascino di questa città apparentemente "cartesiana" e ortogonale consiste nel concedersi con discrezione, nello svelare ad ogni incontro una nuova attrattiva, mostrandosi "antica nella sua modernità, italiana nel suo europeismo, varia nella sua monotonia, nella sua compostezza procace" e creando nell'osservatore l'impressione di trovarsi "davanti a una falsa magra e d'averne indovinata la ben tornita verità", la varietà e la bizzarria di linee in contrasto con la pietra squadrata. Monti guida il lettore alla scoperta di questa dimensione sconosciuta di Torino, rivelandola ricca di portoni dalle volute imprevedibili, di cortili scenografici con sorprendenti spettacoli di colonne tortili, di altari teatrali, di cappelle e case decorate con fantasiosa eleganza. In questa scenografia di vie e palazzi rivivono figure e personaggi che a Torino hanno legato il proprio nome. L'incarnazione per eccellenza del tipico piemontese, sintesi di serietà ed estro, resta Cavour, visto da Monti come lo "statista", il "tessitore", il "realizzatore" dell'unità italiana, ma anche il "motteggiatore, giocatore d'azzardo, gaudente; perfetto Europeo del primo ottocento, perfetto torinese e piemontese di sempre, austero e folleggiante, concentrato e dissipato, che cela sotto un sorriso quasi per verecondia l'intima commozione e guarda con disgustata serietà alla gratuita giocondità dei pagliacci e alla vuota boria dei retori". Sono queste le due anime del Piemonte, che ne "I Sansossi" Monti ha rappresentato nel contrasto fra la sua generazione e quella del padre: da un lato i "bogia nen", uomini severi, austeri, dotati di una autodisciplina che può soffocare la fantasia, dall'altro i "bastian contrari" - gli anticonformisti, i ribelli - e i "sanssossi", gli spensierati, i sognatori.
"Torino falsa magra" è un libro incompiuto, con parti che sicuramente sono rimaste a livello di appunti. Ma è un quadro bellissimo di quello che è stata Torino negli anni della grande rivoluzione industriale, una guida turistica "d'epoca" redatta da uno scrittore che della sua città conosceva ogni angolo e di ogni quartiere sapeva raccontare che cosa c'era prima e che cosa c'è ora. Un racconto interessante soprattutto oggi quando, finita l'ubriacatura della modernità a tutti i costi e della urbanizzazione selvaggia, Torino sta riscoprendo (e restaurando con cura) quella dimensione ottocentesca e sabauda che la rende una città fascinosa e interessante per chi - come per le migliaia di appassionati sportivi al seguito delle Olimpiadi invernali - abbia voluto visitarla con gli occhi del turista e non solo con quelli di chi vive la città per motivi di lavoro, di studio o di residenza.

I Sanssôssi

Il romanzo è una saga famigliare in cui la dimensione privata, che abbraccia tre generazioni di casa Monti, si intreccia con quella civile, svolgendosi per l'arco di un secolo di storia piemontese, italiana ed europea - dai tempi napoleonici fino alla prima guerra mondiale - ricostruito attraverso le esperienze e i commenti domestici, con un angolo visuale che si sposta dai paesi della Langhe (Monastero Bormida, Ponti, Monesiglio, Cortemilia ecc.) e da Torino ai luoghi conosciuti da Monti nella sua vita di insegnante e di soldato.
Tentando una riduzione de "I Sanssôssi" dalla complessità di un libro ricco di pagine, avvenimenti e personaggi - che, Monti insegna, va letto innanzi tutto e non commentato - possiamo individuare due tematiche principali che contribuiscono a dare una prima idea della poetica montana.
I - Il libro di Papà - Il rapporto pinocchiesco a rovescio. Figura centrale del libro è il padre dell'autore, Bortomlin, tipico "sanssôssi" fantasioso e generoso, incosciente e felice delle proprie illusioni, incapace di far carriera nella vita ma al tempo stesso felice della sua dimensione poetica e ideale, del suo essere dilaniato dal desiderio del volere e dalla pratica di non potere, cominciare e non finire, essere come la "ratavoloira", il pipistrello, "né rat né usèl".
"I Sanssôssi" sono, come si chiamava nella prima edizione, "La storia di Papà" e rimane il libro di Papà. Dove il personaggio di Papà manca, il libro irrimediabilmente cade; da un punto di vista letterario, le parti meno convincenti sono quelle dove manca Papà.
Il rapporto padre-figlio segna a fondo la letteratura moderna tra Otto e Novecento; basti pensare ai Fratelli Karamazov di Dostojevsky, alla Lettera al padre di Kafka, ai libri di Tozzi, al capitolo della coscienza di Zeno relativo allo schiaffo del padre morente a Zeno, che è emblematico di questo rapporto conflittuale.
La letteratura moderna si basa proprio sul rifiuto della paternità e di tutti quei valori che la paternità rappresenta e dalla promozione del figlio rispetto al padre come figura di vittima.
Nel mondo tutto borghese della letteratura tra Otto e Novecento i figli rifiutano i padri, perché i padri vorrebbero fare dei figli simili a se stessi, continuatori di se stessi, e questi figli rifiutano categoricamente tale ruolo.
"I Sanssôssi" è l'unico nostro libro di grande valore che rovesci questo rapporto, dove il padre non è il rivale da rifiutare nevroticamente, ma un modello da imitare. Il che non vuol dire una eccessiva retorica emozionale, ma il passaggio da una letteratura di stampo borghese a una di stampo epico, quindi anteriore alla cultura borghese.
Papà è un eroe dimezzato, il testimone di un tempo che non c'è più e tanto più per questo è pieno di suggestione. C'è sempre questa continua sottolineatura nel romanzo, di questa condizione dell'eroe Papà.
Papà è un Don Chisciotte, anche perché, per sua fortuna, è anche un po' matto; è un disinteressato, perché è come un cavaliere antico, ma un uomo che vive nella letteratura, nelle favole, nei racconti.
In questa ottica il suo rapporto con il figlio Carlìn è un rapporto pinocchiesco al contrario. A differenza di quanto accade nella favola di Collodi - dove alla figura anziana, paterna, razionale, morale e integra di Mastro Geppetto fa da contraltare un Pinocchio credulone e scavezzacollo, un po' birbante e un po' bambino - ne "I Sanssôssi" il Bambino è Papà e al figlio Carlìn - che è Monti stesso - tocca la parte di Geppetto, se non quella del Grillo Parlante, che è la parte più congeniale a Monti, più didattica, più da professore, la parte che, nella vita, egli ebbe sempre nei confronti di Pavese, di cui Monti ammirava le capacità ma sulle cui opere aveva sempre espresso forti dubbi di carattere etico.
II - Un'epica monferrina e langarola: le "Opere e i giorni" della cultura popolare. Opera di un uomo che, sull'esempio di Cicerone e di Machiavelli, si dedica agli ozi letterari solo quando il clima repressivo del Fascismo ha legato mani e piedi e turato la bocca ai non conformisti, "I Sanssôssi" hanno come protagonista, invece, un uomo (Papà) che della letteratura ha fatto la propria ragion d'essere, e che l'ha vissuta proprio nel senso meno "montiano" del termine, come abbandono alla fantasia, come epica favolosa, omerica ed ariostesca, che rivive nelle passeggiate in collina del piccolo Carlin e che si fonde - nonostante l'apparente contrapposizione - con gli aneddoti e le storie che riguardano la cultura popolare, la vita dei contadini di Ponti o di Monastero, il carnevale di Monesiglio o le vicende senza tempo di Gelindo Pastore o dei Reali di Francia.
La cultura di Papà, "uomo di proverbi e di motti come pochi", ma anche "poeta molinaro" poco incline agli affari, è tutta compresa entro questi due ambiti: cultura popolare e passione per la poesia.
Gli aneddoti letterari raccontati dallo zio prete al piccolo Bortomlin contribuiscono a conferirgli l'idea di una perfetta equivalenza tra letteratura e fantasia: le sue scorribande mentali tra i coccodrilli d'Egitto e le costellazioni del cielo inaugurano quella consuetudine di vivere per così dire "direttamente" le situazioni conosciute in letteratura, fino a rileggere, da adulto, la vicenda della propria infanzia secondo il modello prodigioso degli "infanti antichi", piene di presagi e di indizi.
Papà è un uomo che - come la Francesca dantesca - ha confuso la letteratura con la vita e, fallito nella vita, si è pasciuto dei beati sogni della letteratura.
Ecco perché i suoi poeti sono Omero e Ariosto, i più spontaneamente infantili, i più propensi alla narrazione pura e semplice, aliena da secondi fini di carattere morale o educativo.
Tuttavia, non riuscendo ad essere professore nella vita, Papà si illude almeno di poter essere maestro del figlio e cerca di trasmettergli con tutta l'ingenuità che lo caratterizza quella cultura classica e rusticana di cui è portavoce.
"I Sanssôssi" infatti sono anche una sorta di romanzo esiodeo, un'Opere e giorni monferrino, in cui vere e proprie citazioni del poeta di Ascra si nascondono alla perfezione nel continuum del racconto: Monti ci racconta "la vicenda delle stagioni, la vicenda delle opere; fieni, bozzoli, grani, vendemmia; lo stillicidio dei giorni; lo sfilare dei consueti casi minuti", il ritmo della natura e i tempi dell'uomo, i segni del tempo, i proverbi popolari (anche nelle Lettere a Luisotta, scritte dal carcere, Monti afferma di fare "poca politica e molta meteorologia"), gli insegnamenti del sapere contadino.
Romanzo della cultura contadina, più che opera rusticana: l'autore instaura con la natura un contatto di tipo appunto esiodeo, in base al quale considera la campagna non tanto dal punto di vista della sua bellezza paesaggistica, ma da quello della sua utilità: la terra va conosciuta simpateticamente, i piccoli particolari, invisibili agli occhi dei più, costituiscono lo scrigno di un sapere quasi iniziatico ("... Papà mi iniziò ai misteri della vita dei campi e della vita delle piante e della vita degli uccelli...").
Monti stesso ci autorizza a parlare di romanzo esiodeo, quando esplicita il nesso tra il paese di Ascra e quello, altrettanto dimenticato da tutti, di Ponti: "Ai tempi di Esiodo poeta, c'era in terra di Grecia la Beozia, crassa di cielo e remota dal mare, e c'era in Beozia quel paese di Ascra, bruciato d'estate assiderato d'inverno impossibile a starci in ogni stagione (...) Ai tempi di papà, se quell'angolo di Alto Monferrato era la Beozia, e se quel povero paese di Ponti, l'ultimo che avesse creato Nostrosignore in terra, era Ascra...".
In queste condizioni è facile che il "maestro di villaggio" Bartolomeo Monti, segretario comunale, e il poeta greco assumano un identico ruolo, quello di coscienze narranti di una società di cui essi fanno parte, ma a cui sanno di essere superiori (o credono di poterlo essere) e che ritengono di dover "umanizzare".
Ma come il poeta contadino Esiodo, che si scaglia contro Perse e contro i potenti ed "assiste il suo prossimo nel travaglio del suo umanarsi, umanandosi con lui", così anche Papà si propone in Ponti con quelle caratteristiche da "maestro del villaggio", che - come scriveva Monti in un articolo apparso su "Belfagor" - "parla alla sua gente come si parla agli umili, per proverbi e parabole, e mutando in mito tutto quel ch'egli tocca nel suo discorso".
Un "ascreo" di adozione, però, che rimane pur sempre - almeno nella sua illusione - un poeta, capace di trasmettere agli altri la sua epica ammaestratrice.
Così, nella canonica di Ponti, regno dell'ospitalità, l'arrivo dei forestieri con i loro racconti mirabolanti ravviva il solito svolgersi dei casi quotidiani e consente al piccolo Bortomlin di percorrere con la fantasia orizzonti sempre più ampi e sconosciuti.
Qui Esiodo si fonde con Omero, il rapsodo del racconto conviviale: "Come nei poemi omerici, a tutti, arrivando, s'imbandiva la tavola; tutti, come nei poemi omerici, mangiavano molto, bevevano di più; tutti più assai novellavano; diversamente dai poemi omerici neanche dopo averli rifocillati, la canonica discreta a' suoi ospiti domandava chi fossero mai. Parlavano se volevano; e quei di casa stavano a sentirli".
Le epopee monferrine e langarole de "I Sanssôssi" sono appannaggio del maniscalco (ancora un personaggio esiodeo) Cavanna, oriundo di Trisobbio, che narra le antiche vicende dei Reali di Francia, a cui si contrappone Bersacco, l'amministratore dei beni del Conte, fiero portavoce dell'arte drammatica popolare con la novella del Gelindo Pastore; e Papà, nel solco della tradizione orale della poesia, apprende bambino quelle storie favolose che avrebbe trasmesso a sua volta al figlio Carlin, il futuro austero professore che però ricordava commosso quella scuola familiare e che incantava gli allievi con la voce e la mimica facciale durante le lettura drammatiche dei suoi amati classici.
Papà e Cavanna dunque sono rappresentati come gli artefici di una straordinaria apertura al mondo fantastico e, insieme a Bersacco, con i loro racconti favolosi ravvivati da esotiche atmosfere, si fanno interpreti di un desiderio di evasione nel mondo incantato della letteratura popolare in contrapposizione alla realtà circostante colta senza mezzi termini in tutta la sua crudezza.
Ecco perché "I Sanssôssi" appaiono oggi come una delle più attendibili e complete fonti per lo studio del folclore e della vita rurale dell'Alta Langa tra Otto e Novecento: le tematiche sono tutte presenti, dalla medicina popolare al dialetto, dal calendario contadino alle testimonianze sulle feste, sui rituali dei canti di questua che impegnavano i giovani per notti intere, sulle usanze folcloriche collegate alla mietitura e alla vendemmia o al culto di qualche Santo particolare.

Le "lettere" di Augusto Monti

Nella panoramica degli scritti montiani non si è ancora preso in esame l'epistolario, che costituisce uno strumento importantissimo per conoscere la figura e il pensiero di Monti. Uomo abituato a confondere la scuola, la vita privata, l'azione politica, la propria etica con quella che insegnava ai suoi studenti in un unicum inscindibile, Augusto Monti ci regala attraverso le lettere il più bel ritratto di sé e dei propri rapporti con il mondo.
L'epistolario montiano è ben lungi dall'essere interamente pubblicato: una parte consistente di lettere alla figlia (le famose "Lettere a Luisotta") è stata raccolta e edita da Einaudi alcuni decenni or sono, mentre è in corso di pubblicazione una miscellanea di lettere assolutamente inedite, ritrovate dal prof. Giovanni Tesio e oggetto della tesi di laurea della dott.ssa Emanuela Coppa di Novara, che Monti scrisse alla famiglia dai campi di prigionia in cui fu internato durante la Prima Guerra Mondiale, a cui partecipò come interventista.
Le "Lettere a Luisotta" raccontano centinaia di episodi della vita del carcere - Monti fu rinchiuso a Regina Coeli per attività antifascista nel 1935 per cinque anni - e sono un monumento alla fede laica di un uomo che nonostante le privazioni e le condizioni di vita miserabili, non si lascia prendere dallo sconforto e si fa forza proprio di quei principi di libertà, di democrazia, di volontà di insegnare e di trasmettere contenuti ai giovani che hanno ispirato tutta la sua attività di professore.
L'affetto paterno e l'apprensione del genitore per le sorti della figlia si alternano a vere lezioni di etica politica, per lasciare, a volte, spazio momenti più intimi, in cui viene rievocata la vita libera della campagna e il bagaglio di saperi contadini e di letteratura popolare che il padre - il "sanssossi" - gli aveva saputo trasmettere.
Giustamente celebre resta la frase riportata nella lapide commemorativa conservata nel castello di Monastero, che Norberto Bobbio trascelse proprio da una lettera a Luisotta: "L'avventura non s'è cercata né voluta, ma, poiché essa ha voluto cercar noi, conviene farle fronte con animo fermo e da persona seria".
Monti non è un avventuriero, uno che si lancia nella mischia pur di far prevalere le proprie idee; egli avrebbe preferito restare tranquillo, ma sono i casi della vita che l'hanno costretto a prendere una decisione, a schierarsi, a dichiarare fino in fondo, con coerenza e con coraggio, il proprio convinto rifiuto dell'ideologia fascista.
Egli ci insegna che è la vita che ci fa crescere e che forgia il nostro carattere ad affrontarne i molteplici casi: l'unico atteggiamento possibile è la serietà, la fermezza d'animo, la profonda convinzione della giustezza delle proprie idee, che affondano le loro radici nell'insegnamento che proviene dai grandi autori classici, indiscussi e fondamentali maestri della nostra vita e delle nostre azioni.

Pubblicato su L'Ancora del 5, 12, 19, 26 marzo, 2, 9, 16, 23, 30 aprile e 7 maggio 2006

 

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